Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventisettesima settimana: la settimana di Mélenchon

Ventisettesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Lunedì c’è stato il primo dibattito tra i cinque principali candidati, finalmente costretti a difendere il loro progetto politico dopo mesi passati a commentare le decisioni dei giudici e di Fillon;

2-Continua la dinamica positiva di Macron che supera per la prima volta Marine Le Pen nei sondaggi.

1-Il dibattito di lunedì e la situazione dei vari candidati

Lunedì c’è stato il primo dibattito televisivo tra i cinque principali candidati, un esercizio inedito (in genere il dibattito si organizza tra i due qualificati al ballottaggio) e molto interessante: finalmente i candidati sono stati costretti ad approfondire le loro proposte politiche, difendendole di fronte agli avversari. Il format incoraggiava gli scambi: ognuno aveva due minuti per rispondere alla domanda dei due giornalisti che hanno condotto il dibattito, ma dopo un minuto e mezzo poteva essere interrotto e incalzato dagli altri. Questo ha reso le quasi tre ore e mezza di dibattito più facile da seguire e meno noioso. Non serve a nulla che io vi faccia un riassunto dettagliato del dibattito (nel caso qui trovate un lungo articolo del Post), ma sono emerse alcune cose interessanti. Comunque, per chi vuole, qui di seguito c’è la replica integrale.

 

Cosa c’era in gioco? Ogni candidato arrivava al dibattito con aspettative  e obiettivi diversi: Emmanuel Macron doveva rassicurare sulla sua capacità di incarnare la funzione presidenziale, Marine Le Pen  doveva riuscire a imporre l’agenda politica del confronto, François Fillon era interessato a cominciare una nuova campagna, cercando di sfruttare il dibattito per sottolineare la sua esperienza e la sua capacità di “rimettere in sesto il paese” come gli era riuscito durante i dibattiti delle primarie. Mélenchon e Hamon, invece, avevano un obiettivo speculare: diventare il candidato egemone a sinistra, dopo mesi passati a sottolineare perché il proprio progetto fosse migliore e quanto l’altro candidato stesse commettendo un errore a non ritirarsi e unire le forze.

Le maggioranze variabili

Il risultato più interessante di questo dibattito è stato la formazione di maggioranze sempre diverse a seconda del tema introdotto dai giornalisti.  E così quando l’argomento affrontato era la politica estera, Mélenchon e Fillon erano d’accordo sull’atteggiamento da tenere nei confronti della Russia, mentre Hamon e Macron avevano una posizione critica sovrapponibile; in tema di spesa pubblica Macron e Fillon si trovavano d’accordo nel dire che va contenuta, Mélenchon, Le Pen e Hamon avevano una posizione uguale e contraria; sul divieto dei burkini sulle spiagge e sulla visione della laicità Marine Le Pen attaccava violentemente Macron, subito soccorso da Mélenchon.

 

Questa configurazione variabile è interessante, perché conferma la percezione generale che “destra e sinistra non esistono più”. Questo assunto è ancora più vero per la campagna elettorale francese: i due candidati favoriti per l’accesso al secondo turno e che sommati superano il 50%, rivendicano di essere “sia di destra che di sinistra” (Macron), “né di destra né di sinistra ma patriota” (Marine Le Pen). Se per Macron un’operazione del genere è semplice, visto che il suo movimento è totalmente nuovo, per Marine Le Pen accreditarsi come candidata al di sopra delle divisioni è più complicato, in teoria. Eppure la leader del Front National non ha mai usato  la parola “destra” per definire la sua proposta politica, ed ha creato, con il contributo di Macron appunto, la nuova divisione patrioti/mondialisti o progressisti/conservatori. Se questa divisione è a tratti artificiale perché rivendicata (e quindi strumentalizzata a fini elettorali), occasioni come quella del dibattito la confermano e la nutrono costringendo gli altri candidati a posizionarsi di conseguenza.

Mélenchon ha raggiunto il suo obiettivo, Hamon è sempre più in difficoltà

Nessuno “vince” un dibattito a meno di assistere ad un suicidio politico del proprio avversario, però ogni partecipante può rivendicare di aver raggiunto l’obiettivo posto prima dell’inizio della trasmissione televisiva. È il caso di Mélenchon che si è mostrato disteso e parecchio a suo agio nel ruolo di outsider. Il leader de La France Insoumise ha reso più leggero l’esercizio con continue battute e attacchi ai suoi avversari; si è ritagliato uno spazio politico definito e soprattutto facilmente difendibile: i candidati più alti nei sondaggi non avevano interesse ad attaccarlo, visto che la loro attenzione era rivolta altrove, Benoît Hamon si è concentrato come al solito ad attaccare Emmanuel Macron, senza grande successo.

Sondaggio 1

Mélenchon raccoglie subito i dividendi del suo ottimo dibattito: la percezione positiva della sua campagna balza in avanti di quasi venti punti nell’ultima settimana.

Hamon è parso al contrario stanco e poco a suo agio, non riuscendo a capitalizzare il buon discorso tenuto a Bercy il giorno prima, totalmente oscurato dalla sua negativa prestazione nel dibattito. Come vedete nel seguente sondaggio, realizzato da IFOP, solo il 3% degli intervistati pensa che sia stato il migliore, e solo il 5% è stato convinto dai suoi argomenti.

Sondaggio 2.png

Fillon è stato risparmiato, ma per poco

Per François Fillon questa appena passata era una settimana importantissima. Lunedì ha avuto, per la prima volta dall’inizio dello scandalo, la possibilità di difendere il suo progetto politico e non solo la sua persona e la sua famiglia, mentre giovedì è stato ospite dell’Émission Politique, il grande talk show che chi è iscritto da un po’ a questa newsletter conosce bene: due ore e un quarto di intervista al candidato da parte dei due conduttori, intervallate da domande di esperti in economia e sicurezza, un confronto con un invitato scomodo a sorpresa e un altro con un esponente del mondo del lavoro.

Sondaggio 3.png

Nonostante i due passaggi televisivi in prima serata, il 69% dei francesi ha indicato lo scandalo di Fillon come conversazione più frequente della propria settimana. Questo non è un dato incoraggiante, come capite. (il 63% dichiara di aver parlato del dibattito di lunedì, il 59% delle dimissioni del ministro dell’interno).

Proprio la partecipazione riuscita a queste due trasmissioni televisive era stata la chiave per vincere le primarie di novembre. In entrambe le occasioni Fillon si è comportato relativamente bene, mostrando come al solito grande solidità sui temi cosiddetti “regaliens”: politica estera, sicurezza, immigrazione. Evidentemente, come avrete capito dalle conversazioni dei francesi, non ha convinto abbastanza, anche perché durante l’Emission Politique c’è stato un duro scontro con l’invitata a sorpresa, la scrittrice Christine Angot. Vi lascio immaginare di cosa si sono occupati giornali e tg il giorno dopo.

 

Sul versante intenzioni di voto Fillon non fa registrare un recupero, ma da settimane resta ancorato al 17-20%. Ciò vuol dire che non è assolutamente fuori dai giochi, tenuto conto dell’indecisione e della volatilità dell’elettorato altrui, Fillon ha margini per recuperare, anche perché molte persone potrebbero decidere chi votare negli ultimi giorni. Il sondaggio che leggete in basso è stato fatto per le primarie della destra, dove evidentemente l’elettorato era più liquido (è molto meno costoso per un elettore passare da Sarkozy a Fillon che da Hamon a Marine Le Pen) ma indica quante persone possono cambiare idea all’ultimo minuto. Se una situazione del genere si ripresentasse il 23 aprile, Fillon potrebbe recuperare inaspettatamente.

Sondaggio 4

Marine Le Pen è appieno nel sistema politico francese

Il Front National è il primo partito di Francia ma resta un soggetto che suscita paura o diffidenza, come mi ha spiegato Jérôme Fourquet, direttore dell’istituto IFOP. Secondo i sondaggi che periodicamente conduce l’IFOP il 55% dei francesi ha ancora “paura” di Marine Le Pen. Certo non siamo ai livelli del padre, che era temuto dal 70% dei suoi concittadini, ma è un dato che conferma, secondo Fourquet, che il Front National è rigettato dalla maggior parte della società: “Marine Le Pen è a metà del guado, per vincere deve attraversare completamente il fiume”.

Il dibattito di lunedì, a prescindere da com’è stato giocato dalla candidata del Front National, può servire anche a questo. Sul plateau di TF1 i francesi hanno visto una candidata come un’altra, che arriva negli studi televisivi, stringe le mani a giornalisti e avversari, dibatte tranquillamente con tutti. Marine Le Pen è pienamente parte del sistema politico francese: è vero che è a metà del fiume, ma di sicuro eventi come questo aiutano a guadarlo. Tanto più se l’atteggiamento dei suoi avversari nei suoi confronti è “normale”: nessuno ha attaccato la leader del Front National per il suo progetto di società finora considerato contrario ai valori della repubblica. Jacques Chirac rifiutò di dibattere con Jean Marie Le Pen al secondo turno delle presidenziali del 2002, battendo il Front National 82%-18%. Quella Francia non esiste più.

Infine, Marine Le Pen è stata ricevuta personalmente da Vladimir Putin, con cui ha discusso di politica estera. Non è il primo capo di stato che riceve la leader del Front National (già ricevuta dal presidente libanese) ma è chiaro che Putin non è un presidente qualsiasi e che il Front National ha dei legami abbastanza stretti con la Russia. Oggi ero a Lille al suo comizio e ho chiesto a più simpatizzanti cosa pensassero di Putin, la risposta abbastanza unanime è stata “è un leader forte, che fa gli interessi del suo paese. Anche noi dovremmo fare così”. Poi, durante il discorso, Marine Le Pen ha duramente attaccato la Germania “l’Unione Europea fa gli interessi della Germania, non ne possiamo più. Non prendiamo ordini da Berlino”, ha gridato tra gli applausi dei suoi militanti, dopodiché ha citato Putin come esempio da seguire, e la sala è esplosa in un boato e in un lungo applauso.

2-Macron è in testa nei sondaggi

Sondaggio 5.png

Secondo il sondaggio effettuato subito dopo il dibattito di lunedì, è stato Emmanuel Macron il più convincente secondo i telespettatori. Io, ma qui si tratta della mia interpretazione, non ho avuto la stessa impressione: il leader di En Marche! non è andato male, ma era spesso a disagio con i tempi (molto brevi), che non gli hanno consentito di essere particolarmente incisivo. Ha mostrato di essere in grado di difendersi, visto che ha risposto duramente e bene agli attacchi ricevuti in particolare da Marine Le Pen e Benoît Hamon, ma ha molto sofferto l’ultima parte del dibattito, quella consacrata alla sicurezza e alla politica estera, temi su cui è stato abbastanza vago e poco chiaro – Marine Le Pen l’ha preso in giro per non aver detto nulla: “lei è il vuoto siderale M. Macron”.

Ciononostante, i pochi numeri su cui possiamo fare affidamento raccontano che la sua dinamica positiva continua, anche e soprattutto nella percezione. Oltre ai sondaggi sulle intenzioni di voto che come avete appena visto lo danno per la prima volta stabilmente davanti a Marine Le Pen, è interessante notare come Macron faccia dei progressi anche nel pronostico di vittoria che esprime chi viene contattato, come vedete dal prossimo sondaggio. Se notate, la sua curva va verso l’alto quando quella di chi non è in grado di rispondere scende verso il basso, segno che la percezione è abbastanza diffusa in tutto l’elettorato. Questo indicatore può essere importante dal punto di vista del voto utile, che è sicuramente ciò che guida una parte dell’elettorato, specialmente quello che ad oggi si esprimerebbe per Fillon o Hamon, ma comincia a capire che il proprio candidato non ha chances di arrivare al secondo turno.

