Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, edizione straordinaria: al voto al voto (di nuovo)

Edizione straordinaria della newsletter sulle presidenziali francesi

Mesi fa, quando è iniziato ad apparire chiaro che Macron aveva serie possibilità di vittoria alle presidenziali, moltissime analisi (comprese le mie) dubitavano di una vittoria alle successive elezioni legislative. Il ragionamento era che un movimento poco strutturato sul territorio, molto giovane, che aveva basato tutto il suo successo sulla capacità del proprio leader, non sarebbe stato così competitivo in un’elezione che è sì nazionale, ma ha una notevole componente locale data dal collegio uninominale. Si diceva, all’epoca, che già raggiungere la maggioranza relativa sarebbe stato un grande successo, visto anche l’annunciato exploit del Front National e la storica competitività dei repubblicani alle legislative. Parlando con più deputati macronisti mi veniva invece spiegato che le legislative non sarebbero state un problema, perché “se i francesi ti fanno vincere alle presidenziali poi ti danno anche i mezzi per governare”.

A quanto sembra a En Marche! avevano ragione e noi giornalisti, politologi e analisti torto. Come vedete le proiezioni sono abbastanza evidenti e segnalano una maggioranza da record all’Assemblea Nazionale. Tanto che secondo il Canard Énchainé il presidente avrebbe detto in privato di essere “preoccupato” di una maggioranza così ampia. Perché la preoccupazione? En Marche! ha fatto del rinnovamento uno dei pilastri della sua campagna elettorale: metà dei candidati all’Assemblea non hanno mai avuto mandati elettivi, meno del 10 per cento è deputato uscente. Questo però pone un problema, soprattutto in un gruppo così grande: come si gestiscono persone che non sanno come funziona la vita di un gruppo parlamentare e hanno una grande autonomia personale, venendo dal mondo delle professioni?

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La proiezione dei seggi dopo i due turni delle legislative

Intendiamoci, avere un solido mestiere oltre alla politica è una cosa positiva, però può aumentare il rischio di fronda su alcuni provvedimenti. Anche perché la provenienza politica dei candidati è molto eterogenea: come annunciato da En Marche! sarà la Francia sedicente progressista a comporre la maggioranza presidenziale, persone di destra, di sinistra e di centro unite dalla volontà di attuare il programma del presidente. Più facile a dirsi che a farsi: non è detto che i vari deputati andranno sempre d’accordo e anzi è possibile immaginare che le discussioni saranno abbastanza accese; in questo senso sarà molto importante capire chi diventerà il presidente del gruppo parlamentare, visto che il ruolo sarà molto delicato e spesso decisivo. Un conto è gestire i 300 deputati necessari per avere una maggioranza tranquilla, altra questione è gestirne quasi 400.

I rischi che un gruppo di maggioranza così ampio (siamo sul 65 per cento dei seggi) porta con sé sono principalmente due, oltre alle difficoltà di gestione. Il primo è che il dibattito democratico si sposti da una dinamica maggioranza-opposizione che si affrontano secondo i rispettivi ruoli, ad una dinamica di discussione tutta interna alla maggioranza. Questo non è un bene per la democrazia che ha bisogno di un pluralismo di opinioni e soprattutto per un paese come la Francia, dove il problema della mancanza della rappresentanza è molto dibattuto e sentito dai cittadini. Il secondo rischio, direttamente legato al primo, è che l’opposizione non trovi altro modo che manifestarsi in piazza, visto che all’Assemblea il secondo gruppo, quello repubblicano, non è giudicato in grado di fare un’opposizione molto dura (alcuni candidati si sono detti pronti a votare molte leggi proposte da Macron). Una situazione del genere potrebbe presentarsi già nei prossimi mesi sulla grande riforma del mercato del lavoro: l’introduzione della flexisecurity promessa dal presidente è uno dei temi che più divide l’opinione pubblica, e le forze che le sono avverse rischiano di essere poco rappresentate in parlamento.

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Le intenzioni di voto a livello nazionale

La crisi dei partiti tradizionali

Socialisti e repubblicani si trovano in una situazione di grande difficoltà, seppure con gradazioni diverse. I socialisti rischiano la scomparsa, con le proiezioni che attribuiscono meno di 40 seggi al partito che durante la Quinta Repubblica ha espresso due presidenti della repubblica e nove primi ministri. Personalità storiche rischiano di perdere il proprio collegio (come l’ex primo ministro Manuel Valls, il candidato alle presidenziali Benoît Hamon o l’ex ministro dell’istruzione Najat Vallaud-Belkacem), e il partito è vittima del “grand remplacement”, della grande sostituzione con En Marche!, come ha efficacemente titolato il Figaro.

