Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventiquattresima settimana: la settimana più lunga di François Fillon

Ventiquattresima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-François Fillon ha passato la settimana più difficile da quando è candidato alla presidenza. Ormai il PenelopeGate tiene in ostaggio tutta la politica francese;

2-Emmanuel Macron ha presentato il suo programma giovedì mattina, ci sono cose interessanti ma a causa del punto 1 è passato in secondo piano.

1-Fillon è al capolinea?

“Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!”, è quanto grida Riccardo III  in una delle ultime scene dell’omonima tragedia di Shakespeare. Disarcionato e indifeso con la battaglia che infuria, il re inglese è pronto a rinunciare a quanto di più prezioso ha ottenuto dopo menzogne, inganni e assassinii pur di tornare in sella e evitare la sconfitta: vuole sfidare a duello Enrico Tudor conte di Richmond, sbarcato dalla Francia per reclamare il trono inglese. I due si scontrano sul campo di battaglia, ed è proprio Riccardo ad essere ucciso, diventando l’ultimo plantageneto a regnare sull’isola britannica.

Possiamo paragonare ciò che è successo a François Fillon negli ultimi mesi ad una tragedia in tre atti. Il primo atto chiuso con la rivincita dell’eterno numero due, trionfante alle primarie del suo partito dopo essere stato a lungo trattato con disprezzo da Nicolas Sarkozy e preso in giro dalla stampa e dalla politica francese per il suo scarso carisma. La victoire de Mr. Nobody titolano i giornali il giorno dopo il suo trionfo.

Il secondo atto comincia il 24 gennaio, con la rivelazione dell’impiego fittizio della moglie da parte del Canard Enchainé. Fillon reagisce in televisione difendendo la propria innocenza, indignandosi per un complotto mirato ad eliminare politicamente la sua persona e il suo programma, ponendo una sola condizione al suo ritiro: la messa in esame da parte della magistratura.

Mercoledì si apre il terzo atto, con l’annuncio in conferenza stampa di ciò che sembrava impossibile poche settimane prima: “il 15 marzo sono stato convocato dai giudici in vista della mia messa sotto esame, ma non mi ritirerò, non mi consegnerò, il mio unico giudice è adesso il popolo francese.” L’ultimo atto svela infine la vera natura del protagonista, diviso tra due scelte: redimersi o andare avanti fino in fondo, trascinando con sé nell’abisso la sua famiglia politica e i suoi elettori, convinti di aver trovato il giusto campione per riconquistare il potere dopo cinque anni di odiato hollandismo.

Il repubblicano ha riunito i suoi sostenitori in una grande manifestazione di piazza, per dimostrare di non essere solo, di avere ancora un popolo dalla sua parte. Non essendoci né regni né cavalli, oggi al Trocadero Fillon ha gridato: “la candidatura, la candidatura, la mia immagine pubblica per la candidatura!”.

Ma andiamo ai fatti, abbandonando le suggestioni teatrali.

Venerdì 24 febbraio, come sa chi ha letto l’ultima newsletter, Fillon aveva ricevuto la notizia dell’apertura di un’informazione giudiziaria e il contestuale insediamento dei tre giudici di istruzione che avrebbero dovuto decidere il prosieguo della sua inchiesta. Il candidato aveva però ignorato la notizia, cercando di imporre i suoi temi: pochi minuti dopo ha tenuto un discorso a Parigi non citando nemmeno una volta i suoi guai con la giustizia, e l’agenda comunicata alla stampa per la settimana successiva si concentrava sull’agricoltura, con dei sopralluoghi previsti in alcune importanti realtà agricole francesi e soprattutto con una passerella al Salone dell’Agricoltura -importante esposizione che si tiene a Parigi, a Porte de Versailles -, prevista per mercoledì mattina.

La visita al Salone dell’Agricoltura è però stata annullata all’ultimo momento, senza spiegazioni, con la contestuale convocazione di una conferenza stampa a mezzogiorno. Persino le persone più vicine al candidato non avevano idea del motivo; in molti, invitati nei talk show o nelle radio, hanno appreso la decisione in diretta, sembrando in evidente imbarazzo nel commentarla. Dopo voci incontrollate su una perquisizione in corso al suo domicilio – smentita – e un fermo di polizia per sua moglie – smentito anche quello -, Fillon ha preso la parola per 8 minuti, cambiando completamente strategia rispetto allo scandalo: ha preso di petto la situazione annunciando di essere stato convocato dai giudici il 15 marzo per essere messo sotto esame. Ha continuato dicendo che non si sarebbe ritirato, che non si sarebbe “consegnato” visto che è in corso un assassinio politico della sua persona e dell’elezione presidenziale, falsata visto il risultato della campagna di stampa e giudiziaria contro di lui.

Alla conferenza stampa sono seguite una valanga di dimissioni, in particolare quelle di tre pesi massimi della sua campagna: Bruno Le Maire, candidato alle primarie dello scorso autunno che si era subito schierato al fianco di Fillon al ballottaggio, Thierry Solére, organizzatore delle primarie e suo portavoce, Patrick Stefanini, direttore della sua campagna elettorale e principale artefice della vittoria di Fillon alle primarie (i due lavoravano insieme dal 2013). Nei giorni successivi si sono aggiunti Christian Estrosi, sarkozysta di peso presidente della regione PACA, Nadine Morano, ex ministro e parlamentare europeo, Jean Christophe Lagarde, presidente del partito di centro UDI con cui Fillon aveva appena chiuso un accordo per le elezioni legislative. Se volete potete conoscere i nomi di chi mollato Fillon in questo contatore costantemente aggiornato da Libération.

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Cosa si dice en coulisses, dietro le quinte? Molti giornalisti con cui ho parlato mi hanno spiegato che le defezioni più pesanti sono avvenute in privato: Valerie Pécresse, presidente della regione Ile de France (la regione parigina), onnipresente in tv a difendere il candidato in questo mese e sempre al suo fianco fino alla conferenza stampa di mercoledì, non si è presentata alla manifestazione; Gerard Larcher, presidente del Senato e fillonista da molti anni, era anch’egli assente. Entrambi non hanno rilasciato dichiarazioni, ma hanno con ogni probabilità deciso di lasciare la campagna con discrezione. La situazione al quartier generale repubblicano è surreale, dei 50 impiegati ne sono rimasti solo 10, come visto non c’è più il direttore della campagna, non c’è più il tesoriere, metà dei responsabili del suo comitato si sono dimessi.  Tutto ciò rende difficile mandare avanti la campagna anche dal punto di vista materiale.

Quello che complica ancor di più le cose è che la manifestazione di oggi è stata un relativo successo, Fillon ha mostrato di essere ancora in grado di mobilitare il suo elettorato, tra l’altro in un posto simbolico: il Trocadero è la piazza che riempì Nicolas Sarkozy nel 2012, nella sua grande rimonta contro François Hollande. Fillon ha parlato in maniera molto più moderata rispetto a mercoledì, non una parola contro i giudici, nessun attacco istituzionale al Presidente della Repubblica. In più, contrariamente a quanto aveva sbandierato finora, non ha detto che andrà fino in fondo, costi quel che costi. Il suo è stato un discorso fiero, ha ringraziato la parte della Francia che in queste ore si è stretta al suo fianco, ha ripetuto che il suo programma è il solo in grado di raddrizzare il paese. Stasera è poi intervenuto al TG delle 20.00 concedendo che la sua reazione di mercoledì è stata forse eccessiva, ma commisurata alla violenza degli attacchi. Ha confermato che non intende ritirarsi, ma ha ammesso che terrà in considerazione ciò che chiede il suo partito.

Cosa può succedere nelle prossime ore? Ci sono due piani da considerare, quello organizzativo, quello personale.

A-I problemi organizzativi

I repubblicani sono davanti a due difficoltà. Innanzitutto, per strano che possa sembrare, nel regolamento delle primarie non è previsto il caso in cui il candidato sia incapace di condurre la campagna elettorale fino in fondo. Questo non solo a causa di problemi politici, ma anche in caso di morte, malattia o qualunque altro fatto che ne impedisca la candidatura. Semplicemente il piano b non esiste. Questo vuol dire che una candidatura sostitutiva a quella di Fillon passa per un accordo tra le varie correnti molto litigiose dei repubblicani e, paradosso, le primarie sono state organizzate proprio per evitare un accordo molto difficile e scongiurare una frattura e due candidature della destra.

La seconda grande difficoltà è rappresentata dalle date. Le candidature si chiudono ufficialmente il 17 marzo, ultimo giorno utile per consegnare le firme al Consiglio Costituzionale. Fillon è stato convocato dai giudici di istruzione il 15 marzo per, come ha detto, essere messo sotto esame. Ma questa decisione non è scontata, i giudici potrebbero non ritenere necessario un passo del genere, che interviene solo se esistono “indizi gravi e concordanti”. Potrebbero addirittura archiviare la sua posizione, sembra improbabile al momento, ma è comunque una possibilità. Immaginiamo che domani il partito decide di sostituirlo con Juppé e il 15 marzo Fillon viene prosciolto da tutte le accuse: come si gestisce una situazione del genere? Immaginiamo anche la situazione inversa, Fillon è messo sotto esame in maniera ufficiale: non c’è tempo per trovare un altro candidato.

B-La personalità di Fillon

Il proprio vissuto in politica conta: siamo abituati a pensare che gli uomini politici agiscano razionalmente sulla base dell’interesse del paese o del proprio, a seconda dell’opinione personale che ne abbiamo. Ma non è solo e sempre così. Fillon ha quasi chiuso la sua carriera politica nel 2012 quando ha vissuto come un furto il congresso dell’allora UMP: sia lui che il suo avversario Jean François Copé reclamarono la vittoria a pochi minuti dalla chiusura dei seggi accusandosi reciprocamente di brogli. La situazione precipitò e Fillon fondò addirittura un gruppo parlamentare autonomo, prima di accettare una reggenza congiunta e tornare nel partito, anche grazie alla mediazione di Nicolas Sarkozy. Le primarie del 2016, quelle che ha vinto, sono state organizzate anche per sanare quella frattura ed evitarne un’altra: il suo atteggiamento è quindi influenzato dal fatto che pensa di essere derubato di quanto ha ottenuto per la seconda volta. L’uomo è testardo e sta dimostrando di avere una resilienza fuori dal comune, uno dei motivi per cui Nicolas Sarkozy non ha ancora parlato pubblicamente e ha calmato i suoi, nei limiti del possibile. L’ex presidente, conoscendo il carattere di François Fillon, sta cercando di evitare di metterlo all’angolo, dandogli la possibilità di decidere in autonomia il ritiro.

E in tutto questo Alain Juppé? Quello che sappiamo è che Juppé aveva detto categoricamente di non essere disponibile, sia in pubblico ma anche in privato. Dopo aver ricevuto moltissime pressioni a quanto sembra il sindaco di Bordeaux ha cambiato idea, e sarebbe disponibile a subentrare, a due condizioni: la prima è che gli venga chiesto esplicitamente da Fillon e la seconda è che Sarkozy sia d’accordo. Sappiamo che Sarkozy e Juppé hanno parlato a lungo a telefono sabato sera, ma non cosa si siano detti e soprattutto se abbiano iniziato a trattare su un nome alternativo. Probabilmente avremo più informazioni domattina, siccome Juppé ha appena convocato una conferenza stampa per le 10.30.

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Insomma l’unico ad avere veramente in mano il destino della candidatura di Fillon, è Fillon stesso.

Infine un piccolo esercizio, siccome molti di voi mi hanno posto la domanda in questa settimana: cosa succede se Fillon viene eletto? La situazione sarebbe politicamente molto difficile da gestire. Il presidente della repubblica gode dell’immunità, qualunque procedimento viene quindi sospeso fino alla fine del mandato – è già successo con Jacques Chirac, presidente dal 1995 al 2002 che è stato condannato per dei fatti commessi quand’era sindaco di Parigi, dal 1977 al 1995.

Però il processo non riguarda solo Fillon, ma anche la moglie, i figli e il suo supplente. Per queste persone la procedura continua, se dovessero essere condannate durante il suo mandato sarebbe un colpo durissimo per una presidenza cominciata già molto male. Se a ciò aggiungiamo un Front National con un nutrito numero di parlamentari e con un risultato molto alto al secondo turno (ad oggi i sondaggi dicono che con Fillon finirebbe 55 a 45) ecco che il quadro per il 2022 sarebbe molto favorevole per il Front National. La domanda “cosa succede se Fillon viene eletto, nonostante tutto” circola molto sulla stampa in questi giorni, aprendo un altro dibattito che visibilmente non aiuta il candidato.

2-Macron ha presentato il suo programma

Non ho spazio per parlarne, a conferma di quanto lo scandalo di Fillon abbia sequestrato persino questa newsletter. La conferenza stampa che ha tenuto giovedì sarebbe stata il momento della settimana in condizioni normali, ma è stata oscurata dalla giornata di mercoledì, per i motivi che avete appena letto. Tra l’altro questo problema è stato denunciato da tutti i candidati, Mélenchon ha detto che è assurdo non poter discutere con il candidato della destra, Marine Le Pen ha fatto un ragionamento simile e Hamon si è lamentato dicendo che le sue proposte sono inascoltate a causa del PenelopeGate.

La cosa più semplice è quindi scrivere un articolo a parte sul programma di Macron, che troverete giovedì pomeriggio sul mio profilo Facebook. Alle 19, se vi va, faccio una diretta in cui ne parliamo in maniera più approfondita.

Bruno Le Maire è il personaggio della settimana

Pochi minuti dopo la conferenza stampa di mercoledì Bruno Le Maire si è dimesso dall’équipe di campagna di Fillon dicendo di non sentirsi a suo agio con chi non rispetta la parola data ai francesi. Non era facile prendere questa decisione per primo, senza aspettare nemmeno una reazione. Una scelta del genere è anche motivata dalla volontà di accreditarsi come uomo in grado di ricostruire la destra dopo la possibile sconfitta alle elezioni. Personalmente e politicamente una scelta azzeccata.

Consigli di lettura

-Jannick Vely racconta su Paris Match la sofferta decisione di Patrick Stefanini, direttore della campagna di François Fillon che ha dato le dimissioni venerdì mattina;

Le scuse di Michel Délean, giornalista di Mediapart, che aveva dato la notizia della perquisizione e del fermo di polizia di Penelope Fillon, poi rivelatasi falsa;

-Quando e come gli elettori decidono di votare il proprio candidato? Lo spiega Martial Foucault, direttore del CEVIPOF, in una bella intervista;

-Florian Philippot è uno dei principali artefici del successo di Marine Le Pen, ma ultimamente sta perdendo la sua influenza. Il retroscena del JDD;

-Siamo abituati a pensare che le elezioni si vincono al centro. Secondo il politologo e sondaggista Jérôme Fourquet non è più così, e anzi non lo è mai stato.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, nona settimana: Fillon vince il primo turno, Sarkozy è eliminato

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Ho di nuovo una comunicazione di servizio: visto il secondo turno che si terrà domenica prossima, ancora una volta le newsletter saranno due, una venerdì, per capire che cosa dobbiamo aspettarci dal ballottaggio e una lunedì, per commentare i risultati. Io dormo di meno ma sono felice, gli iscritti crescono, le domande si moltiplicano e questo mi spinge a migliorare sempre di più.

Dunque: ieri i repubblicani hanno votato al primo turno per scegliere il loro candidato alle presidenziali.

Cosa è successo?

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I due qualificati al secondo turno sono François Fillon e Alain Juppé, e questo, per quanto sia un risultato storico, non era del tutto imprevedibile, alla luce della dinamica che avevamo raccontato nelle ultime settimane. La sorpresa è nelle cifre: François Fillon è arrivato largamente in testa con più di 15 punti di vantaggio su Juppé e ha preso più del doppio dei voti di Nicolas Sarkozy. Il grande recupero fotografato dai sondaggi si è dunque rivelato esatto, seppure nessuno si aspettava uno scarto così netto: la volatilità delle preferenze che avevamo sottolineato venerdì è stata più rilevante di quanto il più audace fillonista avrebbe mai potuto sperare.