Sondaggio 6Infine, Macron ha incassato il sostegno dell’apprezzato ministro della difesa Jean-Yves Le Drian, esponente della destra del partito socialista. Le Drian, oltre ad essere il primo membro di peso del governo a rendere pubblico il suo sostegno, è molto utile perché dà credibilità al candidato sulla sicurezza e la politica estera, come detto temi su cui Macron è meno credibile degli altri, specialmente di Fillon. Ma non sono solo i socialisti che iniziano a raggiungere la campagna di Macron: dieci senatori centristi, tra cui Michel Merchier, ex ministro di Nicolas Sarkozy, hanno annunciato il loro sostegno a En Marche! e potrebbe farlo a breve anche Dominique de Villepen ex primo ministro di Chirac e politico molto celebre in Francia (tenne il famoso discorso all’ONU con cui la Francia si schierò contro la guerra in Iraq voluta da Bush) che non ha mai nascosto la sua simpatia per l’ex ministro dell’economia.

Il personaggio della settimana

Uno dei piccoli candidati, Nicolas Dupont-Aignan, sta lentamente risalendo nei sondaggi. Al momento è stimato al 5% (partiva sotto il 2%) ma sta facendo una campagna abbastanza “udibile” pur non essendo invitato ai grandi dibattiti (anzi ha fatto molto parlare di sé per aver abbandonato una trasmissione televisiva, come potete vedere dal sondaggio sugli “argomenti  più dibattuti della settimana” all’inizio di questa newsletter). Per i temi che difende (è un candidato di destra, sovranista) potrebbe essere un problema per Fillon, alcune persone di destra da lui deluse ma allo stesso tempo impaurite da Marine Le Pen potrebbero votare per lui, abbandonando il candidato repubblicano.

Consigli di lettura

-Chi è iscritto da un po’ alla newsletter conosce bene Florian Philippot, il braccio destro di Marine Le Pen, che sta lentamente perdendo la sua influenza. Hugo Domenach, del Point, ha chiesto perché a Marie Labat, autrice di Philippot Ier, le nouveau visage du Front national;

-Marianne ha raccontato com’è stato concepito e scritto il bel discorso pronunciato da Benoît Hamon a Bercy;

-Ghislaine Ottenheimer, caporedattrice di Challanges, ragiona sul dibattito di lunedì sera e sulla qualità che secondo i francesi manca a tutti i candidati alla presidenza della repubblica: la statura presidenziale.

Tutti i sondaggi di questa puntata sono stati realizzati dall’Istituto IFOP per Paris Match.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventiseiesima settimana: un mese al voto!

Ventiseiesima settimana della newsletter sulle elezioni presidenziali francesi

1-François Fillon è stato infine messo sotto esame dalla magistratura, ma c’è una nuova rivelazione scomoda (stavolta del JDD).

2-Il 17 marzo il consiglio costituzionale ha chiuso le candidature, un piccolo punto delle situazione con i candidati ai blocchi di partenza

3-Emmanuel Macron ha dettagliato le sue proposte in materia di difesa ed è stato toccato da un piccolo scandalo

1-Caro Fillon timeo Danaos et dona ferentes

L’espressione è ciò che fa dire Virgilio a Laocoonte nell’Eneide, e vuol dire letteralmente “temo gli Achei anche quando portano doni”. Laocoonte si riferisce al grande cavallo di legno lasciato dai greci come regalo sulle spiagge di Troia subito dopo la finta ritirata. Il sacerdote di Poseidone, dopo aver cercato invano di persuadere i troiani a non portare il cavallo dentro le mura, finisce per essere divorato da due serpenti marini inviati da Minerva, che parteggiava per i greci.

Il paragone è calzante perché Fillon ha ricevuto l’equivalente di 13.000 euro in vestiti dal suo amico Robert Bourgi (la rivelazione è del Monde), avvocato molto ricco e conosciuto negli ambienti politici per i rapporti con Sarkozy e per essere uno degli animatori del gruppo Francafrique, una sorta di lobby che cura gli interessi francofoni in Africa. Ora, se a ricevere una liberalità del genere è una persona normale non c’è nulla di male, se il destinatario è invece un candidato alla massima magistratura dello Stato il dono può assumere un carattere sospetto. Non perché c’è necessariamente un accordo dietro, ma perché chi ti fa un regalo del genere potrebbe bussare alla tua porta dopo l’elezione per chiedere un favore, o ancora potresti dover essere costretto a prendere una decisione (legittima e normale) che indirettamente avvantaggia il tuo benefattore. Insomma, un uomo politico deve sempre considerare i regali fuori scala come dei potenziali cavalli di Troia da cui è meglio stare alla larga.

I 13.000 euro sono una parte dei 48.500 euro che Fillon ha speso in 4 anni nella stessa boutique, Arnys, come ha rivelato il JDD, il settimanale che ha condotto l’inchiesta. Il problema ulteriore di questa storia sono le date: i vestiti pagati 13000 euro sono stati ordinati da Robert Bourgi il 7 dicembre 2016 e poi pagati il 20 febbraio. Il 20 febbraio, ricordiamo, il PenelopeGate era scoppiato da quasi un mese, Fillon era un candidato più che in bilico e la sua vita privata era (ed è tuttora) passata al setaccio da tutti i media nazionali. Come poteva pensare che un assegno di 13.000 euro nella boutique più ricercata della rive gauche parigina potesse passare inosservato alla stampa? Era tanto difficile chiamare l’amico e dirgli di evitare? Questa gestione dimostra che François Fillon non ha ben compreso la portata dello scandalo che lo ha investito, uno dei motivi per cui non è stato in grado di reagire in maniera efficace.

Torniamo alla cronaca: com’era prevedibile e previsto François Fillon è stato messo sotto esame dai giudici d’istruzione. Com’era prevedibile e previsto Fillon resta il candidato dei repubblicani, anche perché le candidature sono ormai chiuse.  Non è una pessima notizia per il candidato nella misura in cui un esito del genere era scontato, e tra l’altro visti i tempi molto stretti (si vota il 23 aprile) è difficile che i giudici possano ancora interferire con il calendario della campagna elettorale. Va chiarito che Fillon non è condannato, quello che cambia è la conoscenza completa del dossier e la possibilità di ricorrere contro gli atti del giudice istruttore in questa fase del procedimento. Quanto politicamente tutto ciò sia stato dannoso lo sapete bene, visto che l’abbiamo ampiamente analizzato nelle settimane scorse.

2- Com’è la situazione generale, a candidature chiuse

Dopo due mesi di dibattito monopolizzato dal PenelopeGate le candidature sono chiuse. Oltre alle cinque candidature maggiori, di cui ci siamo occupati nei mesi scorsi, sono anche candidati François Asselineau, Nicolas Dupont-Aignan, Jacques Cheminade, Nathalie Arthaud, Philippe Poutou e Jean Lassalle.

Se è vero che le candidature minori sono spesso poco interessanti sia politicamente che mediaticamente (e infatti molti giornalisti televisivi si lamentano, perché da oggi il tempo televisivo concesso ad ogni candidato dev’essere uguale), va fatto notare che le candidature dei “piccoli” possono portare nel dibattito pubblico temi interessanti e poco considerati dai candidati maggiori. Un esempio è l’ecologia, un tema poco trattato storicamente dai grandi partiti e oggi invece al centro di gran parte dei programmi elettorali. Chissà che anche stavolta non sarà così.

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Come vedete da questo grafico, realizzato dall’Ipsos per il CEVIPOF e Le Monde, l’interesse per le presidenziali è molto alto. I francesi sono un popolo molto appassionato alla politica, come dimostrano le cifre dei talk show e le grandi riunioni pubbliche che riescono ad organizzare i candidati in tutta la Francia: il 94% degli intervistati si dice molto o mediamente interessato alle elezioni presidenziali.

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Questo grafico indica invece quanti francesi pensano di andare a votare.  Come vedete l’astensione potrebbe essere piuttosto alta (nel 2007 votò l’83% nel 2012 il 79,5%), cosa che non necessariamente contrasta con il grafico precedente ma segnala che l’offerta elettorale non soddisfa, al momento, i cittadini. Visti i precedenti dati sull’affluenza però le cose potrebbero cambiare notevolmente nelle prossime settimane.

Cosa dicono i sondaggi

Prendendo come riferimento sempre l’inchiesta dell’Ipsos, ci sono una serie di cose da notare. Marine Le Pen guida ancora una volta la graduatoria, ma ha uno scarto molto ridotto con Macron (è nel margine d’errore statistico, cioè la fisiologica possibilità che un sondaggio non sia accurato). La tendenza va avanti da quasi due settimane, nel senso che Macron ha avuto una crescita notevole nei sondaggi subito dopo il sostegno di François Bayrou, e poi si è stabilizzato intorno al 25% (in tutti i sondaggi è sempre un punto dietro Marine Le Pen, a prescindere dalla percentuale in sé).

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François Fillon è invece fermo al 17,5%. La progressione registrata subito dopo la sua dimostrazione di forza al Trocadero (era salito sino al 19,5 proprio in una rilevazione Ipsos) probabilmente non era indicativa di un recupero vero e proprio, e il candidato gollista si trova sempre nello stesso vicolo cieco: ha mantenuto la parte più fedele del suo elettorato ma non riesce a convincere un numero sufficiente di persone meno entusiaste della sua candidatura. La sua forza, cioè la grandissima voglia di alternanza che anima gran parte dell’elettorato repubblicano, è anche la sua più grande debolezza: non c’è Hollande candidato di fronte a lui, e tutti gli altri avversari non sono facilmente riconducibili all’esperienza degli ultimi cinque anni. Marine Le Pen per ovvi motivi, Benoît Hamon ha votato contro moltissimi provvedimenti del governo ed è stato identificato come il leader della “fronda interna” al Partito Socialista, Emmanuel Macron ha fatto il ministro dell’economia, è vero, ma se n’è andato sbattendo la porta e ha fondato un suo movimento. Insomma è complicato giocare questa carta per vincere.

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Infine, i due candidati di sinistra sono incredibilmente vicini. Anch’essi con un solo punto di distacco, e quindi nel margine d’errore, hanno organizzato due grandi eventi questo week end a Parigi. Mélenchon ha riempito sabato place de la Bastille per una “sesta repubblica”, la grande riforma delle istituzioni che propone in caso di sua elezione: fine del sistema presidenziale “monarchico”, proporzionale in Parlamento e maggiori strumenti di democrazia diretta o più partecipativa. Benoît Hamon ha invece tenuto un grande comizio al palazzetto dello sport di Bercy, cercando di mostrare che la sua campagna può ancora dire qualcosa. Il problema è che, come già avevamo analizzato la settimana scorsa, Hamon ha avuto molta difficoltà ad essere al centro del dibattito, cosa che invece gli era riuscita durante la campagna per le primarie.

Abbiamo parlato per mesi dell’elettorato volatile di Macron, ma Hamon è ormai l’ultimo candidato per sicurezza nella scelta, mentre il leader di En Marche comincia a cristallizzare il suo consenso. A un mese dal voto è un problema. Se il socialista dovesse essere superato da Mélenchon nei sondaggi si potrebbe verificare una fuga dei suoi elettori verso la proposta più massimalista del suo vero avversario, e a quel punto la sua posizione sarebbe tendenzialmente irrecuperabile. Infine, è arrivata la decisione definitiva di Manuel Valls, suo sfidante al secondo turno: l’ex primo ministro non sosterrà Benoît Hamon, nonostante l’impegno preso pubblicamente durante le primarie. Per adesso però non risulta che possa avvicinarsi ad Emmanuel Macron, anche perché la possibilità è stata smentita dallo stesso Valls.

A questo punto saranno importantissimi i dibattiti tv, che vedranno un confronto tra i primi cinque candidati maggiori e rischiano di essere decisivi, visto quanto sono vicini i vari candidati secondo i sondaggi. Il primo va in onda domani sera, quando i cinque principali candidati si affronteranno su TF1, la principale televisione francese. Per commentarlo insieme vi do appuntamento a martedì alle 18.30 per una diretta Facebook dal mio profilo.