I gollisti tengono nelle intenzioni di voto rispetto alle presidenziali ma sono sotto shock, rischiando di passare dai 229 deputati eletti nel 2012, quando pure erano stati sconfitti alle presidenziali, ad un  piccolo gruppo di 150. Gli elettori di destra sono molto confusi: hanno visto il loro candidato, favorito dopo la vittoria alle primarie, eliminato dal primo turno, e hanno ricevuto incessanti segnali nella composizione del nuovo governo di Macron, che potrebbero giudicare non così distante dalle loro idee. Il primo ministro è stato segretario generale dell’UMP (la formazione post gollista immaginata da Chirac e Juppé), e il ministero dell’Economia è interamente nelle mani degli ex repubblicani Le Maire e Darmanin. Come vedete, la metà degli elettori repubblicani preferisce Edouard Philippe come primo ministro a François Baroin, che è il leader del partito.

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È proprio la leadership un altro punto di debolezza dei socialisti e dei repubblicani. Bernard Cazeneuve, capo della campagna socialista ed ex primo ministro molto apprezzato durante la fine della presidenza Hollande, ha deciso di non ricandidarsi all’Assemblea Nazionale e ha fatto capire che dopo le elezioni andrà a lavorare in uno studio legale. François Baroin ha invece detto più volte che potrebbe tornare a fare semplicemente il sindaco di Troyes e occuparsi dell’associazione dei sindaci di Francia di cui è presidente, lasciando addirittura il Senato (ad oggi è senatore-sindaco).

Tutti segnali di precarietà e confusione che de-mobilitano un elettorato già fortemente disilluso dopo la vittoria di Emmanuel Macron, e che potrebbe pensare di dare una chance al giovane presidente.

La vera opposizione

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Chi incarna al meglio l’opposizione a Macron?

Front national e France insoumise sono due partiti molto penalizzati dal modo di scrutinio maggioritario a doppio turno. Possono da un lato rallegrarsi vista la credibilità acquisita e riconosciuta dai francesi di vera forza di opposizione a Emmanuel Macron, anche perché questo sentimento diffuso potrebbe essere molto utile se sfruttato alle elezioni locali che si tengono durante i cinque anni di presidenza. D’altro canto quest’elezione rischia di essere molto complessa e un cattivo risultato sembra difficile da evitare.

Jean-Luc Mélenchon si è trovato subito di fronte ad un dilemma: come capitalizzo il 19,5 per cento ottenuto al primo turno delle presidenziali? Il leader della France Insoumise ha scelto l’opposizione frontale e l’innalzamento dei toni: ha deciso di rompere il fronte repubblicano contro Marine Le Pen, non dichiarando il proprio voto a favore di Emmanuel Macron; ha rinnegato l’accordo con il Partito comunista che lo aveva sostenuto alle presidenziali presentando un suo candidato in quasi tutti i collegi; ha iniziato ad attaccare ferocemente l’ex primo ministro Bernard Cazeneuve che si sarebbe “occupato dell’assassinio di Rémi Fraisse” un manifestante ucciso da un poliziotto durante la protesta contro la costruzione della diga di Sivens. La dichiarazione è stata molto criticata dalla stampa e ha contribuito a far riaffiorare l’aggressività del personaggio, un attributo smorzato durante la campagna presidenziale e che era stato a lungo considerato il principale punto debole di Mélenchon.

Per il Front national la questione è relativamente diversa. Il partito è sempre stato un movimento di protesta nazionale, e abbiamo già notato come il doppio turno e l’incapacità di fare alleanze larghe impediscono a Marine Le Pen di arrivare a vincere le elezioni. L’elezione presidenziale poi, ha sì fatto segnare dei record in termini di percentuale e di voti assoluti, ma è stata vissuta come una sconfitta dalla base e dal gruppo dirigente. Al Front National si aspettavano un risultato sopra il 40 per cento, tra il primo e il secondo turno si parlava di un obiettivo di 80 deputati all’Assemblea, mentre il dibattito disastroso e il risultato al di sotto delle aspettative hanno prodotto, nell’ordine:

-Il ritiro temporaneo dalla politica di Marion Maréchal Le Pen, il volto molto mediatico e conservatore del partito, eletta all’Assemblea Nazionale nel 2012 e fondamentale per gli equilibri politici nel sud est, dove il Front National ha sempre ottenuto ottimi risultati ma oggi non ha candidati forti nei collegi favorevoli;