Interessante, in questo senso, una prima analisi delle scelte degli elettori. Come potete notare nella tabella qui di seguito, frutto di un sondaggio effettuato domenica da LCP per Public Sénat, un quarto degli elettori ha scelto chi votare negli ultimi giorni della campagna elettorale. A questi va sommato il 6% che ha scelto addirittura chi votare mentre aveva la matita tra le mani. Sono numeri abbastanza impressionanti e spiegano la difficoltà di inquadrare il voto in anticipo.

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L’altra sorpresa è il numero dei votanti: ha votato il 9% degli iscritti alle liste elettorali cioè più di 4 milioni di persone, con punte del 19% come a Parigi. Una partecipazione al di là di ogni previsione che ha costretto l’utilizzo di schede elettorali riservate al ballottaggio nei seggi più affollati. Questa è una bellissima notizia per la destra francese, sia da un punto di vista economico  (votare costava due euro e con questi numeri i repubblicani riusciranno a raccogliere più di 15 milioni di euro), che da un punto di vista di immagine: alle primarie dei socialisti nel 2011 votarono 2,6 milioni di persone, quasi la metà.

Detto questo analizziamo cos’è successo ieri

I meriti di Francois Fillon

Dei meriti di François Fillon avevamo parlato ampiamente venerdì, quando era chiaro che l’ex primo ministro di Nicolas Sarkozy era non solo ampiamente in gara ma addirittura in vantaggio secondo le ultime rilevazioni. Chi ha letto la newsletter di venerdì ha quindi familiarità con l’argomento che resta comunque un punto di partenza per le analisi delle prossime settimane, qualora Fillon vincesse il secondo turno e diventasse uno dei favoriti nella corsa all’Eliseo.

A-Un programma chiaro, ancorato a destra

Molti erano convinti che la posizione centrista di Alain Juppé avrebbe avuto ragione, soprattutto in caso di  grande affluenza e di mobilitazione degli elettori moderati e di centro-sinistra. Vista la grande partecipazione e la contestuale affermazione di Fillon possiamo dire che la posizione ben chiara e ancorata a destra è stata invece vincente contro ogni previsione. Dal punto di vista della sicurezza e dei temi di società Fillon è apparso molto duro, sulla scia di Nicolas Sarkozy (ha pubblicato un libro molto forte sul rapporto con la religione islamica, intitolato Vaincre le totalitarisme islamique) ma più credibile dell’ex presidente, perso in polemiche grottesche come quella sui Galli e sulla doppia razione di patatine fritte nelle mense scolastiche, nel caso un bambino rifiuti di mangiare carne di maiale con contorno di patatine fritte, appunto. Possiamo dire che la pubblicazione del suo libro ha ampliato di molto la sua base ideologica e quindi elettorale che, nelle ultime settimane, vista la sua rimonta nei sondaggi, ha deciso di puntare fortemente sull’ex primo ministro.

Il secondo aspetto importante è la proposta liberale in economia. Ora, la destra francese non è tradizionalmente liberale, piuttosto statalista, ma è evidente che negli ultimi anni abbiamo assistito ad una trasformazione delle idee economiche repubblicane. Le proposte come quella di ridurre di 100 miliardi la spesa pubblica tramite la soppressione di 500.000 dipendenti pubblici e spostare la tassazione dal lavoro al consumo (Fillon vorrebbe aumentare di 2 punti la TVA, l’IVA francese) sono ambiziose, probabilmente irrealizzabili in cinque anni, ma sono esattamente ciò che l’elettore di destra vuol sentirsi dire in questo momento. Se a ciò si aggiunge il curriculum di scontri con i sindacati che ha contraddistinto la carriera politica di Fillon e si capisce come la credibilità dell’ex primo ministro sia elevata. Infine la base elettorale di queste primarie potrebbe avere solo vantaggi da queste riforme: lo zoccolo duro degli elettori repubblicani è in massima parte composto da pensionati e da benestanti. Questo, come vedremo nelle prossime settimane, potrebbe essere però un problema durante le presidenziali,  visto che ormai la destra più popolare è ben rappresentata dal Front National.

François Fillon ha iniziato quasi tutti i comizi così: aveva ragione

B-L’apporto del voto cattolico

Come dicevo venerdì:

“Punto di forza è la grande popolarità nell’elettorato cattolico più disposto a mobilitarsi. Secondo un sondaggio dell’istituto Ifop per il settimanale Pèlerin, tra i cattolici il favorito nelle intenzioni di voto è Alain Juppé, ma Fillon è appoggiato dai movimenti della Manif Pour Tous, la mobilitazione generale contro i matrimoni omosessuali,  che contano migliaia di aderenti e sono stati capaci di organizzare manifestazioni partecipatissime negli scorsi anni. Ora, senza spingersi sino a dire che abrogherà la legge, ormai considerata cosa fatta e parte integrante dell’ordinamento, Fillon dà cittadinanza alle idee più conservatrici di questi movimenti sull’adozione da parte delle coppie omosessuali, e sulla procreazione assistita, essendo contrario ad entrambe. Se, come detto, la partita si gioca tra chi mobilita di più, questi voti possono essere tutt’altro che trascurabili.”

L’elettorato cattolico è andato a votare in massa, e quei voti hanno pesato.

 

C-La capacità di far dimenticare le sue esperienza passate

In ultimo, il paradosso. François Fillon è stato primo ministro di Nicolas Sarkozy, con cui ha avuto moltissimi contrasti. Non ha però spiegato perché, se non condivideva l’azione di governo, è comunque rimasto al suo posto per l’intera legislatura. Gli altri candidati hanno attaccato più volte l’ex presidente, risparmiando invece il capo del governo che non è stato messo in difficoltà sull’argomento se non di rado. Fillon ha inoltre condiviso esperienze di governo in tutti gli esecutivi gollisti dagli anni ’90 ad oggi (eletto per la prima volta in Parlamento nel 1987): appariva dunque difficile che riuscisse ad uscire da questa immagine (e infatti era considerato il suo principale difetto). E invece non solo è riuscito ad affrancarsi dall’eterna figura di braccio destro del leader di turno, ma ha fatto dimenticare ai francesi di aver contribuito a decisioni politiche che, nel bene e nel male, segnano la Francia dei giorni nostri. In questo senso è interessante l’analisi che ha reso Bruno Cautrès, ricercatore al Cevipof, a France Info: “tutto ciò indica chiaramente che, in fondo, la vittoria di domenica sera è di un Nicolas Sarkozy senza i difetti di Nicolas Sarkozy”.

D-Il ritorno alla politica estera gollista

Infine la politica estera. François Fillon si inserisce nella tradizione autonomista della Francia, inaugurata dal generale de Gaulle con la decisione di non entrare a far parte della NATO, di avere un rapporto privilegiato con l’allora Unione Sovietica e di poter contare su un esercito forte in grado di sorreggere le ambizioni nazionali in politica estera. Questa visione, accantonata da Sarkozy prima (con l’adesione alla NATO proprio sotto la sua presidenza) e Hollande poi, tornerà al centro della politica estera francese con François Fillon all’Eliseo. I suoi rapporti con Putin (qui trovate un’analisi di Slate.fr sull’argomento) e la volontà di eliminare le sanzioni commerciali dirette contro la Russia hanno di sicuro fatto presa sull’elettore di centro destra.

 

2-I demeriti dei suoi avversari

A-Alain Juppé

Come detto, la strategia elettorale di Alain Juppé, cui l’ex sindaco di Bordeaux è rimasto fedele per tutta la campagna, era posizionarsi al centro durante le primarie, alleandosi con François Bayrou (leader del partito centrista Modem, sempre intorno al 10% al primo turno delle presidenziali) e poi spostarsi a destra una volta conquistata la candidatura. Visti i risultati, fallita. È vero che sono stati in molti gli elettori di centro e di sinistra a votare per lui, ma nell’ambito di un elettorato il cui baricentro è, evidentemente, molto spostato a destra, ciò non ha pagato. O meglio, ha pagato perché è grazie ai centristi che Juppé è riuscito a qualificarsi al secondo turno, ma il loro sostegno non gli ha permesso di arrivare primo con un margine di vantaggio sufficiente ad arrivare tranquillo al ballottaggio.

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In più, la sua posizione è apparsa poco audace: i richiami all’identità felice e un programma economico tutto sommato in linea con le aspettative non hanno giovato alla sua immagine, in un contesto dove l’elettore repubblicano voleva invece delle proposte molto dure sia in economia che in materia sociale e di identità. Come può recuperare lo svantaggio? La strada è strettissima per una questione numerica: se Nathalie Kosciusko-Morizet e Jean François Copé hanno entrambi dichiarato che voteranno per lui al ballottaggio, Nicolas Sarkozy appoggerà François Fillon. Sarkozy ha preso quasi un milione di voti, ne bastano la metà e la partita è tendenzialmente chiusa. Ma la rimonta è molto difficile anche perché Juppé ha un solo modo di attaccare Fillon: battere forte sul programma che non conoscono in molti (ed è molto radicale) e sul bilancio fallimentare degli anni di governo del vincitore del primo turno. Ecco, come detto prima, molti francesi probabilmente sanno che la maggior parte delle proposte di Fillon sono irrealizzabili ma sono comunque convinti che ci sia bisogno di una cura shock. Criticare duramente il programma fillonista rischia di mettere Juppé contro il proprio campo, senza essere sicuro di poter contare (e questa è un’incognita rilevante) su una mobilitazione forte degli elettori di centro sinistra.


Chi non è tradizionalmente elettore di destra è infatti andato a votare per due principali motivi: la sensazione che ormai a sinistra i giochi siano chiusi e che quindi i socialisti non riusciranno ad arrivare al secondo turno, e l’incubo di ritrovarsi a scegliere tra Sarkozy e Marine Le Pen al secondo turno. Visto che questo scenario non esiste più, l’elettore di sinistra ha in qualche modo fatto il suo dovere: tornerà a votare domenica prossima?

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B-Nicolas Sarkozy

Sarkozy fuori dal ballottaggio è sicuramente un evento storico. Avevamo detto che la probabilità di un esito del genere esisteva, vedere però l’uomo che ha dominato la politica in Francia negli ultimi vent’anni rifiutato dal suo stesso campo fa impressione. La destra francese volta dunque pagina rispetto ad una figura chiave della sua trasformazione e della sua ultima prova di governo. L’ex presidente è andato male un po’ ovunque; nel suo bastione, il dipartimento Hauts-de-Seine, è arrivato terzo con il 15%, mentre Fillon ha chiuso sopra il 45%, il triplo. Anche nel sud-est, zone tradizionalmente sarkozyste, il risultato è deludente. Sarkozy non ha conquistato nemmeno un dipartimento, e questo è il principale motivo del suo implicito ritiro dalla vita politica.

Va detto, a onor del vero, che Sarkozy ha fatto il suo dovere. La strategia dell’ex sindaco di Neuilly-sur-Seine si basava su un elettorato di 2,5 milioni di persone. In un caso del genere, viste le preferenze raccolte, sarebbe di sicuro passato al secondo turno, perché i voti dei fedelissimi sono arrivati tutti, compresa una parte di elettori che ormai si dichiara simpatizzante del Front National. D’altronde la tattica era questa: mobilitare la sua fan-zone nella speranza che l’affluenza fosse nella norma. Tattica teoricamente vincente dunque, ma strategia sbagliata. Nicolas Sarkozy non è mai riuscito a trarre vantaggio dall’essere già stato presidente della repubblica, e  al contrario ha attirato su di sé le critiche di tutti i candidati minori che avevano governato con lui. Compreso François Fillon che in ottobre, sollecitato dalle domande sui guai giudiziari dell’ex inquilino dell’Eliseo, fu lapidario: “immaginate de Gaulle rinviato a giudizio?”.

Le polemiche sull’identità francese che abbiamo sottolineato prima hanno contribuito a distruggere la sua immagine presidenziale e le vaghe proposte in tema di economia hanno fatto sì che Sarkozy fosse divisivo e non potesse rappresentare un candidato capace di raccogliere intorno a sé le varie anime del suo partito.

In ultimo, la sorpresa nelle retrovie: Nathalie Kosciusko-Morizet è arrivata quarta, riuscendo a battere di poco il suo concorrente Bruno Le Maire che è invece stato protagonista di un crollo. Le Maire ha scontato senz’altro l’effetto voto utile, chi non era già schierato per Sarkozy o Juppé ha visto in Fillon un candidato competitivo e ha deciso di votarlo.

Per oggi è tutto, a venerdì!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, edizione straordinaria: Les Républicains al voto

Edizione straordinaria di Présidentielle 2017, la newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Domani si vota al primo turno delle primarie del centro-destra, e la rimonta di François Fillon è compiuta. La domanda a cui risponderanno gli elettori nella giornata di domani non è più chi arriva primo tra Juppé e Sarkozy ma chi arriva al ballottaggio tra Sarkozy, Fillon e Juppé. Una situazione di incertezza poco prevedibile sino a un mese fa.

2-Emmanuel Macron è ufficialmente candidato. Cosa lo aspetta?

3-Marine Le Pen ha aperto il suo comitato elettorale, nella stessa strada dell’Eliseo; altro scandalo in vista di Sarkozy?

1-Le primarie del centro-destra: una sfida a tre

Giovedì sera c’è stato l’ultimo dibattito dei Repubblicani, ieri i candidati hanno tenuto le ultime iniziative e dunque la campagna è chiusa. Per chi arriva ora, ricordo le regole delle primarie, dove il sistema è identico a quello delle elezioni presidenziali: se nessuno dei candidati arriva oltre il 50% dei voti al primo turno i due più votati si sfidano al ballottaggio, un metodo che ricorda il modo in cui noi eleggiamo i sindaci in Italia. Come abbiamo notato nelle ultime settimane la partita è molto aperta; da un duello annunciato Juppé contro Sarkozy si è passati ad una corsa a tre, vista la rimonta di François Fillon. Se ne avete bisogno, nella prima puntata avevo scritto una piccola guida di tutti i candidati. La trovate qui.

A-Cosa dicono i sondaggi?

Premessa obbligatoria (noiosa ma necessaria) che se seguite un po’ l’attualità politica ormai trovate ovunque. I sondaggi sono da prendere con cautela, non prevedono il voto ma fotografano la situazione delle preferenze elettorali in quel determinato momento, con un margine di errore piuttosto ampio (di solito intorno ai 3 punti percentuali). Servono quindi a capire in che senso si sta orientando l’elettore della destra in queste ultime ore. Aggiungerei due ulteriori considerazioni, vista la particolarità delle elezioni primarie. La prima è che quanti che siano i partecipanti (2 milioni, 3 milioni, addirittura 4), le fluttuazioni possono essere abbastanza rilevanti. In un’elezione presidenziale vanno a votare più o meno 35 milioni di persone, 300mila elettori che cambiano idea rappresentano lo 0,8% dell’elettorato: contano pochissimo. Alle primarie, se lo stesso numero di persone cambia idea e l’elettorato è di 3 milioni di persone, in termini percentuali questo vale il 10%: cambia tutto. A ciò si aggiunga che cambiare idea in un’elezione dello stesso partito, dove le divisioni ideologiche non sono così profonde, è molto più facile che in un’elezione presidenziale, dove le differenze sono più nette. Passare da Hollande a Marine Le Pen è un conto, passare da Juppé a Fillon è un altro. Il cambiamento è soprattutto più accettabile, con sé stessi e con gli altri.

