Presidenziali 2017

Présidentielle 2017 termina qui, Macron vince la sua scommessa

Questa è l’ultima newsletter sulle elezioni presidenziali francesi che riceverete. La prima è stata inviata il 25 settembre alle 53 persone che si sono iscritte sulla fiducia leggendo un mio post su Facebook. Questa è stata appena inviata a 1492 persone, un numero per me altissimo e inaspettato. Da allora ho inviato 39 puntate settimanali e 7 numeri straordinari. Da marzo la newsletter è stata pubblicata integralmente da IL, il mensile del Sole24Ore, grazie alla geniale intuizione di Christian Rocca, che ringrazio; è stata citata da molti giornali come esempio di giornalismo innovativo; mi ha consentito di andare in radio, televisione e di fare dei piccoli tour in giro per l’Italia a spiegare cosa stesse succedendo Oltralpe, altra cosa per me inaspettata e molto divertente. E, soprattutto, mi ha dato l’occasione di girare la Francia in lungo e in largo (sono diventato un esperto di stazioni ferroviarie) e capire meglio un paese che conoscevo solo grazie ai miei anni universitari a Parigi. Che non è la Francia (luogo comune, ma vero). È quindi il momento dei ringraziamenti, perché questo piccolo esperimento di giornalismo non sarebbe stato possibile senza le centinaia di email che avete scritto in questi mesi per consigliarmi un articolo, pormi delle questioni a cui non avevo pensato, criticare un singolo punto della newsletter oppure una tutta intera. Grazie anche a Hookii, il sito dei commentatori che ha contribuito alla crescita di questo esperimento. Con alcuni di voi sono anche diventato amico nella vita reale ed è una cosa che mi ha reso molto felice, con altri lo sono in maniera virtuale ma prima o poi ci si incontrerà.
Se mia zia, che fa la musicista, non avesse riletto ogni newsletter cercando refusi e concetti spiegati male o poco, avrei commesso molti più errori e approssimazioni. Il più grande ringraziamento va quindi a lei (che legge questa parte con voi, non essendo presente nella bozza), e eventuali errori sono chiaramente da attribuire soltanto a me che spesso ho cambiato frasi all’ultimo secondo.

Veniamo a noi.

1-Macron ottiene la maggioranza all’Assemblea

La grande scommessa di Emmanuel Macron è vinta. Lo sapevamo già, visti i risultati del primo turno, ora è certo. I numeri ufficiali della XV legislatura della repubblica francese sono questi:

Grafico 1.png

Il grafico è del Figaro

Al netto dell’alta astensione (57,4 per cento) su cui devono evidentemente interrogarsi tutti i partiti, la Francia consegna una maggioranza meno ampia di quanto avevano registrato i sondaggi di domenica scorsa, ma è comunque talmente grande da non porre alcun problema: En Marche! conquista 308 seggi, maggioranza assoluta anche senza gli alleati MoDem, che eleggono 42 deputati. Dei problemi abbiamo ampiamente parlato nelle scorse settimane, e posso capire anche i dubbi sollevati sulla maggioranza schiacciante che ha ottenuto il presidente con un numero di voti relativamente basso. È interessante però confrontare la nuova critica “Macron ha troppi parlamentari” con quelle lette spesso in questi mesi. Prima si diceva “Macron non sarà mai candidato”, poi “non sarà mai qualificato al secondo turno”, poi “non vincerà mai”, infine “può anche vincere, ma non avrà nessuna maggioranza in parlamento”, e ancora “deve dimostrare di essere in grado gestire i summit internazionali” e dopo aver fugato i dubbi “va bene sul piano internazionale, molto bravo, ma governare è un’altra cosa”. Vi cito tutto questo semplicemente per farvi invertire il giudizio: vediamo che fa, come governa, e poi giudichiamo l’efficacia delle sue politiche. Non siamo francesi, quindi ci interessa relativamente, però un fenomeno come quello di Macron può dare degli spunti interessanti anche alla politica italiana.

Infine, il fatto che Macron non abbia un’opposizione fortissima in Parlamento non vuol dire che l’opposizione non esista. Il Senato è al momento controllato dai repubblicani (si vota, con un’elezione indiretta, a settembre), le regioni quasi tutte dai repubblicani, le grandi città sono governate da sindaci iscritti ai partiti tradizionali,. In più la stampa francese è abbastanza aggressiva e alcuni media sono molto famosi per le inchieste (in particolare il Canard Enchainé e Mediapart).

2-La Francia è in declino?
La campagna elettorale è stata lunga e a tratti aggressiva, ma sembra abbia risvegliato un sentimento di speranza nei francesi, che sono un popolo caratterizzato da un pessimismo abbastanza radicato (a questo proposito vi consiglio, se leggete il francese, Comprendre le malheur français di Marcel Gauchet). Come vedete, il bipolarismo ottimismo/pessimismo del quale avevo già scritto in questa puntata della newsletter è sempre presente nell’elettorato francese.

sondaggio1.png

Questo grafico e i seguenti sono elaborati dal sondaggio dell’istituto Ipsos

Il 53 per cento degli elettori di En Marche! pensa che la Francia non sia in declino e il 42 per cento crede che il Paese sia sì in declino ma che la situazione possa cambiare. Dati opposti si leggono nell’elettorato del Front National: solo il 9 per cento di chi ha votato per il partito di Marine Le Pen crede che la Francia non sia in declino. L’altro dato interessante è quello che considera l’evoluzione di queste opinioni negli anni. Come vedete dall’aprile del 2016 ad oggi è molto calato il numero di francesi che crede che la Francia sia in una situazione di declino irreversibile, e allo stesso tempo è aumentato chi crede che il paese possa rialzarsi.
sondaggio 2.png

Questo vuol dire che i messaggi di speranza che hanno caratterizzato alcune proposte politiche – quello di Macron, ma anche la promessa di una “sesta repubblica” di Mélenchon o il reddito universale di esistenza di Hamon – hanno contribuito a modificare i pregiudizi degli elettori.

L’altra percezione interessante da sottolineare è quella delle speranze che suscita il nuovo presidente. Il 34 per cento dell’elettorato è convinto che Macron migliorerà la Francia, numero superiore al risultato del presidente al primo turno delle presidenziali (24 per cento) e al risultato del suo partito al primo turno delle legislative (28 per cento). Questo si spiega con il buon risultato che Macron ottiene tra gli elettori degli altri partiti, a dimostrazione che il presidente gode di un’approvazione abbastanza diffusa, per il momento. L’altro dato interessante è che il 44 per cento dei francesi non crede che Macron migliorerà la situazione, ma nemmeno che renderà peggiori le cose. Questo è importante perché probabilmente indica il sentimento di attesa che anima gran parte del paese, curioso di capire come governerà il nuovo presidente.

sondaggio 3

Qualche notizia sui candidati di peso. Manuel Valls è stato eletto per 139 voti nel suo collegio, ma l’avversaria, Farida Amrani della France insoumise, non ha riconosciuto il risultato e ha annunciato un ricorso. Myriam El Khomri, ex ministro del Lavoro che aveva ricevuto il sostegno del presidente non è stata eletta; Najat Vallaud-Belkacem, ex ministro dell’Istruzione, e Marisol Touraine, ex ministro della sanità, entrambe socialiste, perdono i rispettivi ballottaggi. Stessa sorte per Nathalie Kosciusko-Morizet, sconfitta nella seconda circoscrizione di Parigi da Gilles Le Gendre, candidato di En Marche!. Florian Philippot è l’altro grande sconfitto, il vicepresidente del Front national subisce un duro colpo e con lui, probabilmente, la linea anti-euro egemonica nel partito negli ultimi anni. Infine, tutti i ministri candidati sono stati eletti, così come i due leader dell’opposizione Marine Le Pen (eletta per la prima volta) e Jean-Luc Mélenchon.

Il personaggio della settimana

Laurent Wauquiez è un repubblicano considerato molto vicino a Nicolas Sarkozy. La sua è una linea di opposizione molto dura a Emmanuel Macron e negli anni è diventato un personaggio gradito anche al Front national. Marion Maréchal Le Pen, nipote di Marine e esponente della linea più cattolica-conservatrice del partito, ha detto più volte di poter lavorare senza problemi con Wauquiez se si dovesse creare un nuovo movimento di destra patriota. Offerta rispedita al mittente ma che fa capire cosa potrebbe succedere nei prossimi mesi, quando s’imporrà una profonda ricostruzione sia per il Front national che per i repubblicani. Wauquiez è rimasto molto discreto dopo la sconfitta alle presidenziali, e ha deciso di non candidarsi all’Assemblea Nazionale per rimanere al suo posto di presidente della regione Auvergne-Rhône-Alpes. A fine novembre c’è il congresso del partito e Wauqiez è uno dei favoriti.

Consigli di lettura

-Parla per la prima volta François Fillon in un lungo articolo del JDD che ricostruisce i difficili mesi di campagna elettorale vissuti dai repubblicani dopo le rivelazioni sugli impieghi fittizi;

-A che servono i gruppi parlamentari? Perché è così importante costituirne uno? Un’analisi, sempre del JDD;

-Il Figaro si chiede quali siano le radici dell’ideologia di Emmanuel Macron, di destra sull’economia, di sinistra sui temi di società.

Présidentielle 2017 termina qui, per ovvie ragioni di cronologia. Non vi abbandono però: continuerò a raccontare la Francia in altri modi dal prossimo autunno e, anzi, se avete qualche idea o consiglio scrivetemi perché ne ho bisogno. Passerò l’estate a pensare ad un nuovo formato che possa rendere interessante il racconto anche senza una campagna elettorale, ma più idee mi sottoponete meglio è. Nel frattempo mi sono trasferito momentaneamente a Roma a lavorare per il Foglio, che mi ha incaricato di scrivere le brevi che trovate nella quinta colonna a destra in prima pagina. Ogni tanto troverete anche il mio nome in calce a qualche pezzo.

Se questa newsletter ti è stata utile consigliala ad un amico, o condividila su Facebook, puoi usare questo link!

Se hai una domanda, una critica o un’osservazione, scrivimi a francescomaselli@live.it

Se vuoi commentare l’articolo, puoi farlo su www.hookii.it che ospita ogni settimana questa newsletter. Ci trovi moltissimi altri articoli interessanti, per cui consiglio di farci un giro.

Mi trovi anche su Facebook e su Twitter

Qui le puntate precedenti.

Annunci
Standard
Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentottesima settimana: Macron stravince, il vecchio sistema è annichilito

Trentottesima edizione della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

“Se i francesi eleggono Macron è perché vogliono che governi. Se ti eleggono poi ti danno il potere, è sempre successo così. Anche se candidassimo lei che è italiano in un collegio, e il collegio è competitivo, sarebbe eletto”. Così rispondeva un deputato molto vicino a Macron ai miei dubbi sulla capacità di En Marche! di riuscire ad ottenere la maggioranza assoluta all’Assemblea. Era inizio aprile e il deputato aveva ragione da vendere.