3-Emmanuel Macron, una sua nuova proposta e un piccolo (per ora) guaio

Ieri mattina Emmanuel Macron ha presentato il suo punto di vista sulla politica estera e sulla difesa francese. Durante la conferenza stampa ha proposto una cosa nuova, ossia il servizio militare obbligatorio mensile per tutti. La ratio è aumentare la coesione nazionale e il senso di identità, oltre ad abituare i giovani ad una forma di disciplina e mettere a disposizione una riserva complementare per la guardia nazionale in caso di crisi.

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La notizia di questa settimana è che la procura di Parigi ha aperto un’inchiesta preliminare per dei fatti risalenti a gennaio 2016, quando Macron era ministro dell’economia. Business France l’organismo del ministero che si occupa della promozione degli eventi, ha conferito l’organizzazione di un grande evento a Las Vegas alla società di comunicazione Havas senza gara d’appalto. Business France si è difesa dicendo che non c’erano i tempi per organizzare un’offerta pubblica, e si è rivolta ad Havas perché aveva bisogno di una società in grado organizzare in poco tempo un evento del genere. Il Canard Enchaîné, che ha raccontato per primo la storia, ha stimato il costo dell’evento in 380.000 euro, di cui più di 100.000 spesi per gli invitati.

Sebbene i giornali italiani abbiano titolato “Macron è indagato” l’inchiesta non riguarda in prima persona il leader di En Marche! ma, appunto, Business France e la societ Havas. E infatti non è stato un argomento al centro del dibattito degli ultimi giorni.

Infine Macron ha ricevuto importanti sostegni dalla Germania. Giovedì ha incontrato Angela Merkel a Berlino), mentre oggi al congresso della SPD Sigmar Gabriel ha esplicitamente detto che Schulz e Macron possono cambiare insieme l’Europa.

L’attentato (sventato) di Orly

Ieri mattina, all’aeroporto di Orly, un francese di 39 anni è stato abbattuto dalla polizia francese dopo aver provato a rubare un fucile d’assalto ad una militare. Il procuratore di Parigi, François Molins ha dichiarato che l’assalitore era pronto a “morire nel nome di Allah”, ed era conosciuto dalle forze dell’ordine e di intelligence come persona radicalizzata. È difficile dire un fatto del genere come potrà influire sulla campagna elettorale (probabilmente non in maniera decisiva, trattandosi di un attentato sventato), ma si può notare una nuova tipologia di attacchi.

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Come nota Stefano Montefiori, corrispondente del Corriere da Parigi, è la seconda volta che un militare viene preso di mira dai terroristi. Una cosa del genere avviene da lungo tempo in Israele, sola altra democrazia ad essere in stato d’emergenza, dove spesso i militari sono vittime di attentati dei cosiddetti lupi solitari (essendo un bersaglio riconoscibile). Finora la Francia non aveva conosciuto episodi del genere con continuità; questo potrebbe rappresentare una nuova minaccia alla già difficile situazione di equilibrio del paese che, ricordo, è in stato d’emergenza dal novembre del 2015.

Il personaggio della settimana

Questa volta in negativo. Interrogato in radio Vincent Peillon, candidato alle primarie del Partito Socialista a gennaio, ha detto che Macron è il candidato dell’UMPS (un acronimo che mette insieme PS, partito socialista, e UMP, il partito post-gollista poi trasformatosi in Les Républicains), e che questo sia un fatto noto e certo così come lo sono le camere a gas. La mia reazione è stata quella che vedete in questa Gif.

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Consigli di lettura

-Una lunga critica dell’economista Thomas Porcher, che demolisce il programma di Macron in 20 tweet;

-Un resoconto della giornata di Mélenchon a place de la Bastille, scritto dal JDD;

-Come sarebbe la Francia se Marine Le Pen vincesse le elezioni il 7 maggio? Se lo chiede Mediapart in un lungo articolo;

Un lungo ritratto di Bertrand Dutheil de la Rochère, lo “stalinista” di Marine Le Pen, secondo slate.fr.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, venticinquesima settimana: la nuova strategia di Marine Le Pen

 

Venticinquesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Fillon ha vinto il suo braccio di ferro, ma ciò che è successo nelle ultime settimane sarà molto difficile da ricomporre;

2-La campagna di Benoît Hamon non decolla, e la destra del partito comincia ad abbandonarlo;

3-Marine Le Pen ha cambiato il tema portante della sua campagna elettorale: non più sovranismo ma identità.

1-Fillon ha vinto il suo braccio di ferro

Dopo la difficilissima settimana passata, Fillon ha vinto il suo braccio di ferro. Rimarrà candidato, ormai senza alcun dubbio. I suoi problemi però non sono finiti, la spaccatura esiste ed è profonda, a dimostrazione di come queste presidenziali 2017 siano un momento storico per la politica francese, a prescindere di come finiranno.

Partiamo dalla spaccatura personale. Tra Alain Juppé e François Fillon non c’è mai stato un rapporto profondo, i due hanno sempre militato in correnti diverse nel partito e si sono spesso divisi su scelte importanti. Esisteva però una stima reciproca. Dopo la sconfitta alle primarie Juppé è tornato a Bordeaux e ha sostenuto a distanza il candidato del suo partito, non era impegnato in prima persona ma tutti i suoi “luogotenenti” erano in prima fila ai comizi e ampiamente rappresentati nell’organigramma. Ciò che invece è successo nell’ultimo mese ha in qualche misura turbato Alain Juppé, che non conosceva questa versione più radicale e quasi trumpiana di Fillon. E infatti nella breve conferenza stampa di lunedì mattina il sindaco di Bordeaux ha duramente criticato il candidato per la sua “ostinazione” e per aver radicalizzato l’elettorato di destra. Un elettorato che evidentemente non riconosce più, e forse non ha mai riconosciuto.

Sarebbe però un errore interpretare questa frase legandola solo al contesto della manifestazione del Trocadero. In piazza, a Parigi, si è mobilitato il cuore dell’elettorato fillonista, in particolare la galassia che ha partecipato alle sfilate della Manif Pour Tous, le manifestazioni contro i matrimoni omosessuali, e in particolare il suo movimento militante, Sens Commun (per approfondire l’influenza del voto cattolico per Fillon durante le primarie potete leggere questa edizione della newsletter). Ma non è questo l’elettorato “radicalizzato”  di cui parla Alain Juppé.

Qual è il punto? Il punto è che Nicolas Sarkozy aveva cominciato a cambiare  gli elettori di riferimento del movimento post-gollista, riuscendo ad ampliarne la base. La vittoria di François Fillon, per quanto conseguita in rottura personale con l’ex presidente, andava nella stessa direzione; gli elettori hanno deciso che sarebbe stato Fillon a rappresentarli, ma ideologicamente tra i due non c’erano enormi differenze, anzi. La diagnosi è la stessa, ed è la seguente: la società francese si è spostata a destra, le classi popolari anticomuniste che votavano ampiamente de Gaulle negli anni ’60 sono state attirate dal messaggio di rottura del Front National. Per vincere bisogna rivolgersi a loro ma, poiché la società è molto cambiata rispetto agli anni d’oro del gollismo, bisogna farlo con una retorica nazional-popolare.

Alle primarie si sono affrontate questa visione, che è risultata maggioritaria, e quella della destra gollista più “gestionale” o “elitaria”, nata con Jacques Chirac e divenuta egemone con la conversione al liberalismo operata negli anni ’80. Juppé, il più anziano del gruppo, era stato uno dei protagonisti di quella stagione. Al contrario Fillon non aveva aderito a questa svolta, essendo cresciuto politicamente nella corrente del gollismo sociale di Philippe Séguin, grande rivale di Chirac e del primo ministro liberal-gollista, Eduard Balladur. Fillon aveva vinto le primarie, partecipate da più di 4 milioni di elettori, con un discorso sì liberale ma soprattutto conservatore e identitario.

Le due visioni avevano un seguito diverso: il cuore della destra di Jacques Chirac era molto più ristretta di quella di de Gaulle o di quella di Sarkozy.  Basti vedere i risultati al primo turno nelle varie elezioni: Sarkozy nel 2007 arrivò a 11,5 milioni di voti con il 31%, nel 2012 a 9,7 con il 27%. Chirac nel 2002 prese solo 5,6 milioni di voti con il 19%, e nel 1995 6,3 con il 20%. È chiaro che si tratta di due basi elettorali molto diverse. Alain Juppé non è riuscito a presentarsi come credibile piano b anche perché nei repubblicani la sua posizione è in minoranza, probabilmente negli ultimi anni lo è sempre stata e nemmeno dopo un terremoto del genere è parsa in grado di salvare la sua famiglia politica. La rinuncia e l’amara conferenza stampa del sindaco di Bordeaux constata questo, oltre all’atteggiamento sconsiderato di François Fillon.
C’è però un tassello che manca a Fillon e che invece votava con convinzione per Sarkozy: l’elettorato popolare. Secondo l’ultimo sondaggio Ifop solo il 9% delle categorie popolari al momento si dichiara per Fillon, troppo poco per vincere le elezioni.

La continuità tra Sarkozy e Fillon si nota anche con il peso orami egemone che hanno assunto i sarkozysti nella campagna elettorale di Fillon. È chiaro che in molti non hanno abbandonato la barca per un calcolo di opportunità, ma è altrettanto vero che ritengono in ogni caso il messaggio di Fillon del tutto valido, cosa che invece non riteneva Alain Juppé.

2-La campagna di Hamon non decolla

Il fattore essenziale delle campagne elettorali di successo è la capacità di mostrare una dinamica, di riuscire a trasmettere entusiasmo e far credere possibile il successo.

Come si misura?

Innanzitutto mostrando una progressione nelle intenzioni di voto com’è capitato a Macron, o consolidando una posizione già molto alta e molto stabile, come capita ormai da anni a Marine Le Pen. I sondaggi da soli non bastano chiaramente, e per evitare le accuse di rappresentare solo una “bolla mediatica” il candidato dev’essere in grado di tenere delle riunioni pubbliche molto partecipate, che dimostrino l’esistenza di un movimento di cittadini che si muovono per ascoltare il proprio leader. Sono molto importanti anche le dichiarazioni di sostegno da parte di personaggi conosciuti della politica: magari non spostano voti, ma mostrano, appunto, una dinamica, una progressione. Infine, cosa più importante, una candidatura di successo deve essere incentrata su un messaggio molto forte e riconoscibile, che possa dare un’identità precisa a chi decide di impegnarsi per sostenerla.

Tutti questi ingredienti mancano alla campagna elettorale di Benoît Hamon, che stenta nei sondaggi (è ormai costantemente sotto il 15%, a pochissima distanza dal suo vero rivale: Jean-Luc Mélenchon), non ha fatto ancora un grande comizio (finora ha scelto posti abbastanza piccoli e venerdì a Le Havre metà palazzetto era vuoto), e al posto di ricevere sostegni da parte del suo partito inizia a perdere pezzi. Come detto le defezioni degli “elefanti” del partito socialista non spostano voti, ma fanno parte della dinamica; essere abbandonato dai tuoi non è un bel segnale.

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Come vedete, la percentuale di chi pensa che Benoît Hamon sta conducendo una buona campagna è crollata di 20 punti dalla sua vittoria alle primarie. Qualcosa non va.

In più, la proposta del reddito universale di esistenza (750 euro mensili da versare a tutti i cittadini senza condizioni) si è trasformata:  già a dicembre il candidato aveva detto che in una prima fase l’assegno sarebbe stato di 535 euro e solo ai giovani dai 18 ai 25 anni. Ne sarebbe poi seguita una seconda con l’attribuzione dei 750 euro in maniera incondizionata. Fin qui una semplice presa di coscienza che una misura del genere avrebbe necessitato di varie fasi per potere essere applicata. Giovedì scorso però, interrogato in televisione, Hamon ha completamente cambiato posizione: il reddito universale di esistenza sarà versato solo ai giovani tra i 18 e i 25 anni e in maniera decrescente rispetto al reddito ai lavoratori che guadagnano meno di 1,9 volte lo SMIC (il salario minimo). Tutti gli altri ne sono esclusi. Ecco che le parole “universale di esistenza” non esistono più, ed è rimasto solo il “reddito” (qui un approfondimento del Monde).