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Come potete vedere, rispetto alle rilevazioni di ottobre, questo sondaggio realizzato da Ipsos per Le Monde dà in testa Fillon, anche se di pochissimo. La conclusione che possiamo trarne è che non abbiamo alcuna idea di chi possa qualificarsi al secondo turno. Cos’è successo nel frattempo? Il 30 ottobre avevo scritto questo:

“È vero che con due dibattiti da affrontare e tre settimane di campagna teoricamente la rimonta è possibile, d’altro canto 15 punti e un fisiologico interesse dell’opinione pubblica per il duello Juppé-Sarkozy rendono il compito di Fillon davvero complicato. Possiamo quindi dire che per trasformare la rimonta da possibile a probabile, l’ex primo ministro deve sperare in una serie di errori gravi di Sarkozy più che nelle sue capacità.”

Mi cito anche se va a mio svantaggio: avevo sbagliato analisi. Avevo considerato, come ripetiamo spesso dall’inizio di questa newsletter, che Fillon per recuperare avrebbe dovuto a scalzare l’ex presidente, rivale naturale perché più vicino nei sondaggi, ma che la fan-zone di Sarkozy fosse intoccabile. Questa riflessione si è rivelata in parte vera, perché Sarkozy è rimasto stabile nei sondaggi, a conferma di quanto ci sia uno zoccolo duro sempre pronto a sostenere l’ex presidente. Quello che non avevo considerato è che Fillon, nelle intenzioni di voto, ha convinto moltissimi elettori che si erano espressi per il favorito: Alain Juppé. Ora, che il sindaco di Bordeaux potesse perdere qualche punto era prevedibile, però non ci aspettavamo che il suo elettorato fosse così fragile.

B-Come possiamo spiegare questa rimonta?

Si è evidentemente instaurata una dinamica: più Fillon rimontava nei sondaggi più si riduceva l’immagine di favorito ineluttabile di Juppé. Abbiamo detto che il sindaco di Bordeaux aveva il pregio di apparire come il candidato più serio e presidenziale, e allo stesso tempo capace di battere Sarkozy, inviso a una buona parte dell’elettorato. Ad un certo punto le stesse caratteristiche sono emerse in François Fillon: al 10/12% era penalizzato dall’effetto voto utile, ma al 20% in molti si sono detti che forse valeva la pena provarci, e che dopotutto un voto per Fillon non era un voto sprecato. Insomma, in queste settimane di campagna è venuta fuori la più grande debolezza di Alain Juppé: la difficoltà nel mobilitare.

Infine, Fillon ha avuto il merito di mettere in piedi una chiara e più netta proposta politica. Il discorso radicale sull’Islam, la posizione più dura sugli impegni internazionali della Francia (Fillon sostiene che il suo paese debba uscire o quantomeno ridiscutere la propria permanenza nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo), le idee molto liberali in economia, dove ha individuato in Margaret Thatcher il suo modello (di questo parleremo, la destra in Francia non è mai stata liberale, e questo sarebbe un mutamento molto interessante, se Fillon dovesse farcela) magari piacevano già all’elettore di destra, che però era portato dalla razionalità a puntare su Juppé. Ora potrebbe aver trovato un campione più ancorato a destra che lo convince di più.

Altro punto di forza è la grande popolarità nell’elettorato cattolico più disposto a mobilitarsi. Secondo un sondaggio dell’istituto Ifop per il settimanale Pèlerin, tra i cattolici il favorito nelle intenzioni di voto è Alain Juppé, ma Fillon è appoggiato dai movimenti della Manif Pour Tous, la mobilitazione generale contro i matrimoni omosessuali,  che contano migliaia di aderenti e sono stati capaci di organizzare manifestazioni partecipatissime negli scorsi anni. Ora, senza spingersi sino a dire che abrogherà la legge, ormai considerata cosa fatta e parte integrante dell’ordinamento, Fillon dà cittadinanza alle idee più conservatrici di questi movimenti sull’adozione da parte delle coppie omosessuali, e sulla procreazione assistita, essendo contrario ad entrambe. Se, come detto, la partita si gioca tra chi mobilita di più, questi voti possono essere tutt’altro che trascurabili.

C-Come sono messi gli altri due candidati?

Cosa comporta questo per Sarkozy? Seppure la rimonta dell’ex primo ministro è avvenuta ai danni del sindaco di Bordeaux, la dinamica è comunque preoccupante: da un lato Sarkozy potrebbe essere eliminato al primo turno, cosa impensabile sino a pochi giorni fa; dall’altro questa porosità di preferenze tra Juppé e Fillon indica che gli elettori dei repubblicani stanno cercando il candidato migliore per batterlo: se anche dovesse qualificarsi al secondo turno, avrebbe molta difficoltà ad andare oltre il suo zoccolo duro. È anche vero che sinora la sua strategia è stata proprio questa: Sarkozy considera che primo e secondo turno si giocano su due terreni differenti.

E quindi Juppé ha perso? Assolutamente no. Il sindaco di Bordeaux è stato sempre in testa, continua ad essere molto alto nel gradimento dei francesi e incarna alla perfezione la figura presidenziale. Tutto questo non è scomparso, ed è tuttora il favorito. Il problema è che, vista la grande concorrenza, il primo turno potrebbe essere deciso da pochi voti, per cui portare a votare i propri sostenitori è fondamentale. Avendo un tipo di elettorato più eterogeneo e probabilmente meno motivato, in un’elezione molto serrata potrebbe scontarlo. Tutto ciò può farci affermare che, se prima una sua eliminazione al primo turno era considerata tendenzialmente impossibile, adesso non sarebbe un colpo di scena.

Rispetto alla questione di vittorie o sconfitte per pochi voti è doveroso fare un cenno al disastro delle elezioni interne dei repubblicani di qualche anno fa.  Nel 2012 i repubblicani votarono per la presidenza del partito (che allora si chiamava ancora UMP) contesa tra due dei candidati attuali: François Fillon e Jean François Copé. Vinse il secondo di pochissimi voti, e Fillon non riconobbe il risultato, denunciando irregolarità. La storia si è trascinata per mesi, ed è stata risolta alla fine anche con il contributo di Nicolas Sarkozy (che infatti l’ha rivendicato più volte, anche nella dichiarazione finale del dibattito di giovedì). La questione è stata sì risolta, ma ha lasciato sospetti: Fillon ha distribuito migliaia di manuali per evitare truffe ai suoi rappresentanti di lista. È vero che in un’elezione di milioni di persone truccare il risultato è molto difficile, ma in caso di scarti molto piccoli antichi sospetti potrebbero venir fuori. Le primarie sono aperte, non regolate per legge, e affidate alla dirigenza del partito, che ha predisposto più di 10.000 gazebo e uffici elettorali. In Italia il PD lo sa bene, le primarie possono essere un grande boomerang.

2-Macron è ufficialmente candidato alla presidenza della repubblica

La notizia della settimana, come avevamo anticipato, è che Emmanuel Macron si è candidato. Abbiamo quindi il terzo candidato di peso, dopo Jean-Luc Mélenchon (ne avevamo parlato qui) e Marine Le Pen.

Sulla sua scelta e cosa può comportare vi consiglio questa analisi di Serge Raffy, pubblicata dall’Obs. Se invece vi interessa un riassunto dei vari passi che ha compiuto Macron prima della dichiarazione di mercoledì, c’è un articolo del Figaro che può essere utile. Di Macron, ministro dell’economia di Hollande poi dimessosi a fine agosto, ne avevamo parlato in ogni caso qui e qui.

Cosa succede ora? Possiamo individuare tre principali sfide che Emmanuel Macron dovrà affrontare nei prossimi mesi. Una ideologica e due più organizzative. Prima di tutto deve continuare a coltivare le sue posizioni politiche, è vero che finora ha reso delle interviste molto lunghe ai principali settimanali francesi e ha tenuto tre conferenze programmatiche, ma non è abbastanza. Il fondatore di En Marche! è molto solido sui temi economici e di società ma meno su altri: la Francia è impegnata militarmente in Mali, partecipa alla coalizione contro lo Stato Islamico in Siria, ha forze speciali sul terreno in Libia, cosa ne pensa Macron? Oppure, come vede precisamente il rapporto con l’Europa? Sappiamo che è europeista convinto, ma poco di più. Vuole prorogare ancora lo stato d’emergenza in vigore ormai da un anno e che sarà rinnovato dal governo Valls sino alle elezioni presidenziali? Dovrà chiarire tutto questo, anche per rispondere alle accuse di chi lo vede fragile e un po’ vuoto.

Ci sono poi i problemi organizzativi. Da quando il presidente della repubblica francese è eletto con il suffragio universale diretto, la regola è che un candidato, per poter partecipare alle elezioni, deve ottenere un certo numero di firme di rappresentanti eletti negli organi legislativi od esecutivi della nazione. Quindi sindaci, consiglieri regionali, parlamentari europei e così via. All’inizio le firme erano 100, poi negli anni sono state aumentate e sono diventate 500, provenienti da almeno 30 dipartimenti differenti, con un limite fissato in 50 firme per dipartimento. Macron ne ha bisogno, e  la cosa è meno scontata di quanto sembra: l’ex ministro dell’economia non ha un partito, e ha ancora poco personale politico che lo sostiene. La questione è tutt’altro che burocratica, per i candidati minori è sempre stato un problema: se le firme disponibili sono quasi 47.000, non tutti gli eletti sono disposti a sostenere un candidato, diventa dunque molto utile poter contare su un partito che se ne occupi per te. Di queste difficoltà ne sa qualcosa Jean Marie Le Pen che non riuscì a candidarsi nel 1981 proprio per aver mancato questo obiettivo.

L’altro problema sono i soldi: i candidati possono raggiungere un tetto di spesa di 22,5 milioni di euro; Macron ne ha raccolti più o meno 3, ancora pochi per fare una campagna all’altezza. Si calcola che ne servono almeno 10 se non di più e ancora una volta, senza partito la sfida è molto più difficile.

Infine, ciò che secondo me rende la candidatura di Macron interessante: il suo rapporto con il Front National. Macron ha spesso accusato gli altri candidati di essere “cinici”, perché corrono al primo turno per qualificarsi contro Marine Le Pen al ballottaggio, come se fossero rassegnati a questa eventualità (che d’altronde è confermata da tutti i sondaggi, da anni ormai). Il leader di En Marche! ha invece detto chiaramente che è in campo anche per evitare un secondo turno con la presenza di Marine Le Pen. La sua è una posizione quantomeno controcorrente e, al momento, di difficile realizzazione. Però mancano sei mesi alle elezioni, e può succedere ancora di tutto.

3-Notizie sparse

-Marine Le Pen ha inaugurato il suo comitato elettorale a rue Saint Honore, nella stessa strada dell’Eliseo. Ha anche presentato il suo simbolo: una rosa blu con il solo nome di Marine, senza alcun riferimento al partito o al cognome. Non è una scelta casuale.

-Durante il dibattito il giornalista David Pujadas ha chiesto a Sarkozy di commentare le ultime rivelazioni su un suo possibile finanziamento illecito nella campagna elettorale del 2007 da parte di Gheddafi, allora dittatore libico. La storia non è nuova, ma il sito Mediapart ha pubblicato delle nuove dichiarazioni e la cosa sembra essere piuttosto seria. Qui trovate un riassunto e un’infografica del Monde molto chiara, noi ne parleremo in futuro, se la storia dovesse montare.

 

Per oggi è tutto, a lunedì pomeriggio, per commentare i risultati!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ottava settimana: no, Marine Le Pen non è la Donald Trump francese

Ottava settimana della newsletter sulle presidenziali francesi del 2017, domenica c’è il primo turno delle primarie del centro-destra. Se vuoi ricevere la newsletter sulla tua email puoi iscriverti cliccando qui

Parliamo un attimo di noi: domenica i repubblicani votano per il primo turno delle primarie quindi non serve a niente che io vi invii la newsletter. Avrete dunque il privilegio, a scapito della mia vita privata, di riceverne due: sabato faremo il punto della situazione e lunedì commenteremo i risultati.

Di cosa parliamo oggi?

1-Come potete immaginare la vittoria di Donald Trump è stato l’argomento più dibattuto in settimana: i politici hanno fatto dichiarazioni di rito, tutte rispettose del risultato elettorale, per quanto sorprese; i giornali si sono chiesti come e se uno shock del genere possa avere ripercussioni sulle elezioni del prossimo anno. Vi risparmio le varie reazioni, se vi interessano le trovate in questo video montato dal Figaro.

2-Sono usciti dei sondaggi interessanti sulle primarie dei repubblicani. La partita è apertissima

3-In settimana arriverà forse l’annuncio della candidatura di Emmanuel Macron. Ed è, in parte, un colpo di scena

1-No, Marine Le Pen non è la Donald Trump francese

Quindi dopo Trump dobbiamo aspettarci Marine Le Pen? La risposta non può essere netta, e colgo l’occasione per ricordare che i giornalisti non fanno gli aruspici, ma cercano di raccontare (chi meglio, chi peggio) ciò che vedono. Quindi se leggete previsioni sbilanciate in un senso o nell’altro prendetele per quello che sono: scommesse.

La vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali del prossimo anno è molto difficile e Donald Trump non cambia l’assunto. Senza dubbio la tendenza storica è affascinante: prima Brexit, poi Donald Trump infine Marine Le Pen. Un cerchio che si chiude. La storia però non è lineare, né già scritta (e infatti chi immaginava Trump?), per cui prima di vedere movimenti mondiali inevitabili, analizzerei i contesti profondamente diversi in cui questi fenomeni si manifestano. Ne consegue che una sconfitta di Marine Le Pen non necessariamente scongiura un collasso dell’area euro e un arretramento della globalizzazione e allo stesso tempo un suo successo non sarebbe spiegabile solo come parte di una tendenza mondiale, e quindi ineluttabile, non riferita alla realtà francese.

Mi concentrerei su due aspetti fondamentali che, secondo me, allontanano molto i due fenomeni, che pure hanno innegabilmente dei tratti in comune.

A-Il sistema elettorale e politico

I sistemi dei due paesi sono radicalmente diversi: negli Stati Uniti vige un sistema maggioritario a turno unico (qui trovate una spiegazione, fatta bene) che favorisce due partiti principali. Trump si è inserito in questo contesto, ha vinto le primarie di uno dei due partiti principali, ne è diventato il leader e ha quindi giocato le sue carte da candidato tradizionale (contro le élites, certo, ma questo è un altro discorso). Il nuovo presidente americano non ha fondato un partito terzo con l’ambizione di prenderne il posto, ma ha avuto dalla sua uno dei principali e legittimi partiti americani. In Francia invece, il contesto prevede una moltitudine di partiti, e in un certo senso favorisce avventure personali: sono molti i candidati che partecipano al primo turno, perché gli elettori tendono a votare chi sentono più vicino alla propria sensibilità. Così i primi due partiti superano il 20% e generalmente tre/quattro si attestano tra il 10 e il 15.  Se nessuno dei candidati al primo turno raggiunge il  50% (cosa mai successa, sinora) i due più votati si affrontano al ballottaggio.

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I candidati al primo turno delle presidenziali del 2012

Il Front National è dunque da sempre (dagli anni ’70, come il Partito Socialista) presente alle elezioni presidenziali, ma non è mai stato competitivo per la vittoria finale. Il sistema è pensato proprio per evitare fenomeni come quello di Marine Le Pen. Basta guardare le ultime elezioni regionali: il partito ha schierato i migliori candidati possibili in tutta la Francia. Il primo turno sembrava la consacrazione definitiva: tutti i candidati più forti del Fronte erano in testa, addirittura Marine Le Pen e Marion Maréchal (la nipote, astro nascente del partito) con il 40%. Due settimane dopo però, Il FN ha perso tutti i ballottaggi, non riuscendo ad andare oltre i risultati del primo turno. Al momento della verità gli altri partiti si alleano e riescono a contenere i frontisti, evidentemente non capaci di allargare la propria base elettorale, fondamentale in un’elezione a due turni. Con ciò non voglio dire che alle elezioni presidenziali sarà così, anzi credo che questo continuo ostracismo possa portare ulteriori argomenti al Front National; di questo abbiamo parlato la settimana scorsa e ne parleremo nei prossimi mesi. Però al momento il comportamento degli elettori ci dice che il sistema elettorale non favorisce Marine Le Pen.