Emmanuel Macron ha utilizzato e compreso appieno il sistema istituzionale della V Repubblica immaginato da Charles de Gaulle nel 1958 e completato con l’introduzione dell’elezione diretta del Capo dello Stato nel 1962. Ha capitalizzato la riforma del 2002 che ha equiparato il mandato dell’Assemblea e del Presidente (prima il secondo durava 7 anni, due in più del Parlamento), e ha beneficiato del “fatto maggioritario”: chi vince le presidenziali vince anche le successive elezioni legislative. Come vedete la proiezione in seggi fa quasi impressione.

Grafico 1.png

Questi invece i risultati sul piano nazionale, che vedono En Marche! ampiamente in testa ma con il 28 per cento. Nelle cifre fornite dal ministero dell’interno, da cui è catturato lo screenshot, si vede bene anche il peso dell’astensione. Che è notevole e supera il 50 per cento degli aventi diritto.

Grafico 2

Nel prossimo grafico vedete invece i duelli che si terranno al secondo turno, con un solo triangolare tra un candidato En Marche!, un repubblicano e uno del Front National; 273 duelli tra un candidato En Marche! e un repubblicano; 134 tra un candidato En Marche! e un candidato della France Insoumise; 99 duelli tra En Marche! e Front national; 20 duelli tra un repubblicano e France Insoumise; 6 duelli tra un candidato socialista e Front National; 4 duelli tra un  candidato repubblicano e Front national; 2 duelli tra un candidato socialista e Front National, un solo duello tra France insoumise e Front national.

Grafico 3.png

 

L’infografica è del Monde

La grandissima vittoria è senza precedenti se consideriamo il contesto, un presidente giovanissimo, a capo di un partito nato un anno fa con candidati totalmente sconosciuti nei collegi, senza alcuna struttura territoriale e senza soldi. Non è senza precedenti però rispetto ai numeri, visto che nel 1993 la destra conquistò 472 deputati su 577 (sommando i due partiti dell’epoca, l’UDF di Giscard d’Estaing e il RPR di Chirac), nel 2002 la maggioranza di Jacques Chirac, rieletto presidente contro Jean-Marie Le Pen, ottenne 398 seggi su 577.

Per Emmanuel Macron non sarà facile gestire una maggioranza così ampia, per i motivi già descritti venerdì scorso, ma è un problema che qualunque politico vorrebbe dover risolvere. Diverso è il discorso sul dibattito democratico del paese, che rischia di spostarsi al di fuori dell’Assemblea Nazionale, ma per questo vi rinvio alla newsletter di venerdì. In più, nota di colore, esiste un problema logistico: la sala più grande dei vari palazzi di proprietà dell’Assemblea Nazionale è la Victor Hugo, che però ha 350 posti. Il gruppo di En Marche! dovrà quindi trovare un posto dove riunirsi.

sondaggio 1.png

 

La Bérézina del Partito Socialista

Il 23 novembre 1812 Napoleone si sta lentamente ritirando dopo la disastrosa campagna di Russia quando, tallonato dagli eserciti dello Zar, si trova di fronte al fiume Beresina, impossibile da attraversare velocemente perché non completamente ghiacciato. L’imperatore è dunque costretto a dare battaglia, riuscendo a vincere ma perdendo quasi 50.000 uomini tra morti, feriti e prigionieri. Insomma un disastro militare, il vero simbolo della folle spedizione in Russia, diventato paradigmatico: “c’est une Bérézina” dicono i francesi quando devono indicare una sconfitta senza appello, come la nostra Caporetto.

È quanto titolano i giornali di oggi sul Partito socialista, che conosce la sua peggiore sconfitta dalla fondazione nel 1971. Nemmeno nel 1993, anno orribile nella memoria dei dirigenti socialisti, la sconfitta fu così cocente, con i socialisti che portarono a casa 57 deputati. Stavolta le proiezioni dicono che il PS otterrà tra i 15 e i 25 seggi, e il primo turno ha emesso una serie di sentenze molto dure. Sono già eliminati Jean Christophe Cambadélis, il segretario del partito; Benoit Hamon, il candidato all’elezione presidenziale, Aurelie Filippetti, ex ministro della cultura, Matthias Fekl, ex ministro degli interni, Gérard Bapt, eletto ininterrottamente dal 1978. Il partito ottiene 1.685.773 voti, cioè 10.000 in meno di Nicolas Dupont-Aignan alle presidenziali, il leader della destra indipendente alleatosi poi con Marine Le Pen.

Se è vero che il Partito socialista non esiste più, non si può dire lo stesso delle idee e dell’elettorato. Il reddito universale di esistenza ha monopolizzato il dibattito pubblico per due mesi durante la campagna presidenziale, segno che delle idee in attesa di trovare una rappresentanza politica adeguata esistono. Per la sinistra si pone quindi, come spesso accade, il problema di raccogliere le varie esperienze e federarle per proporre una reale alternativa di governo. La vittoria di Macron lascia molto tempo per riflettere sul da farsi.

La sconfitta netta del Front national

Il Front national continua il suo periodo di grande difficoltà. Dopo anni in cui sembrava “alle porte del potere” o comunque in grado di conquistare un numero di seggi sufficiente a contare parecchio nel dibattito in Assemblea, il partito di Marine Le Pen realizza un risultato assimilabile a quello del 2012, quando raggiunse il 13, 6 per cento. La differenza rispetto a cinque anni fa, a dimostrazione di come il partito sia molto cambiato, riuscendo a radicarsi in alcuni territori, specialmente nel nord-est, è la quantità di collegi in cui è presente al ballottaggio: da 61 circoscrizioni a 120, come potete vedere dalle mappe seguenti.

Mappa 1.png

 

Mappa2.png

 

L’infografica è del Figaro

Le proiezioni non stimano il Front national in grado di costituire un gruppo parlamentare, è quindi una grande sconfitta per Marine Le Pen, che ha visto i suoi elettori scomparire dopo la cocente delusione del 7 maggio. Se è vero che il marchio Le Pen è al momento impossibile da separare dal Front national (ma per le imprese impossibili bussare al temporaneo inquilino del 55 Rue du Faubourg Saint-Honoré), Marine deve almeno vincere nella sua circoscrizione per evitare di essere messa seriamente in discussione. È arrivata in testa con il 46 per cento dei voti, e affronterà la candidata di En Marche! che ha raccolto il 16,4 per cento: è favorita, ma ha raggiunto un risultato molto simile a quello del 2012 (42 per cento), quando mancò poi la vittoria per una manciata di voti al ballottaggio contro il socialista Philippe Kemel.

Chi farà l’opposizione?

I repubblicani, come previsto alla vigilia, subiscono un forte arretramento rispetto al 2012, ma non ci sono particolari notizie da segnalare, se non che moltissimi candidati di peso sono in grande difficoltà. Presente in più di 300 ballottaggi, il partito è in misura di vincerne poco più di 100, secondo tutte le proiezioni. Da lunedì prossimo le difficoltà rimarranno le stesse: come fare ad opporsi ad una maggioranza presidenziale guidata da un uomo di destra, che in materia di economia e lavoro conduce politiche da anni richieste a gran voce dalla destra e che ha due uomini di destra a Bercy?

Jean-Luc Mélenchon ha invece fallito la scommessa di diventare il primo gruppo di opposizione alle politiche di Emmanuel Macron, seppure supera definitivamente il Partito socialista, suo sogno da decenni. È favorito nel suo collegio, a Marsiglia, ma riuscirà a stento a costituire un gruppo parlamentare (servono 15 deputati), e difficilmente potrà apparire come un profilo in grado di federare una nuova forza di sinistra, visto che ha passato questo mese a insultare tutti i membri del partito socialista e ha rotto la sua alleanza con il partito comunista. Il suo partito, la France Insoumise, ha perso quasi 10 punti rispetto alle presidenziali.

Emmanuel Macron ha utilizzato a fondo gli strumenti del vecchio sistema per distruggere i partiti tradizionali, che appaiono annichiliti dalla sua proposta di centro radicale, e gli estremi, che pagano la disorganizzazione e le difficoltà di uno scrutinio a doppio turno. Il suo primo mese di presidenza è stato esemplare, e ciò ha sicuramente contribuito, se non alla vittoria in sé, all’ampiezza della stessa. Questo non vuol dire che la Francia è stata completamente sedotta. Lo sono i media, lo è Parigi, lo sono il mondo dell’arte e dello spettacolo, ma alle legislative c’è stato il record storico di astensione e la vittoria si è costruita anche e soprattutto sui difetti degli altri.

Ne abbiamo parlato a sufficienza durante le presidenziali, e alle legislative è accaduto più o meno lo stesso: in un ballottaggio con la sinistra, la destra vota per En Marche!, in un ballottaggio con la destra, la sinistra vota per En Marche!, in un ballottaggio con il Front national, tutti gli altri votano per En Marche!. È il premio al radical center, ad un messaggio radicale, coerente, che non è mai cambiato durante la campagna elettorale e che non si smentisce nemmeno in queste prime settimane di governo.

L’adesione però è un’altra cosa, e nelle nostre società così indecise e liquide non è assolutamente scontato che arriverà durante i cinque anni. Emmanuel Macron ha dimostrato di essere un talento puro nel conquistare il potere e per ora anche nel saper gestire degli incontri internazionali. Avrà talento anche nel governare? Questo non lo sappiamo ancora e mi asterrei da valutazioni precoci, vedremo cosa farà. E con questa maggioranza non ha scuse.

Il personaggio della settimana

Laetitia Avia è candidata con En Marche! nell’ottava circoscrizione di Parigi. È arrivata in testa con il 39,59 e affronterà Valérie Montandon, repubblicana, arrivata al 15,43 per cento. Intervistata stamattina da Franceinfo ha fatto capire che per alcuni deputati di En Marche! non è affatto scontato sostenere tutte le leggi che proporrrà il governo: “abbiamo una personalità, sfideremo il governo perché questo è il nostro ruolo, abbiamo il dovere di controllarlo. Potremmo opporci ad una legge, siamo eletti per fare l’interesse della Nazione, dopotutto”. Potrebbe essere una dichiarazione di circostanza, ma non è detto. Abbiamo di fronte il primo accenno di fronda?

