Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentasettesima settimana: è Macron il nuovo leader dell’Occidente?

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Macron ha terminato il suo primo giro di incontri internazionali. L’esercizio è riuscito molto bene al nuovo presidente francese, che dopo la decisione di Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul clima si sta ponendo come nuovo leader dell’Occidente. Ma è stato soprattutto l’incontro con Vladimir Putin a far capire che tipo di atteggiamento terrà Macron nelle relazioni diplomatiche con gli altri paesi.

Emmanuel Macron è un presidente che intende utilizzare la storia del suo paese per legittimare le sue azioni. È una questione di comunicazione, certo, ma è soprattutto un modo di “riempire” le sue posizioni politiche e, in un certo senso, spersonalizzarle: Macron parla per la Francia ed è il garante di un percorso molto più grande di lui e finora questa attitudine è stata molto apprezzata sia dalla stampa interna che da quella internazionale. Dopo aver utilizzato il Louvre per inaugurare la sua presidenza, Macron ha subito utilizzato la reggia di Versailles per sottolineare una nuova fase nelle relazioni diplomatiche franco-russe. Lunedì scorso infatti, Vladimir Putin è stato ricevuto nel palazzo immaginato da Luigi XIV per il primo incontro con il nuovo presidente francese, che ha così terminato la sua settimana internazionale dopo la visita di Donald Trump, il summit della NATO a Bruxelles e il G7 di Taormina.

Nel maggio del 1717 lo Zar Pietro il Grande visitò per la prima volta Parigi accolto dall’ancora bambino Luigi XV e dal suo reggente, il duca d’Orleans. Pietro il Grande, che aveva già visitato l’Europa una ventina d’anni prima ma non era riuscito ad ottenere un’udienza da Luigi XIV, cercava appoggi politici e logistici per ammodernare il suo impero e cercare di importare il modello culturale europeo, e in particolare francese, in Russia. Dopo la visita francese lo zar creò l’Accademia delle scienze di Russia, sul modello dell’Académie Française e si ispirò a Versailles per completare la costruzione della reggia di Peterhof. La visita di Pietro fu l’inizio della “finestra aperta sull’Europa” e l’ingresso della Russia nel concerto delle grandi potenze europee.

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Da quel momento le relazioni franco-russe sono state segnate da alti e bassi, tra l’invasione di Napoleone e l’alleanza militare tra il 1892 e il 1917 (simboleggiata dal ponte Alexandre III a Parigi), ma è evidente il fascino che i paesi esercitano reciprocamente. I due modelli politici sono molto più simili di quanto si pensi: il peso dello Stato centrale, la grande rivoluzione, l’impero, la presidenza reale, per non parlare della grandissima influenza francese nella letteratura russa e viceversa. Emmanuel Macron ha ripreso tutte queste suggestioni e ha fatto capire che con lui i rapporti saranno franchi, ma distesi.

L’occasione, l’inaugurazione della mostra sul primo viaggio dello zar, proprio a Versailles, ha aiutato Emmanuel Macron a ricordare implicitamente le posizioni politiche difese da Putin nei primi anni al Cremlino, quando la politica estera russa era guidata dalla volontà di avvicinarsi all’Unione Europea e alla Nato. Non solo, è un fatto noto che Pietro è il sovrano che Putin preferisce, come ha spiegato al Figaro Francine-Dominique Liechtenhan biografa della dinastia Romanov: “Putin è nato a San Pietroburgo, la città fondata da Pietro il Grande nel 1708. Riceve regolarmente alla reggia di Peterhof e venera questo autocrate riformatore perché è colui che ha fatto entrare la Russia nella modernità”. Il presidente russo ha infatti molto apprezzato la visita, ricordando che le relazioni tra i due paesi sono persino più antiche della visita dello zar e che ha apprezzato molto il tentativo di riavvicinamento di Macron.

Con questo atteggiamento il presidente francese ha, ancora una volta, deciso di seguire le orme di Charles de Gaulle, che invitò Nikita Chruščёv proprio a Versailles nel 1960. La visita fu organizzata in un momento molto teso delle trattative della divisione di Berlino (all’epoca ancora sotto le zone di influenza francese, inglese, americana e, naturalmente, sovietica) e consentì al generale di porre le basi per i futuri rapporti con i sovietici, rapporti che furono mantenuti da tutti i presidenti successivi, in particolare da Jacques Chirac, che consegnò a Putin la legione d’onore nel 2006 (la più alta onorificenza francese) dopo averlo invitato alla commemorazione del sessantesimo anniversario dello sbarco in Normandia nel 2004.