-La polemica molto aspra tra Florian Philippot, il braccio destro di Marine Le Pen, e il resto del partito sulla posizione da tenere sull’euro. Philippot ha fondato una sua associazione politica autonoma (Les Patriotes) e ha minacciato di lasciare il partito se la posizione dell’uscita dall’euro dovesse essere abbandonata, ricevendo risposte del tipo “che faccia pure, non abbiamo bisogno di lui”;

-La fine della brevissima alleanza con Nicolas Dupont-Aignan, unico candidato alle presidenziali a schierarsi per Marine Le Pen al secondo turno che ha abbandonato subito la nave e ha presentato candidati in tutte le circoscrizioni;

-Una grande difficoltà nei sondaggi con le proiezioni che danno il Front National a rischio persino nella costituzione di un gruppo parlamentare (servono 15 deputati).

Il partito sta iniziando a ragionare seriamente del proprio futuro, ed è previsto un congresso ad inizio 2018. L’obiettivo è arrivarci meno divisi di ora e con la leadership dell’opposizione alla presidenza Macron. Vaste programme.

Per oggi è tutto, domenica si vota, io sarò la mattina ospite di Omnibus La7 e seguirò lo spoglio a Roma su Radio 1, per chi vuole. Sabato scorso ho passato una giornata con il ministro dell’economia, Bruno Le Maire, che ho intervistato per Pagina99. Qui l’inizio dell’articolo, che trovate sul numero digitale e in edicola.

Tutti i sondaggi citati sono stati realizzati da Ifop per Le Figaro

Noi ci sentiamo lunedì, per commentare il voto!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, venticinquesima settimana: la nuova strategia di Marine Le Pen

 

Venticinquesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Fillon ha vinto il suo braccio di ferro, ma ciò che è successo nelle ultime settimane sarà molto difficile da ricomporre;

2-La campagna di Benoît Hamon non decolla, e la destra del partito comincia ad abbandonarlo;

3-Marine Le Pen ha cambiato il tema portante della sua campagna elettorale: non più sovranismo ma identità.

1-Fillon ha vinto il suo braccio di ferro

Dopo la difficilissima settimana passata, Fillon ha vinto il suo braccio di ferro. Rimarrà candidato, ormai senza alcun dubbio. I suoi problemi però non sono finiti, la spaccatura esiste ed è profonda, a dimostrazione di come queste presidenziali 2017 siano un momento storico per la politica francese, a prescindere di come finiranno.

Partiamo dalla spaccatura personale. Tra Alain Juppé e François Fillon non c’è mai stato un rapporto profondo, i due hanno sempre militato in correnti diverse nel partito e si sono spesso divisi su scelte importanti. Esisteva però una stima reciproca. Dopo la sconfitta alle primarie Juppé è tornato a Bordeaux e ha sostenuto a distanza il candidato del suo partito, non era impegnato in prima persona ma tutti i suoi “luogotenenti” erano in prima fila ai comizi e ampiamente rappresentati nell’organigramma. Ciò che invece è successo nell’ultimo mese ha in qualche misura turbato Alain Juppé, che non conosceva questa versione più radicale e quasi trumpiana di Fillon. E infatti nella breve conferenza stampa di lunedì mattina il sindaco di Bordeaux ha duramente criticato il candidato per la sua “ostinazione” e per aver radicalizzato l’elettorato di destra. Un elettorato che evidentemente non riconosce più, e forse non ha mai riconosciuto.

Sarebbe però un errore interpretare questa frase legandola solo al contesto della manifestazione del Trocadero. In piazza, a Parigi, si è mobilitato il cuore dell’elettorato fillonista, in particolare la galassia che ha partecipato alle sfilate della Manif Pour Tous, le manifestazioni contro i matrimoni omosessuali, e in particolare il suo movimento militante, Sens Commun (per approfondire l’influenza del voto cattolico per Fillon durante le primarie potete leggere questa edizione della newsletter). Ma non è questo l’elettorato “radicalizzato”  di cui parla Alain Juppé.

Qual è il punto? Il punto è che Nicolas Sarkozy aveva cominciato a cambiare  gli elettori di riferimento del movimento post-gollista, riuscendo ad ampliarne la base. La vittoria di François Fillon, per quanto conseguita in rottura personale con l’ex presidente, andava nella stessa direzione; gli elettori hanno deciso che sarebbe stato Fillon a rappresentarli, ma ideologicamente tra i due non c’erano enormi differenze, anzi. La diagnosi è la stessa, ed è la seguente: la società francese si è spostata a destra, le classi popolari anticomuniste che votavano ampiamente de Gaulle negli anni ’60 sono state attirate dal messaggio di rottura del Front National. Per vincere bisogna rivolgersi a loro ma, poiché la società è molto cambiata rispetto agli anni d’oro del gollismo, bisogna farlo con una retorica nazional-popolare.