Consigli di lettura

-Dopo le legislative il Partito socialista potrebbe perdere quasi 100 milioni di finanziamento pubblico ai partiti;

-Matthieu Croissandeau, direttore dell’Obs, spiega quali sono i problemi di una maggioranza troppo ampia per Macron, e quali le insidie dello stato di grazia di inizio impero;

-Come sarebbe l’Assemblea Nazionale con la proporzionale? E con un sistema come il Mattarellum? Ha provato a rispondere FranceInfo, con delle mappe interessanti;

I ballottaggi da tenere d’occhio domenica prossima, secondo il JDD.

Noi ci sentiamo direttamente lunedì prossimo, se non ci sono particolari novità durante questa settimana. Se dovesse succedere qualcosa di veramente interessante mi farò vivo!

Se questa newsletter ti è stata utile consigliala ad un amico, o condividila su Facebook, puoi usare questo link!

Se hai una domanda, una critica o un’osservazione, scrivimi a francescomaselli@live.it

Se vuoi commentare l’articolo, puoi farlo su www.hookii.it che ospita ogni settimana questa newsletter. Ci trovi moltissimi altri articoli interessanti, per cui consiglio di farci un giro.

Mi trovi anche su Facebook e su Twitter

Qui le puntate precedenti.

Standard
Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, edizione straordinaria: al voto al voto (di nuovo)

Edizione straordinaria della newsletter sulle presidenziali francesi

Mesi fa, quando è iniziato ad apparire chiaro che Macron aveva serie possibilità di vittoria alle presidenziali, moltissime analisi (comprese le mie) dubitavano di una vittoria alle successive elezioni legislative. Il ragionamento era che un movimento poco strutturato sul territorio, molto giovane, che aveva basato tutto il suo successo sulla capacità del proprio leader, non sarebbe stato così competitivo in un’elezione che è sì nazionale, ma ha una notevole componente locale data dal collegio uninominale. Si diceva, all’epoca, che già raggiungere la maggioranza relativa sarebbe stato un grande successo, visto anche l’annunciato exploit del Front National e la storica competitività dei repubblicani alle legislative. Parlando con più deputati macronisti mi veniva invece spiegato che le legislative non sarebbero state un problema, perché “se i francesi ti fanno vincere alle presidenziali poi ti danno anche i mezzi per governare”.

A quanto sembra a En Marche! avevano ragione e noi giornalisti, politologi e analisti torto. Come vedete le proiezioni sono abbastanza evidenti e segnalano una maggioranza da record all’Assemblea Nazionale. Tanto che secondo il Canard Énchainé il presidente avrebbe detto in privato di essere “preoccupato” di una maggioranza così ampia. Perché la preoccupazione? En Marche! ha fatto del rinnovamento uno dei pilastri della sua campagna elettorale: metà dei candidati all’Assemblea non hanno mai avuto mandati elettivi, meno del 10 per cento è deputato uscente. Questo però pone un problema, soprattutto in un gruppo così grande: come si gestiscono persone che non sanno come funziona la vita di un gruppo parlamentare e hanno una grande autonomia personale, venendo dal mondo delle professioni?

Sondaggio 1

La proiezione dei seggi dopo i due turni delle legislative

Intendiamoci, avere un solido mestiere oltre alla politica è una cosa positiva, però può aumentare il rischio di fronda su alcuni provvedimenti. Anche perché la provenienza politica dei candidati è molto eterogenea: come annunciato da En Marche! sarà la Francia sedicente progressista a comporre la maggioranza presidenziale, persone di destra, di sinistra e di centro unite dalla volontà di attuare il programma del presidente. Più facile a dirsi che a farsi: non è detto che i vari deputati andranno sempre d’accordo e anzi è possibile immaginare che le discussioni saranno abbastanza accese; in questo senso sarà molto importante capire chi diventerà il presidente del gruppo parlamentare, visto che il ruolo sarà molto delicato e spesso decisivo. Un conto è gestire i 300 deputati necessari per avere una maggioranza tranquilla, altra questione è gestirne quasi 400.

I rischi che un gruppo di maggioranza così ampio (siamo sul 65 per cento dei seggi) porta con sé sono principalmente due, oltre alle difficoltà di gestione. Il primo è che il dibattito democratico si sposti da una dinamica maggioranza-opposizione che si affrontano secondo i rispettivi ruoli, ad una dinamica di discussione tutta interna alla maggioranza. Questo non è un bene per la democrazia che ha bisogno di un pluralismo di opinioni e soprattutto per un paese come la Francia, dove il problema della mancanza della rappresentanza è molto dibattuto e sentito dai cittadini. Il secondo rischio, direttamente legato al primo, è che l’opposizione non trovi altro modo che manifestarsi in piazza, visto che all’Assemblea il secondo gruppo, quello repubblicano, non è giudicato in grado di fare un’opposizione molto dura (alcuni candidati si sono detti pronti a votare molte leggi proposte da Macron). Una situazione del genere potrebbe presentarsi già nei prossimi mesi sulla grande riforma del mercato del lavoro: l’introduzione della flexisecurity promessa dal presidente è uno dei temi che più divide l’opinione pubblica, e le forze che le sono avverse rischiano di essere poco rappresentate in parlamento.

sondaggio 2.png

Le intenzioni di voto a livello nazionale

La crisi dei partiti tradizionali

Socialisti e repubblicani si trovano in una situazione di grande difficoltà, seppure con gradazioni diverse. I socialisti rischiano la scomparsa, con le proiezioni che attribuiscono meno di 40 seggi al partito che durante la Quinta Repubblica ha espresso due presidenti della repubblica e nove primi ministri. Personalità storiche rischiano di perdere il proprio collegio (come l’ex primo ministro Manuel Valls, il candidato alle presidenziali Benoît Hamon o l’ex ministro dell’istruzione Najat Vallaud-Belkacem), e il partito è vittima del “grand remplacement”, della grande sostituzione con En Marche!, come ha efficacemente titolato il Figaro.

I gollisti tengono nelle intenzioni di voto rispetto alle presidenziali ma sono sotto shock, rischiando di passare dai 229 deputati eletti nel 2012, quando pure erano stati sconfitti alle presidenziali, ad un  piccolo gruppo di 150. Gli elettori di destra sono molto confusi: hanno visto il loro candidato, favorito dopo la vittoria alle primarie, eliminato dal primo turno, e hanno ricevuto incessanti segnali nella composizione del nuovo governo di Macron, che potrebbero giudicare non così distante dalle loro idee. Il primo ministro è stato segretario generale dell’UMP (la formazione post gollista immaginata da Chirac e Juppé), e il ministero dell’Economia è interamente nelle mani degli ex repubblicani Le Maire e Darmanin. Come vedete, la metà degli elettori repubblicani preferisce Edouard Philippe come primo ministro a François Baroin, che è il leader del partito.

Sondaggio 3.png

È proprio la leadership un altro punto di debolezza dei socialisti e dei repubblicani. Bernard Cazeneuve, capo della campagna socialista ed ex primo ministro molto apprezzato durante la fine della presidenza Hollande, ha deciso di non ricandidarsi all’Assemblea Nazionale e ha fatto capire che dopo le elezioni andrà a lavorare in uno studio legale. François Baroin ha invece detto più volte che potrebbe tornare a fare semplicemente il sindaco di Troyes e occuparsi dell’associazione dei sindaci di Francia di cui è presidente, lasciando addirittura il Senato (ad oggi è senatore-sindaco).

Tutti segnali di precarietà e confusione che de-mobilitano un elettorato già fortemente disilluso dopo la vittoria di Emmanuel Macron, e che potrebbe pensare di dare una chance al giovane presidente.

La vera opposizione

Sondaggio 4.png

Chi incarna al meglio l’opposizione a Macron?

Front national e France insoumise sono due partiti molto penalizzati dal modo di scrutinio maggioritario a doppio turno. Possono da un lato rallegrarsi vista la credibilità acquisita e riconosciuta dai francesi di vera forza di opposizione a Emmanuel Macron, anche perché questo sentimento diffuso potrebbe essere molto utile se sfruttato alle elezioni locali che si tengono durante i cinque anni di presidenza. D’altro canto quest’elezione rischia di essere molto complessa e un cattivo risultato sembra difficile da evitare.

Jean-Luc Mélenchon si è trovato subito di fronte ad un dilemma: come capitalizzo il 19,5 per cento ottenuto al primo turno delle presidenziali? Il leader della France Insoumise ha scelto l’opposizione frontale e l’innalzamento dei toni: ha deciso di rompere il fronte repubblicano contro Marine Le Pen, non dichiarando il proprio voto a favore di Emmanuel Macron; ha rinnegato l’accordo con il Partito comunista che lo aveva sostenuto alle presidenziali presentando un suo candidato in quasi tutti i collegi; ha iniziato ad attaccare ferocemente l’ex primo ministro Bernard Cazeneuve che si sarebbe “occupato dell’assassinio di Rémi Fraisse” un manifestante ucciso da un poliziotto durante la protesta contro la costruzione della diga di Sivens. La dichiarazione è stata molto criticata dalla stampa e ha contribuito a far riaffiorare l’aggressività del personaggio, un attributo smorzato durante la campagna presidenziale e che era stato a lungo considerato il principale punto debole di Mélenchon.

Per il Front national la questione è relativamente diversa. Il partito è sempre stato un movimento di protesta nazionale, e abbiamo già notato come il doppio turno e l’incapacità di fare alleanze larghe impediscono a Marine Le Pen di arrivare a vincere le elezioni. L’elezione presidenziale poi, ha sì fatto segnare dei record in termini di percentuale e di voti assoluti, ma è stata vissuta come una sconfitta dalla base e dal gruppo dirigente. Al Front National si aspettavano un risultato sopra il 40 per cento, tra il primo e il secondo turno si parlava di un obiettivo di 80 deputati all’Assemblea, mentre il dibattito disastroso e il risultato al di sotto delle aspettative hanno prodotto, nell’ordine:

-Il ritiro temporaneo dalla politica di Marion Maréchal Le Pen, il volto molto mediatico e conservatore del partito, eletta all’Assemblea Nazionale nel 2012 e fondamentale per gli equilibri politici nel sud est, dove il Front National ha sempre ottenuto ottimi risultati ma oggi non ha candidati forti nei collegi favorevoli;

-La polemica molto aspra tra Florian Philippot, il braccio destro di Marine Le Pen, e il resto del partito sulla posizione da tenere sull’euro. Philippot ha fondato una sua associazione politica autonoma (Les Patriotes) e ha minacciato di lasciare il partito se la posizione dell’uscita dall’euro dovesse essere abbandonata, ricevendo risposte del tipo “che faccia pure, non abbiamo bisogno di lui”;

-La fine della brevissima alleanza con Nicolas Dupont-Aignan, unico candidato alle presidenziali a schierarsi per Marine Le Pen al secondo turno che ha abbandonato subito la nave e ha presentato candidati in tutte le circoscrizioni;

-Una grande difficoltà nei sondaggi con le proiezioni che danno il Front National a rischio persino nella costituzione di un gruppo parlamentare (servono 15 deputati).