B-Donald Trump in Francia ha già perso

L’altro aspetto su cui vale la pena soffermarsi è quello del linguaggio. Il marchio di fabbrica di Donald Trump è stato presentarsi come il campione del politicamente scorretto: dire tutto e il contrario di tutto, prendere in giro un disabile, insultare i genitori di un marine morto in servizio perché musulmani, dire di poter avere qualunque donna in quanto personaggio famoso. Detto chiaramente: Donald Trump è un troglodita, e piaceva anche per questo, perché percepito come più vero, più sincero, meno costruito. Il magnate americano è il prodotto più puro della società post-fattuale descritta dall’Economist. Qui c’è una differenza nettissima con Marine Le Pen, che lavora da anni per rendere più accettabile l’immagine del partito.

La sua strategia, detta di dédiabolisation, si basa sull’assunto contrario: la pubblicità a mezzo di dichiarazioni scandalose è ciò che impedisce al Front National di arrivare al potere. Jean-Marie Le Pen, padre di Marine e fondatore del Front National, assomiglia moltissimo a Donald Trump. Per capirci, sostiene sostiene che “ i rom sono come degli uccelli, volano naturalmente” (in francese il verbo voler vuol dire sia volare appunto, che rubare), “Monsieur Ebola può risolvere il problema dell’immigrazione in tre mesi“  e ha dichiarato più volte alla stampa che le camere a gas siano un dettaglio della storia (l’ultima volta un mese fa). E infatti, subito dopo la vittoria di Trump sia lui che i suoi fedelissimi hanno subito fatto capire quanto (a loro modo di vedere) la strategia di Marine Le Pen sia perdente: le elezioni americane lo dimostrano.

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Inserisci una didascalia

Dal canto loro invece, i sostenitori della leader frontista hanno chiarito alla stampa quanto ripulire il messaggio e eliminare le dichiarazioni fuori posto non sia solo una strategia ma proprio il modo di essere di Marine Le Pen. Funziona? Sì, ma non fino in fondo. Le regionali lo dimostrano e questo sondaggio secondo cui il 55% dei francesi considera l’europarlamentare “razzista” è piuttosto indicativo di quanto sia difficile allontanarsi da stereotipi formatisi in anni di atteggiamenti e dichiarazioni piuttosto spinte.

Per concludere: è vero che il sentimento anti-establishment esiste anche in Francia ma, come sa chi è iscritto a questa newsletter da un po’,  a seguito delle presidenza disastrosa di un “président normal”  i francesi vogliono che qualcuno di serio sia capace di prendere in mano le redini del paese. Lo dicono i sondaggi e lo si percepisce abbastanza. La chiave per l’Eliseo passa da qui, e Marine Le Pen ne è perfettamente consapevole: se, oltre a cavalcare la protesta riuscirà a presentarsi come un politico in grado di garantire l’ordine e di fare gli interessi del suo paese, può giocarsela davvero. In questo senso è interessante notare il continuo riferimento a Charles De Gaulle, non proprio un trumpista della prima ora; intervistata da Tf1 ha detto che per lei l’ex presidente è un modello “anche il generale era accusato di essere fascista o bolscevico, ma la Francia non è né di destra né di sinistra, è la Francia. Non credo di dovermi rivolgere in maniera diversa a un patriota di sinistra rispetto a un patriota di destra. Io parlo in nome del popolo francese”.

Insomma Donald Trump, così come la Brexit, sono coincidenze e fattori esterni molto utili alla retorica del Front National, ma non possono, da soli, rappresentare il punto di svolta di una rincorsa che appare, al momento, piena di ostacoli. Sono due, benvenuti, regali per Marine.

2-Giovedì c’è il terzo dibattito dei repubblicani e domenica il primo turno

Settimana scorsa avevo spiegato come Sarkozy potrebbe essere sottostimato nei sondaggi. Si era detto, infatti, che per i sondaggisti è particolarmente complicato essere precisi nelle previsioni delle intenzioni di voto alle primarie del centro-destra: è la prima volta che si tengono, sono aperte a tutti ed è quindi difficile prevedere in quanti andranno a votare. Il numero di partecipanti può fare un’enorme differenza, perché tra i simpatizzanti del partito Sarkozy è molto popolare, mentre in altri settori dell’elettorato è piuttosto respingente. Il sondaggio che segue è stato realizzato tra il 9 e l’11 novembre, e come potete notare il punteggio dell’ex presidente è sensibilmente diverso a seconda che si intervisti “l’insieme dei francesi” oppure “i simpatizzanti del partito Les Républicains”

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Questo sondaggio è riferito a tutti i francesi intervistati

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Questo sondaggio invece ai soli simpatizzanti della destra

La differenza per Alain Juppé e Nicolas Sarkozy è quindi notevole e la si nota ancor di più nelle rilevazioni che ipotizzano un secondo turno tra i due.

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Il sondaggio è effettuato sull’insieme dei francesi

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Questo sondaggio invece solo sui simpatizzanti del partito

A complicare ancora di più il quadro c’è, come avrete visto, una rimonta abbastanza robusta di François Fillon, che ha evidentemente capitalizzato le buone performance televisive nei dibattiti e nelle interviste in prima serata a cui ha partecipato; in più sta vendendo benissimo il suo libro (si parla di 80.000 copie) e riempie teatri senza difficoltà. Insomma, la sensazione è che i giochi siano aperti, per tutti e tre.

Sabato ne parleremo meglio.

3-Macron potrebbe anticipare l’annuncio della sua candidatura

L’ex ministro dell’economia continua a far parlare di sé, intervistato di nuovo dalla rivista L’Obs ha dettagliato il suo programma aggiungendo un altro tassello alla costruzione della sua candidatura. Alcuni giornalisti hanno fatto notare che potrebbe essere un segnale verso l’atteso annuncio: previsto per dicembre o gennaio, Macron potrebbe comunicare le sue intenzioni già questo mercoledì, un giorno prima del dibattito dei Repubblicani.

Perché? Inizialmente si pensava che Macron volesse attendere il risultato delle primarie, perché con Sarkozy avrebbe avuto più spazio, mentre con Alain Juppé, più centrista e unitario, lo spazio si sarebbe ridotto. Ma una delle forze della sua candidatura è stata la mancanza di riguardo a ciò che pensassero o facessero i suoi avversari politici: dichiararsi mercoledì aumenterebbe ancora di più il suo profilo autonomo. In più, costringerebbe i repubblicani a parlare di lui durante il dibattito di giovedì consentendogli una copertura mediatica gratuita e probabilmente molto proficua. D’altronde dopo le primarie della destra, l’attenzione su Macron si ridurrà inevitabilmente, il vincitore godrà di una grande attenzione e di una grande investitura popolare; la stampa comincerà a chiedersi con insistenza se il presidente Hollande sarà dei giochi o meno.

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Anche questo secondo elemento va considerato. Mentre finora la domanda che ci ponevamo era quanto spazio il fondatore di En Marche! potesse avere a sinistra in caso di candidatura di Hollande, adesso la questione, come nota Guillaume Tabard sul Figaro, potrebbe ribaltarsi: Hollande si candiderà ora che il suo ex ministro è in campo? A ciò si aggiunga un’ultima considerazione: perché le interviste più approfondite vengono rilasciate al settimanale L’Obs? Possiamo immaginare che Macron sia molto amico del direttore, Matthieu Croissandeau, ma con ogni probabilità la risposta è che, tradizionalmente, L’Obs è il settimanale di sinistra più letto del paese, segno di quanto Macron abbia ben presente la parte dell’elettorato a cui vuole rivolgersi.

Oggi è passato un anno dall’attentato al Bataclan e ai ristoranti del X e XI arrondissement. Ho pensato a lungo su come scrivere qualcosa che non suonasse retorico. Quindi dirò solo che ero lì, in una casa a 50 metri dal Petit Cambodge, uno dei ristoranti attaccati dagli assassini, e che ricorderò sempre lo sgomento e poi la grandissima paura. Aver visto così da vicino una cosa del genere è uno dei motivi che mi ha spinto a raccontare quello che sta succedendo in Francia, perché mi riguarda, perché ci riguarda.

Per oggi è tutto, ci sentiamo, eccezionalmente, sabato prossimo!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, settima settimana: dibattito equilibrato ma Sarkozy può recuperare

Settima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo questa settimana?

1-Naturalmente di com’è andato il dibattito dei Repubblicani, che ha visto una buona performance di tutti i candidati. Ognuno ha dei motivi per uscire contento dal confronto televisivo, che però potrebbe leggermente spostare gli equilibri a favore di Nicolas Sarkozy.

2-Un breve accenno su Marine Le Pen, dalle molte domande che mi arrivano ho capito che è un argomento che interessa parecchio, e me ne occuperò. Se finora non l’ho fatto c’è una ragione. Chi vuole approfondire il personaggio però può leggere un mio lungo ritratto, che trovate cliccando questo link.

3-Ho scritto una lunga spiegazione di cos’è la “Giungla” di Calais (chi segue dall’inizio, sa che l’avevo promesso), che è stata smantellata in queste settimane. L’articolo lo trovate cliccando qui.

1-Chi ha vinto il dibattito?

È difficile da dire, ogni candidato arrivava al confronto con aspettative e obiettivi diversi, e non ci sono stati particolari errori da parte di nessuno. Stando così le cose, probabilmente non è nemmeno tanto utile chiederselo, così come non è utile che io vi racconti per filo e per segno cos’è successo. È interessante dar conto invece degli atteggiamenti dei candidati, specialmente i favoriti, per capire se la partita è ancora aperta o no.

A-Tutti contro Sarkozy

Questa è, se vogliamo, la notizia. Alla vigilia ci si aspettava un duello tra i due favoriti, Alain Juppé e Nicolas Sarkozy. L’ex presidente, in difficoltà nei sondaggi, aveva tutto da guadagnare rispetto ad uno scenario del genere: si pensava Sarkozy ingaggiasse battaglia e Juppé provasse in qualche modo a chiamarsi fuori. Il duello invece non c’è stato, perché gli outsider non l’hanno consentito. Le Maire, Copé e Nathalie Kosciusko-Morizet hanno deciso di giocare la carta “tutti contro Sarkozy”. Sarkozy ha provato a rispondere col solito atteggiamento “paternalista”, dopotutto chi lo attaccava è stato ministro durante la sua presidenza, ma gli altri tre sono stati bravi a confinarlo nel suo ruolo di candidato.

Juppé, posizionato all’estrema sinistra dello schermo, è stato lasciato in pace, e ogni tanto guardava gli scontri (mai esagerati, ma comunque duri) di cui erano protagonisti gli altri con malcelata soddisfazione. Perché dico che è la notizia più rilevante? Perché un atteggiamento del genere è insolito, in genere è il favorito a subire attacchi. E poi perché paradossalmente un copione del genere ha aiutato Sarkozy e forse, ma ci arriviamo, in fin dei conti danneggiato Juppé. Due sono i motivi: il primo è che grazie ai continui attacchi l’ex presidente ha potuto mostrarsi combattivo, rispondendo col sorriso alle critiche di chi ha condiviso con lui un lungo percorso politico. Sarkozy è parso molto a suo agio (nel primo dibattito era decisamente più teso) e spesso ha volto le critiche a suo favore, come potete notare da questo scambio con Bruno Le Maire.

 

 

Il secondo motivo è più politico: essere il bersaglio di tutti gli attacchi aiuta molto l’ex presidente per il primo turno. Come abbiamo detto settimana scorsa, Sarkozy è il candidato più identitario, la sua base è praticamente inossidabile: Sarkozy mobilita. Il suo comitato è il più organizzato e in un’elezione con relativamente pochi partecipanti riuscire a portare le persone a votare è fondamentale. Certo, su una platea di 4 milioni questo vantaggio peserà di meno, ma non è assolutamente certo che l’affluenza sarà così alta. È la prima volta che a destra organizzano le primarie, non c’è un precedente.

Le analisi, mie comprese, sono tarate sul “sentimento” dei francesi, sulla loro opinione. Ma alle primarie della destra votano gli elettori della destra, non tutti i francesi. È vero che nelle ultime settimane Juppé ha aumentato il vantaggio nei sondaggi grazie alla mobilitazione dell’elettorato centrista in funzione anti-Sarkozy, ma è una mobilitazione che avviene tra quelli che rispondono al sondaggio seduti in poltrona. Andranno davvero a votare? La risposta che danno dal quartier generale di Sarkozy è: “meno di quanto vi aspettate”. Hanno ragione? Questo lo sapremo il 20 novembre. Per ora, vista anche la buona performance nel dibattito, possiamo ragionare su alcuni sondaggi pubblicati subito dopo il dibattito dall’istituto Elab.

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Come si vede Juppé è il candidato che riscuote più successo tra i francesi in generale, guardando solo gli elettori di centro-destra si scopre che Sarkozy è in testa. Il problema, e qui sta il paradosso, si porrebbe dopo il primo turno. Un voto fortemente identitario in un quadro di pochi partecipanti favorisce Sarkozy, ma allo stesso tempo lo isola. Se tutti gli altri candidati scelgono di votare Juppé al secondo turno la partita è tendenzialmente chiusa. Bisogna tenere conto del fatto che non si vince mai da soli in un’elezione a due turni.

B-Juppé-Fillon: gli uomini di Stato

Nei commenti a caldo, appena finito il dibattito, diversi giornalisti hanno fatto notare un atteggiamento simile da parte di Alain Juppé e François Fillon: cercare di evitare la polemica con gli altri candidati, parlando dei propri programmi e delle proprie idee. In questo sono stati aiutati dalla dinamica del confronto: non dovendo mai difendersi dagli attacchi, tutti concentrati su Sarkozy, hanno potuto coltivare la loro figura al di sopra delle parti. Juppé ha chiarito di essere candidato contro il Front National e Hollande, non contro Sarkozy, Fillon ha spiegato che il presidente è “il leader di tutti e non della propria parte o dei propri amici”. Come abbiamo visto, Juppé è molto alto nei sondaggi (mediamente conserva 6-7 punti di vantaggio su Sarkozy). L’obiettivo, come nel primo dibattito, era evitare di perdere punti, cosa che non pare essere accaduta. Paradossalmente, essere stato risparmiato da tutti gli attacchi può aver dato l’impressione che il sindaco di Bordeaux sia poco combattivo, oltre che poco temuto dagli altri.

Allo stesso tempo questo ha però contribuito a consolidare la sua immagine da presidente in pectore, che è stata confermata da un piccolo scambio avvenuto appena finito il dibattito. È una cosa piccola, però dà il senso. Usciti dalla Salle Wagram, dove si è tenuto il confronto, i candidati venivano avvicinati dai giornalisti per scambiare due battute. Prima che qualcuno potesse chiedigli qualcosa,  Juppé, a favore di telecamere, è stato fermato da una poliziotta, che gli ha chiesto un incontro per discutere della risoluzione di una serie di problemi legati alla polizia “visto che siamo convinti che lei sarà il prossimo presidente” e Hollande non è capace. Il sindaco di Bordeaux è stato molto disponibile e le ha chiesto il contatto in modo da organizzare l’incontro. Insomma, uno spot gratis a reti unificate.

Un altro momento interessante è stato quando i candidati hanno risposto rispetto alla loro idea sulla funzione presidenziale. Juppé ha detto più volte di voler fare un solo mandato, senza aver l’ansia di essere rieletto e di basare le sue politiche anche su questo. La questione, legittima, che si può porre è: perché ci insiste tanto, visto il rischio di trovarsi una guerra per la sua successione dal giorno dopo le elezioni? In realtà il proposito è abbastanza coerente visto che, come abbiamo visto nella prima puntata, uno dei punti deboli di Juppé è l’età, e lui ne è consapevole. Tra l’altro, secondo il politologo Pascal Perrineau, i francesi si attendono dei mandati corti per dar respiro alla democrazia, la riforma che ha portato il mandato da 7 anni a 5 del presidente fu infatti accolta con favore. Sul terreno del mandato unico Juppé è stato affiancato da Fillon e Sarkozy, convinti della bontà della decisione. In questo il sindaco di Bordeaux è stato capace quindi di dettare l’agenda.