Alle primarie si sono affrontate questa visione, che è risultata maggioritaria, e quella della destra gollista più “gestionale” o “elitaria”, nata con Jacques Chirac e divenuta egemone con la conversione al liberalismo operata negli anni ’80. Juppé, il più anziano del gruppo, era stato uno dei protagonisti di quella stagione. Al contrario Fillon non aveva aderito a questa svolta, essendo cresciuto politicamente nella corrente del gollismo sociale di Philippe Séguin, grande rivale di Chirac e del primo ministro liberal-gollista, Eduard Balladur. Fillon aveva vinto le primarie, partecipate da più di 4 milioni di elettori, con un discorso sì liberale ma soprattutto conservatore e identitario.

Le due visioni avevano un seguito diverso: il cuore della destra di Jacques Chirac era molto più ristretta di quella di de Gaulle o di quella di Sarkozy.  Basti vedere i risultati al primo turno nelle varie elezioni: Sarkozy nel 2007 arrivò a 11,5 milioni di voti con il 31%, nel 2012 a 9,7 con il 27%. Chirac nel 2002 prese solo 5,6 milioni di voti con il 19%, e nel 1995 6,3 con il 20%. È chiaro che si tratta di due basi elettorali molto diverse. Alain Juppé non è riuscito a presentarsi come credibile piano b anche perché nei repubblicani la sua posizione è in minoranza, probabilmente negli ultimi anni lo è sempre stata e nemmeno dopo un terremoto del genere è parsa in grado di salvare la sua famiglia politica. La rinuncia e l’amara conferenza stampa del sindaco di Bordeaux constata questo, oltre all’atteggiamento sconsiderato di François Fillon.
C’è però un tassello che manca a Fillon e che invece votava con convinzione per Sarkozy: l’elettorato popolare. Secondo l’ultimo sondaggio Ifop solo il 9% delle categorie popolari al momento si dichiara per Fillon, troppo poco per vincere le elezioni.

La continuità tra Sarkozy e Fillon si nota anche con il peso orami egemone che hanno assunto i sarkozysti nella campagna elettorale di Fillon. È chiaro che in molti non hanno abbandonato la barca per un calcolo di opportunità, ma è altrettanto vero che ritengono in ogni caso il messaggio di Fillon del tutto valido, cosa che invece non riteneva Alain Juppé.

2-La campagna di Hamon non decolla

Il fattore essenziale delle campagne elettorali di successo è la capacità di mostrare una dinamica, di riuscire a trasmettere entusiasmo e far credere possibile il successo.

Come si misura?

Innanzitutto mostrando una progressione nelle intenzioni di voto com’è capitato a Macron, o consolidando una posizione già molto alta e molto stabile, come capita ormai da anni a Marine Le Pen. I sondaggi da soli non bastano chiaramente, e per evitare le accuse di rappresentare solo una “bolla mediatica” il candidato dev’essere in grado di tenere delle riunioni pubbliche molto partecipate, che dimostrino l’esistenza di un movimento di cittadini che si muovono per ascoltare il proprio leader. Sono molto importanti anche le dichiarazioni di sostegno da parte di personaggi conosciuti della politica: magari non spostano voti, ma mostrano, appunto, una dinamica, una progressione. Infine, cosa più importante, una candidatura di successo deve essere incentrata su un messaggio molto forte e riconoscibile, che possa dare un’identità precisa a chi decide di impegnarsi per sostenerla.

Tutti questi ingredienti mancano alla campagna elettorale di Benoît Hamon, che stenta nei sondaggi (è ormai costantemente sotto il 15%, a pochissima distanza dal suo vero rivale: Jean-Luc Mélenchon), non ha fatto ancora un grande comizio (finora ha scelto posti abbastanza piccoli e venerdì a Le Havre metà palazzetto era vuoto), e al posto di ricevere sostegni da parte del suo partito inizia a perdere pezzi. Come detto le defezioni degli “elefanti” del partito socialista non spostano voti, ma fanno parte della dinamica; essere abbandonato dai tuoi non è un bel segnale.

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Come vedete, la percentuale di chi pensa che Benoît Hamon sta conducendo una buona campagna è crollata di 20 punti dalla sua vittoria alle primarie. Qualcosa non va.