Il partito sta iniziando a ragionare seriamente del proprio futuro, ed è previsto un congresso ad inizio 2018. L’obiettivo è arrivarci meno divisi di ora e con la leadership dell’opposizione alla presidenza Macron. Vaste programme.

Per oggi è tutto, domenica si vota, io sarò la mattina ospite di Omnibus La7 e seguirò lo spoglio a Roma su Radio 1, per chi vuole. Sabato scorso ho passato una giornata con il ministro dell’economia, Bruno Le Maire, che ho intervistato per Pagina99. Qui l’inizio dell’articolo, che trovate sul numero digitale e in edicola.

Tutti i sondaggi citati sono stati realizzati da Ifop per Le Figaro

Noi ci sentiamo lunedì, per commentare il voto!

Se questa newsletter ti è stata utile consigliala ad un amico, o condividila su Facebook, puoi usare questo link!

Se hai una domanda, una critica o un’osservazione, scrivimi a francescomaselli@live.it

Se vuoi commentare l’articolo, puoi farlo su www.hookii.it che ospita ogni settimana questa newsletter. Ci trovi moltissimi altri articoli interessanti, per cui consiglio di farci un giro.

Mi trovi anche su Facebook e su Twitter

Qui le puntate precedenti.

Standard
Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentacinquesima settimana: il primo governo dell’era Macron

Trentacinquesima edizione della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

1-Emmanuel Macron ha nominato Édouard Philippe primo ministro e  insieme hanno formato il nuovo governo: che tipo di squadra è?

2-L’11 e il 18 giugno si vota per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale. In genere un’elezione scontata, questa volta è imprevedibile. Quali sono le strategie del presidente per ottenere la maggioranza?

1-Il governo di Emmanuel Macron

La nomina del nuovo primo ministro e della squadra di governo è stato l’evento politico della settimana: ho scritto una lunga analisi per Gli Stati Generali con un ritratto di tutte le personalità che ne fanno parte, chi vuole puòapprofondire cliccando qui. La squadra è composta da 22 persone, 11 uomini e 11 donne, metà provenienti dalla società civile, seppure tutt’altro che a digiuno di affari pubblici: in molti hanno avuto ruoli apicali nei ministeri o in organismi statali. Come promesso il governo è composto da profili molto diversi, c’è la destra, la sinistra, il centro e l’ecologia: un esperimento di biodiversità, come l’ha definito il nuovo ministro dell’ambiente, Nicolas Hulot.

L’idea di mettere insieme personalità così diverse senza esserne costretti da un risultato elettorale e da accordi serrati con le segreterie degli altri partiti è nuova e trasgressiva, e conferma l’impressione che Macron fa sul serio: il suo progetto è incentrato su un cambiamento radicale delle regole non scritte del gioco. I tratti comuni dei ministri sono, oltre a una competenza media molto alta, un certo pragmatismo e l’europeismo. Sono tutte persone che hanno dato prova di riuscire a lavorare con politici o personaggi di idee differenti e che hanno più volte dichiarato alla stampa in tempi non sospetti che il settarismo partigiano ha impedito di portare a termine le riforme necessarie al paese.

 

C’è un fatto che però va ricordato: finora il presidente non ha incontrato grandissime difficoltà, ha anzi beneficiato di una serie di casi e fortune che hanno reso possibile la sua cavalcata trionfale. La realtà però presenta spesso situazioni imprevedibili e nessuno è immune alla sfortuna. Noi immaginiamo che i ministri siano stati scelti sulla base del programma del presidente, e sappiano perfettamente quali sono le riforme che dovranno guidare, con che tempi e in che maniera. Questo dovrebbe risolvere il più grande problema che ha avuto Hollande per esempio: eletto su un programma molto di sinistra ha poi cambiato completamente linea politica dopo due anni senza mai spiegarlo non solo ai suoi elettori, ma nemmeno ai suoi ministri. Come si comporteranno quando dovranno affrontare imprevisti, crisi e scelte politiche controverse?

La composizione eterogenea potrebbe funzionare per quanto già è stato previsto, ma potrebbe mostrare i propri limiti con il passare del tempo. Non è vero che destra e sinistra non esistono più, non è vero che le differenze si sono annullate nel nuovo bipolarismo apertura/chiusura e globalismo/nazionalismo. Questa nuova semplificazione serve in campagna elettorale, specie contro un avversario come il Front National, ma non può riassumere e contenere tutte le differenze di una società, quella francese, molto frammentata. Per funzionare questo esperimento ha bisogno di grande pragmatismo da parte dei ministri, di capacità di mediazione da parte del primo ministro e, appunto, di un po’ di fortuna: fortuna che tutto accada come previsto o come prevedibile.

“Non voglio generali bravi, ma generali fortunati” pare abbia detto Napoleone. Non sono riuscito a trovare la fonte, ma il concetto mi pare esemplificativo.

Il nuovo primo ministro è bravissimo nelle imitazioni 

Infine, una delle incognite di questo governo è la cosiddetta “dottrina Juppé”. Ci sono alcuni ministri anche candidati alle legislative, e l’Eliseo ha chiarito che in caso di sconfitta nel loro collegio dovranno dimettersi in automatico come successe ad Alain Juppé nel 2007. Juppé, nominato ministro dell’ecologia, fu costretto a dimettersi dopo aver perso contro la socialista Michèle Delaunay. In particolare le posizioni sensibili sono quelle di Christophe Castaner, nominato in un ruolo delicatissimo e candidato nel collegio Alpes-de-Haute-Provence, una circoscrizione dove Emmanuel Macron è arrivato terzo al primo turno e ha vinto al secondo di pochissimi voti, e Bruno Le Maire, ministro dell’Economia candidato alla successione di se stesso nella prima circoscrizione dell’Eure; in questo collegio Marine Le Pen è arrivata in testa al primo turno con il 29,2 per cento dei voti. Sono impegnati alle legislative anche Marielle de Sarnez, Richard Ferrand, Annick Girardin e Mounir Mahjoubi (quest’ultimo a Parigi contro il segretario del Partito Socialista, Jean Christophe Cambadélis). È chiaro che una o più sconfitte potrebbero scatenare un effetto domino e costringere presidente e primo ministro a cambiare completamente la squadra di governo.

2-Comincia una nuova campagna elettorale

Come sa bene chi è iscritto da un po’ a questa newsletter, l’11 e il 18 giugno i francesi voteranno per rinnovare la loro camera bassa, l’Assemblée Nationale. L’Assemblea dà la fiducia al Governo ed è la sede principale del potere legislativo che è esercitato, in un sistema di bicameralismo imperfetto, insieme al Senato. Queste elezioni, finora abbastanza noiose e scontate, sono diventate importanti quasi quanto le presidenziali.
Dal 2002 al 2012 le elezioni legislative sono state poco importanti perché “confermative”. Si giocavano in un contesto tendenzialmente bipolare, e seguivano il risultato dell’elezione presidenziale tenutasi il mese precedente. Nel 2002 vinse le presidenziali Jacques Chirac, che riuscì ad ottenere la maggioranza dei seggi in Parlamento il mese dopo (398 seggi su 577); nel 2007 le presidenziali videro l’affermazione di Nicolas Sarkozy, che vinse anche le legislative successive (345 seggi su 577); stessa cosa è accaduta a François Hollande nel 2012, con 331 deputati su 577. Stavolta le cose sono diverse, perché il sistema politico su cui si regge la V Repubblica è completamente saltato.

Come si vota?

Il territorio francese è diviso in 577 collegi uninominali a doppio turno assegnati con il meccanismo seguente: se nessun candidato arriva al 50 per cento dei voti espressi da almeno il 25 per cento degli elettori iscritti alle liste elettorali al primo turno, si qualificano al secondo tutti i candidati che hanno ottenuto almeno il 12,5 per cento degli iscritti alle liste elettorali, il che vuol dire, con l’astensione, più o meno il 20 per cento dei voti validi. Se nessun candidato ottiene una tale percentuale (quindi in casi di astensione altissima) si qualificano al ballottaggio i due candidati che hanno ottenuto la maggioranza dei voti espressi.

È quindi possibile che al secondo turno si verifichino, oltre alle sfide 1 contro 1, dei ballottaggi triangolari e in alcuni casi eccezionali quadrangolari; in questi ultimi due casi non serve raggiungere il 50 per cento più 1 dei voti per essere eletti, ma basta ottenerne la maggioranza relativa. Il territorio francese diventa quindi teatro di 577 mini-presidenziali, ma va da sé che in una situazione politica in cui il territorio è diviso asimmetricamente tra le varie forze politiche, le mini-presidenziali si giocano tra candidati di caratura diversa e tra candidati di partiti diversi. Così può capitare che ci siano dei ballottaggi En Marche! contro Front National, come accaduto al secondo turno, ma anche ballottaggi Les Républicains contro la France Insoumise, o alcuni collegi dove il candidato socialista riesce ad accedere al secondo turno, altri dove i candidati di Macron non sono nemmeno presenti.

Il movimento di Emmanuel Macron infatti, ribattezzato La République En Marche, ha investito 526 deputati su 577, lasciando quindi 51 collegi liberi. Le circoscrizioni senza candidato non sono casuali, ma vedono concorrenti di peso giudicati Macron-compatibili per il loro profilo politico e per le loro dichiarazioni di collaborazione.

I soli due ministri non targati En Marche! candidati sono Bruno Le Maire e Ericka Bareigts, che non hanno nessun concorrente En Marche! ovviamente. Stessa cosa per Agnès Firmin Le Bodo, che sostituisce il primo ministro Édouard Philippe nel suo ex collegio nella Senna Marittima. Sono risparmiati anche profili molto interessanti, come Thierry Solère, organizzatore delle primarie della destra, che ha dichiarato di “non essere all’opposizione di questo governo”, o i deputati che prendono il posto di Xavier Bertrand, repubblicano e presidente della regione Hauts-de-France, a lungo corteggiato (apparentemente senza successo) da Macron e Christian Estrosi, repubblicano, ex presidente della regione Provence-Alpes-Côte d’Azur e ora tornato a fare il sindaco di Nizza.

Ma Macron non ha risparmiato solo repubblicani: gli ex ministri di Hollande Stephane Le Foll, Miriam El Khomri e Marisol Touraine non hanno concorrenti nel loro collegio così come Sylvia Pinel, ex candidata alle primarie del partito socialista in gennaio e presidente del Parti Radical de Gauche. L’obiettivo è quindi cercare di vincere la maggioranza delle circoscrizioni in cui En Marche! ha presentato candidati avendo una sorta di riserva rappresentata dai personaggi sopra citati. È chiaro che però, in alcuni casi, il sostegno alla maggioranza presidenziale verrà concesso dopo accordi su ministeri o punti specifici del programma.