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Chruščёv e de Gaulle a Versailles nel 1960

Il riferimento a de Gaulle non è casuale, Macron riceve Putin subito dopo aver incontrato tutti i leader della Nato, ponendosi in questo modo come portavoce delle potenze occidentali. Macron, dopo una presidenza molto ostile alla Russia e insolitamente vicina agli Stati Uniti, ha voluto ristabilire la tradizionale posizione francese in politica estera: sì alleati degli americani ma autonomi e indipendenti, capaci di avere un rapporto costruttivo con la Russia a prescindere da cosa pensa Washington. D’altronde, secondo de Gaulle, l’Europa era compresa tra l’Atlantico e gli Urali, e l’evocazione di Pietro il grande implica San Pietroburgo e non Mosca: in un momento in cui la Russia sta cercando un interlocutore in Occidente, vista la tradizionale freddezza britannica, la posizione molto dura di Angela Merkel e l’inaffidabilità di Donald Trump, la mano tesa di Macron è benvenuta.

La Francia torna quindi a discutere con la Russia dopo che Hollande aveva chiuso tutti i canali diplomatici con Putin, una relazione mai decollata che aveva trovato il suo punto più basso a novembre, quando Putin decise di non partecipare all’inaugurazione del centro culturale e spirituale ortodosso di Parigi lo scorso novembre. Molte analisi dei giorni successivi hanno sottolineato come Macron abbia capito perfettamente qual è il modo in cui ragiona Putin: il presidente russo comprende i rapporti di forza, e ha capito che con il presidente francese potrà avere un rapporto franco e diretto.

Diretto al punto da tracciare una nuova linea rossa: l’uso delle armi chimiche in Siria non sarà tollerato, la Francia è pronta ad intervenire militarmente per sanzionarne un nuovo utilizzo; i diritti della comunità LGBT in Cecenia e delle ONG in Russia vanno salvaguardati, e la Francia veglierà affinché non vengano violati in continuazione come negli ultimi mesi. Infine, uno dei momenti più tesi: l’evocazione dell’ influenza russa durante la campagna elettorale. Macron ha esplicitamente criticato le due agenzie di stampa RT e Sputnik che “non fanno giornalismo e quindi non hanno potuto avere accesso al Quartier Generale di En Marche!”, un passaggio che è stato molto ripreso dai telegiornali e dalle televisioni di tutto il mondo.

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Infine, giovedì sera è arrivata la decisione ufficiale di Donald Trump: gli Stati Uniti non onoreranno l’impegno preso dall’amministrazione Obama con il trattato Cop21, l’accordo mondiale sul contrasto ai cambiamenti climatici. Appena il presidente americano ha terminato il suo discorso alla Casa Bianca, l’Eliseo ha annunciato che il presidente Macron avrebbe reagito con un messaggio alla nazione. Macron ha prima parlato in francese, criticando la decisione degli Stati Uniti, giudicandola incomprensibile, poi in inglese, rivolgendosi direttamente agli americani e invitando tutti gli scienziati che vogliono continuare a impegnarsi per il pianeta a venire in Francia, dove avranno la possibilità di farlo (cosa che aveva già fatto, sempre in inglese, durante la campagna elettorale). La conclusione “make our planet great again” è stata un attacco diretto e quasi personale a Donald Trump, che non avrà gradito l’ennesima provocazione del giovane presidente francese.

 

È chiaro che Macron, in questo momento di campagna elettorale, stia sfruttando la scena internazionale per consolidare il proprio vantaggio nei sondaggi, che lo danno già tranquillo vincitore delle elezioni legislative in programma la settimana prossima. Ma c’è qualcosa di più: il presidente ha deciso di raccogliere il testimone di Barack Obama e accreditarsi come nuovo leader mondiale, un ruolo che ha sempre rivendicato di voler esercitare, per se stesso e per il suo paese. Per ora l’obiettivo sembra riuscito, ma le sfide più grandi sono ancora davanti a lui.