 

 

 

 

Yves Thréard, acuto analista del Figaro, dice la sua

Per quanto riguarda Fillon invece, il secondo dibattito ha confermato la tendenza delle ultime due settimane. Dopo l’ottima performance del suo intervento all’Émission Politique della settimana scorsa, ha continuato a coltivare il suo profilo: competente, moderato, affidabile. Non ha sfondato, e d’altronde non è nella sua natura, ma è parso molto credibile sia in politica estera che sulle questioni della riforma scolastica e della funzione presidenziale.  Altro indicatore, che non conta moltissimo, ma può dare l’idea dell’incisività dell’ex primo ministro: Fillon è stato il nome più citato su twitter pur non essendo il candidato più presente sui social network. Stamattina, intervistato, si è detto molto soddisfatto per il successo che la sua candidatura sta avendo nel paese. È vero che Fillon sta recuperando ma, come abbiamo appena analizzato nel punto A, Sarkozy è parso tutt’altro che in crisi.

C-La polemica su Bayrou

Ho spesso citato François Bayrou nelle puntate precedenti. Sindaco di Pau (una piccola città del sud della Francia) è il leader del movimento centrista Modem, si è candidato al primo turno delle presidenziali più volte, senza mai arrivare al secondo turno ma ottenendo sempre dei risultati comunque importanti. Tradizionalmente alleato della destra gollista, alle presidenziali 2012 è stato protagonista di un piccolo tradimento: ha sostenuto Hollande al secondo turno contro Sarkozy, che infatti lo detesta.
Bayrou è da mesi grande sponsor di Juppé: nel caso in cui il sindaco Bordeaux sarà candidato, non si presenterà al primo turno delle presidenziali.

La cosa ha visibilmente innervosito Sarkozy, che durante il dibattito l’ha duramente attaccato: “non sono contro l’alleanza con il centro con cui abbiamo tra l’altro già governato. Non ho problemi personali con François Bayrou ma mi domando cos’è che abbiamo in comune con lui”. L’atteggiamento era ampiamente previsto, ma ha dato modo di rispondere a Alain Juppé che ha definitivamente spento la polemica “ho fatto una campagna molto attiva per Sarkozy nel 2012, non condividendo la scelta di Bayrou all’epoca” ha detto il sindaco di Bordeaux “ma in tutte le elezioni locali siamo stati ben felici di allearci con Bayrou”.

L’argomento, che può sembrare  di “politique politicienne” ed in effetti lo è, ha comunque tenuto banco per mezz’ora, a dimostrare quanto il leader centrista sia un personaggio rilevante. In più il suo nome è stato protagonista di uno degli scambi più divertenti del dibattito, vista la somiglianza del suo cognome con quello di Baroin, importante sostenitore di Sarkozy (che lo ha sostenuto alle elezioni locali).

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D-Le Maire, Nathalie Kosciusko-Morizet, Jean-François Copé: gli outsider

Ne avevamo avuto le avvisaglie già nel primo dibattito, quando Sarkozy era apparso come uno dei candidati e non come il presidente uscente. Il secondo dibattito ha confermato l’impressione: il timore reverenziale verso l’ex presidente è svanito. Gli ex ministri Bruno Le Maire e Nathalie Kosciusko-Morizet e l’ex presidente del partito Jean-François Copé, come detto prima, lo hanno incalzato a turno, in continuazione.

La più offensiva è stata la deputata, che pur essendo stata la portavoce di Sarkozy durante la campagna elettorale del 2012 e a lungo sua protetta, non ha esitato a metterlo in difficoltà, accusandolo di non aver portato avanti sino in fondo le sue riforme ecologiste.” Sarkozy ha attaccato:”non sono pentito della tua nomina ministeriale, ma non sono sicuro che lo rifarò”. Ma NKM (i francesi adorano le abbreviazioni) ha subito replicato “non ne avrai l’occasione”, probabilmente rivelando, in maniera tutt’altro che ingenua, chi sosterrà al secondo turno. La Morizet ha delle convinzioni forti, le porta avanti con convinzione, parla di cose del futuro più degli altri, è stata molto netta sul Front National, rifiutando categoricamente la possibilità di un voto al partito di Marine Le Pen ai ballottaggi.

 

Bruno Le Maire, dal canto suo, ha provato più volte ad attaccare l’ex presidente, ma senza grande successo. Anzi, ha consentito a Sarkozy di rispondere in maniera brillante ad una sua provocazione, nello scambio che vedete di seguito. Insomma, l’ex ministro dell’agricoltura non è parso spaesato come nel primo dibattito, ma sembra aver perso la possibilità di agganciare Fillon e accreditarsi come “terzo uomo”.

2-Un piccolo accenno sul Front National e Marine Le Pen

È vero, ne abbiamo parlato poco, e almeno sino alla fine delle primarie continueremo a dedicarle poco spazio. Un po’ perché non voglio scrivere delle newsletter troppo lunghe, un po’ perché il silenzio dell’eurodeputata è parte della sua strategia. Lo ripeto ancora una volta per chi arriva solo adesso: il Front National ritiene che i fatti parlino per Marine. Il problema immigrazione, dopo lo sgombero della “giungla”, diventerà reale anche nelle zone più periferiche della Francia come ho spiegato in questo lungo articolo per Gli Stati Generali, e nei villaggi rurali il Front National va fortissimo. L’altro tema su cui spingono i frontisti è che destra e sinistra sono uguali e ormai la sfida è Front National vs Resto del Mondo. Così sembra un po’ una caricatura, e lo è, però se ascoltate Florian Philippot nel video che viene di seguito capite che i frontisti sanno essere abbastanza efficaci su questi argomenti.

 

 

 

Per chi non conosce il francese, Philippot ironizza sul fatto che gli oppositori del Front National organizzano tre primarie, una della destra, un’altra socialista e la terza al primo turno delle presidenziali. Non serve, tanto già sanno che al secondo turno si alleeranno per battere Marine Le Pen.

In settimana si è in ogni modo parlato del fatto che Marine Le Pen deve restituire 339.000 euro al Parlamento Europeo. In breve: secondo il Parlamento i suoi due assistenti, pagati appunto dall’istituzione europea, lavoravano per attività politiche diverse da quelle del Parlamento, cosa illegittima. Naturalmente la leader del Front National ha negato le accuse, ma nessuno nega che la cosa sia un problema per lei. Se volete approfondire ne ha scritto Il Post, in italiano. Se volete sapere se è una notizia che può danneggiarla politicamente, la risposta è non moltissimo: è vero che al momento i frontisti hanno pochi soldi e stanno faticando a trovarne, ma i giornali francesi ne hanno parlato davvero poco. Per saperne di più bisogna dunque aspettare.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, quarta settimana: Hollande sempre peggio, Juppé vince il dibattito Les Républicains

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Quarta settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva anche ogni domenica sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

La settimana è stata intensa, i due argomenti principali sono complessi quindi mi scuserete per la lunghezza. Di cosa parliamo dunque?

1-In settimana è stato pubblicato un lungo libro-intervista a François Hollande. Doveva essere un modo per riavvicinare il presidente ai francesi, rischia di essere la pietra tombale sulla sua eventuale ricandidatura.

2-Il dibattito dei repubblicani: la prima impressione è che da uno scontro a due Juppé-Sarkozy si è passati a Juppé contro “altri”. Durerà?

1-Hollande: un presidente non dovrebbe dire tutto ciò 

Nelle puntate scorse ci si chiedeva se Hollande non avesse già toccato il fondo a causa dei sondaggi terribili e della disoccupazione in aumento. La risposta era no, visto cos’è successo questa settimana. Giovedì è stato pubblicato un libro-intervista molto lungo (quasi 700 pagine), scritto dai giornalisti del Monde Gérard Davet et Fabrice Lhomme. L’intervista è frutto di un lavoro congiunto tra il presidente e i due giornalisti durato più di quattro anni. Da inizio 2012 Hollande ha incontrato una volta al mese Davet e Lhomme in maniera informale: all’Eliseo, al ristorante, più volte a cena a casa dei giornalisti. Per contratto gli incontri sono avvenuti senza testimoni, interamente registrati (si parla di 60 incontri e più di 100 ore di registrazioni utilizzate) e il presidente non ha avuto diritto di leggere il libro prima della sua pubblicazione. L’intervista si intitola “Un président ne devrait pas dire ça”  e ha suscitato molte polemiche, sia per il contenuto sia per lo stile con cui il presidente si è confidato ai giornalisti.

Perché Hollande si è prestato ad un impegno del genere? Possiamo affermare che non è una mossa contingente dettata dalla necessità di migliorare la difficile posizione del presidente: come visto, il progetto è in cantiere da anni; addirittura prima delle elezioni presidenziali, perché le interviste cominciano a inizio 2012 (le elezioni si sono svolte ad aprile). Perché, dunque?  Al settimanale Obs, in edicola in contemporanea con il libro, Hollande ha chiarito le sue intenzioni: spiegare come sono andate realmente le cose durante il quinquennio, “sono il presidente, è da me che i francesi si attendono una spiegazione, la coerenza e anche dei risultati“. Se la decisione è nata quindi molto tempo fa, purtroppo per Hollande le sue conseguenze immediate sono abbastanza disastrose: il libro voleva rappresentare un momento di trasparenza da parte della politica, ma si ha la sensazione di un buon proposito sfuggito di mano. “Un président ne devrait pas dire ça” contiene settecento pagine di contraddizioni, attacchi frontali alla destra, alla sinistra, persino alla magistratura. Se rendere pubbliche confidenze e prese di posizione senza filtro rappresenta sempre un rischio per un politico, in condizioni di tremenda impopolarità il “rischio” può velocemente condurre ad un suicidio politico. Secondo Guillaume Tabard, commentatore politico del Figaro, il libro-intervista è la perfetta sintesi di una presidenza chiacchierona e ciarliera.

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In Francia la funzione presidenziale è praticamente sacra, il presidente è la guida della nazione grazie alla fortissima legittimazione popolare, eletto direttamente ha un rapporto di natura plebiscitaria con il popolo. Rapporto diretto con la popolazione non vuol dire però superficialità; immaginare un presidente a cena con due giornalisti che tra un bicchiere di Bourgogne e l’altro dice che la magistratura è “lassista” e che il Partito Socialista (il suo partito) deve essere “liquidato”, si vanta di essere “il migliore della mia generazione” e prende posizioni molto dure (e inedite) sull’immigrazione “arrivano troppi migranti”, e sull’Islam “è un problema, nessuno ne dubita”, non è il massimo.

François Hollande ha fatto arrabbiare un po’ tutti, anche quelli a lui più vicini. Il Primo Ministro Manuel Valls, uno dei suoi fedelissimi (poi vedremo quanto questa fedeltà sia sincera o interessata, ma è un’altra storia), ha dichiarato durante la sua visita in Canada che in quanto presidente della repubblica “bisogna avere dignità, pudore, bisogna essere all’altezza”. Il segretario del PS Cambadélis, evidentemente abbastanza irritato per le rivelazioni, ha detto a Le Figaro che non condivide l’idea di Hollande sul futuro del partito, spiegando che tutto quello che dichiara il presidente fa parte della strategia per ricandidarsi e non va preso davvero sul serio.

Critiche sono subito arrivate anche dalla destra, che ha approfittato dell’ennesimo assist fornito dal presidente: “Ci chiediamo quand’è che Hollande trovi il tempo per lavorare” ha attaccato la candidata alle primarie dei repubblicani Nathalie Kosciusko-Morizet. Il libro è stato discusso anche durante il dibattito di giovedì sera, a causa di una serie di dichiarazioni in cui vengono tirati in ballo alcuni candidati. Ad esempio, François Fillon, secondo quanto riportato nel libro, avrebbe sollecitato a più riprese l’accelerazione delle procedure giudiziarie a carico di Nicolas Sarkozy. In particolare si sarebbe incontrato privatamente per due volte con il segretario generale dell’Eliseo Jean Pierre Jouyet, per fare pressioni. Alla domanda rivoltagli dalla moderatrice, Fillon ha risposto che “Hollande non solamente è inefficace e incompetente, ma è anche un manipolatore. Ho vergogna per il mio paese che il presidente della repubblica si presti a dare credito a delle accuse così mediocri.”

C’è stato spazio anche per una polemica con Nicolas Sarkozy. Nel libro Sarko viene deriso per la sua bassa statura “Abbiamo avuto il piccolo Napoleone, e ora abbiamo il piccolo De Gaulle. Credeva di salvare la Repubblica, ma ha ceduto alla tentazione dell’estrema destra”. Se da un lato Hollande ha comunque chiarito che in caso di secondo turno Sarkozy-Le Pen voterebbe per i repubblicani, ha criticato più volte la passione per il lusso dell’ex presidente e i suoi modi di fare esagitati. Sollecitato a tal proposito durante il dibattito, Sarkozy ha risposto in maniera moderata ma netta, chiedendo fino a che punto Hollande si spingerà nello “sporcare e distruggere la funzione presidenziale”.

Insomma la candidatura di Hollande è sempre più in bilico, considerati anche i sondaggi che lo vedono battuto da Montebourg al secondo turno delle primarie del Partito Socialista.

2-Com’è andato il dibattito del centro-destra?