Per la cronaca, Hamon aveva vinto le primarie proprio grazie a tutti questi ingredienti: moltissimi giovani si erano impegnati per lui e avevano costruito una bella campagna, partecipata, piena di speranza e di cambiamento, con sale piene ovunque, e media sinceramente incuriositi dalla proposta nuova e inattesa.

Infine, Hamon ha individuato in Emmanuel Macron il suo avversario più importante. È strano, non sono moltissimi gli elettori indecisi tra Hamon e Macron, anche perché il messaggio e i suoi destinatari sono abbastanza diversi. Gli elettori che Hamon dovrebbe sedurre sono quelli di Mélenchon, che hanno aspirazioni molto più simili a quelle del candidato socialista. Non lo ha fatto finora perché probabilmente non vuole inimicarsi chi vota sinistra radicale, ma per fare cosa? Per facilitare un accordo dopo le elezioni? Probabile, ma a quel punto le elezioni si sono svolte: se si rivelano un disastro Hamon rischia di perdere anche il Partito Socialista – e infatti uno dei motivi per cui Manuel Valls non raggiunge Emmanuel Macron è che spera di riprendere il comando del partito dopo le elezioni.

3-Marine Le Pen sta cambiando il suo messaggio

Ieri sono andato a Chateauroux, un paese di quarantamila abitanti al centro della Francia. È il quinto comizio/discorso di Marine Le Pen che vado a vedere e ho notato un’evoluzione, specialmente rispetto al messaggio che sembrava dovesse caratterizzare la campagna elettorale a settembre. A Brachay, il paesino dove Marine aveva cominciato la lunga maratona, lo slogan era “La France apaisée” la Francia pacificata, ed erano molti i riferimenti al Generale de Gaulle. Sembrava che Marine Le Pen volesse caratterizzare la sua campagna elettorale con un messaggio sovranista e meno identitario. In altre parole, sembrava avesse vinto la linea Florian Philippot piuttosto che la linea Marion Maréchal Le Pen.

Mi spiego meglio: nel Front National convivono due idee, che sembrano sovrapponibili ma non lo sono. L’ala sovranista, quella di Philippot per intenderci, mette al primo piano l’uscita dall’euro e dall’Europa ma ha a cuore anche un discorso sociale ed economico, con delle proposte simili a quelle della sinistra radicale (per esempio il ritorno della pensione a 60 anni). L’ala identitaria, quella di Marion Maréchal, spinge invece sulle radici cattoliche, sul conservatorismo di una Francia più rurale e più anziana, sulla paura dei migranti non tanto dal punto di vista economico, quanto dal punto di vista culturale; è una Francia che ha paura del “grand remplacement”, del  rischio di diventare minoranza a casa propria. Ieri un racconto comune che ho sentito da più simpatizzanti frontisti era il seguente: “sono andato ad abitare in campagna dopo la pensione, quando torno al centro città dove sono cresciuto non lo riconosco più, è in mano agli immigrati. Sembra di non essere più in Francia”.

Nelle ultime settimane la retorica anti euro è passata relativamente in secondo piano, Marine Le Pen non ha detto esplicitamente che vuole uscire dall’euro e ha trasformato l’Unione in un effetto collaterale del “mondialismo”, la globalizzazione senza volto che distrugge la Francia rurale, i posti di lavoro dell’industria francese e consente l’arrivo di centinaia di migliaia di migranti – e che ha in Emmanuel Macron il suo massimo rappresentante. Questo spostamento ha una ragione: parlare all’elettorato più radicale di Fillon, sia al primo che al secondo turno. Chi è più anziano e conservatore non necessariamente vede di buon occhio un’uscita traumatica dall’euro e anzi ne è spaventato, ma può essere d’accordo con un discorso identitario come quello che sta cercando di portare avanti Marine Le Pen. Meno economia, più identità.

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Come vedete da questo sondaggio, solo il 28% dei francesi è d’accordo con il ritorno al franco (ultima domanda) ma il 51% è d’accordo con l’uscita da Schengen (penultima domanda) e soprattutto il 54% è favorevole ad un referendum per rimanere o meno nell’Unione Europea (terzultima domanda).

Il personaggio della settimana

Bertrand Delanoë è stato il sindaco socialista di Parigi dal 2001 al 2014. È un politico molto conosciuto, chiaramente, molto stimato e molto popolare. Una sorta di vecchio saggio che non ha mai avuto particolari ambizioni nazionali, o se le ha avute non le ha mai concretizzate, e che fino a poco tempo fa si era ritirato. Ha detto in radio che voterà per Emmanuel Macron perché si riconosce nel suo progetto, e perché bisogna dar forza a chi affronterà “madame Le Pen” al secondo turno. Un sostegno non scontato e tendenzialmente senza contropartita che consente all’ex sindaco di tornare a pesare soprattutto nel dibattito pubblico.

consigli di lettura

-Secondo Marine Le Pen è Macron è il miglior avversario per il Front National. Lo spiega il JDD;

-Yves-Marie Cann e Chloé Marine spiegano come sono composti gli elettorati dei candidati di sinistra. L’articolo è sul sito della fondazione Jean Jaurès;

-Secondo Guillaume Tabard la vera chiave del prossimo scrutinio sono gli indecisi. Può succedere di tutto;

-L’analisi di slate.fr su cosa sta succedendo nei repubblicani francesi. Questo articolo è stato fondamentale per scrivere il primo punto di questa newsletter.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventitreesima settimana: François Bayrou è la chiave della presidenziale?

Ventitreesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Ventiduesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. 

1- François Bayrou, leader del partito di centro Modem e già candidato tre volte alle presidenziali, ha deciso che stavolta non si presenterà e ha proposto un’alleanza a Emmanuel Macron che ha accettato.

2-François Fillon continua a dover fare i conti con lo scandalo che ha coinvolto sua moglie. Venerdì sera la procura di Parigi ha trasmesso gli atti ai giudici che seguono la fase istruttoria.

3-Marine Le Pen, che ha tenuto un grande comizio a Nantes, ha anch’essa problemi con la giustizia ma questo non sembra intaccare il suo consenso.

4-C’è stato un accordo tra Benoît Hamon, candidato del Partito Socialista, e Yannick Jadot, leader dei Verdi Europeisti. È possibile che anche Jean Luc Mélenchon decida di partecipare ad una grande unione della sinistra o è fantapolitica?

1-Macron guadagna un sostegno molto importante

La notizia della settimana è che François Bayrou sosterrà Emmanuel Macron alle prossime presidenziali. Bayrou, che aveva sostenuto Alain Juppé alle primarie della destra, aveva occupato lo spazio mediatico francese -ha partecipato a 12 trasmissioni televisive in due settimane – per aumentare la suspence sul suo annuncio, che è stato dato mercoledì pomeriggio.

Prima di analizzare cosa implica l’alleanza, chi è François Bayrou?

Ha 65 anni ed è sindaco di Pau, una piccola città del sud. È un politico molto stimato e di grande esperienza, è stato ministro dell’istruzione durante la presidenza Mitterrand e Chirac e si è candidato tre volte alle elezioni presidenziali da centrista nel 2002 nel 2007 e nel 2012. Nel 2007 ottenne il suo risultato migliore, arrivando molto vicino alla qualificazione per il secondo turno con il 18%. Sembrava dovesse arrivare al ballottaggio, ma la sua campagna si affossò quando apparve chiaro ai francesi che non aveva una vera squadra per governare il paese – uno dei principali difetti di Macron, tra l’altro. Alle ultime primarie della destra ha sostenuto Alain Juppé ed è piuttosto malvisto dall’elettorato repubblicano: nel 2012 ha invitato a votare François Hollande al secondo turno contro Nicolas Sarkozy che infatti lo detesta – e ha più volte detto di ritenerlo in parte responsabile della sua sconfitta.

Emmanuel Macron beneficia dell’apporto di Bayrou da due punti di vista.

Il primo è intuitivo: quello elettorale. Bayrou era stimato intorno al 5% e molti dei suoi elettori voteranno per Macron che infatti ha subito beneficiato del suo sostegno nei sondaggi, arrivando al suo massimo storico. È chiaro che avere Bayrou non solo non candidato, ma anche dalla propria parte, è un grande aiuto per Macron che vede consolidare la sua presenza al centro dello schieramento.

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Dei sondaggi poi parleremo meglio, ma come vedete la progressione di Emmanuel Macron è incontestabile. L’analisi è del Figaro.

Il secondo è politico. Il leader di En Marche! è giovane e inesperto, due caratteristiche che ha sfruttato sinora a suo vantaggio (e più volte rivendicato) vista la voglia di rinnovamento che c’è oggi in Francia. Allo stesso tempo avere i consigli e la disponibilità di qualcuno con tre campagne elettorali alle spalle rappresenta un’arma da non sottovalutare. Macron è consapevole di aver bisogno di consigli, vista la frequenza con cui telefona a Ségolène Royal – la candidata del partito socialista nel 2007. Infine Bayrou risolve – o meglio comincia a risolvere – uno dei problemi maggiori di Macron: il fatto di essere un leader piuttosto solitario. Bayrou, come avrete capito, non è un tipo facile, ha una spiccata autonomia e non ha mai esitato a criticare le politiche dei suoi alleati quando lo riteneva giusto.

L’altro sostegno ricevuto in settimana è quello di François de Rugy, segretario del partito Les Ecologistes e candidato alle primarie dei socialisti. De Rugy che aveva sostenuto Manuel Valls al secondo turno delle primarie e finora non aveva partecipato alla campagna di Benoit Hamon, ha deciso di raggiungere Macron.

Infine, il leader di En Marche! ha iniziato a pubblicare il suo programma. Giovedì ha fatto una lunga intervista con Les Echos ed è stato ospite da Jean Jacques Bourdin su RMC per commentare in diretta le sue proposte. Del suo programma mi occuperò meglio nelle prossime settimane, per adesso è interessante la sua proposta sulla disoccupazione, visto che sul mercato del lavoro ci sono molti spunti in questa campagna elettorale, e gran merito va a Benoît Hamon che con la sua proposta di reddito universale ha imposto un tema fondamentale che la politica dovrà affrontare nel prossimo futuro. Macron ha proposto un sussidio di disoccupazione universale, che si applica per tutti – quindi anche per i professionisti e i lavoratori autonomi, non solo per i dipendenti – e in tutti i casi, anche in caso di dimissioni. Il sistema attuale si basa sul fatto che una parte dello stipendio del lavoratore dipendente è trattenuta (si tratta delle cotisations sociales) e serve a pagare appunto la previdenza, Macron propone di abolire le trattenute – e quindi abbassare il costo del lavoro – e creare un sussidio apposito a carico dello Stato. È una proposta forte e innovativa di cui sapremo di più nelle prossime settimane.

 

2-Purtroppo per Fillon il PenelopeGate è tutt’altro che archiviato

Venerdì Fillon ha tenuto un comizio in banlieue parigina (precisamente a Maisons-Alfort) alle 19 (l’orario è importante). L’obiettivo del comizio era lasciarsi definitivamente alle spalle gli scandali: a tutti i giornalisti è stato distribuito il testo del discorso un’ora prima dell’inizio, deduco per farci notare che non conteneva alcun riferimento ai suoi problemi giudiziari. Alle 18.30 il Parisien ha comunicato che la procura avrebbe aperto un’informazione giudiziaria rimettendo le carte dell’inchiesta ai giudici che seguono la fase istruttoria, una decisione inaspettata (solo il 3% degli affari di questo tipo passa al vaglio di quello che può essere accostato al nostro giudice per le indagini preliminari).