Il caso Valls
Manuel Valls è stato primo ministro per due anni e mezzo durante la presidenza di Hollande, per poi dimettersi a dicembre per partecipare alle primarie del partito socialista, primarie che ha perso contro Benoît Hamon. Dopo lunghi mesi passati in silenzio ha deciso di non rispettare l’impegno preso durante la competizione interna (chi perde si impegna, chiaramente, a sostenere il vincitore) e dichiarare il proprio sostegno a Macron. Questa scelta ha poi determinato un’accelerazione a partire dal giorno successivo l’elezione, quando Valls ha esplicitamente detto in radio di essere il candidato della maggioranza presidenziale nella sua circoscrizione dell’Essonne. La dichiarazione ha creato non pochi problemi nell’entourage di Macron che detesta l’ex primo ministro. Per due giorni si sono succeduti in tv tutti i luogotenenti a colpi di “non ci risulta”, “non ha i requisiti”, “Valls non è un profilo diverso dagli altri, deve depositare la sua candidatura e noi dobbiamo esaminarla”, “non siamo un impianto di riciclaggio”. Insomma un “grazie ma no, grazie”.

Alla fine il problema è stato risolto da Emmanuel Macron in persona. Macron, che non ama (eufemismo) Valls, ha ben presente che la sua maggioranza potrà essere precaria, o che in ogni caso cinque anni sono lunghi e la sua presidenza avrà bisogno di tutti. Alla fine è stato trovato un compromesso: Valls non è candidato di La République En Marche ma non avrà alcun marcheur a contendergli la circoscrizione. La stessa scelta è stata fatta dal Partito socialista. Se è vero che questa può sembrare un’investitura mascherata, sarà difficile che Valls crei un gruppo parlamentare all’Assemblea: tutti i deputati considerati “vallsisti” hanno un candidato En Marche! avversario nella loro circoscrizione. Insomma la scommessa di Manuel Valls, cioè creare un gruppo all’Assemblea per essere determinante negli equilibri di governo, sembra difficile da vincere.

I problemi dei repubblicani

L’irruzione di una forza politica come En Marche! al centro ha prima vampirizzato i socialisti e ora sta causando grandi difficoltà ai Repubblicani. Il leader designato dall’ufficio politico del partito per le prossime legislative è François Baroin, chirachiano prima, sarkozysta poi, al fianco di Fillon durante lo scandalo della moglie. Baroin è interprete di una linea di dura opposizione a Macron, ha votato per lui al ballottaggio come tutto il partito, ma non intende collaborare con il nuovo presidente e sta conducendo una campagna con l’obiettivo di ottenere la maggioranza assoluta all’Assemblea e imporre una coabitazione a Macron.

La nomina di Philippe come primo ministro, e dei repubblicani Le Maire e Darmanin in due ministeri chiave (Economia e Budget) è chiaramente un forte segnale per gli elettori della destra moderata e costringerà i repubblicani a condurre una campagna sempre più intransigente e a destra per recuperare i voti del Front National. Un ulteriore passo verso un’opposizione a prescindere e una radicalizzazione del partito e del suo elettorato di riferimento già denunciata da Alain Juppé durante la campagna presidenziale. In questo senso la strategia di Macron pone un problema più a lungo termine: svuotando e inglobando i partiti tradizionali si rischia di lasciare l’alternanza agli estremi e non ad un altro partito di governo. È forse presto per parlarne in maniera approfondita, ma è uno degli effetti collaterali del macronismo da iniziare a considerare.

Il personaggio della settimana

foto 3

David Pujadas è uno dei volti televisivi più noti. È uno dei due conduttori de L’Émission Politique, il lungo talk show più volte citato in questa newsletter, ma è soprattutto il presentatore storico del tg delle 20 di France 2. Mercoledì è stato annunciato che non presenterà più il tg e sarà sostituito da Anne-Sophie Lapix, la presentatrice di C à Vous, un programma di attualità molto conosciuto. Non sono state date spiegazioni dalla direzione di France Televisions oltre ad una generica volontà di ringiovanire la rete. Pujadas è una sorta di Enrico Mentana francese, è giusto quindi che voi sappiate chi sia.

Consigli di lettura

Un lungo riassunto del JDD su tutte le circoscrizioni lasciate libere da La République En Marche e sui motivi che hanno portato a queste scelte, molto diversi a seconda dei casi;

-Il filosofo Raphaël Glucksmann ragiona sulla scelta dei simboli di Emmanuel Macron, e si augura un nuovo rinascimento europeo;

-Ellen Salvi ha scritto un lungo ritratto di Édouard Philippe, nuovo primo ministro di Macron con cui condivide un carattere trasgressivo e spesso sopra le righe;

-Per Bruno Le Maire essere stato nominato ministro dell’Economia è una rivincita personale. La storia è raccontata da Judith Waintraub, la giornalista del Figaro che si occupa della destra.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

Se questa newsletter ti è stata utile consigliala ad un amico, o condividila su Facebook, puoi usare questo link!

Se hai una domanda, una critica o un’osservazione, scrivimi a francescomaselli@live.it

Se vuoi commentare l’articolo, puoi farlo su www.hookii.it che ospita ogni settimana questa newsletter. Ci trovi moltissimi altri articoli interessanti, per cui consiglio di farci un giro.

Mi trovi anche su Facebook e su Twitter

Qui le puntate precedenti.

Standard
Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, edizione straordinaria: la Francia in marcia o la Francia al fronte?

Edizione straordinaria della newsletter sulle presidenziali francesi.  Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

1-Il dibattito di mercoledì ha visto Marine Le Pen molto aggressiva, forse troppo. Analizziamo la strategia della candidata del Front National;

2-I sondaggi confermano che Emmanuel Macron è favorito.

1-Il dibattito

Come sapete, mercoledì i due candidati hanno animato il grande dibattito che tradizionalmente viene organizzato tra primo e secondo turno. È stato il settimo dibattito televisivo della V Repubblica, il primo si tenne nel 1974 tra Valéry Giscard d’Estaing e François Mitterrandm e solo una volta, nel 2002, il confronto non ebbe luogo per il famoso rifiuto di Jacques Chirac di dare cittadinanza alle idee del Front National e del suo candidato Jean Marie Le Pen.

Non serve che io vi faccia il riassunto di quanto è stato detto nelle 2 ore e 40 di confronto, ma potete leggere l’analisi del Monde e il riepilogo del Post. Ci sono però alcune cose che è interessante notare. Per quale motivo Macron ha accettato di dibattere con Le Pen? L’opzione contraria, e cioè rifiutare il confronto, era politicamente impraticabile: i due si erano già affrontati due volte, sia nel dibattito a 5 che in quello a 11, e un rifiuto a questo punto della campagna elettorale sarebbe stato inspiegabile. In più, come ha spiegato lo stesso Macron la mattina successiva, era suo interesse ribattere punto su punto alle insinuazioni e agli insulti di Marine Le Pen. Il Front National è ormai all’interno del paesaggio politico, che piaccia o meno; Macron ne ha semplicemente tratto le conseguenze.

La seconda e più importante riflessione riguarda la strategia che ha tenuto Marine Le Pen durante il dibattito. Della dédiabolisation, la normalizzazione del Front National, abbiamo parlato più volte e l’atteggiamento tenuto da Macron durante il dibattito ne è stata l’ennesima conferma. Solo una volta Macron ha posto l’accento sulla storia del partito lepenista, solo una volta ha usato l’espressione “estrema destra” per definirlo, persino in un contesto molto teso e molto aggressivo. Il nuovo clivage, il nuovo bipolarismo progressisti/conservatori, apertura/chiusura è rivendicato anche dal leader di En Marche!, quindi uno scontro del genere è persino funzionale perché giustifica e rafforza le sue posizioni politiche.
Sicché se il punto di partenza era la dédiabolisation, Marine Le Pen ci ha sorpreso tutti. Da quando è stata eletta, la leader del Front National ha dedicato tutti i suoi sforzi alla normalizzazione del partito: ha mandato in televisione persone rispettabili come Florian Philippot, Nicolas Bay e la nipote, Marion Maréchal Le Pen; ha “ucciso il padre” Jean Marie, con cui persino i rapporti personali sembrano compromessi, escludendolo dal partito e dichiarando più volte che le sue prese di posizione, i suoi toni e i suoi modi non hanno più cittadinanza nel Front National. Ha trasformato il partito lepenista nel partito marinista. Sul plateau di TF1 questa strategia è andata completamente in pezzi. Marine Le Pen non ha quasi mai lasciato parlare il suo avversario, l’ha insultato, deriso, accusato di nefandezze non meglio identificate, ha insinuato che Macron potrebbe avere un conto segreto alle Bahamas o essere complice del fondamentalismo islamista. La candidata del Front National ha rotto tutte le regole dei dibattiti televisivi disturbando persino l’appello finale del suo avversario e rendendo l’esercizio molto faticoso da seguire per chi era a casa.

Il dibattito doveva servire a trasformare Marine Le Pen da un candidato di protesta radicale in un candidato di potere, doveva rassicurare chi ancora vede la sua candidatura solo come un modo di esprimere la propria collera. Marine Le Pen rappresentava quest’aspirazione rispetto al padre: esercitare il potere riuscendo a conquistare la massima magistratura dello Stato. E invece non ha mai assunto questa postura e non ha mai dato l’impressione nemmeno di volerlo fare. Le 2 ore e 40 passate di fronte ad Emmanuel Macron hanno visto un cambio di rotta talmente brusco da apparire cacofonico e per molti incomprensibile.

 

 

 

Chi di voi è appassionato di politica americana può paragonare questo atteggiamento a quello tenuto da Donald Trump. Ma credo che in questo caso non sia molto calzante: Trump era quel tipo di candidato, una persona che ha rivendicato più volte la necessità di rompere tutti gli schemi, che aveva costruito un personaggio in tal senso. Trump faceva Trump. Marine Le Pen al contrario aveva costruito un profilo diverso, aveva speso anni per rendere la sua immagine più accettabile e far dimenticare il cognome pesante che porta (sparito da tutti i manifesti elettorali da quasi un anno ormai).