Il dibattito dei repubblicani è stato molto lungo, con un taglio decisamente tecnico almeno nella prima parte, e sostanzialmente privo di colpi di scena. Qui trovate un video con i momenti salienti 

a-Chi ha vinto? Nessuno in particolare, e questo, come abbiamo visto settimana scorsa, va a vantaggio di Juppé.  Il giorno dopo tutti i principali commentatori erano d’accordo: l’ex primo ministro  ha affrontato senza troppe difficoltà la serata di giovedì, apparendo il candidato più “presidenziale”. Il sindaco di Bordeaux è riuscito a creare una situazione paradossale: tra i candidati solo Sarkozy ha esercitato la più alta funzione politica per cinque anni e non Juppé. Eppure si è avuta la netta sensazione del contrario: Sarkozy è sembrato uno sfidante, non un ex presidente della repubblica. Questa sensazione, unita alla buona performance degli altri cinque candidati, ha contribuito a ridimensionare l’immagine di uomo esperto dell’ex presidente. Juppé al contrario è sembrato molto a suo agio nel ruolo di futuro presidente, non ha mai cercato la polemica ed è riuscito a utilizzare la sua posizione di favorito nei sondaggi per accreditarsi come uomo al di sopra delle parti. Il gran numero di telespettatori è un buon segnale: più grande è la platea di elettori più è favorito. Anche Jean François Copé ha avuto un buon successo (il 29% dei telespettatori ha apprezzato la sua performance), seppure il suo ritardo nei sondaggi (è dato tra l’1 e il 2%), appare difficile da colmare.

b-Ha fatto bene all’immagine del partito? Sì, e forse è la notizia migliore della serata per Les Républicains. Nessun candidato è stato troppo aggressivo, alla fine tutti si sono detti contenti nelle interviste a margine e il dibattito nel complesso è parso sobrio sia nei contenuti che nei toni. Rispetto allo spettacolo a tratti desolante della lunga campagna elettorale statunitense, i francesi hanno assistito a un dibattito più politico che cinematografico. I sette candidati hanno parlato per 2 ore e mezza di politica, dividendosi (ma nemmen troppo) sulle soluzioni ai problemi del paese, cercando di evitare toni sopra le righe e colpi bassi a livello personale. In più il plateau era di alto livello: un ex presidente, due ex presidenti del consiglio, tre ministri. Il numero dei telespettatori è stato più alto di quello del dibattito dei socialisti: 5,6 milioni e 26,3% di share contro  4,9 milioni e 22% di share del Partito socialista nel 2011.

c-Chi è andato peggio? Con ogni probabilità quello che è andato peggio è Bruno Le Maire, un po’ per suoi errori un po’ perché due avversari in particolare gli hanno rubato la scena. Da un lato il suo competitor più diretto per il terzo posto, François Fillon, è sembrato più competente e audace sul piano economico: ha ferocemente criticato Hollande e soprattutto mostra di essersi affrancato dal ruolo di “collaboratore di Sarkozy”, uno dei suoi grandi handicap (è stato Primo Ministro durante i 5 anni di presidenza Sarkozy). Vedremo se queste impressioni si traducono in un rialzo nei sondaggi. D’altro canto Le Maire, rispetto al suo cavallo di battaglia, il rinnovamento, è stato superato da Natalie Kosciuscko-Morizet che è apparsa più credibile. Non certo una disfatta totale, perché come detto la sfida è stata molto equilibrata, ma è stato l’unico candidato apparso danneggiato, cosa che ha sportivamente riconosciuto.

d-Cos’è mancato? Il dibattito si è sviluppato attorno a tre temi principali: economia, sicurezza e identità francese. Due argomenti sono mancati: l’Europa e l’affaire Bygmalion. Quest’ultimo mai citato dai candidati (per chi arriva adesso ne avevo parlato brevemente nelle settimane scorse). L’Europa sarà uno dei temi dei prossimi dibattiti (ne sono in programma altri due, più un terzo che avrà luogo tra il primo ed il secondo turno), mentre con ogni probabilità i candidati hanno evitato di affrontare i guai giudiziari di Sarkozy perchè dopotutto l’affaire Bygmalion mette in cattiva luce tutto il partito e non solo l’ex presidente della repubblica. L’unico momento di tensione è stato quando Le Maire ha chiesto di rendere pubblica la fedina penale a tutti i candidati e Fillon ha domandato ironicamente: “immaginate De Gaulle rinviato a giudizio”? La provocazione è stata gestita abbastanza bene da Sarkozy.

e-L’unica  vera sorpresa è stata Jean Frédéric Poisson, presidente dell’unione cristiano democratica, di cui trovate qui la descrizione insieme con gli altri 7 candidati. Poisson, unico non iscritto al partito Les Républicains, era quasi sconosciuto al grande pubblico e quindi ha suscitato un grande interesse (durante il dibattito il suo nome è stato il più cercato in Francia su Google). Ha ottenuto il  37% di opinioni favorevoli subito dopo il dibattito ed è sembrato piuttosto a suo agio e per nulla intimidito dalla notorietà dei suoi avversari. Si è distinto per le sue posizioni poco allineate agli altri (vuole abolire i matrimoni gay, ma si è detto contrario al divieto dei Burkini), e per sua fortuna non è stato costretto ad approfondire temi su cui ha posizioni piuttosto estreme: è famoso per la sua posizione di sostegno ad Assad e a Donald Trump, ritiene l’Islam non compatibile con la repubblica, è molto conservatore sui temi della famiglia. Può diventare ministro in caso di vittoria del centro-destra alle presidenziali? Questa è la domanda circolata sui social e sui giornali tra venerdì e sabato.

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Detto ciò, quanto possono essere determinanti i dibattiti? Poco, la storia insegna che le tendenze dei sondaggi difficilmente vengono invertite dai dibattiti, semmai confermate. Hollande era in vantaggio prima dei dibattiti alle primarie del PS nel 2011 e poi ha vinto; Bersani era in vantaggio rispetto a Renzi alle primarie del PD del 2012 e poi ha vinto. Insomma non dovrebbe cambiare molto. Certamente però, i dibattiti costituiscono una grande vetrina per due motivi: il partito ne esce molto rafforzato sia economicamente (d’altronde si paga 2 euro per votare e in due turni ci si aspettano 7-8 milioni di persone) che politicamente (oltre che del libro di Hollande in Francia al momento non si parla d’altro); sono poi un’occasione per i candidati più piccoli: grazie alla grande audience è facile farsi conoscere meglio dal grande pubblico, e utilizzare la notorietà acquisita in futuro. Per esempio, Manuel Valls con il suo 5% alle primarie PS del 2011 è stato prima ministro dell’interno e poi Primo Ministro. Per molti (specialmente Le Maire e Natalie Kosciusko-Morizet per ovvie ragioni d’età) c’est ne qu’un début.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

Qui trovate le puntate precedenti.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, terza settimana: il dibattito dei Repubblicani, la polemica col Papa

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Terza settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva anche ogni domenica sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi:

1-Come funziona il sistema politico in Francia. L’argomento magari non è di quelli più appassionanti, ma serve approfondirlo per capire strategie e prese di posizione dei candidati che altrimenti possono sembrare poco chiare.

2-In settimana c’è il primo dibattito dei Repubblicani: come ci arrivano i candidati? Quanto può spostare gli equilibri?

3- Il papa è entrato involontariamente nella campagna per le presidenziali: una sua dichiarazione (ha detto che in Francia si insegna la teoria gender nelle scuole) ha sollevato una serie di proteste da parte del governo e alcuni candidati della destra ne hanno approfittato per attaccare il ministro dell’istruzione e il governo.

1-Come funziona il sistema politico francese

La quinta repubblica francese è un sistema politico abbastanza peculiare nel panorama delle grandi democrazie occidentali. Il sistema è detto “semi-presidenziale”: il Presidente della Repubblica è eletto in un sistema maggioritario a doppio turno direttamente dal popolo. Se nessuno dei candidati al primo turno raggiunge il  50% (cosa mai successa, sinora) i due più votati si affrontano al ballottaggio. Ciò comporta due conseguenze: innanzitutto sono molti i candidati che partecipano al primo turno, perché gli elettori tendono a votare chi sentono più vicino alla propria sensibilità. Così i primi due partiti superano il 20% e generalmente tre/quattro si attestano tra il 10 e il 15. In altre parole, il fenomeno del “voto utile” è poco presente, visto che per moltissimi elettori la scelta del “meno peggio” si presenta necessariamente al secondo turno. Seconda conseguenza è che proprio per questo le strategie tra un turno e l’altro possono essere radicalmente differenti a seconda dell’avversario che ci si trova di fronte, ed è spesso necessario allargare la propria base elettorale con delle alleanze. La domanda legittima è: quanto contano le alleanze al secondo turno, visto che comunque i candidati che si affrontano sono due? Alle presidenziali in sé non moltissimo, però contano, e parecchio, alle elezioni legislative. Soprattutto se il quadro politico è molto frammentato.

Questo perché l’Assemblea Nazionale, la Camera titolare del potere legislativo, si elegge un mese dopo il presidente (piccoli collegi uninominali a doppio turno). Esiste la possibilità astratta che la Camera sia di colore diverso rispetto al Presidente della Repubblica dando origine al fenomeno della cohabitation. Presidente e Assemblea non sono legati dal rapporto di fiducia: sono dunque costretti a convivere. Questo è un particolare da tenere presente perché potrebbe pesare, e non poco, in caso di vittoria di un candidato molto forte personalmente alle presidenziali, ma con difficoltà di rappresentanza sul territorio. Schierare almeno 300 candidati vincenti nei collegi presuppone un grande radicamento territoriale e non tutti i partiti sono in grado di vantarlo. Ecco dove entrano in gioco le alleanze. L’ipotesi vittoria a metà è dunque possibile, e vale in modo particolare per Marine Le Pen e ancor di più per Emmanuel Macron.

2-Quattro giorni al primo dibattito dei Repubblicani

È stata un’ottima settimana per Alain Juppé: il favorito alle primarie dei Repubblicani ha incassato il sostegno di Frédéric Lefebvre, considerato fino ad oggi vicino a Sarkozy, e ha visto consolidare il suo vantaggio nei sondaggi. Giovedì è stato ospite in uno dei principali talk show della televisione francese, l’émission politique . Il programma è strutturato in due ore di intervista al candidato, ed è condotto da due giornalisti aiutati da un esperto per ogni tema affrontato. L’intervista è lunga e complicata per i politici, perché è molto difficile sottrarsi alle domande o rispondere in maniera vaga, ma Juppé ha superato a pieni voti la prova, qui trovate un riassunto. La trasmissione è stata vista da 2,7 milioni di persone, più di Sarkozy, cosa che il comitato elettorale di Juppé ha più volte fatto notare. Il sindaco di Bordeaux ha avuto modo di ribadire di essere un uomo di destra, rispondendo agli attacchi di Sarkozy che lo dipinge continuamente come “il campione dei gauchisti”.

Juppé risponde a chi lo trova troppo convenzionale

Sarkozy sta accusando i colpi ricevuti settimana scorsa: i media hanno continuato a parlare dei suoi scandali e nei sondaggi continua a essere 4/5 punti dietro ad Alain Juppé. Per la prima volta dall’inizio della campagna elettorale è rimasto sulla difensiva: in un comizio a Strasbourgo ha cercato di rispondere a chi ritiene che la sua campagna si stia spostando troppo a destra: “vorrei si potesse parlare di sovranità del popolo senza essere accusato di demagogia, e vorrei si potesse parlare dei problemi dell’immigrazione senza essere accusato di xenofobia.” Sarkozy è abituato a recitare la parte della vittima, ripete in continuazione di essere oggetto di attacchi personali da parte della magistratura e della stampa, ma in genere tende ad imporre i temi dell’agenda politica. In queste settimane c’è riuscito meno, e alcuni si stanno cominciando a chiedere se Juppé non abbia in realtà ormai già vinto (io sarei più prudente, le primarie sono tra un mese e mezzo e può succedere di tutto). Nei giorni successivi ha cercato di rilanciare, proponendo due referendum: vorrebbe abolire il ricongiungimento familiare per i parenti di un immigrato che lavora in Francia, e rendere amministrativa e non giudiziaria la procedura di attribuzione della “Fiche S”. La Fiche S è una delle categorie in cui vengono inserite le persone ricercate, ne esistono quindi diverse: Fiche M è per i minori, Fiche V per gli evasi e così via. La Fiche S identifica gli individui considerati pericolosi per la sicurezza pubblica, e consente di controllarne gli spostamenti. La sua proposta ha chiaramente suscitato polemiche e in molti hanno fatto notare che sarebbe difficilmente applicabile.

Il dibattito sarà molto importante per i due candidati che si trovano in terza posizione. François Fillon sta cercando di alzare i toni, ha proposto che i due ultimi presidenti della Repubblica rendano conto al Conseil Constitutionnel del loro operato, insinuando che non abbiano rispettato la Costituzione. Si è poi inserito nella polemica tra Sarkozy e Juppé sull’identità dei partecipanti alle primarie: non esistendo un DNA di destra o di sinistra non c’è qualcuno che per principio non può andare a votare alle primarie del centro-destra. Possono farlo, ha chiarito, tutti quelli che si riconoscono nei vari progetti presentati dai candidati.

Per quanto riguarda gli altri candidati, il dibattito rappresenta per loro l’occasione di uscire dal cono d’ombra (in particolare Le Maire, tra la terza e la quarta posizione nei sondaggi, fatica a imporsi come candidato credibile e vincente).  C’è da aspettarsi che si assumeranno più rischi nel dibattito, cercando di attaccare frontalmente chi è in vantaggio. Bisogna considerare che quello di giovedì resta un dibattito tra candidati dello stesso partito, l’obiettivo delle primarie è da un lato scegliere la figura più competitiva alle presidenziali del prossimo anno e dall’altro definire un progetto politico: dal giorno dopo tutti sosterranno il vincitore. Troppo aggressività rischia quindi di indispettire i sostenitori e fare del male al partito.

3-Il Papa e la teoria Gender

A seguito della dichiarazione del Papa, il ministro dell’istruzione Najat Vallaud-Belkacem ha detto che parole di Francesco sono “superficiali e imprecise”  invitandolo in Francia per “leggere i manuali di scuola francese e spiegarci dove sarebbe questa teoria del gender che non esiste nei libri francesi”. La risposta del ministro non è piaciuta a François Fillon,  candidato con le posizioni più conservatrici in merito ai temi della famiglia (è sostenuto dall’associazione “manif pour tous” che si oppone ai matrimoni gay), che l’ha attaccata duramente.

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In questo senso Natalie Kosciusko-Morizet non ha al contrario perso occasione di rimarcare la sua eterodossia rispetto alla linea del partito. Ha detto che Papa Francesco è stato un po’ superficiale, perchè nei manuali scolastici non esiste alcun sostegno alla teoria gender.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017 seconda settimana: disastro Hollande, Sarkozy è nei guai

Meno di 7 mesi al primo turno delle presidenziali, la campagna elettorale entra nel vivo!
Di cosa parliamo oggi:

1-Il disastro Hollande: il presidente non ha ancora dichiarato ufficialmente se si candida o meno, ma ha in qualche modo cominciato la campagna elettorale. Non è però aiutato dall’economia che stenta a ripartire, e i sondaggi sono un a dir poco disastrosi per lui.

2-L’ipotesi Macron: l’ex ministro dell’economia ha lasciato il governo il 30 agosto, dopo mesi di voci e di smentite. Sta cercando di capire se ci sono i margini per una sua candidatura competitiva, e i sondaggi sembrano dargli una chance. Per lasciarsi tutte le porte aperte ha dichiarato di non essere socialista, cosa che gli consente di evitare un passaggio per le primarie nel caso decidesse di correre.

3-L’affaire Bygmalion comincia ad avere ripercussioni sulle primarie dei Républicains. Sarkozy è di nuovo in svantaggio nei sondaggi, giovedì sera è andata in onda un’intervista esclusiva dell’organizzatore della sua campagna elettorale del 2012 da cui l’ex presidente esce piuttosto malmesso. Frank Attal (l’organizzatore) sostiene che l’ex presidente fosse a conoscenza dei metodi usati per ridurre illegalmente le spese della campagna elettorale ed evitare di superare il tetto massimo stabilito per legge. In altre parole, Sarkozy avrebbe speso più del doppio dei 22,5 milioni consentiti dalla legge.

4-La tranquillità di Marine Le Pen: la leader del Front National è poco presente nel dibattito pubblico di queste settimane. È una scelta ponderata, vediamo perchè.

1-La presidenza di Hollande è sempre più un disastro

Chi vi ricorda?

Come è stato notato dalla stampa francese Hollande ha cominciato ufficiosamente la campagna elettorale. Il presidente non ha ancora chiarito se si candiderà o meno, ma sta intensificando la sua agenda per cercare di occupare il più possibile i media e invertire la tendenza nei sondaggi. In settimana ha tenuto almeno cinque discorsi importanti prima di volare a Gerusalemme per partecipare ai funerali di Shimon Peres. Martedì i suoi sostenitori hanno pubblicato un sito intitolato “Notre idée de la France” che nelle intenzioni dovrebbe far da megafono alla futura candidatura di Hollande. Ma la settimana è iniziata molto male su due versanti:

A-L’economia stenta a decollare, agosto ha fatto registrare un aumento di 52.400 disoccupati, mentre il governo aveva previsto a inizio anno che la situazione sarebbe lentamente migliorata nel corso dei mesi. Hollande in più, ha promesso che si candiderà solo in caso di un aumento dei posti di lavoro. Ora, è vero che le promesse sono fatte per essere infrante, ma arrivare alle presidenziali con queste cifre vuol dire sottoporsi ad un bombardamento continuo da parte di tutti gli avversari.

B- Secondo un sondaggio pubblicato da Ipsos il presidente in carica non solo non arriverebbe in nessun caso al secondo turno, ma sarebbe alla pari con Jean Luc Mélanchon (leader della sinistra radicale) e addirittura alle spalle di Emmanuel Macron. Anche i sondaggi sulle primarie sono sconfortanti: se Hollande al primo turno è stimato al 43% contro il 31% et 16% rispettivamente di Arnaud Montebourg e Benoît Hamon, al secondo turno si profilerebbe un testa a testa con Montebourg. È chiaro che per il presidente le primarie hanno un senso se riescono a costituire un momento di trionfo e legittimazione forte per arrivare competitivo alle presidenziali. Un testa a testa sarebbe un’umiliazione, un modo di arrivare alle elezioni ancora più debole di quanto già non sia. In ultimo, l’80% dei francesi giudica negativamente l’azione del governo.