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Il sondaggio è stato effettuato dall’istituto Ipsos

Il personaggio della settimana

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Nathalie Kosciusko-Morizet è una delle figure politiche di primo piano più a rischio in queste elezioni legislative. È candidata nella seconda circoscrizione di Parigi, un collegio considerato blindato dalla destra gollista ed ex circoscrizione di François Fillon. Si dice che questo sia uno dei motivi per cui non ha mai abbandonato la campagna presidenziale nemmeno nei momenti più critici, nonostante avesse poco in comune con toni e programma. NKM, come viene spesso abbreviato il suo nome, ha infatti difeso una posizione liberale-libertaria durante le primarie della destra di novembre, e ha sostenuto Alain Juppé al secondo turno. Nonostante la posizione conciliante nei confronti di Emmanuel Macron deve affrontare un candidato di En Marche! oltre a due candidati vicini ai repubblicani (tra cui Henri Guaino, ex consigliere di Sarkozy). I sondaggi dicono che perderà le elezioni (al ballottaggio il candidato di En Marche!, Gilles Le Gendre, la batterebbe 68 per cento a 32 per cento): se dovesse accadere il collegio sarebbe uno dei simboli della “caduta del vecchio mondo”. Peccato che a farne le spese sia uno dei volti più interessanti della destra repubblicana.

Consigli di lettura

-Ne ho già scritto la settimana scorsa, ma qui trovate un utilissimo riassunto dell’affaire Ferrand, lo scandalo che sta mettendo in discussione la posizione del ministro per la coesione territoriale;

Secondo il New Statesman il discorso con cui Emmanuel Macron ha reagito all’annuncio di Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dalla Cop21 è quello che tutti noi attendevamo da un giovane leader progressista. Però potrebbe non essere il miglior modo di trattare con Trump, e quindi essere controproducente;

La lunga intervista concessa da Vladimir Putin al Figaro, il giorno dopo l’incontro di Versailles. Vale l’abbonamento, così come vale l’abbonamento il racconto di come si prepara un’intervista del genere;

-La cronaca della visita di Pietro il Grande a Parigi nel 1917, in un bellissimo articolo scritto dal Monde Diplomatique nel 1959, alla vigilia della visita di Chruščёv.

Per oggi è tutto, noi ci sentiamo venerdì mattina per fare il punto prima del voto di domenica!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, settima settimana: dibattito equilibrato ma Sarkozy può recuperare

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Di cosa parliamo questa settimana?

1-Naturalmente di com’è andato il dibattito dei Repubblicani, che ha visto una buona performance di tutti i candidati. Ognuno ha dei motivi per uscire contento dal confronto televisivo, che però potrebbe leggermente spostare gli equilibri a favore di Nicolas Sarkozy.

2-Un breve accenno su Marine Le Pen, dalle molte domande che mi arrivano ho capito che è un argomento che interessa parecchio, e me ne occuperò. Se finora non l’ho fatto c’è una ragione. Chi vuole approfondire il personaggio però può leggere un mio lungo ritratto, che trovate cliccando questo link.

3-Ho scritto una lunga spiegazione di cos’è la “Giungla” di Calais (chi segue dall’inizio, sa che l’avevo promesso), che è stata smantellata in queste settimane. L’articolo lo trovate cliccando qui.

1-Chi ha vinto il dibattito?

È difficile da dire, ogni candidato arrivava al confronto con aspettative e obiettivi diversi, e non ci sono stati particolari errori da parte di nessuno. Stando così le cose, probabilmente non è nemmeno tanto utile chiederselo, così come non è utile che io vi racconti per filo e per segno cos’è successo. È interessante dar conto invece degli atteggiamenti dei candidati, specialmente i favoriti, per capire se la partita è ancora aperta o no.

A-Tutti contro Sarkozy

Questa è, se vogliamo, la notizia. Alla vigilia ci si aspettava un duello tra i due favoriti, Alain Juppé e Nicolas Sarkozy. L’ex presidente, in difficoltà nei sondaggi, aveva tutto da guadagnare rispetto ad uno scenario del genere: si pensava Sarkozy ingaggiasse battaglia e Juppé provasse in qualche modo a chiamarsi fuori. Il duello invece non c’è stato, perché gli outsider non l’hanno consentito. Le Maire, Copé e Nathalie Kosciusko-Morizet hanno deciso di giocare la carta “tutti contro Sarkozy”. Sarkozy ha provato a rispondere col solito atteggiamento “paternalista”, dopotutto chi lo attaccava è stato ministro durante la sua presidenza, ma gli altri tre sono stati bravi a confinarlo nel suo ruolo di candidato.