Incurante della notizia Fillon non ha fatto cenno all’indagine, confermando la propria volontà di andare oltre gli scandali e concentrarsi sul programma. La strategia non è andata a buon fine: nel week end giornali e televisioni hanno parlato solo degli sviluppi del caso, confermando ancora una volta la difficoltà che sta incontrando il candidato repubblicano nel far campagna “Fillon est inaudible” è il commento ricorrente “Fillon non riesce a farsi ascoltare”. Idea condivisa anche da Marine Le Pen, che in un’intervista pubblicata stamattina ha effettivamente ammesso che a causa degli scandali è difficile far campagna elettorale per tutti: “È Fillon che deve decidere se mantenere o meno la sua candidatura. Ma lo ripeto, è necessario che ci sia data la possibilità di tornare a un dibattito sui nostri progetti per il paese”.

Cosa comporta dal punto di vista giudiziario? La procura aveva tre scelte: rinviare direttamente Fillon a giudizio, archiviare il caso o trasmettere le carte al juge d’instruction. La procura ha scelto di trasmettere le carte al juge d’instruction, lasciando che sia un giudice a decidere se ci sono elementi sufficienti per andare a processo. Se volete approfondire il JDD ha scritto un bel riassunto.

Veniamo ai problemi politici: la settimana scorsa avevamo analizzato come Nicolas Sarkozy avesse trovato il modo di influenzare la campagna del suo ex primo ministro. Ecco, ora anche Alain Juppé ha reclamato il suo spazio. Il sindaco di Bordeaux, che aveva evitato qualunque dichiarazione pubblica articolata dalla sconfitta alle primarie, e soprattutto aveva rifiutato di esprimersi da quando è cominciato lo scandalo, ha pubblicato un lungo post sul suo sito chiedendo, tra le righe, maggior considerazione per i suoi uomini e le sue idee. È probabilmente anche per questo che Fillon ha definitivamente addolcito le sue proposte in tema di sanità: aveva vinto le primarie dichiarando di voler rendere a pagamento le cure per le malattie meno gravi, costretto a correggere il tiro a gennaio ora la misura è definitivamente scomparsa, così come i tagli di forniture e di posti di lavoro.

3-Gli altri scandali di Marine Le Pen

Anche Marine Le Pen ha i suoi problemi con la giustizia: è accusata di aver fatto lavorare per il partito in Francia i suoi assistenti parlamentari pagati con i fondi del Parlamento Europeo (la pratica è illegale). Su questi fatti la procura di Parigi ha aperto un’indagine e la polizia l’aveva convocata in settimana per interrogarla. La candidata del Front National non si è presentata all’interrogatorio, motivando il suo rifiuto con il fatto che il periodo elettorale non garantirebbe la “serenità” necessaria alla conduzione dell’indagine. Marine Le Pen può rifiutare di rispondere ad una convocazione della polizia in virtù dell’immunità parlamentare di cui beneficia in quanto deputata europea, ciò non toglie che questo fantomatico periodo di “tregua elettorale” non esista, come ha chiarito il ministro della giustizia interrogato sull’argomento dalla stampa. I suoi due presunti assistenti sono stati posti in “garde à vue” (cioè sono obbligati di restare a disposizione degli inquirenti), e Catherine Grisetè, il suo capo di gabinetto, è in stato di messa in esame (una sorta di status di imputato).

Più volte mi avete chiesto come mai Marine Le Pen non viene travolta dai problemi giudiziari come Fillon. La risposta è che al suo elettorato non importa nulla degli scandali e anzi, le inchieste della magistratura sono considerati parte del gioco, uno dei modi in cui “il sistema” cerca di mettere i bastoni tra le ruote a Marine Le Pen. Gli elettori che sto incontrando ai comizi di François Fillon sono arrabbiati con i magistrati per quella che considerano una “persecuzione” ma in molti ammettono che il comportamento del loro leader è stato tutt’altro che trasparente, lo sostengono ma non nascondono la loro delusione. Al contrario chi incontro ai meeting di Marine Le Pen il più delle volte non sa di cosa sto parlando perché non legge i giornali, altrimenti mi spiega che gli assistenti di Marine hanno fatto bene a lavorare per il partito e non per il Parlamento Europeo.

In questo il fenomeno ricorda quello di Donald Trump, non è su questi fatti che Marine Le Pen viene valutata, niente del genere è in grado di intaccare il suo consenso (ricordiamo ancora una volta che l’elettorato lepenista è il più sicuro della sua scelta). Al suo meeting di Nantes dove sono stato oggi ha attaccato duramente la stampa: ha prima detto che il Monde è l’organo di propaganda di Emmanuel Macron, poi che BFMTV è contro di lei (però trasmetteva in diretta il comizio) infine ricordato che i media sono parte del sistema da abbattere. Per farvi capire il clima basta leggere questo tweet di Eric Domard, responsabile comunicazione del partito.

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Eccellente attacco di Marine Le Pen contro i media, arma nella guerra al Front National. Ora bisogna designare chiaramente il nemico.

4-Le divisioni della sinistra

Benoît Hamon ha vissuto un mese abbastanza difficile. Dopo il relativo boom nei sondaggi a seguito della sua vittoria è scomparso dai radar (non ha ancora fatto un grande comizio come tutti gli altri candidati), e ha dedicato parte del suo tempo a cercare un accordo con gli altri due candidati di sinistra: Jean Luc Mélenchon, leader della sinistra radicale, e Yannick Jadot, candidato dei verdi europei. La trattativa con Jadot è andata a buon fine: l’ecologista ha deciso di ritirarsi dopo aver ottenuto importanti concessioni sul programma (ad esempio sulla rinuncia del nucleare) e sui seggi alle prossime legislative (apparentemente tra i 40 e i 50 collegi).

Con Mélenchon invece le trattative sono ancora in corso, ma è molto difficile che i due riescano a trovare un accordo (anche perché entrambi pongono come condizione il ritiro e il sostegno dell’altro). Molti di voi mi chiedono cosa  lo impedisce, visto che sono entrambi di sinistra e hanno un elettorato abbastanza simile (ma non così tanto e ne parleremo nelle prossime settimane).

Le ragioni sono principalmente due.

La prima è politica, ci sono comunque delle divergenze di programma tra il candidato della France Insoumise e quello del Partito Socialista. Il progetto di reddito universale è stato più volte criticato ferocemente da Mélenchon, perché comporterebbe una compressione dei salari da parte delle imprese, consapevoli che il lavoratore avrebbe diritto a un sostegno abbastanza sostanzioso a prescindere (Hamon ha proposto un reddito di 750 euro al mese). L’Europa è un altro tema dove le divisioni sono profonde: Hamon non è un leader anti-europeista (anche se ha votato no all’adozione della costituzione europea nel 2005) e ha più volte detto che in caso di elezione cercherà di cambiare le politiche europee senza, come spesso si dice, “battere i pugni sul tavolo” (altra espressione odiosa che non userò mai più). Mélenchon al contrario minaccia di lasciare l’Unione europea, fa parte del gruppo di sinistra radicale al parlamento e ha denunciato più volte il sistema di potere incarnato dai socialisti europei.

Le divergenze politiche però possono essere appianate, come dimostra l’esperienza portoghese, dove la sinistra radicale sostiene il governo del socialista Antonio Costa che proprio Benoît Hamon è andato a trovare nella settimana passata. La seconda e più rilevante divergenza è personale. Mélenchon pensa che il Partito Socialista abbia esaurito la sua funzione (l’ha lasciato nel 2008 per questo), ha dei pessimi rapporti personali con quasi tutta la dirigenza storica socialista e soprattutto adora fare campagna. Può sembrare una cosa infantile, ma la politica è anche fatta di ego, Mélenchon è un tribuno, si ispira esplicitamente a Fidel Castro (i suoi comizi durano non meno di due ore e mezza) e difficilmente rinuncerà ad un evento che capita ogni cinque anni e che potrebbe per lui essere l’ultimo.

Il personaggio della settimana

François Bayrou poteva scegliere un’ultima passerella per concludere la sua carriera politica, e ha invece scelto di sostenere Emmanuel Macron. Mi sembra che la sua scelta sia motivata dalla volontà di servire meglio il suo paese, anche perché i due hanno subito chiarito che nell’accordo non è previsto che Bayrou faccia il primo ministro, in caso di elezione. Se è vero, e se i due hanno concluso un accordo sulla base di una linea politica comune mi sembra un’ottima notizia in un mondo che è spesso cinico e pieno di opportunisti.

Consigli di lettura

-Bruno Cautres, ricercatore del CEVIPOF, il centro di studi politici di Sciences Po ragiona sulla divisione destra-sinistra;

-Il sondaggista Yves Marie Cann analizza in un lungo post su Medium la composizione sociale degli elettorati dei candidati;

-Cosa succede se la Francia esce dall’euro? L’analisi del Sole 24 Ore riprendendo un post di Keynes Blog;

-Il JDD racconta le difficoltà che Benoît Hamon, prima frondista e poi candidato, sta incontrando nel tenere insieme le diverse anime del suo partito;

Un utile punto della situazione sugli affaires che riguardano il Front National, scritto dall’Obs

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventiduesima settimana: Fillon chiama Sarkozy risponde

Ventiduesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Fillon chiama, Sarkozy risponde

Il candidato dei repubblicani ha definitivamente mutato il suo atteggiamento e la sua strategia rispetto al PenelopeGate. Il Parquet National Financier, la procura che si sta occupando dello scandalo sull’impiego della moglie e dei figli come assistenti parlamentari (qui trovate un mio riassunto in italiano, ma è un po’ datato, qui il riassunto dell’Obs, che è di ieri ma in francese), ha dichiarato che allo stato degli atti non ci sono le condizioni per l’archiviazione. Gli scenari sono quindi due: l’apertura di un’indagine ufficiale, con la consegna del dossier a una sorta di giudice per le indagini preliminari (che deciderà se proseguire l’iter con la famosa “messa sotto esame”) o addirittura un rinvio a giudizio diretto, visto che gli elementi raccolti sono tali e tanti da sostenere il processo. Fillon ha subito attaccato l’azione della procura in un’intervista rilasciata al Figaro, sostenendo che sarebbe “scandaloso” privare la destra del suo candidato: “ormai mi rimetto al giudizio del suffragio universale” ha concluso. L’avverbio è importante: Fillon, durante il suo intervento al TG di TF1 il giorno dopo la pubblicazione delle prime rivelazioni (parliamo ormai di tre settimane fa), aveva promesso che si sarebbe ritirato in caso di “messa in esame”. La retromarcia è quindi completa.

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Il sondaggio è dell’istituto Ifop

La decisione, avallata da gran parte dei repubblicani, si spiega anche con la relativa stabilità nei sondaggi. Come vedete, dopo il grande crollo François Fillon è rimasto stabile: “l’operazione salvataggio” del suo elettorato è andata a buon fine, pur con mille dubbi e qualche disagio il centrodestra francese si turerà il naso e voterà per lui. Per preservare i suoi elettori Fillon continuerà a spostare la sua campagna verso destra, parlando di sicurezza, immigrazione, esperienza: il passaggio ai temi storici della destra gollista, soprattutto da Sarkozy in poi, è compiuto. Ecco, Sarkozy. Battuto alle primarie, uscito di scena e quasi dimenticato, è diventato improvvisamente un’ancora di salvataggio per François Fillon. Mercoledì i due hanno pranzato assieme senza farsi vedere in pubblico ma avvisando la stampa dell’incontro. Fillon è andato a trovare Sarkozy per avere dei consigli su come comportarsi rispetto allo scandalo (Sarkozy ha una certa esperienza in materia) ma anche per spingerlo a calmare i deputati che hanno più volte messo in discussione l’opportunità della sua candidatura alla luce del PenelopeGate.