Insomma una catastrofe

2-L’ipotesi Macron

Di Emmanuel Macron parleremo meglio nelle prossime settimane. Qualche accenno può però essere utile: è l’ex ministro dell’economia del governo Valls, è molto giovane (ha 38 anni) e ha lasciato l’esecutivo ad agosto dicendo che non c’erano più le condizioni per andare avanti. In primavera ha lanciato il suo movimento “En Marche” con cui sta raccogliendo le idee per cambiare il paese; al momento l’ipotesi di una sua candidatura piace molto, considerato che fino a tre anni fa era totalmente sconosciuto al pubblico francese. Macron ha però una serie di problemi: viene spesso accusato di essere compromesso con l’establishment bancario, siccome ha lavorato per anni con la banca d’investimento Rothschild; è relativamente inesperto: se da un lato è gradito perché incarna un bisogno di rinnovamento che esiste nella società, allo stesso tempo, come visto settimana scorsa, i francesi sono piuttosto restii a consegnare il paese nelle mani di qualcuno che ha pochissima esperienza di governo; il terzo problema è che si sa ancora poco della sua piattaforma politica e infatti ha un consenso abbastanza distribuito in tutto l’elettorato (pesca poco agli estremi, a dir la verità).

Al momento può parlare e anche bene di economia, cultura, società ma ciò che pensa rispetto a temi fondamentali come sicurezza e identità non è chiaro. Sta cercando di accreditarsi come colui che parla alla Francia che non ha paura, che vuole stare nella globalizzazione, che ha speranza. Il punto è che questi temi non sembrano essere al centro del dibattito, almeno per ora. Ultimo problema: i fondi. Macron ha raccolto solo 9 milioni di euro, pochi per sostenere una campagna alle presidenziali. Finché l’ex inquilino di Bercy non ufficializza la sua candidatura avrà difficoltà a raccogliere la cifra necessaria.
Va chiarito che non ha fretta, non si sa ancora se Hollande decide di candidarsi, né chi sarà il candidato dei repubblicani. È probabile che anche in base a questo l’ex ministro dell’economia prenderà una decisione: con Juppé in campo per lui è dura, visto che in parte si rivolgono allo stesso elettorato. Con Sarkozy ed Hollande invece la partita può essere aperta. Ufficializzare una candidatura adesso non servirebbe, mentre i prossimi mesi saranno utilizzati per strutturare la piattaforma e cercare sostegno tra la classe politica francese. Ad oggi, solo il sindaco di Lione, Gérard Collomb, si è schierato apertamente per Macron. 

3-Sarkozy è in difficoltà

Settimana durissima per l’ex presidente che ha visto in un sol colpo svanire la rimonta nei sondaggi e aumentare la pressione mediatica a causa dei suoi problemi con la giustizia. Ma andiamo con ordine:

A-Per la prima volta da mesi la tendenza nei sondaggi si è invertita, perché Juppé è tornato a crescere: il sindaco di Bordeaux sarebbe in testa al primo turno delle primarie col 40% mentre Sarkozy resterebbe fermo al 33/34%. Hervé Mariton, candidato alle primarie dei Repubblicani e poi ritiratosi, ha ufficializzato il suo sostegno a Alain Juppé e i sondaggi hanno evidenziato una generale mobilitazione dell’elettorato centrista a suo favore. Sarkozy non sembra andare oltre il suo zoccolo duro, e anzi la sua onnipresenza mediatica sembra aver motivato gli elettori che non lo sopportano a sostenere attivamente Juppé. Questo per lui è un grande problema, arrivare secondo al primo turno è un rischio: in questo caso è probabile che gli altri candidati appoggino Juppé per non dividere il partito, come accadde con François Hollande alle primarie del partito socialista nel 2011. Se così fosse le sue speranze sarebbero davvero ridotte.

B-Giovedì sera è andata in onda una puntata di “Envoyé Special” una sorta di Presa Diretta francese. La puntata è basata sulle dichiarazioni di Franck Attal, uno degli organizzatori della campagna elettorale di Sarkozy nel 2012. Attal è uno dei personaggi chiave nell’affaire Bygmalion, l’inchiesta che sta facendo luce sul finanziamento poco chiaro della campagna elettorale di Sarkozy nel 2012. In breve: la società Bygmalion si occupa di logistica di eventi, ed ha gestito tutti i grandi eventi elettorali dell’allora presidente in carica. Sarkozy è accusato di aver superato il tetto massimo di spesa per la campagna: secondo la legge francese i candidati non possono spendere più di 22,5 milioni di euro; l’accusa è che ne abbia spesi il doppio. Per aggirare i controlli sulle fatture, la società Bygmalion e l’UMP (il partito di Sarkozy), si sarebbero accordati per un pagamento in due momenti diversi. Il partito avrebbe pagato ufficialmente alla società Bygmalion delle cifre molto più basse rispetto al reale valore delle prestazioni durante la campagna, in modo da rimanere al di sotto del tetto di 22,5 milioni di euro. Dopo le elezioni L’UMP avrebbe saldato il conto, commissionando e pagando eventi inesistenti. La puntata è stata vista da 3,5 mln di spettatori.

Per questi fatti la procura di Parigi ha richiesto il rinvio a giudizio di Sarkozy, e la decisione del tribunale è prevista per la settimana prossima. La domanda a cui devono rispondere i giudici è: il presidente era a conoscenza delle modalità con cui si stava finanziando la sua campagna elettorale? Attal sostiene che Sarkozy non poteva non sapere, così come gran parte della stampa. Dal canto suo il presidente nega, facendo notare che l’organizzazione della sua campagna era in mano al partito, e non alla sua persona.

Questo affare, che si trascina avanti da tempo, si somma all’inchiesta sui fondi libici; secondo un documento di cui ha avuto visione il sito d’inchieste Mediapart, Sarkozy avrebbe rievuto 1,5 milioni di euro dal regime Libico di Gheddafi per la campagna presidenziale del 2007. Infine, per non farsi mancare nulla, in settimana è uscito il libro di Patrick Buisson, consigliere politico di Sarkozy durante la presidenza. Il libro è un lungo racconto dell’ex presidente basato su una serie di conversazioni registrate e di testimonianze dirette. Ne viene fuori un ritratto di Sarko poco lusinghiero: è descritto come un uomo influenzabile, molto meno duro di quanto lascia trasparire, emotivo e volubile. Il suo sistema di potere è definito “Cesarismo senza Cesare”.

4-Marine la silenziosa 

Per quanto riguarda Marine Le Pen, ho scritto un suo lungo ritratto che trovate qui. Al momento la leader del Front National sta conducendo una campagna molto sobria: poche e mirate uscite pubbliche, toni rassicuranti. Questo perchè la dirigenza del FN è convinta che i fatti parlino per lei. Quanto evocato da anni dal Front National (disoccupazione, terrorismo, crisi del debito), si sta materializzando e non c’è bisogno che venga continuamente sottolineato. In più, secondo il politologo Pascal Perrineau, gli avversari in campagna continua e in lotta fra loro producono “cacofonia” tutta a suo vantaggio. Marine le Pen ha buon gioco a rimanere in silenzio, dandosi un tono presidenziale.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017: la guida alle elezioni francesi. Prima puntata

Per prima cosa, ringrazio i miei 15 lettori per la fiducia, non mi aspettavo che la politica francese potesse interessare così tanto. Ho quindi pensato che una newsletter può essere uno strumento utile sia per me che per voi: ogni domenica mattina vi arriverà una email con gli argomenti della giornata, nel caso vi siate dimenticati o non abbiate tempo di leggere tutto ma almeno avere un’idea della situazione. Ci si iscrive qui. (La mail di conferma potrebbe finire in “posta indesiderata”, a me è successo quindi controllate).

Veniamo a noi: di cosa parliamo oggi:

1-I candidati alle primarie del partito di centro-destra Les Républicains, chi sono, cosa pensano, cosa dobbiamo aspettarci da loro. Una lunga guida, chi li conosce può scorrere sino al punto 2. Fino a fine novembre le primarie saranno l’argomento al centro del dibattito pubblico francese: è bene metterli a fuoco. Le primarie sono a doppio turno, come le elezioni presidenziali, se nessuno arriva al 50% i primi due candidati si sfidano al ballottaggio. Questo conta moltissimo nella strategia dei candidati, perché l’elettorato da convincere può cambiare molto tra primo e secondo turno. Di questo parleremo approfonditamente nelle prossime puntate;

2-Come se la passano i socialisti (male è un eufemismo);

3-Un piccolo accenno a Calais, “La Giungla” e il muro che stanno costruendo i francesi con l’aiuto del Regno Unito. Sarà uno dei temi centrali della campagna elettorale, perché è collegato al tema dell’immigrazione e il Front National sta cominciando ad utilizzarlo per mettere in difficoltà il governo;

4-C’è stata una polemica dopo una dichiarazione di Sarkozy. L’ex presidente, parlando dei cittadini naturalizzati francesi, ha detto che devono considerarsi discendenti dei Galli, evidentemente rinunciando alle loro radici. Tra l’altro Sarkozy discende da una famiglia di ebrei sefarditi di Salonicco. Molto poco Gallo, insomma.

1-I candidati alle primarie dei Repubblicani, chi sono e quante speranze hanno.

1-Nicolas Sarkozy è di sicuro il più famoso. È stato Presidente della Repubblica dal 2007 al 2012, ma prima di diventare presidente ha avuto una lunga carriera politica. Entra all’Assemblea Nazionale nel 1988; è sindaco di Neully sur Seine, una delle banlieues più ricche di Parigi, dal 1983 al 2002, ruolo che lascia nel 2002 per diventare prima ministro dell’interno, poi dell’economia. Dal 2014 è leader dell’opposizione, e dal 2015 segretario de “Les Républicains” il partito che sostituisce la vecchia formazione di destra UMP.

Le sue idee: Sarkozy nasce liberale, nel 2007 fu eletto proprio grazie alla promessa di portare la Francia nella globalizzazione; grazie a lui la Francia è anche entrata nella NATO. Negli anni si è spostato a destra, cercando di contendere la base elettorale più conservatrice al Fronte Nazionale. La sua strategia è questa: da un lato sta cercando di battere molto sulla sua esperienza passata, è già stato presidente e sa cosa vuol dire gestire i rapporti con l’Europa e con la comunità internazionale. D’altro canto si è mostrato negli anni molto sensibile ai problemi che evoca il Front National e ha usato parole molto dure sull’immigrazione e molto poco ortodosse sull’integrazione dei migranti. Una delle sue proposte, ad esempio, è ristabilire provvisoriamente il controllo alle frontiere: formula sufficientemente vaga da poter attirare i sostenitori del FN e allo stesso tempo non irritare troppo i moderati (come potrebbe fare se dicesse esplicitamente di voler superare Schengen). È schierato contro i matrimoni omosessuali.

I punti di forza: è il segretario del partito che organizza le primarie e questo chiaramente lo avvantaggia dal punto di vista organizzativo, ha un grande sostegno interno (lo sostengono 103 parlamentari tra Assemblea Nazionale e Senato) e delle strutture burocratiche. Sta puntando molto sulla retorica del lavoro cominciato e da portare a termine, oltre alla sua esperienza. È alla pari con Juppé nei sondaggi, ma è da marzo che cresce costantemente: nei sondaggi conta più la tendenza che l’aritmetica.

I punti deboli: il primo è speculare al punto di forza: l’“esperienza”. Senza dubbio esperto, ma è sempre e comunque un presidente che ha perso le elezioni dopo aver governato. I suoi fallimenti al governo gli vengono continuamente ricordati dalla stampa, dall’opposizione (socialista e frontista) e dai suoi avversari. Scrollarsi di dosso l’immagine di perdente sarà complicato. L’altro suo grande problema è il suo coinvolgimento nell’affaire Bygmalion, di cui parleremo sicuramente nelle prossime settimane.

2-Alain Juppé: è il sindaco di Bordeaux, ed è il più anziano e navigato dei candidati. È stato più volte ministro tra il 1986 e il 2012, due volte degli esteri, Primo Ministro durante il settennato di Chirac dal 1995 al 1997. Ha inoltre avuto parecchi guai con la giustizia ed è stato coinvolto in qualche scandalo. 

È però considerata una persona molto seria, ed è abbastanza stimato anche tra i giovani. A inizio anno ha tenuto una conferenza nell’aula magna della mia università a Parigi; l’incontro era riservato agli iscritti ma la sala, che ha circa mille posti, era talmente piena che moltissimi (me compreso) si sono seduti a terra e tanta gente è rimasta fuori.

Le sue idee: è uno dei candidati più moderati, esplicitamente contro la posizione neutrale rispetto al FN assunta della dirigenza del partito e cioè il “ni-ni”: né con i socialisti né con il Fronte in caso di ballottaggio. Nel febbraio 2015 ha invitato a votare il socialista Frédéric Barbier al secondo turno di un’elezione per un seggio all’assemblea nazionale contro il candidato del FN. Ha inoltre fatto capire di essere favorevole, nel caso fosse necessario, a un governo di unità nazionale. Sostiene da diversi anni che il modello di assimilazione degli immigrati è superato, e si è schierato a favore di un modello di integrazione più aperto, all’opposto di Sarkozy. Al settimanale Les Inrockuptibles ha spiegato che c’è una sovrarappresentazione delle popolazioni di origine straniera negli individui criminali, e che questo non è colpa delle loro origini ma della loro esclusione sociale. È  contro la procreazione assistita per le coppie omosessuali ma a favore delle adozioni.

I punti di forza: è un politico molto esperto, e sindaco amatissimo. Da noi può sembrare strano, ma in Francia non c’è stata alcuna campagna di rottamazione. In generale i francesi tendono ad affidarsi all’uomo forte, esperto. De Gaulle, Mitterrand e Chirac lo dimostrano. l suo punto di forza, oltre al profilo “expertise”, è la capacità di aggregare una formazione più ampia di quella di Sarkozy, suo rivale principale. Si sono espressi già a suo favore i leader centristi François Bayrou et Jean-Pierre Raffarin. In particolare Bayrou ha dichiarato che in caso di sua vittoria non si presenterà al primo turno delle presidenziali, e lo sosterrà. Bayrou nel 2012 prese il 9,1% al primo turno.

I punti deboli: Il suo principale punto debole è l’età. Se eletto avrà 72 anni; non sono pochi. La politica a questi livelli è usurante ed è un argomento che stampa e rivali sottolineano spesso. In più viene molto attaccato per il suo profilo moderato, probabilmente più efficace nelle elezioni vere che nelle primarie di un partito e per la sua visione “antica” della società: la Francia non è più quella degli anni ’80-’90.

3-Jean Francois Copé: è nato nel ’64, deputato e sindaco di Meaux. Discendente di ebrei romeni e algerini, è stato capogruppo dell’UMP sino al 2010 quando ne è diventato segretario. Deputato dal ’95 al ’97, e poi nuovamente dal 2002 sino ad ora. È stato portavoce del governo durante la presidenza di Chirac, è stato più volte sottosegretario ma non ha mai avuto incarichi governativi di peso.