Juppé, posizionato all’estrema sinistra dello schermo, è stato lasciato in pace, e ogni tanto guardava gli scontri (mai esagerati, ma comunque duri) di cui erano protagonisti gli altri con malcelata soddisfazione. Perché dico che è la notizia più rilevante? Perché un atteggiamento del genere è insolito, in genere è il favorito a subire attacchi. E poi perché paradossalmente un copione del genere ha aiutato Sarkozy e forse, ma ci arriviamo, in fin dei conti danneggiato Juppé. Due sono i motivi: il primo è che grazie ai continui attacchi l’ex presidente ha potuto mostrarsi combattivo, rispondendo col sorriso alle critiche di chi ha condiviso con lui un lungo percorso politico. Sarkozy è parso molto a suo agio (nel primo dibattito era decisamente più teso) e spesso ha volto le critiche a suo favore, come potete notare da questo scambio con Bruno Le Maire.

Il secondo motivo è più politico: essere il bersaglio di tutti gli attacchi aiuta molto l’ex presidente per il primo turno. Come abbiamo detto settimana scorsa, Sarkozy è il candidato più identitario, la sua base è praticamente inossidabile: Sarkozy mobilita. Il suo comitato è il più organizzato e in un’elezione con relativamente pochi partecipanti riuscire a portare le persone a votare è fondamentale. Certo, su una platea di 4 milioni questo vantaggio peserà di meno, ma non è assolutamente certo che l’affluenza sarà così alta. È la prima volta che a destra organizzano le primarie, non c’è un precedente.

Le analisi, mie comprese, sono tarate sul “sentimento” dei francesi, sulla loro opinione. Ma alle primarie della destra votano gli elettori della destra, non tutti i francesi. È vero che nelle ultime settimane Juppé ha aumentato il vantaggio nei sondaggi grazie alla mobilitazione dell’elettorato centrista in funzione anti-Sarkozy, ma è una mobilitazione che avviene tra quelli che rispondono al sondaggio seduti in poltrona. Andranno davvero a votare? La risposta che danno dal quartier generale di Sarkozy è: “meno di quanto vi aspettate”. Hanno ragione? Questo lo sapremo il 20 novembre. Per ora, vista anche la buona performance nel dibattito, possiamo ragionare su alcuni sondaggi pubblicati subito dopo il dibattito dall’istituto Elab.

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Come si vede Juppé è il candidato che riscuote più successo tra i francesi in generale, guardando solo gli elettori di centro-destra si scopre che Sarkozy è in testa. Il problema, e qui sta il paradosso, si porrebbe dopo il primo turno. Un voto fortemente identitario in un quadro di pochi partecipanti favorisce Sarkozy, ma allo stesso tempo lo isola. Se tutti gli altri candidati scelgono di votare Juppé al secondo turno la partita è tendenzialmente chiusa. Bisogna tenere conto del fatto che non si vince mai da soli in un’elezione a due turni.

B-Juppé-Fillon: gli uomini di Stato

Nei commenti a caldo, appena finito il dibattito, diversi giornalisti hanno fatto notare un atteggiamento simile da parte di Alain Juppé e François Fillon: cercare di evitare la polemica con gli altri candidati, parlando dei propri programmi e delle proprie idee. In questo sono stati aiutati dalla dinamica del confronto: non dovendo mai difendersi dagli attacchi, tutti concentrati su Sarkozy, hanno potuto coltivare la loro figura al di sopra delle parti. Juppé ha chiarito di essere candidato contro il Front National e Hollande, non contro Sarkozy, Fillon ha spiegato che il presidente è “il leader di tutti e non della propria parte o dei propri amici”. Come abbiamo visto, Juppé è molto alto nei sondaggi (mediamente conserva 6-7 punti di vantaggio su Sarkozy). L’obiettivo, come nel primo dibattito, era evitare di perdere punti, cosa che non pare essere accaduta. Paradossalmente, essere stato risparmiato da tutti gli attacchi può aver dato l’impressione che il sindaco di Bordeaux sia poco combattivo, oltre che poco temuto dagli altri.