In più, la proposta del reddito universale di esistenza (750 euro mensili da versare a tutti i cittadini senza condizioni) si è trasformata:  già a dicembre il candidato aveva detto che in una prima fase l’assegno sarebbe stato di 535 euro e solo ai giovani dai 18 ai 25 anni. Ne sarebbe poi seguita una seconda con l’attribuzione dei 750 euro in maniera incondizionata. Fin qui una semplice presa di coscienza che una misura del genere avrebbe necessitato di varie fasi per potere essere applicata. Giovedì scorso però, interrogato in televisione, Hamon ha completamente cambiato posizione: il reddito universale di esistenza sarà versato solo ai giovani tra i 18 e i 25 anni e in maniera decrescente rispetto al reddito ai lavoratori che guadagnano meno di 1,9 volte lo SMIC (il salario minimo). Tutti gli altri ne sono esclusi. Ecco che le parole “universale di esistenza” non esistono più, ed è rimasto solo il “reddito” (qui un approfondimento del Monde).

Per la cronaca, Hamon aveva vinto le primarie proprio grazie a tutti questi ingredienti: moltissimi giovani si erano impegnati per lui e avevano costruito una bella campagna, partecipata, piena di speranza e di cambiamento, con sale piene ovunque, e media sinceramente incuriositi dalla proposta nuova e inattesa.

Infine, Hamon ha individuato in Emmanuel Macron il suo avversario più importante. È strano, non sono moltissimi gli elettori indecisi tra Hamon e Macron, anche perché il messaggio e i suoi destinatari sono abbastanza diversi. Gli elettori che Hamon dovrebbe sedurre sono quelli di Mélenchon, che hanno aspirazioni molto più simili a quelle del candidato socialista. Non lo ha fatto finora perché probabilmente non vuole inimicarsi chi vota sinistra radicale, ma per fare cosa? Per facilitare un accordo dopo le elezioni? Probabile, ma a quel punto le elezioni si sono svolte: se si rivelano un disastro Hamon rischia di perdere anche il Partito Socialista – e infatti uno dei motivi per cui Manuel Valls non raggiunge Emmanuel Macron è che spera di riprendere il comando del partito dopo le elezioni.

3-Marine Le Pen sta cambiando il suo messaggio

Ieri sono andato a Chateauroux, un paese di quarantamila abitanti al centro della Francia. È il quinto comizio/discorso di Marine Le Pen che vado a vedere e ho notato un’evoluzione, specialmente rispetto al messaggio che sembrava dovesse caratterizzare la campagna elettorale a settembre. A Brachay, il paesino dove Marine aveva cominciato la lunga maratona, lo slogan era “La France apaisée” la Francia pacificata, ed erano molti i riferimenti al Generale de Gaulle. Sembrava che Marine Le Pen volesse caratterizzare la sua campagna elettorale con un messaggio sovranista e meno identitario. In altre parole, sembrava avesse vinto la linea Florian Philippot piuttosto che la linea Marion Maréchal Le Pen.

Mi spiego meglio: nel Front National convivono due idee, che sembrano sovrapponibili ma non lo sono. L’ala sovranista, quella di Philippot per intenderci, mette al primo piano l’uscita dall’euro e dall’Europa ma ha a cuore anche un discorso sociale ed economico, con delle proposte simili a quelle della sinistra radicale (per esempio il ritorno della pensione a 60 anni). L’ala identitaria, quella di Marion Maréchal, spinge invece sulle radici cattoliche, sul conservatorismo di una Francia più rurale e più anziana, sulla paura dei migranti non tanto dal punto di vista economico, quanto dal punto di vista culturale; è una Francia che ha paura del “grand remplacement”, del  rischio di diventare minoranza a casa propria. Ieri un racconto comune che ho sentito da più simpatizzanti frontisti era il seguente: “sono andato ad abitare in campagna dopo la pensione, quando torno al centro città dove sono cresciuto non lo riconosco più, è in mano agli immigrati. Sembra di non essere più in Francia”.

Nelle ultime settimane la retorica anti euro è passata relativamente in secondo piano, Marine Le Pen non ha detto esplicitamente che vuole uscire dall’euro e ha trasformato l’Unione in un effetto collaterale del “mondialismo”, la globalizzazione senza volto che distrugge la Francia rurale, i posti di lavoro dell’industria francese e consente l’arrivo di centinaia di migliaia di migranti – e che ha in Emmanuel Macron il suo massimo rappresentante. Questo spostamento ha una ragione: parlare all’elettorato più radicale di Fillon, sia al primo che al secondo turno. Chi è più anziano e conservatore non necessariamente vede di buon occhio un’uscita traumatica dall’euro e anzi ne è spaventato, ma può essere d’accordo con un discorso identitario come quello che sta cercando di portare avanti Marine Le Pen. Meno economia, più identità.