Il risultato del pranzo è stato visibile nei toni e nelle nuove idee che Fillon ha proposto durante il suo comizio di mercoledì sera, a Compiègne: il repubblicano ha detto di essere favorevole all’abbassamento dell’età per cui si può essere penalmente perseguiti dai 18 ai 16 anni, uno dei cavalli di battaglia classici di Nicolas Sarkozy. Infine va notato il ruolo sempre più importante nella campagna elettorale di François Baroin. Fedelissimo dell’ex presidente della Repubblica, il sindaco di Troyes è ormai il braccio destro di Fillon. Bruno Jeudy, acuto editorialista di Paris Match e uno dei giornalisti più esperti di François Fillon (lo segue da quand’era ministro con Chirac), ha scritto che Baroin rappresenta il “cavallo di Troia” di Sarkozy per rientrare in campagna elettorale.

In ogni caso è presto per considerare Fillon fuori dai giochi.

2-Macron ha innescato due polemiche

La settimana di Macron è stata segnata da due polemiche. Dall’Algeria, paese in cui era in viaggio (Macron sta strutturando la campagna elettorale con almeno una visita all’estero a settimana per coltivare la sua immagine presidenziale), il leader di En Marche! ha dichiarato che la colonizzazione francese è stata un “crimine contro l’umanità” e una “barbarie”. La dichiarazione è stata criticata soprattutto da parte della destra: Fillon ha detto che Macron non ha “colonna vertebrale”, dal Front National è arrivata un’accusa simile, “non dobbiamo vergognarci del nostro passato” visto che la Francia ha condiviso la sua cultura nel mondo grazie alla colonizzazione (permettete l’intrusione, ma è un argomento simile all’elogio della bonifica delle paludi pontine da parte del fascismo, che dopotutto “ha fatto anche cose buone”).

 

Per spiegare bene il senso della sua dichiarazione, che è stata vissuta male anche dai “pieds-noirs” cioè i francesi che vivevano in Algeria (e dai loro figli e nipoti) e furono costretti a lasciare il Nord Africa per evitare di finire trucidati durante la guerra civile, Macron ha prima pubblicato un video sui suoi social e poi ha ripreso la questione al meeting di ieri, a Tolone, scusandosi per aver inavvertitamente ferito alcune persone, e ribadendo che la sua era una presa di coscienza della responsabilità dello Stato francese e non degli individui.

 

Passaggio notevole del discorso: Macron ha concluso, dopo essersi scusato, con la frase “je vous ai compris et je vous aime”, citando il famoso discorso che il Generale De Gaulle tenne proprio ad Algeri davanti ai cittadini francesi in Algeria nel 1958. Appena ha pronunciato queste parole i giornalisti di fianco a me sono letteralmente impazziti: “mais c’est le General!”, sottolineando come quella fase della storia francese sia importante. La guerra d’Algeria è stata per lungo tempo un argomento tabù, tanto che fino a pochi anni fa i documenti ufficiali riferiti al decennio 1955-1964 parlavano degli “avvenimenti d’Algeria”, senza mai ammettere che in quel periodo è stata combattuta una guerra d’indipendenza. Insomma un terreno minato che tra l’altro divide molto l’opinione pubblica. Come vedete nel sondaggio, il 51% dei francesi è d’accordo con quanto detto da Macron, e i suoi propositi sono molto più condivisi dagli elettori di sinistra che da quelli di destra.

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L’altra polemica è stata scatenata da una lunga intervista rilasciata all’Obs, quando Macron ha criticato il modo in cui i socialisti hanno approvato la legge sul “mariage pour tous” la legge sui matrimoni omosessuali: “uno degli errori fondamentali di questi cinque anni è stato quello di ignorare una parte del paese che ha buone ragioni per vivere in risentimento e preda di passioni tristi. È quello che è successo con i matrimoni omosessuali, quando abbiamo umiliato quella parte di Francia. Non bisogna mai umiliare, bisogna parlare, bisogna “condividere” i disaccordi. In caso contrario, alcune parti del paese diventeranno dei bastioni dell’irredentismo”. In questo caso le critiche sono arrivate dalle associazioni LGBT. Insomma una settimana complicata dove Macron ha ricevuto critiche sia da destra che da sinistra.

Queste posizioni e i relativi attacchi fanno capire quanto la campagna elettorale di Emmanuel Macron sia diventata più difficile: se sei un outsider puoi permetterti di essere vago perché sei trattato in maniera più indulgente, soprattutto quando la tua dinamica è nettamente in progressione; da favorito però la tua campagna cambia, diventi il principale bersaglio delle critiche e anche la stampa tende a metterti in difficoltà. Matthieu Croissandeau, direttore dell’Obs, ha efficacemente paragonato En Marche! ad una start up di successo cresciuta troppo in fretta. Il movimento ha bisogno di una struttura seria per competere fino in fondo.

Se è vero che Macron ha avuto nei sondaggi una straordinaria crescita da quando ha lasciato il governo ad agosto, non c’è stato il boom che la vittoria di Benoît Hamon e il contestuale scandalo di François Fillon potevano far prevedere. È per questo che ha bisogno di un programma, o meglio di una serie di proposte concrete che gli consentano di delineare con chiarezza il suo progetto di società: Hamon lo ha costruito intorno al reddito universale di esistenza; Marine Le Pen vuole uscire dall’euro e dall’Europa al grido di prima la Francia (priorità ai francesi nelle cure mediche, priorità alle imprese francesi negli appalti, eccetera); Mélenchon propone una sorta di socialismo reale ed ecologico, mettendo addirittura un tetto ai redditi massimi (una tassa del 100% per i redditi sopra i 400mila euro); Fillon ha un programma molto liberale (la famosa proposta di 500.000 dipendenti pubblici in meno) e molto conservatore in tema di società. Macron che progetto ha? È ancora tutto un po’ vago, ne sapremo di più il 2 marzo, quando le proposte verranno pubblicate.

Un’ultima cosa: ieri durante il comizio a Tolone, Macron ha attaccato più volte Fillon chiamandolo per nome, finora non lo aveva mai fatto. Questo è il segnale che il leader di En Marche! è entrato pienamente nella dinamica politica della campagna elettorale, il gioco si fa più duro e ha deciso di non sottrarvisi.

3-La variabile astensione

La settimana scorsa abbiamo analizzato il potenziale elettorale di Marine Le Pen. La conclusione del ragionamento era che seppure il Front National arriverà a delle percentuali mai viste prima, in un’elezione normale la sua vittoria è improbabile. Aggiungiamo una variabile al ragionamento: e se alle presidenziali non votassero 36/38 milioni di francesi ma molti di meno? Cosa succederebbe se l’affluenza avesse una flessione notevole, arrivando tra il 50 e il 60% al secondo turno? Ecco che l’elettorato molto motivato di Marine Le Pen potrebbe fare la differenza pur non essendo maggioranza in condizioni normali. In altre parole, la chiave di queste elezioni potrebbero essere gli elettori che Brice Teinturier, politologo e direttore dell’istituto di sondaggi Ipsos, chiama i PRAF-attitude: plus rien à faire (quelli che non hanno più niente a che fare con la politica) nella versione moderata, plus rien à foutre (quelli che se ne fottono della politica) nella versione più radicale. Chi sono queste persone?

“Le due presidenze di Nicolas Sarkozy e François Hollande costituiscono per i francesi un decennio di delusione. Ma quello che è in gioco è anche il ruolo delle reti sociali, le mutazioni dell’informazione, l’individualizzazione crescente della società, la crisi della morale pubblica e dell’esemplarità. Davanti a questi sconvolgimenti la politica, che non sa come affrontarli, si è chiusa in un gioco di posture che aumentano la rabbia. E una parte crescente dei francesi non si fa più ingannare.”

Queste persone non sono necessariamente nell’astensione, secondo Teinturier i PRAF rappresentano circa un terzo dell’elettorato, diviso a sua volta tra disgustati, indifferenti, delusi, in collera. Le prime due categorie preoccupano il politologo: la collera o la delusione sono comunque una forma di relazione politica. Invece, sentimenti come il disgusto e la disillusione indicano che la relazione è finita, il divorzio è quasi irreversibile. I vari scandali che stanno mettendo in crisi la candidatura di Fillon, ad esempio, non danneggiano solo i repubblicani, ma alimentano la percezione che “così fan tutti”.

Sarà interessante capire quanto i PRAF peseranno sul secondo turno delle presidenziali: andranno a votare per qualcuno che promette di rovesciare il tavolo oppure rimarranno semplicemente a casa? A questi elettori io aggiungerei gli ideologici: qui entra in gioco la mia percezione che come tale è parziale e si basa sulle conversazioni che sto avendo con le persone che partecipano ai comizi, alle manifestazioni e anche con i miei amici e conoscenti francesi. Quando ipotizzo lo scenario al secondo turno Macron/Marine Le Pen agli elettori più di sinistra, molti mi rispondono che resteranno a casa, perché un ballottaggio del genere sarebbe un’alternativa tra la “peste e il colera”. In quanti la pensano così? Se lo dicono i più attivi, cioè quelli che partecipano ai comizi, leggono i giornali e guardano i talk show, come si schiererà la parte di popolazione che nemmeno partecipa?

Il personaggio della settimana

Nicolas Sarkozy ha sempre sognato di  diventare il padre nobile della destra gollista. Quando nel 2012 i repubblicani si spaccarono a seguito di un congresso a quanto pare truccato tra Jean François Copé e François Fillon, che abbandonò il partito, fu proprio grazie alla sua mediazione e al suo ritorno che la crisi rientrò. Aver ricevuto prima la chiamata e poi la visita di Fillon (che a seguito della vittoria alle primarie non aveva risposto alle sue per mesi), riabilita Sarkozy come “patron des républicains”.

La figura dell’ex presidente esce molto rafforzata dal pranzo di mercoledì e sarà forse fondamentale per raggiungere il secondo turno. Almeno è quanto ipotizzano alcune trasmissioni televisive.

Letture consigliate

Un bellissimo dialogo tra il filosofo Michel Onfray e lo storico Marcel Gauchet su chi è e cosa rappresenta Emmanuel Macron. Lo trovate sull’Obs, è in abbonamento ma vale la pena.

L’articolo di Internazionale (che traduce l’Economist) che mi ha fatto ragionare sulla possibile astensione. E grazie a Francesca per la segnalazione.

L’intervista completa di Brice Teinturier sulla PRAF-attidude.

Un’analisi di Mediapart sulle difficoltà di Hamon, stretto tra Mélenchon e Macron. Lo so ragazzi, è in abbonamento, ma in Francia i giornali funzionano così (e giustamente, direi).

-Martial Foucault, ricercatore di Sciences Po, analizza la dispersione dell’elettorato storico della gauche. Sul Monde.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventunesima settimana: Marine Le Pen vola

Ventunesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Marine Le Pen ha cominciato la campagna elettorale. Commentiamo alcuni dati interessanti sullo share del talk show cui ha partecipato e analizziamo qual è davvero il suo potenziale elettorale.

2-Ancora una settimana complicata per François Fillon, che però ha raggiunto il suo principale obiettivo: continuare ad essere il candidato repubblicano alle presidenziali.

3-Due nuove sezioni, suggerite da amici e lettori.

1-Marine Le Pen è davvero competitiva?

È stata la prima settimana di campagna della leader del Front National. Domenica scorsa vi avevo raccontato a caldo il suo comizio, qui trovate un reportage che ho scritto per Gli Stati Generali (e qui ne ho parlato a Radio24 con Oscar Giannino). Marine Le Pen aveva un appuntamento mediatico molto importante: era invitata all’Émission Politique, uno dei talk show più seguiti della televisione francese. Chi è iscritto da un po’ conosce il programma, ma vale la pena ricordarne le modalità.