Le sue idee: si propone come candidato “di rottura”, vuole portare avanti la “rivoluzione liberale” (sic!) che Sarkozy aveva promesso e non ha fatto. Spinge molto sul fatto di non aver avuto responsabilità di governo nel passato, e non perde occasione per ricordare che quasi tutti gli altri candidati: Fillon, Juppé, Kosciusko-Morizet e Le Maire sono stati già battuti dai socialisti. È molto critico sugli accordi di Touquet, che definisce vergognosi (su Calais vedi al punto 3). È uno dei candidati più duri sulla questione immigrazione e sicurezza: è favorevole alla soppressione dello ius soli, da rimpiazzare con la cittadinanza per “adesione” al compimento dei 18 anni; propone un progetto nazionale di mobilitazione con il servizio allo Stato (civile o militare) per cui stanzierebbe 3 miliardi di euro. Insomma vuole introdurre in Francia ciò che egli stesso definisce un “virage sécuritaire”. Infine spinge per una grande riforma del settore pubblico, da portare avanti imponendo la settimana lavorativa di 39 ore e introducendo il principio che la funzione pubblica non può essere un incarico a vita. Ha dichiarato che in Francia esiste un “razzismo anti bianco”, suscitando moltissime polemiche.

Punti di forza: le sue poche responsabilità di governo potrebbero giocare a suo favore se fossimo in Italia, ma abbiamo già visto che in Francia le cose non stanno proprio così. È però un buon oratore, e potrebbe sfruttare la sua aggressività nei tre dibattiti che si terranno a breve.

Punti di debolezza: un candidato ancorato al 2% in tutti i sondaggi, per quanto poco contino, ne ha di sicuro parecchi. Rischia di essere percepito come la brutta copia di Sarkozy, cui era molto legato in passato.

4-Francois Fillon: è stato Primo Ministro di Sarkozy durante tutto il quinquennat. Ciononostante è considerato suo avversario da tempo per le tensioni che hanno avuto durante il quinquennio. Ha anch’egli una lunga carriera politica alle spalle, ministro dell’istruzione dal ’93 al ’95, poi delle telecomunicazioni, del lavoro e “numero due del governo” (colui che esercita le funzioni del Primo Ministro in caso di assenza o impedimento) dal 2004 al 2007.

Le sue idee: Anche Fillon vuole presentarsi come vero candidato di rottura, dice di ispirarsi alla Thatcher quando propone un taglio della spesa pubblica di 110 miliardi, alzare l’età pensionabile a 65 anni e riportare la settimana lavorativa a 39 ore. È stato uno dei primi a dire di volersi candidare, siccome lo ha annunciato nel 2013, poco dopo la sconfitta dell’allora UMP alle presidenziali. È molto critico con Juppé per la troppa moderazione, sostiene che il sindaco di Bordeaux è portatore di una sintesi “molle” di idee che non hanno nulla a che fare tra loro. È molto duro sull’immigrazione, è contro lo ius soli e vorrebbe che i servizi sociali fossero garantiti solo agli stranieri legalmente presenti sul territorio da anni.  Si è dichiarato d’accordo con la provocazione di Copé, sul razzismo anti-bianco. È uno dei sostenitori della linea “ni-ni” rispetto al Front National.

I punti di forza: si gioca la terza posizione nei sondaggi con Bruno Le Maire, ha avuto molto tempo per strutturare la sua candidatura ed è molto sostenuto dall’establishment del partito, è il secondo candidato più sostenuto tra i parlamentari, sono 78 i membri del Congresso dalla sua parte.

I punti di debolezza: ha due grandi problemi: il primo è che ha fatto il Primo Ministro per 5 anni sotto Sarkozy, e gran parte della sua campagna è incentrata sulla critica alle promesse mancate dell’ex presidente. Appare quindi poco credibile. Il secondo problema è che non è mai stato percepito come leader, nella sua carriera politica Fillon è sempre stato il numero due, il braccio destro di qualcun altro. Passare da numero 2 a numero 1 nella percezione degli elettori sarà complicato per lui.

5-Natalie Kosciusko-Morizet è nata nel 1973, in una famiglia da sempre impegnata in politica. Nota di colore, è una discendente di Lucrezia Borgia. È stata consigliere regionale dell’Ile de France (la piccola regione parigina), vicepresidente dell’UMP, sottosegretario e poi ministro dell’ambiente. Ha perso le elezioni al comune di Parigi contro Anne Hidalgo, ora sindaco socialista della capitale. Portavoce di Sarkozy alle elezioni del 2012 ha anch’essa, come Fillon, trovato modo di distanziarsi dalla figura ingombrante dell’ex presidente all’indomani della disfatta elettorale.

Le sue idee: è forse la candidata più progressista tra quelli in campo, e si è distinta per una serie di prese di posizione molto critiche alla “droitisation” del suo partito. Ha quindi fatto della libertà di parola e della capacità di prendere posizioni coraggiose un suo marchio distintivo. Molto liberale sulle questioni economiche (contraria alle 35 ore e favorevole all’innalzamento dell’età pensionabile), molto aperta sulle questioni sociali: favorevole al matrimonio omosessuale e alla procreazione assistita. Si è anche opposta alla posizione “ni-ni” e ha tentato di capeggiare la fronda contro la proposta di togliere la cittadinanza ai condannati per terrorismo (anche se in possesso della sola nazionalità francese, su questo torneremo). Uno dei punti del suo programma per il comune di Parigi era la liberalizzazione dei servizi, apertura dei negozi la domenica, aumento dell’orario notturno del metrò.  Ha persino sostenuto il movimento Nuit Debout, all’inizio.

Punti di forza: non ha alcuna speranza di vincere, quindi il suo obiettivo è cercare di indirizzare il dibattito sui temi che le stanno più a cuore. Si vedrà soprattutto durante i dibattiti televisivi se riuscirà a imporre la sua agenda.

Punti di debolezza: ha perso malamente le elezioni a Parigi quando la popolarità dei socialisti era già ai minimi. Rischia di essere presa poco sul serio.

6-Bruno Le Maire,ha 46 anni ed è il candidato più giovane. È stato segretario di stato agli esteri e poi ministro dell’agricoltura durante la presidenza Sarkozy. È appassionato di letteratura e ha raccontato la sua esperienza di governo in un libro.

Le sue idee: è molto critico con il modello della classe dirigente francese: quasi tutti i politici francesi hanno fatto l’ENA, la scuola di amministrazione pubblica, lui compreso. Ha spiegato che proprio perché ha visto come vanno le cose è consapevole della necessità di un cambiamento; ha definito gli “enarchistes” come delle “mummie”.
Tiene fede alla sua posizione di terzo incomodo, criticando sia Sarkozy che Juppé. Ha dichiarato che la sfida non può essere tra “le retour du Kärcher” e “l’immobilismo felice”. Il primo riferimento è a Sarkozy, che nel 2004 aveva dichiarato di voler ripulire un campo profughi con una pompa ad alta pressione della Kärcher, l’azienda tedesca che le produce. Il secondo allo slogan di Juppé: “l’identité heureuse”, l’identità felice. Ha presentato un programma di 1000 pagine, roba che fa sembrare il programma della fu Unione di Prodi una piccola raccolta di buoni propositi; la sua proposta più forte è la riduzione di un milione di funzionari pubblici in 10 anni. Vuole poi organizzare un referendum sulla modifica dei trattati europei, Schengen in primis. Ha anche detto che Matteo Renzi deve essere un esempio, soprattutto per la fermezza che ha avuto nell’imporre il jobs act senza negoziazioni interminabili con i sindacati. 

Punti di forza: Le Figaro ha scritto che il suo obiettivo è arrivare terzo con un risultato tale da accreditarsi come il miglior primo ministro sulla scena in caso di vittoria del suo partito, non ha quindi la pressione della vittoria, e grazie al doppio turno potrebbe avere un buon successo, visto il profilo molto autonomo che si sta creando.

Punti di debolezza: il suo principale concorrente è Fillon, che come visto ha un sostegno molto più strutturato nell’establishment del partito (Le Maire conta su una trentina di deputati e senatori). In più, almeno sinora, i francesi hanno mostrato di preferire i candidati esperti.

7-Jean-Frédéric Poisson è l’unico candidato esterno ai repubblicani perché leader del partito cristiano-democratico, non ha avuto bisogno quindi di raccogliere firme o sostegno dai parlamentari.

Le sue idee: è una sorta di Pierferdinando Casini d’oltralpe, vista anche la recente comune passione per la politica estera, e si è fatto conoscere per la visita a Bachar Al Asad nel luglio 2015. Nell’occasione ha risposto a chi gli chiedeva un parere sulla decisione del regime di bombardare anche i quartieri civili di Aleppo, che dopotutto la guerra è guerra. Ecco forse Casini questo non lo direbbe. Contrario ai matrimoni gay e euroscettico, rappresenta la branca sovranista della destra francese. È convinto bisogni difendere le prerogative dello Stato contro le intrusioni dell’Europa. Ha molto criticato l’atlantismo di Francois Hollande e di Sarkozy. Vorrebbe invece degli accordi privilegiati con la Russia, e l’eliminazione delle sanzioni.

Punti di forza: è molto indietro nei sondaggi, in alcuni non arriva nemmeno all’1%, ciò che gli interessa è quindi dare visibilità al suo piccolo partito, e i tre dibattiti televisivi in programma gli consentiranno di farlo.

Punti di debolezza: la campagna ruoterà intorno all’identità francese, alla lotta al terrorismo, al ruolo dell’Europa e alla gestione del fenomeno migratorio. Viste le sue idee, avrà senz’altro qualcosa da dire. Il problema è che non è un grande oratore ed è, al momento, un perfetto sconosciuto per la maggioranza dei francesi.

Piccola precisazione: va subito chiarito che i sondaggi sono ancora largamente inaffidabili, sia perché sino a mercoledì non era disponibile la lista completa dei candidati, sia perché la base elettorale è molto complicata da individuare. Come in Italia per il PD, le primarie sono aperte a tutti, e questo rende le rilevazioni difficili e con un gran margine d’errore. In ogni modo Juppé e Sarkozy si contendono la prima posizione, entrambi dati intorno ai 37 punti percentuali. La tendenza è però favorevole al secondo, che ha recuperato 15 punti dalle rilevazioni di marzo. Il terzo posto è conteso tra Fillon e Le Maire, ma a meno di colpi di scena è tra i primi due che si gioca la partita.

2-E i socialisti? Esistono ancora? Hanno qualche speranza?

Perchè non c’è una guida dei candidati per le primarie del Partito Socialista? Perché il partito è in forte crisi per le divisioni interne e per l’emorragia di voti alla sua sinistra. E quindi ufficialmente non abbiamo ancora i candidati.

Di questo parleremo meglio nelle prossime settimane, per adesso basta che sappiate che le primarie si terranno in gennaio (forse), e che le notizie sono poche e contraddittorie. Hollande è molto impopolare, al momento non ha chiarito se si candiderà o meno, non arriva al secondo turno in nessun sondaggio. Da questo dipende un’eventuale candidatura di Valls, il Primo Ministro: dopo mesi di voci sulle sue ambizioni presidenziali Valls ha dichiarato di sostenere il presidente. Se corre Hollande si farà da parte. I candidati che si sono dichiarati disponibili a partecipare per adesso sono cinque, tendenzialmente sconosciuti. L’unico politico di relativo peso che ha fatto capire di voler sfidare Hollande è Arnaud Montebourg che rappresenta l’ala sinistra del Partito, ma stenta nei sondaggi (come candidato socialista al primo turno delle presidenziali non supera il 10% in nessun sondaggio).

3-Calais, la Giungla e il nuovo muro anti migranti

Quello che sta succedendo a Calais inciderà fortemente sulla campagna elettorale, e anche di questo ci occuperemo nelle prossime settimane, perché sarà un argomento ricorrente. In breve, Calais è una piccola città nel nord della Francia, uno dei porti principali sull’Oceano Atlantico e quello da dove i treni e i bus entrano nel tunnel della Manica. Vicino Calais esiste da tempo una baraccopoli, anche detta “la Giungla”, formatasi dopo la chiusura del campo profughi di Sangatte e abitata dai migranti che cercano di raggiungere la Gran Bretagna. “La Giungla” si è sviluppata ai lati dell’autostrada attraversata dai TIR per entrare nel tunnel; a causa dei controlli di frontiera si formano lunghe code e i migranti cercano di approfittarne per salire di nascosto sui mezzi pesanti. Per evitarlo, Francia e Regno Unito si sono accordati per costruire un muro che protegga l’autostrada e impedisca il passaggio ai migranti. Al momento più di 10mila rifugiati sono ammassati in condizioni precarie intorno a Calais, e a breve si porrà la questione di dove collocarli. La proposta del governo è accoglierli su tutto il territorio nazionale, ma questa proposta ha due problemi: il primo è che una volta smantellato il campo ci vorrà poco perché se ne crei uno nuovo, il flusso di migranti che cerca di arrivare in Inghilterra è continuo, e quindi questo non risolverà il problema nel medio termine; il secondo è che per distribuire i migranti in tutti i comuni francesi bisogna convincere i sindaci, e il Front National ha già dichiarato che i suoi sindaci si rifiuteranno di farlo. 

4-“Au moment où vous devenez français, vos ancêtres ce sont les Gaulois”

Letteralmente vuol dire “appena diventate francesi, i vostri antenati sono i Galli”, e si riferisce evidentemente all’idea di assimilazione che ha portato avanti per un certo periodo la Francia rispetto agli immigrati. Chi viene in Francia diventa francese, non esiste identità possibile che non sia questa. La dichiarazione è stata molto criticata, sia da sinistra (il ministro dell’istruzione ha consigliato Sarkozy di rileggere i libri di storia) che dai repubblicani stessi. Juppé ha chiesto di non abbassare il livello del dibattito, Le Maire ha fatto notare che le sue origini (nonno pied-noir, nonna brasiliana), come quelle di Sarkozy, sono tutt’altro che galliche. Molti commentatori hanno sottolineato che questa dichiarazione non è casuale, Sarkozy non è uno stupido e ogni sua uscita è ponderata: sa a chi rivolgersi e ha una strategia precisa. L’ex presidente ha ben chiaro che in questo momento è candidato alle primarie del centro destra, non alle presidenziali. Si rivolge quindi a una parte dell’elettorato, e questo gli consente di osare di più su alcuni temi. I suoi obiettivi sono due:

1-Spingere Alain Juppé sempre più nel campo centrista e farlo spostare il più possibile su posizioni vicini a quelle della sinistra, in modo da attaccarlo con più efficacia. Juppé così rischia di essere il campione di una parte dell’elettorato certamente disposta a votarlo al secondo turno delle presidenziali, ma che alle primarie del centro destra sicuramente non parteciperà.

2-Cercare di orientare il dibattito su temi meno concreti e più adatti ad uno scontro verbale, arte in cui il l’ex presidente è molto abile. In più questo consentirebbe a Sarkozy di oscurare Marine Le Pen o comunque costringerla a prendere posizioni ancora più estreme (tranquilli, anche sulla strategia del Front National ci torniamo). La cosa per ora ha funzionato, è da martedì che in Francia non si parla d’altro.

Spero sia stato un buon inizio; a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, tutte le puntate

Qui di seguito trovate la raccolta di tutte le puntate.

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Settimana 1, 25 settembre

Settimana 2, 2 ottobre

Settimana 3, 9 ottobre

Settimana 4, 16 ottobre

Settimana 5, 23 ottobre

Settimana 6, 30 ottobre

Settimana 7, 6 novembre 

Settimana 8, 13 novembre 

Edizione straordinaria, 19 novembre 

Settimana 9, 21 novembre

Edizione straordinaria, 26 novembre

Settimana 10, 28 novembre

Settimana 11, 4 dicembre

Settimana 12, 11 dicembre

Settimana 13, 18 dicembre

Settimana 14, 27 dicembre

Settimana 15, 2 gennaio 

Settimana 16, 8 gennaio

Settimana 17, 15 gennaio

Edizione straordinaria, 21 gennaio

Settimana 18, 23 gennaio


Edizione straordinaria 5 maggio

Settimana 33, 8 maggio

Settimana 34, 14 maggio

Settimana 35, 21 maggio

Settimana 36, 28 maggio

Settimana 37, 4 giugno

Edizione straordinaria, 9 giugno

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