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Come vedete da questo sondaggio, solo il 28% dei francesi è d’accordo con il ritorno al franco (ultima domanda) ma il 51% è d’accordo con l’uscita da Schengen (penultima domanda) e soprattutto il 54% è favorevole ad un referendum per rimanere o meno nell’Unione Europea (terzultima domanda).

Il personaggio della settimana

Bertrand Delanoë è stato il sindaco socialista di Parigi dal 2001 al 2014. È un politico molto conosciuto, chiaramente, molto stimato e molto popolare. Una sorta di vecchio saggio che non ha mai avuto particolari ambizioni nazionali, o se le ha avute non le ha mai concretizzate, e che fino a poco tempo fa si era ritirato. Ha detto in radio che voterà per Emmanuel Macron perché si riconosce nel suo progetto, e perché bisogna dar forza a chi affronterà “madame Le Pen” al secondo turno. Un sostegno non scontato e tendenzialmente senza contropartita che consente all’ex sindaco di tornare a pesare soprattutto nel dibattito pubblico.

consigli di lettura

-Secondo Marine Le Pen è Macron è il miglior avversario per il Front National. Lo spiega il JDD;

-Yves-Marie Cann e Chloé Marine spiegano come sono composti gli elettorati dei candidati di sinistra. L’articolo è sul sito della fondazione Jean Jaurès;

-Secondo Guillaume Tabard la vera chiave del prossimo scrutinio sono gli indecisi. Può succedere di tutto;

-L’analisi di slate.fr su cosa sta succedendo nei repubblicani francesi. Questo articolo è stato fondamentale per scrivere il primo punto di questa newsletter.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017 dodicesima settimana, Macron comincia a fare sul serio

Undicesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi:

1-Una piccola guida dei personaggi della newsletter di oggi, così chi si è perso qualcosa può recuperare facilmente

2-La prima settimana di campagna elettorale di Manuel Valls

3-C’è stato un aspro scontro nel Front National tra Marine Le Pen e sua nipote, Marion Maréchal, esponente dell’area più dura e conservatrice del partito

4-Emmanuel Macron ha riempito un palazzetto con più di 13.000 persone. È stata una dimostrazione di forza, vediamo perché

1-Ricapitoliamo

Per chi arriva adesso, facciamo un piccolo punto sui personaggi di cui parliamo in questa newsletter, ché altrimenti con tutti questi nomi potreste perdervi.

Manuel Valls: è stato Primo Ministro di François Hollande negli ultimi due anni e mezzo, incarna una sinistra piuttosto liberale in economia e allo stesso tempo repubblicana e identitaria sulle questioni di società (ha appoggiato il divieto dei burkini quest’estate). Dopo mesi di voci, a seguito del ritiro di François Hollande è candidato alle primarie del Partito Socialista.

Emmanuel Macron: è stato prima segretario generale aggiunto dell’Eliseo (uno dei consiglieri più vicini al presidente della Repubblica) e poi ministro dell’economia durante la presidenza di Hollande. In marzo ha fondato il suo movimento politico, En Marche!, ad agosto si è dimesso dal suo ministero in dissenso col governo Valls e con il presidente Hollande e dal 15 novembre è ufficialmente candidato alle presidenziali da indipendente. Al momento è terzo nei sondaggi, dietro François Fillon e Marine Le Pen.

François Fillon: è il candidato del partito di centro-destra Les Républicains, ha vinto le primarie a sorpresa dopo essere stato terzo nei sondaggi sino ad una settimana prima del primo turno. Ha una piattaforma politica molto liberale in economia e allo stesso tempo conservatrice sulle questioni di società.

Marine Le Pen: è la candidata del Front National, il partito di estrema destra fondato dal padre negli anni ’70. Al momento è data per qualificata al secondo turno delle presidenziali  da tutti i sondaggi, e senza aver nemmeno cominciato davvero la sua campagna elettorale (del perché ne avevamo parlato qui).