Allo stesso tempo questo ha però contribuito a consolidare la sua immagine da presidente in pectore, che è stata confermata da un piccolo scambio avvenuto appena finito il dibattito. È una cosa piccola, però dà il senso. Usciti dalla Salle Wagram, dove si è tenuto il confronto, i candidati venivano avvicinati dai giornalisti per scambiare due battute. Prima che qualcuno potesse chiedigli qualcosa,  Juppé, a favore di telecamere, è stato fermato da una poliziotta, che gli ha chiesto un incontro per discutere della risoluzione di una serie di problemi legati alla polizia “visto che siamo convinti che lei sarà il prossimo presidente” e Hollande non è capace. Il sindaco di Bordeaux è stato molto disponibile e le ha chiesto il contatto in modo da organizzare l’incontro. Insomma, uno spot gratis a reti unificate.

Un altro momento interessante è stato quando i candidati hanno risposto rispetto alla loro idea sulla funzione presidenziale. Juppé ha detto più volte di voler fare un solo mandato, senza aver l’ansia di essere rieletto e di basare le sue politiche anche su questo. La questione, legittima, che si può porre è: perché ci insiste tanto, visto il rischio di trovarsi una guerra per la sua successione dal giorno dopo le elezioni? In realtà il proposito è abbastanza coerente visto che, come abbiamo visto nella prima puntata, uno dei punti deboli di Juppé è l’età, e lui ne è consapevole. Tra l’altro, secondo il politologo Pascal Perrineau, i francesi si attendono dei mandati corti per dar respiro alla democrazia, la riforma che ha portato il mandato da 7 anni a 5 del presidente fu infatti accolta con favore. Sul terreno del mandato unico Juppé è stato affiancato da Fillon e Sarkozy, convinti della bontà della decisione. In questo il sindaco di Bordeaux è stato capace quindi di dettare l’agenda.

Yves Thréard, acuto analista del Figaro, dice la sua

Per quanto riguarda Fillon invece, il secondo dibattito ha confermato la tendenza delle ultime due settimane. Dopo l’ottima performance del suo intervento all’Émission Politique della settimana scorsa, ha continuato a coltivare il suo profilo: competente, moderato, affidabile. Non ha sfondato, e d’altronde non è nella sua natura, ma è parso molto credibile sia in politica estera che sulle questioni della riforma scolastica e della funzione presidenziale.  Altro indicatore, che non conta moltissimo, ma può dare l’idea dell’incisività dell’ex primo ministro: Fillon è stato il nome più citato su twitter pur non essendo il candidato più presente sui social network. Stamattina, intervistato, si è detto molto soddisfatto per il successo che la sua candidatura sta avendo nel paese. È vero che Fillon sta recuperando ma, come abbiamo appena analizzato nel punto A, Sarkozy è parso tutt’altro che in crisi.

C-La polemica su Bayrou

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Ho spesso citato François Bayrou nelle puntate precedenti. Sindaco di Pau (una piccola città del sud della Francia) è il leader del movimento centrista Modem, si è candidato al primo turno delle presidenziali più volte, senza mai arrivare al secondo turno ma ottenendo sempre dei risultati comunque importanti. Tradizionalmente alleato della destra gollista, alle presidenziali 2012 è stato protagonista di un piccolo tradimento: ha sostenuto Hollande al secondo turno contro Sarkozy, che infatti lo detesta.
Bayrou è da mesi grande sponsor di Juppé: nel caso in cui il sindaco Bordeaux sarà candidato, non si presenterà al primo turno delle presidenziali.

La cosa ha visibilmente innervosito Sarkozy, che durante il dibattito l’ha duramente attaccato: “non sono contro l’alleanza con il centro con cui abbiamo tra l’altro già governato. Non ho problemi personali con François Bayrou ma mi domando cos’è che abbiamo in comune con lui”. L’atteggiamento era ampiamente previsto, ma ha dato modo di rispondere a Alain Juppé che ha definitivamente spento la polemica “ho fatto una campagna molto attiva per Sarkozy nel 2012, non condividendo la scelta di Bayrou all’epoca” ha detto il sindaco di Bordeaux “ma in tutte le elezioni locali siamo stati ben felici di allearci con Bayrou”.