La trasmissione dura due ore, è presentata da due volti noti della televisione francese, Léa Salamé e David Pujadas, ed è strutturata in varie interviste su temi specifici condotte da giornalisti invitati appositamente. Si susseguono quindi esperti del mondo del lavoro (sindacalisti/imprenditori), cittadini comuni, un politico della parte avversa e un invitato a sorpresa. L’esercizio è molto duro, i conduttori hanno una reputazione di giornalisti abbastanza aggressivi, specialmente Léa Salamé, e il programma viene commentato sui giornali del giorno dopo e in televisione nei giorni successivi.

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Marine Le Pen ha polverizzato tutti i record: secondo il sondaggio realizzato dall’istituto Harris Interactive su commissione di France 2 e del programma, che diffonde i risultati in diretta, il 41% dei telespettatori si è detto convinto dagli argomenti di Marine. Come vedete, la leader del Front National fa meglio di Benoît Hamon, che aveva cominciato a crescere davvero nei sondaggi anche grazie alla sua buona prova televisiva, e François Fillon, per cui avevamo registrato una dinamica simile.

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L’altro record raggiunto da Marine Le Pen riguarda i dati di ascolto. Con 3,5 milioni di telespettatori e quasi il 17% di share distanzia nettamente Alain Juppé, che come vedete era stato seguito da “solo” 2,75 milioni (13,2% di share). Per comprendere il contesto, all’epoca il sindaco di Bordeaux era considerato praticamente il prossimo Presidente della Repubblica, capirete dunque che l’interesse nei suoi confronti era piuttosto alto.

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Tutto ciò va aggiunto al positivo quadro politico che si sta delineando. Abbiamo parlato nelle scorse settimane della solidità del suo elettorato, sottolineando come un voto molto identitario al primo turno può essere sintomo della difficoltà di allargare la propria base elettorale al secondo. A dicembre le primarie del centro-destra avevano in più designato un candidato molto difficile da affrontare per lei: Fillon era un concorrente ostico vista la sua popolarità tra gli elettori più radicali per la sua durezza in materia di sicurezza e immigrazione; la statura presidenziale indubbiamente superiore del repubblicano poneva a Marine Le Pen il problema di lavorare sulla sua immagine di eterna perdente; infine le posizioni conservatrici in tema di società piacevano molto all’elettorato cattolico più conservatore che negli ultimi anni invece guardava con interesse al Front National, grazie anche al profilo di Marion Maréchal Le Pen (se volete approfondire, qui trovate l’analisi della vittoria di Fillon a novembre). Le difficoltà di Fillon sono quindi benvenute.

 

Finora non avevamo affrontato questo discorso ma è utile dare uno sguardo ai sondaggi più recenti che iniziano a registrare le intenzioni di voto al ballottaggio. Il Front National fa un notevole balzo in avanti: stimato al 25/26% al primo turno, al secondo è capace di raggiungere un risultato tra il 35 e il 40% (dipende dell’avversario). Ciò vuol dire che una parte consistente dell’elettorato è pronto a spostarsi su Marine Le Pen, fino a questo punto non è mai successo. Il precedente che possiamo utilizzare sono le elezioni regionali del 2015: dopo un risultato francamente impressionante in alcune regioni al primo turno, solo in PACA (Provence-Alpes-Côte d’Azur) il partito è stato capace di incrementare sensibilmente la propria percentuale passando dal 40% al 45%. La candidata in quel caso era Marion Maréchal Le Pen.

Questo vuol dire che il Front National è potenzialmente in grado di allargare la propria base elettorale, seppure non in maniera decisiva visto che per ora parliamo di 1/10 dell’elettorato. Il problema è sempre lo stesso: per vincere devi convincere il 50%+1 dei francesi, molto complicato se non fai alleanze, tra l’altro al momento non in agenda. Fino ad oggi l’idea di condividere il potere o fare dei compromessi con altre forze politiche è rimasta estranea al DNA del Front National, che al contrario gioca sul concetto di “cittadella assediata”: noi da soli contro tutti.

Però guardate i (supposti) flussi nel grafico successivo: in caso di ballottaggio contro Emmanuel Macron (che vincerebbe 63-37) il 10% degli elettori di Mélenchon voterebbero per lei così come il 29% degli elettori di François Fillon. Sembra poco, non lo è. Controllate il risultato del padre, Jean Marie, alle presidenziali del 2002. Già un risultato del genere sarebbe una rivoluzione.

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Il sondaggio è stato realizzato da Ifop

2-François Fillon è, con fatica, ancora in sella

Il candidato repubblicano non sta passando un bel momento, come sapete bene. Ha però salvato il salvabile, cosa non scontata sino al week end scorso.

Lunedì ha organizzato una conferenza stampa al suo comitato. Dopo aver ribadito l’effettività dell’impiego di sua moglie e lanciato una sorta di “operazione trasparenza”, pubblicando online il suo patrimonio completo, ha chiesto scusa ai francesi.

“Lavorando con mia moglie e i miei figli ho privilegiato questa collaborazione di fiducia che oggi suscita sospetto. È stato un errore, lo rimpiango profondamente, e presento le mie scuse ai francesi.” 

Poi ha chiarito che non sta al “tribunale mediatico” giudicarlo, compito che spetta solo gli elettori.  Ha infine concluso la conferenza sostenendo che da quel momento sarebbe cominciata un’altra campagna, e che avrebbe imposto il suo programma e la sua agenda politica al dibattito pubblico.

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Come vedete il crollo comincia a inizio gennaio, quando i francesi hanno iniziato ad approfondire il programma molto duro sul piano economico e sociale. Dalla fine del mese diventa un’emorragia seria. Il grafico è de L’Express.

La sua è stata l’unica linea di difesa possibile: non si è rivolto davvero ai francesi, come ha detto, ma ha parlato al proprio campo. Se il crollo nei sondaggi è notevole, allo stesso tempo il 17/18% delle intenzioni di voto al momento attribuitegli è molto vicino alla percentuale storica della destra francese al primo turno, stimata intorno al 20%. La volontà di chiudere definitivamente il capitolo PenelopeGate gli consente di ricominciare a far campagna e rassicurare chi ha deciso di votare per lui.

Vi avevo raccontato dei dubbi sempre più consistenti di una parte del partito sull’opportunità di mantenere la sua candidatura. Martedì, alla riunione con i parlamentari, una parte di essi sembrava orientata a chiedere formalmente un passo indietro al candidato. Non è successo, perché? Perché sia i deputati più vicini a Juppé che i sarkozysti non sono stati in grado di imporre un proprio candidato: provarci avrebbe significato spaccare irrimediabilmente i repubblicani. L’atteggiamento di Fillon (che secondo alcuni ha peraltro preso in ostaggio la sua famiglia politica) ha ri-compattato i repubblicani dietro la sua candidatura;  le varie voci su una sua sostituzione sono cessate di colpo da lunedì sera, una volta terminata la conferenza stampa. Martedì è stato ospite di François Baroin, fedelissimo di Sarkozy, a Troyes; giovedì, a Poitiers, Jean-Pierre Raffarin, ex primo ministro sotto Chirac e gran sostenitore di Alain Juppé alle primarie, ha introdotto il comizio del candidato con un discorso molto appassionato e leale. Segnali inequivocabili.

Il discorso di Fillon a Poitiers è stato abbastanza incentrato su sicurezza e immigrazione, strategia che probabilmente verrà tenuta nelle prossime settimane: la sua proposta economica è quasi brutale (500.000 funzionari pubblici in meno, grande riduzione delle spese pubbliche, interventi anche sulla sanità), e chiedere sacrifici ai francesi dopo uno scandalo che ha messo in luce una relazione “interessata” con il denaro non è molto credibile. Fillon cercherà quindi di evitare una fuga del suo elettorato più radicale verso Marine Le Pen e allo stesso tempo blandirà gli indecisi che guardano a Macron, giocando sulla sua solidità internazionale e sulla sua innegabile esperienza di governo.

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Come notate la caduta di consenso di Fillon è avvenuta anche all’interno dei simpatizzanti repubblicani. È a loro che il candidato si rivolge principalmente in questo momento.

La retorica contro la stampa e il potere socialista, che starebbe cercando di sabotare la sua candidatura, completano questa “trasformazione”: da candidato con ambizioni maggioritarie Fillon ha in questo momento la preoccupazione di salvare il suo elettorato storico. Chi si riconosce nel progetto politico repubblicano ha necessità di essere convinto che Fillon è ancora il candidato giusto, ha bisogno di una retorica che gli consenta di camminare a testa alta. Sono anni che aspetta di riprendere il potere e di liberarsi di Hollande e potrebbe serrare i ranghi dietro al suo candidato, paradossalmente pensando che sia perseguitato. Il problema è che, appunto, parliamo dell’elettore di destra. Basta?

Al momento no. Lo ha spiegato bene il politologo Bernard Sananés: noi ci soffermiamo chiaramente sui sondaggi di intenzione di voto, ma guardando il barometro di opinione che misura la popolarità dei singoli politici su tutto l’elettorato, notiamo che tra i primi dieci non c’è nessun repubblicano tranne Juppé, ormai però alla fine della sua carriera politica. Questo indica che al momento la destra non si inserisce più nella dinamica dell’alternanza, non ha – per ora – un personaggio in grado di unire il paese dietro di sé.

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Il primo politico repubblicano è Xavier Bertrand, tredicesimo.

Speciale: chi ha vinto la settimana?

Questa volta era facile: Marine Le Pen, vista la sua capacità di convincere nell’Emission Politique e occupare quasi tutto lo spazio mediatico soprattutto a scapito di Macron, visto e sentito poco e quasi solo per le critiche sempre più forti alla vaghezza del suo programma.

Devo però citare Jean Luc Mélenchon, autore di un comizio geniale settimana scorsa: non voglio lo perdiate. Parlava da Lione (anche lui), ma ha organizzato un altro comizio in contemporanea a Parigi, dov’è apparso in ologramma. Coup de théâtre.

 

L’idea di aggiungere questa rubrica alla fine di ogni puntata è di Giovanni Diamanti cui vanno i doverosi credits.

Letture consigliate

Una lunga intervista di Thomas Piketty a FranceInter. L’economista è stato appena nominato responsabile della questione europea e della revisione dei trattati nella squadra di Benoît Hamon.

Chi sono i francesi che sostengono Emmanuel Macron? Un’analisi del sondaggista Jérôme Fourquet su slate.fr.

Il Front National è diventato un vero partito nazionale. Splendida intervista dellObs a Pascal Perrineau, politologo tra i riferimenti preferiti di questa newsletter.

François Fillon è messo meglio di quanto crediamo. Un’analisi controcorrente di Eric Dupin.

Perché la difesa di François Fillon non funziona, visto dall’Italia. Daniele Bellasio sul suo blog, Danton.

Grazie a Giulio, che ha suggerito questa nuova sezione.

Momento pubblicità: per il Foglio ho intervistato Christophe Castaner, portavoce di Emmanuel Macron. L’intervista la trovate qui.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventesima settimana: i comizi paralleli di Macron e Le Pen

Ventesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Marine Le Pen e Emmanuel Macron si sono affrontati a distanza a Lione, dove hanno parlato ai propri sostenitori. Sono andato a sentirli entrambi e vi racconto le prime impressioni a caldo;

2-François Fillon è sempre più in difficoltà e nel suo partito si sta formando un fronte che gli chiederà di rinunciare alla candidatura;

3-Una piccola riflessione sui sondaggi, e sulla “volatilità” che evidenziano.

1-Comizi paralleli, dall’Europa di Macron alla Francia di Marine Le Pen

Come sapete sono a Lione per seguire i due comizi principali di questa settimana. Ieri ha parlato Macron ed è da poco finito il discorso di Marine Le Pen che ha chiuso i due giorni delle assises présidentielles, la convention organizzata dal Front National per inaugurare la campagna elettorale.