Per questo comportamento ci sono due possibili spiegazioni. La prima è che Marine Le Pen abbia ritenuto che fosse necessario adottare una tattica à la Trump come dicevamo: insultare il sistema, smascherarlo, “cantargliene quattro”. Insomma rompere tutte le regole del gioco, un gioco finora fasullo tra “due candidati del sistema che erano d’accordo su tutto o quasi”. Portare la contrapposizione fino all’esasperazione, delegittimare chi le era seduto di fronte, ridere di continuo, mostrarsi contraria persino quando Emmanuel Macron ha evocato una maggiore attenzione da parte dello Stato alle persone portatrici di handicap. Questa prima spiegazione è stata data direttamente da Marine Le Pen, interrogata da Jean Jacques Bourdin la mattina dopo proprio sulla sua inattesa aggressività.

Una seconda spiegazione è invece più sottile: Marine le Pen ha interiorizzato che perderà, che i più di 20 punti di distacco registrati dai sondaggi non possono essere colmati. Ha capito che non può sovvertire il pronostico visto che nemmeno dopo una prima settimana di campagna elettorale entusiasmante è riuscita a invertire la tendenza in maniera decisiva. Il suo dibattito è stato quindi un preludio, in più di 2 ore, di come verrà impostata l’opposizione ai prossimi cinque anni di presidenza Macron: un attacco violento e continuo senza esclusioni di colpi.

L’obiettivo privilegiato di questo atteggiamento, che a guidarlo sia stata la prima o la seconda strategia, è chiaramente una parte degli elettori che al primo turno ha votato per Mélenchon. Mi riferisco a chi ha scelto il candidato della France Insoumise per le istanze protestatarie e radicali che incarnava e che quindi non ha alcun motivo per votare per Emmanuel Macron. Il problema è che, come spiegano i sondaggi pubblicati da Elabe subito dopo il dibattito, il 66 per cento di chi l’ha guardato e ha votato Mélenchon al primo turno ha giudicato molto più convincente Macron rispetto a Marine Le Pen. Questo non vuol dire che queste persone automaticamente voteranno per l’ex ministro dell’economia ma vi dà l’idea dei risultati della strategia di Marine Le Pen, che tra l’altro ha deluso una parte non indifferente dei suoi simpatizzanti visto che il 12 per cento ritiene che Emmanuel Macron sia stato più convincente (guardate il dato eguale e contrario).

Sondaggio 1

Ah, vi ricordate di Nicolas Dupont-Aignan, il primo ministro già designato in caso di vittoria di Marine Le Pen? Onnipresente in tv fino al dibattito, da mercoledì notte è letteralmente introvabile.

2-Cosa dicono i sondaggi?

Sondaggio 2.png

Il sondaggio è stato realizzato dall’istituto Ipsos

Come vedete la buona prestazione nel dibattito di Emmanuel Macron si traduce in un netto miglioramento nelle intenzioni di voto; la partita sembra scontata tanto che, come ha titolato il Figaro, “i macronisti si vedono già all’Eliseo”, e Macron ha detto stamattina di aver scelto il suo primo ministro, che sarà comunicato subito dopo la cerimonia del passaggio dei poteri. La cerimonia si terrà entro la mezzanotte del 14 maggio, cioè una settimana dopo il risultato del secondo turno.

Inutile che vi ricordi le incognite che pesano sull’esito delle elezioni, l’astensione, il comportamento di chi non ha votato per Macron al primo turno, la collera che si percepisce nel paese. Di certo, se la settimana scorsa Marine Le Pen era stata protagonista di un’ottima campagna, in questi ultimi giorni è stata molto meno efficace.

Torniamo però al voto del 23 aprile. Come avevamo già analizzato, il primo turno ha dimostrato quanta distanza ci sia tra il voto della campagna e il voto delle città. Questo grafico indica quanto, all’allontanarsi dai centri urbani, il voto per Macron crolli, e come accada invece il contrario per Marine Le Pen. La cosa interessante è che Macron resta molto forte anche nella cosiddetta “cintura esterna” cioè nelle periferie e nei comuni confinanti con le grandi città.

grafico 1.png

In questo altro grafico potete notare invece la grandissima progressione del Front National guidato da Marine rispetto al padre nelle zone rurali. Quello che impressiona però è il dato stabile nelle grandi città, mai cambiato (avevamo già notato che a Parigi addirittura Le Pen perde voti rispetto al 2012).

grafico 1.png

In questo altro grafico potete notare invece la grandissima progressione del Front National guidato da Marine rispetto al padre nelle zone rurali. Quello che impressiona però è il dato stabile nelle grandi città, mai cambiato (avevamo già notato che a Parigi addirittura Le Pen perde voti rispetto al 2012).

grafico 2.png

Questa mappa invece è secondo me molto interessante: indica com’è cambiata la percezione del ritardo economico della loro regione da parte dei francesi; è confrontata la loro opinione del 2015 rispetto al 1963.

Mappa 1.png

I due grafici e questa mappa sono stati elaborati dall’istituto Ifop

Adesso confrontate questa mappa che avete appena visto con i risultati elettorali del 23 aprile. È abbastanza impressionante.

mappa 2

Un po’ di informazioni per la giornata di domenica. Io seguirò i risultati al comitato di Macron, sarò spesso in collegamento con rainews24 e commenterò con voi quello che sta succedendo su twitter con l’hashtag #maratonamaselli. Alle 23.20 sarò poi ospite allo speciale del tg1 per commentare i risultati.

Infine, da oggi mi trovate in edicola su Pagina 99. Con Gabriele Carrer e Alberto Bellotto abbiamo indagato la crisi di iscritti dei partiti europei in Francia, Italia e Regno Unito. Qui l’editoriale di Gabriella Colarusso che spiega il nostro lavoro e il contenuto dello speciale.

Schermata 2017-05-05 alle 18.43.49.png

Per oggi è tutto, noi ci sentiamo lunedì mattina, per commentare i risultati!

Se questa newsletter ti è stata utile consigliala ad un amico, o condividila su Facebook, puoi usare questo link!

Se hai una domanda, una critica o un’osservazione, scrivimi a francescomaselli@live.it

Se vuoi commentare l’articolo, puoi farlo su www.hookii.it che ospita ogni settimana questa newsletter. Ci trovi moltissimi altri articoli interessanti, per cui consiglio di farci un giro.

Mi trovi anche su Facebook e su Twitter

Qui le puntate precedenti.

Standard
Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentunesima settimana: Macron/Le Pen al ballottaggio

Trentunesima edizione della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Risultati

È il febbraio del 2016, Emmanuel Macron è il giovane e brillante ministro dell’economia di François Hollande, unico volto popolare in un governo al capolinea e in conflitto continuo con la società francese. Il giovane ministro è ambizioso e comprende che esiste un vuoto politico da colmare: la Francia è pronta per un grande cambiamento, per una nuova avventura politica al di fuori delle logiche dei due principali partiti, stanchi e sfibrati da anni di faide interne. Così Macron inizia discretamente a organizzare incontri con politologi e sondaggisti: vuole valutare quanto una sua candidatura alle presidenziali sia praticabile.

In quel febbraio è ricevuto da molti esperti, come mi ha raccontato uno di loro, tutti con la medesima lista di “motivi per cui è impossibile farcela”, motivi che chi segue questa newsletter da un po’ conosce bene: mai eletto, senza partito, senza esperienza, senza soldi, rappresentante di una posizione politica, quella centrista, mai stata maggioranza nel paese. Alla lista a lui opposta Macron esclama, quasi sorpreso: “sì, ma tutte queste cose le sapevo già!”, e allo stupore del politologo di turno replica subito, con un lampo di follia nello sguardo “mais c’est le moment”, è il momento, o lo faccio adesso o non lo faccio più, il 2022 è troppo lontano. C’est le moment per fondare un partito nuovo, candidarsi in autonomia e conquistare l’Eliseo contro ogni pronostico e contro ogni ragionevolezza.

La scommessa era ardita, perfino incosciente per un trentottenne ai primi passi in politica, all’inizio di una promettente carriera vista la capacità di tessere relazioni, il brillante percorso nel settore privato, la notorietà acquisita grazie ai ruoli pubblici. La scommessa era già stata persa da François Bayrou, oggi al suo fianco, che nel 2007 aveva dato l’impressione di poter spezzare il bipolarismo socialisti-gollisti ma alla fine si era dovuto arrendere ad un ottimo quanto inutile 18,5 per cento; la scommessa era cominciata senza grande clamore nell’aprile del 2016 in una piccola sala con 500 persone ad Amiens, la sua città natale, una sorta di riunione di famiglia, con gli amici di sempre, qualche compagno di scuola, qualche curioso per “il figlio dei Macron che oggi è ministro e domani chissà”, e oggi continua a Porte de Versailles, con 1000 giornalisti accreditati, migliaia di persone in festa, gli occhi del mondo su di lui. La scommessa è stata vinta, EM, Emmanuel Macron, En Marche! è al secondo turno, è favorito, può vincere, può conquistare l’Eliseo dopo aver rotto tutte le regole della quinta repubblica tranne, forse, una: la presidenziale è l’incontro di un uomo con il popolo, non un affare tra partiti. Non esiste elezione più verticale di questa, Macron l’ha interpretata alla perfezione.

Sullo sfondo, il disastro dei socialisti, al 6,3 per cento, pericolosamente vicini al “piccolo candidato” Nicolas Dupont-Aignan che sfiora il 5 per cento, e il naufragio dei repubblicani, traghettati verso la disfatta da François Fillon e vicini all’implosione, stretti come sono tra l’estrema destra di Marine Le Pen e il “grand rassemblement” che animerà Emmanuel Macron per governare. E, infine: siamo sicuri che le primarie siano una buona idea?

(Dei tanti punti deboli di Macron ne parliamo domenica, ché qui non c’è spazio!)

Marine Le Pen è nella storia

Forse non vincerà Marine Le Pen, forse è vero che, come ha spiegato Brice Teinturier, è matematicamente e politicamente impossibile che il Front national vinca le elezioni il 7 maggio. Eppure Marine, la candidata della rose bleue, è l’altra grande trionfatrice di questo primo turno incerto e imprevedibile. Ieri sera si è chiusa la prima fase di un cammino cominciato nel 2011, l’anno zero del frontismo depurato, della dédiabolisation: lo sdoganamento è compiuto, un fatto epocale come il Front national al ballottaggio è derubricato a non-notizia, nessun grande giornale titola con sorpresa tranne l’Humanité, il duello con Marine Le Pen è un fatto, scontato. Marine Le Pen è legittimamente all’interno del sistema politico francese, detta i temi del dibattito, si appoggia sull’altra rivoluzione, quella macronista, antagonista perfetta per caratterizzare il suo progetto.