L’argomento, che può sembrare  di “politique politicienne” ed in effetti lo è, ha comunque tenuto banco per mezz’ora, a dimostrare quanto il leader centrista sia un personaggio rilevante. In più il suo nome è stato protagonista di uno degli scambi più divertenti del dibattito, vista la somiglianza del suo cognome con quello di Baroin, importante sostenitore di Sarkozy (che lo ha sostenuto alle elezioni locali).

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D-Le Maire, Nathalie Kosciusko-Morizet, Jean-François Copé: gli outsider

Ne avevamo avuto le avvisaglie già nel primo dibattito, quando Sarkozy era apparso come uno dei candidati e non come il presidente uscente. Il secondo dibattito ha confermato l’impressione: il timore reverenziale verso l’ex presidente è svanito. Gli ex ministri Bruno Le Maire e Nathalie Kosciusko-Morizet e l’ex presidente del partito Jean-François Copé, come detto prima, lo hanno incalzato a turno, in continuazione.

La più offensiva è stata la deputata, che pur essendo stata la portavoce di Sarkozy durante la campagna elettorale del 2012 e a lungo sua protetta, non ha esitato a metterlo in difficoltà, accusandolo di non aver portato avanti sino in fondo le sue riforme ecologiste.” Sarkozy ha attaccato:”non sono pentito della tua nomina ministeriale, ma non sono sicuro che lo rifarò”. Ma NKM (i francesi adorano le abbreviazioni) ha subito replicato “non ne avrai l’occasione”, probabilmente rivelando, in maniera tutt’altro che ingenua, chi sosterrà al secondo turno. La Morizet ha delle convinzioni forti, le porta avanti con convinzione, parla di cose del futuro più degli altri, è stata molto netta sul Front National, rifiutando categoricamente la possibilità di un voto al partito di Marine Le Pen ai ballottaggi.

Bruno Le Maire, dal canto suo, ha provato più volte ad attaccare l’ex presidente, ma senza grande successo. Anzi, ha consentito a Sarkozy di rispondere in maniera brillante ad una sua provocazione, nello scambio che vedete di seguito. Insomma, l’ex ministro dell’agricoltura non è parso spaesato come nel primo dibattito, ma sembra aver perso la possibilità di agganciare Fillon e accreditarsi come “terzo uomo”.

2-Un piccolo accenno sul Front National e Marine Le Pen

È vero, ne abbiamo parlato poco, e almeno sino alla fine delle primarie continueremo a dedicarle poco spazio. Un po’ perché non voglio scrivere delle newsletter troppo lunghe, un po’ perché il silenzio dell’eurodeputata è parte della sua strategia. Lo ripeto ancora una volta per chi arriva solo adesso: il Front National ritiene che i fatti parlino per Marine. Il problema immigrazione, dopo lo sgombero della “giungla”, diventerà reale anche nelle zone più periferiche della Francia come ho spiegato in questo lungo articolo per Gli Stati Generali, e nei villaggi rurali il Front National va fortissimo. L’altro tema su cui spingono i frontisti è che destra e sinistra sono uguali e ormai la sfida è Front National vs Resto del Mondo. Così sembra un po’ una caricatura, e lo è, però se ascoltate Florian Philippot nel video che viene di seguito capite che i frontisti sanno essere abbastanza efficaci su questi argomenti.

Per chi non conosce il francese, Philippot ironizza sul fatto che gli oppositori del Front National organizzano tre primarie, una della destra, un’altra socialista e la terza al primo turno delle presidenziali. Non serve, tanto già sanno che al secondo turno si alleeranno per battere Marine Le Pen.

In settimana si è in ogni modo parlato del fatto che Marine Le Pen deve restituire 339.000 euro al Parlamento Europeo. In breve: secondo il Parlamento i suoi due assistenti, pagati appunto dall’istituzione europea, lavoravano per attività politiche diverse da quelle del Parlamento, cosa illegittima. Naturalmente la leader del Front National ha negato le accuse, ma nessuno nega che la cosa sia un problema per lei. Se volete approfondire ne ha scritto Il Post, in italiano. Se volete sapere se è una notizia che può danneggiarla politicamente, la risposta è non moltissimo: è vero che al momento i frontisti hanno pochi soldi e stanno faticando a trovarne, ma i giornali francesi ne hanno parlato davvero poco. Per saperne di più bisogna dunque aspettare.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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