2-Valls è in campagna elettorale

Abbiamo assistito alla prima settimana di campagna elettorale di Manuel Valls, dopo l’annuncio della candidatura di lunedì. L’ex primo ministro ha fatto un discorso molto di sinistra per i suoi standard: dopo aver chiesto scusa per i suoi toni a volte troppo duri, ha spiegato la necessità di difendere il modello sociale francese dalla destra che vorrebbe “distruggerlo” aiutando le persone che non riescono a stare al passo della globalizzazione. E infatti il luogo scelto per presentare la sua candidatura non è casuale: la città dove ha tenuto il discorso, Evry, di cui è stato sindaco, è una delle più cosmopolite della periferia parigina, oltre che una delle più popolari. Come potete notare dal video del suo discorso, dietro Manuel Valls sono rappresentate moltissime etnie diverse, a dimostrazione di uno dei messaggi più forti che proverà a far passare Manuel Valls: la lotta al comunitarismo, ossia la tendenza delle varie comunità che compongono la società francese a non parlarsi tra loro e ad isolarsi.

La sfida di Valls è evitare che le primarie della sinistra diventino una lotta di egoismi più che di idee, oltre che prevenire l’esplosione del Partito Socialista in caso di sua vittoria o di sua sconfitta (di questo parleremo nelle prossime settimane). L’ex primo ministro ha cercato quindi di porsi come unico uomo politico in grado di unificare le due sinistre che egli stesso aveva definito “irreconciliabili”, concetto che ora sarebbe controproducente riproporre, per quanto sia esattamente quello che pensa una parte consistente del Partito Socialista. Tutto ciò all’interno di un quadro ancor più complicato: provate a dire a Mélenchon, candidato della sinistra radicale, che bisogna trovare un accordo con i socialisti, o di partecipare alla competizione ad Emmanuel Macron, che ha parlato delle primarie socialiste come di una “lotta tra clan”. La necessità di fare una sintesi all’interno del suo partito e quindi avere una possibilità di vincere, comporta una “normalizzazione” di Manuel Valls che dovrà diventare, secondo la felice definizione di Guillaume Tabard, editorialista del Figaro, Valls Manuel e dunque lasciar perdere tutti i discorsi di rottura come il superamento delle 35 ore, per andare verso un atteggiamento di difesa della “grande e bella” sinistra, richiamando il nome dato dai socialisti a questa competizione: “la bella alleanza popolare”.

A tutto questo bisogna aggiungere un’altra difficoltà strategica: dovrà per forza di cose difendere il bilancio della presidenza Hollande,  o quantomeno gli ultimi due anni in cui è stato addirittura il capo del governo. La missione è già impervia in sé, se non fosse ulteriormente complicata dal fatto che Manuel Valls non abbia ancora avuto il sostegno, che sia esplicito o implicito, di Hollande. Inoltre, nessuno tra gli uomini più vicini al presidente ha pubblicamente manifestato vicinanza alla campagna e alla proposta politica di Valls. Sulla stampa filtrano più malumori e prese di distanza rispetto alle posizioni più radicali di Valls, che sostegni o adesioni.

3-C’è stata una dura polemica tra le due anime del Front National

C’è stato un duro scontro all’interno del Front National tra l’ala più cattolica e tradizionalista rappresentata da Marion Maréchal Le Pen e l’ala della cosiddetta dédiabolisation incarnata da Marine Le Pen e soprattutto dal suo potentissimo braccio destro e ideologo Florian Philippot. La giovane nipote di Marine Le Pen aveva detto lunedì che il Front National avrebbe messo in discussione “il rimborso integrale e illimitato delle spese in caso di aborto, visto che le donne sono degli esseri umani responsabili che devono essere trattati come tali”.

La dichiarazione è stata subito stigmatizzata da Florian Philippot, secondo cui Marion Maréchal è “sola nel sostenere questo, questa persona è isolata sulla questione, perché quello che conta è il programma della nostra candidata alle presidenziali e ciò che dice il movimento: alcuna modifica dell’attuale normativa sull’aborto”. Marion non ha reagito bene e, intervistata dal Journal De Dimanche, ha preteso “un po’ più di rispetto” da parte di Florian Philippot. La stessa Marine Le Pen è intervenuta, spiegando che nel programma non trova posto alcuna proposta del genere, tra l’altro incompatibile con i profilo di difensore delle donne che la candidata del Front National sta cercando di costruirsi.