Foto 2.png

La candidata del Front national ha partecipato ai dibattiti tv senza che nessuno sottolineasse la sua estraneità ai valori comuni della République; ha reso ineluttabile e quasi normale essere lì, a giocarsi il ballottaggio per la carica che fu di de Gaulle, Giscard d’Estaing e Pompidou; può sorridere vedendo la debolezza del barrage repubblicano cui volta le spalle Jean-Luc Mélenchon, che non dichiara il proprio voto mettendo sullo stesso piano il Front national e En Marche!, lo stesso Mélenchon che dopo il disastro del Partito Socialista di Lionel Jospin e l’arrivo di Jean Marie Le Pen al ballottaggio nel 2002, chiese di votare per Chirac, andò in depressione e smise di fumare; lui che di pacchetti al giorno ne consumava non uno, non due, ma tre.

È per questo che ieri, nel feudo di Hénin-Beaumont, i frontisti festeggiavano come se avessero vinto nonostante i risultati non eccezionali che vedono un sostanziale arretramento rispetto alle regionali 2015, quando il partito arrivò al 27 per cento sulla scia di una dinamica elettorale senza precedenti. Si festeggia la legittimità, la capacità di essere stati al centro del dibattito, di averlo a tratti dettato, di aver, tra le altre cose, preteso e ottenuto che venisse rimossa la bandiera europea dallo sfondo dell’intervista “istituzionale” di Marine Le Pen a TF1. L’ambizione, nemmeno troppo nascosta, è prendere il posto della destra tradizionale; è diventare la nuova destra, nazionalista e sociale, che può avere come punto di riferimento il nume tutelare di quella quinta repubblica che ieri sera è crollata senza appello: de Gaulle, il generale sempre presente nei discorsi di Marine, e presente anche ieri nel suo commento a caldo dei risultati.

Il secondo turno resta per il Fronte una prova molto difficile, come alle regionali del 2015, quando arrivò in testa al primo turno in moltissime regioni, ma perse tutti i ballottaggi. Arrivarci rincorrendo, con una dinamica in flessione, rende il tutto ancor più complicato. Per vincere ha una sola strada: rendere il ballottaggio un referendum anti-establishment. La regola delle elezioni a due turni in Francia è la seguente: al primo turno si sceglie, al secondo si elimina. Questo ha voluto dire l’eliminazione costante del Front national, al secondo turno sempre penalizzato dal famoso barrage repubblicano, la coalizione di tutti i partiti contro il mostro lepenista. L’occasione, per Marine Le Pen, è presentare Macron come la quintessenza di quel sistema che una parte dei francesi vuole abbattere. Popolo contro élite, piccolo agricoltore contro banchiere, globalizzazione contro Francia, questa è l’unica strada che può tentare Marine Le Pen. Ne parleremo meglio, anche e soprattutto dopo i dibattiti televisivi che si terranno in queste due settimane. Dibattiti che, en passant, Jacques Chirac e Jean Marie Le Pen non animarono mai, perché nel 2002 con il Front national non si discuteva, perché non si legittima ciò che non si riconosce: “non si può accettare la banalizzazione dell’intolleranza e dell’odio”.

Veniamo ai numeri

Carta 1.png

Queste sono le mappe (elaborate dal Point) divise per dipartimento che confrontano i risultati del 2012 con quelli del 2017. Come potete notare c’è una sostanziale sovrapposizione del risultato di Hollande con quello di Macron e di Sarkozy con quello di Marine Le Pen con la rilevante eccezione del nord est, dove il Front national è agilmente sopra il 30 per cento. In questo contesto è interessante il voto di Parigi che, come vedete, ha premiato Macron ed ha visto l’arretramento di Marine Le Pen, che addirittura fa peggio del 2012.

Carta 2.png

Pazzesca la percentuale identica Hollande/Macron

I primi studi sulla sociologia del voto (la referenza è il sondaggio Ipsos) confermano la differenza marcata tra gli elettorati dei due candidati che si affronteranno al ballottaggio. Emmanuel Macron è il candidato degli ottimisti, di chi ha vinto la sfida della globalizzazione, di chi è più agiato e vive nelle grandi città; Marine Le Pen risponde invece alla Francia che è rimasta indietro e chiede protezione, ha un livello di reddito e di istruzione meno elevato, è pessimista su quanto succederà domani.

grafico 1.png

La domanda vuol dire, letteralmente, “come ve la passate con ciò che guadagnate?” Come vedete il 43 per cento di chi arriva a fine mese “difficilmente”, ha votato Marine Le Pen, il 32 per cento di chi arriva a fine mese “facilmente”, ha votato per Emmanuel Macron. Una spaccatura netta e profonda.

grafico 2

La domanda è “rispetto alla vostra generazione, come credete che vivranno le giovani generazioni future?” Anche qui c’è una grande spaccatura tra chi pensa che le cose andranno meglio e vota per Macron, 35 per cento, e chi pensa che invece andranno peggio e vota per Marine Le Pen, 25 per cento.

grafico 3

In questo ultimo grafico potete vedere il voto per categoria. Marine Le Pen fa il pieno tra gli operai, 37 per cento, e gli impiegati, 32 per cento, mentre Macron è il più votato tra i quadri, 33 per cento, e nelle professioni intermedie, 26 per cento.

-Breve punto della situazione alle 9.30, ora in cui invio la newsletter, i candidati sconfitti si sono espressi così: Fillon, Hamon e Arthaud voteranno e faranno votare per Macron, Poutou, Mélenchon e Dupont-Aignan non si sono espressi.

Fatemi chiudere con una considerazione personale. Se sono riuscito a raccontarvi queste elezioni in modo utile è perché ho studiato moltissimo, ho letto, chiesto pareri, ascoltato conferenze su youtube, guardato talk show e interviste senza smettere mai. Ma soprattutto ho parlato con le persone, ho ascoltato le loro paure e le loro aspirazioni, le loro ossessioni e le loro speranze; ho litigato con parecchi militanti, qualche addetto stampa un po’ stronzo, con i ritardi della SNCF e i miei, ché sono una frana con le scadenze; ho preso i fischi a quasi ogni comizio di Fillon e Le Pen, con candidato e sostenitori che urlavano contro la “stampa di regime”. In tutto ciò, ma lo sapete e lo avete capito, mi sono divertito moltissimo.

Insomma, se questa newsletter ha avuto un piccolo successo è perché mi ha consentito di fare quello che i giornali tradizionali non fanno più e non fanno fare ai loro corrispondenti, alcuni bravissimi e sprecati. In quasi tutti i comizi dove sono andato (ne ho contati ventisei, da gennaio ad oggi) ero l’unico italiano, stessa cosa alle conferenze stampa, alle riunioni pubbliche dei militanti. In televisione a parlare di Francia ci sono persone che hanno messo piede solo al Marais (magari dieci anni fa) e utilizzano ciò che sta accadendo qui per parlare di Italia, del tweet di Salvini sull’attentato e #ForzaMarine, di Renzi che copia En Marche! e fa In Cammino. Succede perché è sempre stato così, nessuno si è mai posto il problema e se nessuno lo pone il dibattito resta noioso e inutile così com’è. Mi pare giusto che questa piccola comunità di 1324 persone cominci a porselo e ad essere più esigente con chi fa informazione così come lo è, giustamente, con me, che la settimana scorsa ho sbagliato a scrivere de Villepin e sono stato, giustamente, redarguito. So che sono iscritti parecchi direttori di giornali, radio e tv: il problema ponetevelo anche voi.

Infine il tweet geniale della serata, con i sondaggi che ci hanno preso al millimetro. A Gabriele, che cura una newsletter sulla politica inglese (e iscrivetevi no? Che tra due mesi si vota!), è venuta l’idea geniale di usare l’hashtag #maratonamaselli per la serata di ieri. Siamo finiti in Trend Topic, quindi grazie davvero a tutti!

Foto 3.png

Ah, ultima cosa: il 28 aprile esce il nuovo numero di IL-Idee e lifestyle del Sole 24 Ore. Ci trovate anche un mio pezzo, ci vediamo in edicola!

Per oggi è tutto, noi ci vediamo mercoledì a Torino al circolo dei lettori con Lorenzo Pregliasco di Youtrend, giovedì a Milano alle 18.30 alla libreria Temporibus Illis con Lia Quartapelle e Giuliano da Empoli, venerdì a Roma alle 17 al LOFT della Luiss con Simone Massi.

La newsletter torna, come sempre, domenica!

Se questa newsletter ti è stata utile consigliala ad un amico, o condividila su Facebook, puoi usare questo link!

Se hai una domanda, una critica o un’osservazione, scrivimi a francescomaselli@live.it

Se vuoi commentare l’articolo, puoi farlo su www.hookii.it che ospita ogni settimana questa newsletter. Ci trovi moltissimi altri articoli interessanti, per cui consiglio di farci un giro.

Mi trovi anche su Facebook e su Twitter

Qui le puntate precedenti.

Standard
Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentesima settimana: viva le campagne elettorali!

Ventinovesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Quattro candidati possono qualificarsi al ballottaggio. La situazione è inedita e difficilmente prevedibile. Come ci siamo arrivati?

2-Jean-Luc Mélenchon continua a recuperare nei sondaggi. Cosa rappresenta il candidato della France Insoumise?

1-Viva le campagne elettorali!

Questa newsletter, che con grande fantasia ho battezzato Présidentielle2017, è cominciata il 25 settembre 2016. Se mi avessero detto che avrei assistito in prima persona ad una delle campagne elettorali più strane e imprevedibili della quinta repubblica francese ci avrei creduto, perché le premesse per un’elezione diversa dalle altre c’erano tutte. Ma che arrivassimo al punto in cui siamo oggi, con quattro candidati in pochissimi punti a una settimana dal voto era impensabile. Guardate questo sondaggio e per una volta ignorate i numeri, ma fate attenzione ai nomi.

Sondaggio 1

La situazione attuale è invece questa

Sondaggio 2

Il sondaggio è stato condotto dall’istituto Ipsos

Sono scomparsi due ex presidenti della repubblica (Hollande e Sarkozy) e due ex primi ministri (Juppé e Valls, che non era inserito in questo sondaggio ma iniziava ad apparire in alcune simulazioni). I candidati dei due principali partiti, Benoît Hamon e François Fillon, non figuravano nemmeno tra i possibili nomi in corsa.

Ci sono due insegnamenti che possiamo trarre da queste istantanee. Il primo è che il sistema politico che ha retto il paese dal 1958 ad oggi è completamente saltato. Tra i quattro candidati che possono aspirare alla qualificazione al ballottaggio solo uno, François Fillon, è il leader di un partito tradizionale, che tra l’altro ha scalato da outsider; Marine Le Pen rappresenta il partito erede del governo collaborazionista di Vichy, quel Front national considerato fino a pochi anni fa una vergogna nazionale; Emmanuel Macron è un giovane funzionario di 39 anni, ex banchiere, che ha fondato un movimento politico un anno fa con l’esplicito proposito di andare oltre le divisioni tradizionali destra-sinistra; Jean-Luc Mélenchon è il candidato della sinistra radicale, un politico di lungo corso che ha lasciato il partito socialista dopo anni di cocenti e umilianti sconfitte ai congressi interni.