In realtà questa è solo l’ultima polemica che si è consumata tra le due anime del partito, tra cui non corre buon sangue, come dimostrano i toni. Solo poco tempo fa Marion Maréchal Le Pen era stata invitata ad uno dei talk show più seguiti, cioè L’Émission Politique (per chi arriva ora, il programma è un’intervista di più di due ore in cui il politico viene sottoposto a moltissime domande da più esperti. È molto seguita, mediamente da oltre due milioni di persone), ma non essendo candidata del Front National alle presidenziali la dirigenza del FN ha deciso di declinare l’invito, mandando su tutte le furie Marion Maréchal. Nel novembre 2015, in piena campagna per le elezioni regionali, un altro scontro su un tema simile: la nipote aveva proposto di  sopprimere le sovvenzioni regionali alle associazioni che si occupano di aborto, dicendo che sono “politicizzate” e veicolano una banalizzazione dell’aborto, causando una reazione ferma da parte della zia, ancora una volta costretta a precisare quanto non ci fosse nulla del genere nel suo programma.

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Marion Maréchal-Le Pen

Secondo il settimanale L’Obs tutto questo fa in realtà parte di un cinico gioco delle parti: la nipote si rende protagonista di fughe in avanti sui temi più sensibili, la zia interviene rapidamente per moderare i toni e porsi come pacificatrice. I giornali ci fanno un titolo, e passano contemporaneamente i due messaggi: il primo, di Marion Maréchal, destinato alla parte più conservatrice dell’elettorato che rischia di lasciare il Front National per François Fillon, il secondo, quello Marine Le Pen, ed in linea con la dédiabolisation del partito, che invece rassicura una parte di elettorato prima vicina alla sinistra e ora in cerca di risposte forti ad una crisi che sembra non terminare mai.

4-La dimostrazione di forza di Emmanuel Macron 

Emmanuel Macron, ormai in campagna da più di due settimane, sabato pomeriggio ha organizzato un grandissimo comizio a Parigi, a Porte de Versailles. Con più di 13000 persone è stato l’evento più partecipato di questa pre-campagna presidenziale, che sta per entrare nel vivo. Il fondatore di En Marche!, per essere competitivoha bisogno di una dinamica favorevole sia nei sondaggi che in termini di attenzione dell’opinione pubblica (ne avevamo parlato qui, nell’ultima parte) ed è vero che questa tendenza esiste: Macron rappresenta una grande novità per il sistema politico francese e effettivamente ai media piace molto, è continuamente in televisione e in radio, i talk show parlano di lui e questo fa innervosire un po’ tutti gli altri candidati. Ma tutto questo non basta. La decisione di organizzare un grande meeting  è stata una dimostrazione di forza anche per dare il segnale di essere alla testa di un movimento collettivo, di una parte di popolo che si mobilita per lui e con lui.

Con la manifestazione di sabato Macron ha tra l’altro lanciato un messaggio molto chiaro agli altri partiti. Riuscire a mettere insieme così tante persone non è scontato, soprattutto a cinque mesi dalle presidenziali: per capirci, quando abbiamo raccontato della dinamica di François Fillon, che “riempiva” i palazzetti con iniziative molto partecipate, o della “fan-zone” di Sarkozy, si trattava di riunioni con non più di 6000 persone, meno della metà. Per non parlare dell’evento organizzato per presentare le primarie del Partito Socialista, che a malapena ha registrato 2500 ingressi. La cosa che hanno fatto notare i giornalisti (a proposito di interesse mediatico) è che non c’erano pullman che arrivavano da tutta la Francia per riempire la sala, come in genere avviene in questo tipo di eventi (chi ha frequentato un po’ i partiti italiani sa bene che una parte degli organizzatori degli eventi si dedica ad affitto e logistica dei bus che devono accompagnare i militanti).

Agli appassionati di politica americana Macron ricorderà Howard Dean

Cosa ha detto Macron? Ha continuato a battere sul nuovo confronto che secondo lui è in atto nella società: il conflitto tra progressisti e conservatori, dove evidentemente En Marche! rappresenterebbe un contenitore in grado di attirare progressisti sia da destra che da sinistra. Ma la parte più interessante del suo discorso, piuttosto incentrato su questo tema, è stato l’atteggiamento rispetto al problema della disoccupazione. Ha iniziato il comizio rivendicando di essere “il candidato del lavoro” che sembra una cosa di sinistra, ma fino ad un certo punto. Questo perché in Francia in realtà la sinistra di governo ha spinto moltissimo su un’altra cosa: il tempo libero. E quindi ha inventato le famose 35 ore lavorative settimanali, create sì per ridurre la disoccupazione (si lavora di meno, si lavora tutti) ma anche per dare più tempo libero ai lavoratori. Questa posizione nasce, oltre che dalle sue convinzioni personali, che sono comunque molto rilevanti, anche per cercare di essere trasversale e al di sopra degli altri candidati, che appunto stanno facendo una battaglia abbastanza serrata sulle 35 ore (Fillon vuole superarle, a sinistra invece tendono a difenderle).

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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