Forse non cambierà il sistema istituzionale con cui funziona la Francia, avremo ancora un Presidente della Repubblica eletto a suffragio universale e un Parlamento eletto con un maggioritario a doppio turno, ma il sistema dei partiti che vedremo affermarsi dopo il 7 maggio sarà completamente diverso. È fisiologico che gli attori politici cambino e le esperienze ideologiche arrivino ad una conclusione: probabilmente è questo che ho raccontato e visto in questi mesi, insieme a voi che come me vi siete divertiti, siete stati sorpresi dagli scandali e dai colpi di scena, e ora siete curiosi di capire come va a finire.

Sullo sfondo François Hollande, un presidente talmente impopolare da suscitare non odio, non rabbia ma indifferenza e talvolta ironia. François Hollande, primo Presidente della Repubblica a non poter difendere il suo mandato, distrutto dalla sua vanità e dalla sua incapacità di farsi comprendere dai francesi. François Hollande, che continua a dare interviste ai giornali commentando serenamente l’attualità politica come fosse un editorialista, giudicando i vari candidati e lasciando intendere qual è la sua preferenza: Emmanuel Macron, autore di una scommessa politica “coraggiosa” e dopotutto “in continuità” con la sua presidenza. François Hollande, il Capo dello Stato più impopolare della storia che ha concluso il suo mandato, ironia della sorte in una campagna segnata dagli scandali, senza essere toccato nemmeno da un’inchiesta o da un sospetto.

L’altro insegnamento, tale per la tendenza a considerare i sondaggi come degli oracoli, è che le campagne elettorali servono a modificare le preferenze dei cittadini, a imporre temi all’opinione pubblica. Il modo in cui sono gestiti i mesi precedenti allo scrutinio può far vincere o perdere un’elezione. Affrontare una campagna presidenziale è un esercizio lungo ed estenuante dove nulla è acquisito: ogni voto va conquistato e poi difeso. Esistono favoriti, non esistono vincitori designati. Sono molte le analisi sulla “società liquida”, sui punti di riferimento sempre meno validi e sulle fluttuazioni delle nostre preferenze. Le curve dei sondaggi degli ultimi due mesi ne sono una dimostrazione empirica.

Sondaggio 3

2-Cosa rappresenta il candidato della France Insoumise

Mercoledì sono andato a Lille, una piccola città del nord-est vicina al confine belga, dove ha tenuto un grande comizio Jean-Luc Mélenchon. Nella grandissima sala allestita dagli organizzatori c’erano dodicimila sedie, tutte occupate, più un migliaio di persone rimaste in piedi. Come d’abitudine ai meeting di Mélenchon in molti sono rimasti all’aperto a seguire il comizio sul maxischermo (al freddo e al vento, tra l’altro), perché non c’erano più posti all’interno, a dimostrazione di quanto il leader della France Insoumise susciti curiosità. Anche a Strasburgo, in un altro comizio che sono andato a seguire a febbraio, non tutti riuscirono a entrare ma non c’erano maxischermi. Risultato? Mélenchon parlò per un’ora da un piccolo palco di fortuna allestito nella piazza riempita dai suoi sostenitori, prima di entrare e parlare a chi lo aspettava in sala per altre due ore e mezza. Una maratona di tre ore e mezza.

Foto 1

Ecco il Maxischermo

Andare ad un comizio di Mélenchon è molto interessante e istruttivo.  La prima cosa che ho notato è la partecipazione: ci sono sempre più persone di quanto i palazzetti ne possano contenere, all’entrata i militanti della galassia che compone il cartello della sinistra distribuiscono giornali, libri e il programma del candidato. Sono tutte situazioni che agli incontri degli altri candidati si presentano molto meno, o per nulla. Durante il discorso sono tutti attentissimi, in silenzio: il leader parla per due ore di fila, senza mai fermarsi, con un foglietto dove ha scritto la scaletta che guarda di tanto in tanto,   giusto per ricordare quali sono gli argomenti che dovrà trattare. Per intenderci, Marine Le Pen e François Fillon salgono sul palco con il discorso e leggono quanto devono dire, alzando di tanto in tanto la testa per guardare l’uditorio.

La seconda cosa che ho notato mercoledì è la sorpresa. Quando andavo ai comizi di Mélenchon a febbraio trovavo un popolo di convinti, di persone che hanno sempre votato sinistra radicale e come al solito orgogliosamente rassegnate alla testimonianza. Adesso invece si respira entusiasmo, quasi incredulità: “La rivoluzione la possiamo fare davvero, nessuno ci credeva, nemmeno io che seguo la campagna da ottobre” mi ha spiegato una ragazza che lavora nello staff. E poi, sintomo della grande dinamica positiva che sta caratterizzando la campagna di Mélenchon, si incontrano i curiosi, gli indecisi.

Persone che fino a poche settimane fa non avevano nemmeno letto il programma della France Insoumise “tanto non ce la farà mai”, ora partecipano ai comizi per capire meglio cosa propone un candidato che dopotutto potrebbero votare, perché “Hamon ormai è fuori dai giochi” e Macron poteva piacere ma “Mélenchon è davvero di sinistra, e a questo punto perché non dargli una possibilità”.  Non si incontrano solo simpatizzanti di sinistra però, ma anche qualcuno che potrebbe votare Marine Le Pen, una cosa che ho trovato abbastanza sorprendente in un ambiente che a prima vista sembrava molto di sinistra.

Foto 2.png

Il palco è sotto quel cubo che vedete al centro con gli schermi

La conversazione che ho avuto con Didier, commerciante di Lille, è stata rivelatrice su quanto spesso diamo per scontato le idee di chi abbiamo di fronte. Spesso chiedo alle persone che incontro cosa voterebbero al secondo turno; l’ho fatto anche stavolta, ma presupponendo l’avversione al Front national del mio interlocutore, chiedendo quindi “al ballottaggio andrà a votare contro il Front national o si asterrà?”. L’intervistato, venuto al comizio da solo, prima di rispondere si è guardato intorno, come impaurito che qualcuno potesse sentirlo, e poi ha detto: “guardi che al secondo turno voterei Mélenchon o Marine Le Pen. Il sistema non funziona più, voterò per chi promette di farlo saltare”.

Mélenchon rappresenta un fenomeno strano. Ha 65 anni, è in politica da quando ne ha 17, è stato ministro, funzionario di partito e leader della minoranza socialista per decenni. Non è un personaggio nuovo anzi, per certi versi potremmo definirlo “arcaico”. Eppure è riuscito a presentarsi come una vera novità, come qualcuno in grado di “sortir les sortants”, mandare a casa chi ha gestito il potere fino ad oggi. Oltre al successo nei dibattiti di cui abbiamo parlato nelle scorse puntate, Mélenchon ha dimostrato di essere molto a suo agio con le nuove tecnologie, oltre ad avere un’équipe di campagna innovativa e a tratti geniale: il 5 febbraio ha parlato da Lione e in contemporanea è apparso, in ologramma, a Parigi.

 

L’idea ha riscosso un successo notevole, tanto che per martedì prossimo sono previsti 6 “meeting in ologramma”: Mélenchon sarà quindi a Digione, di persona, e contemporaneamente a Nantes, Clermont-Ferrand, Grenoble, Nancy, Port à la Reunion e Montpellier.

Ha avuto poi la capacità di portare al centro del dibattito pubblico idee talmente superate o trascurate da apparire nuove, anche se nuove non sono. Ciò che propone Mélenchon non è rivoluzionario o utopista come il reddito universale di esistenza proposto da Benoît Hamon, è pienamente nella tradizione della “gauche de la gauche”, finora minoritaria nel paese ma sempre esistita. Nel suo programma, l’Avenir en Commun, si leggono proposte come il divieto di licenziamenti collettivi per motivi economici, l’uscita totale dall’energia nucleare, una tassa del 100 per cento sopra una determinata soglia di reddito, il ritorno della pensione a sessant’anni.

C’è infine il punto sull’Europa: Mélenchon propone di riscrivere tutti i trattati europei per chiudere definitivamente la stagione dell’austerità, eliminare l’indipendenza della BCE in modo da poter svalutare l’euro rispetto al dollaro. Se non dovesse esserci accordo sui nuovi trattati il candidato della France Insoumise ha pronto il piano b, ciò che non aveva Alexis Tsipras e che ha portato al fallimento le sue trattative con l’Europa: l’uscita unilaterale dopo un referendum. Secondo Mélenchon è questa minaccia, unita al peso politico della Francia all’interno dell’Unione, che renderà credibile la sua proposta di riforma, che altrimenti non verrebbe presa sul serio.

Il personaggio della settimana

Foto 3

Nessun politico ha attirato la mia attenzione, per cui questa settimana vi segnalo Anne Nivat, giornalista freelance spesso inviata in zone di guerra (è stata in Cecenia, Iraq e Afghanistan). Nivat ha fatto un lungo viaggio in Francia cercando di capire com’è cambiata la vita quotidiana nei centri più piccoli, raccogliendo le interviste e le sue impressioni nel libro “Dans quelle France on vit”, in che Francia viviamo, uscito da poco. Se capite il francese consiglio di comprarlo perché spiega molto bene un paese che crediamo di conoscere e che invece spesso ignoriamo completamente.

Consigli di lettura

Un’interessante analisi del JDD sulle motivazioni di chi vota Front national. Secondo il settimanale si tratta ancora di un voto di “collera”;

-Secondo Contrepoints, il programma di Mélenchon è “un’aberrazione”. Hector Allain ha raccolto dieci punti particolarmente significativi, dal suo punto di vista.

-François Hollande ha rilasciato una lunga “intervista testamento” al Point in cui ha implicitamente detto che voterà per Macron. Secondo il Figaro il leader di En Marche! deve stare molto attento alle attenzioni del presidente, che porta un bilancio incoerente.

Per oggi è tutto, ma non ci sentiremo domenica prossima ché si vota. Come durante le primarie vi arriveranno due newsletter, una venerdì, per fare il punto della situazione e una lunedì, per commentare il risultato.

Se questa newsletter ti è stata utile consigliala ad un amico, o condividila su Facebook, puoi usare questo link!

Se hai una domanda, una critica o un’osservazione, scrivimi a francescomaselli@live.it

Se vuoi commentare l’articolo, puoi farlo su www.hookii.it che ospita ogni settimana questa newsletter. Ci trovi moltissimi altri articoli interessanti, per cui consiglio di farci un giro.

Mi trovi anche su Facebook e su Twitter

Qui le puntate precedenti.

Standard