In settimana racconterò meglio ciò che ho visto – ché ho bisogno di ragionarci un po’ su. Per ora, a caldo, posso dirvi che i candidati rappresentano e vogliono rappresentare due mondi completamente diversi. Al comizio di Macron la coreografia era pensata per esaltare l’Unione Europea: pannelli, bandiere dell’unione ogni 3-4 persone, un podio interattivo che s’illuminava con le famose stelle in campo blu ogni volta che il leader di En Marche! citava l’Europa o un tema di respiro europeo (immigrazione, difesa e posto della Francia nel mondo, in particolare). Marine Le Pen, che dall’Unione e dall’euro vuole uscire, ha parlato con tre bandiere della Francia dietro di sé e con un pubblico che la interrompeva continuamente gridando on est chez nous, siamo a casa nostra. Il coro era intonato con particolare passione quando la leader frontista attaccava l’Unione o denunciava il lassismo delle élites nei confronti dell’immigrazione.

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La curva per Emmanuel Macron

Il discorso di Macron è stato incentrato intorno all’idea che la Francia ha un senso solo all’interno di una storia comune e non può e non deve bastare a sé stessa. Anzi, in questo momento storico di ritirata e chiusura degli Stati Uniti la sua funzione è quella di costruire ponti ed attrarre i migliori cervelli per diventare il nuovo paese del “sapere franco”. Al contrario quella di Marine è una retorica di chiusura rispetto ad una globalizzazione che non funziona e che ha due facce: la prima, più conosciuta, è quella economica e finanziaria, ma la seconda è quella che ha creato il terrorismo jihadista, che al momento non può essere sconfitto perché non controlliamo le nostre frontiere.

Il pubblico era difficilmente sovrapponibile: quasi quindicimila persone (tra chi è riuscito ad entrare e chi è rimasto fuori) sono andate a sentire Macron, un pubblico eterogeneo per quanto molto giovane. Oltre ai sostenitori entusiasti, molte persone con cui ho parlato erano semplicemente incuriosite dal personaggio, dalla sua retorica e dal suo successo; è una parte di elettorato che ascolta con interesse i discorsi del leader di En Marche! ma non è ancora convinta, cerca quindi di farsi un’idea. Macron si è posto al di sopra delle parti: ogni volta che il pubblico iniziava a fischiare un avversario veniva interrotto dall’oratore: “i fischi non ci portano da nessuna parte, noi dobbiamo presentare il nostro progetto per la Francia, non andare contro qualcun altro”.

L’ambiente era completamente diverso da Marine Le Pen, composto da meno giovani e soprattutto meno curiosi: tutte le persone da me intervistate erano forziste convinte da un po’, anche perché il comizio chiudeva una convention di due giorni dove i militanti hanno lavorato a dei tavoli tematici; un ambiente più di partito, fisiologicamente. Il discorso è stato interrotto più volte da fischi e ululati nei confronti degli avversari fisici (gli altri candidati) o concettuali (l’Europa, la globalizzazione).

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Il palco di Marine Le Pen, poco prima che cominciasse a parlare

Insomma, cedendo ad una semplificazione giornalistica, ho visto una Francia che ha vinto la sfida della globalizzazione e una Francia che invece l’ha persa. Una Francia che vuole competere nel mondo globalizzato e una Francia che chiede protezione e pretende solidarietà per chi è rimasto indietro. È chiaro che il racconto è più complicato di così, e andrà approfondito nelle prossime settimane. Allo stesso tempo semplificare queste profonde divisioni aiuta ad avere una bussola: la campagna delle prossime settimane sarà impostata sempre di più attorno a questi temi.

2-Come se la passa Fillon

La settimana scorsa era terminata con il suo grande comizio a Porte de La Villette. Fillon sperava che la dimostrazione di forza e di unità potesse dare nuovo slancio alla campagna elettorale: una sorta di rincorsa per lasciarsi alle spalle gli affaires. Ma, come spiega Guillaume Tabard sul Figaro, l’effet la Villette, la diga politica che sembrava essersi costruita intorno a Fillon, mostra già le prime crepe. Il motivo è che eletti, antichi e futuri ministri non pensano solo alla sorte del candidato ma anche alla propria. E quindi si sono moltiplicate le dichiarazioni ambigue, inviti alla responsabilità e qualche fuga in avanti che parla di piano B. Mentre stavo scrivendo in sala stampa ho ascoltato una telefonata di una giornalista seduta accanto a me con un deputato repubblicano sostenitore di Juppé: apparentemente alla riunione del candidato con i parlamentari, martedì, i juppeisti faranno pressione affinché si ritiri.

Al momento c’è molta confusione, l’agenda provvisoria di Fillon prevede martedì un discorso a Troyes con François Baroin, un ex fedelissimo di Nicolas Sarkozy, mentre giovedì un meeting a Poitiers, con Jean-Pierre Raffarin, ex primo ministro sotto Chirac. Il fatto che l’agenda sia provvisoria e che per avere conferme ci sia una sorta di passaparola tra i giornalisti vi fa capire quanto al momento i repubblicani vivano alla giornata.

Infine una riflessione più generale sulla sua campagna elettorale, che già prima degli scandali stentava a decollare: abbiamo raccontato la retromarcia sulle assicurazioni sanitarie, i problemi con le investiture dei candidati nei collegi per le elezioni legislative, l’oscuramento mediatico dovuto al fenomeno Macron e alle primarie del Partito Socialista. Ritornare alla ribalta a causa degli scandali è stato un imprevisto molto difficile da gestire: se questo può aver compattato la cosiddetta “fan-zone” allo stesso tempo può aver irrimediabilmente limitato la capacità di espansione dell’elettorato fillonista, che era quello su cui i repubblicani puntavano per vincere.

La linea di difesa scelta dai Fillon è tra l’altro molto pericolosa, e con ogni probabilità perdente. Fillon era stato votato anche per un rigetto nei confronti di Nicolas Sarkozy: gli elettori repubblicani erano stanchi di essere rappresentati da un leader opaco e ambiguo, continuamente colpito da scandali e incapace di incarnare quella sobrietà del potere che ha sempre ispirato Charles De Gaulle. François Fillon era quindi un nuovo candidato finalmente al di sopra di ogni sospetto. Impostare la propria difesa gridando al complotto, cercando di far leva sulle emozioni presentandosi come vittima, era esattamente la strategia di Sarkozy. Al di là della sua efficacia o meno, faceva parte del personaggio: Sarkozy era fatto in quel modo, nel bene e nel male. Al contrario Fillon non ha niente a che vedere con questo profilo, e persino gli elettori di sinistra con cui sto parlando in queste settimane si dichiarano sorpresi: “Fillon era una persona seria, questo modo di difendersi è abbastanza deludente.”

3-Come leggere i sondaggi

Oggi non citerò alcun sondaggio rispetto alle intenzioni di voto, ma commenteremo solo questa tabella.

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Il sondaggio è dell’istituto Elabe ed è di giovedì

Come potete notare l’elettorato di alcuni candidati (soprattutto di Macron) è molto volatile, ciò vuol dire che un buon numero di elettori non ha ancora definito la propria scelta. Se per Macron la volatilità più pronunciata si può spiegare con il fatto che En Marche! è una formazione politica nuova e quindi l’elettorato non ha consuetudine con nome, simbolo e leader, la tendenza è generale tranne che per Marine Le Pen. Analizziamo questo cosa vuol dire:

A-Il Front National ha l’elettorato più solido. Questo è chiaramente un dato molto positivo, il discorso di Marine Le Pen ha pochi concorrenti, persino gli scandali sui falsi assistenti che abbiamo raccontato nelle scorse settimane non sembrano aver sorpreso più di tanto i simpatizzanti frontisti. Questo si spiega col fatto che l’onestà e la rettitudine non sono mai stati un cavallo di battaglia del Front National, che anzi marcia molto sulle presunte persecuzioni dell’establishment (e a volte ha anche ragione visto il comportamento delle banche che non concedono crediti al partito). La seconda ragione è che, banalmente, il partito non ha mai esercitato il potere. Se non hai mai governato fare l’anti-sistema è più facile e in qualche modo anche giusto. Questo dato positivo però contiene in sé anche il problema: come allarghi un elettorato molto identitario in un secondo turno dove vince chi riesce a parlare alla maggioranza dei francesi? Alle elezioni presidenziali votano tra i 36 e i 38 milioni di francesi, convincerne almeno 18 non è cosa da poco. Il Front National ha già dimostrato alle ultime regionali di non riuscire a sfondare le plafond de verre, la barriera invisibile, la capacità del sistema politico di allearsi e far fronte comune contro la minaccia lepenista. Ecco perché oggi durante il discorso Marine Le Pen ha detto una frase che tutti i giornalisti hanno subito sottolineato sui taccuini per due volte: “faremo un governo di unione nazionale”. Per ora la proposta è vaga e va interpretata, ma il segnale è che nelle prossime settimane Marine comincerà a tenere dei discorsi più inclusivi per iniziare ad ampliare il proprio campo già da ora.

C-Perché ogni sondaggio racconta una storia diversa? Come detto prima, l’opinione non si è ancora cristallizzata, e nel panorama politico mutato questo può avere un’incidenza notevole. Il politologo e sondaggista Bernard Sananès ha fatto una riflessione interessante in tal senso: “fino a pochi anni fa il sistema francese era tripolare quindi il “biglietto” per accedere al secondo turno si acquistava tra il 25 e il 27%. Adesso, se consideriamo anche la risalita di Benoît Hamon, i poli sono quattro, ciò vuol dire che “il biglietto” per il ballottaggio può essere acquistato tra il 20% e il 22%.” Stando così le cose le oscillazioni sono ancor più rilevanti: in termini di voti assoluti un aumento o una diminuzione del 1,5% equivale a  500.000 elettori e conta infinitamente di più. Se a questo aggiungiamo la “volatilità” è chiaro che risulta difficile avere dei sondaggi precisi ed univoci.

Momento pubblicità: giovedì sera ho parlato dello scandalo Fillon e della situazione generale a 80 giorni dalle elezioni a Zapping, su Radio 1, con Giancarlo Loquenzi. Qui trovate il podcast. Sul mio profilo Facebook trovate invece le due dirette, quella di sabato da Emmanuel Macron e quella di stasera da Marine Le Pen.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, diciannovesima settimana: Hamon ha vinto le primarie!

Diciannovesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Prima di cominciare un annuncio importante: da ieri sono in Francia e seguirò tutta la campagna elettorale per le presidenziali sul campo. Sono davvero contento di questa possibilità e spero di potervi offrire un servizio ancora più preciso e più “vero” di quanto fatto sinora. Infine, stamattina sono stato ospite di Le Voci del Mattino, su Radio 1. Qui trovate il podcast, io parlo dal minuto 30 in poi.

Veniamo a noi: di cosa parliamo oggi?

1-Come sapete, Hamon ha vinto le primarie del Partito Socialista. Non è una sorpresa, ma è comunque un momento storico per il partito egemone della sinistra francese: per la prima volta sarà un esponente della minoranza a guidare i socialisti alle presidenziali.

2-È stato pubblicato un sondaggio molto interessante, ma da prendere con cautela

3-Mentre la sinistra sceglieva il suo candidato François Fillon ha parlato di fronte a 13.000 persone a Porte de la Villette, a nord di Parigi. Il candidato ha provato a reagire allo scandalo che abbiamo analizzato la settimana scorsa con un discorso molto accorato.

1-Hamon è il candidato socialista all’Eliseo

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Benoît Hamon ha vinto le primarie del partito socialista con il 58% dei voti, una vittoria netta e chiara. Sapevamo che per Valls era quasi impossibile recuperare lo svantaggio, viste le sue difficoltà in campagna elettorale e la dinamica favorevole al suo avversario, sempre crescente nei sondaggi dall’inizio della competizione. A giocare un ruolo decisivo però è stata la capacità di Hamon di presentare un progetto credibile rispetto ai temi più sentiti dagli elettori: ci aiuta questo grafico di Elabe, che mette in evidenza come la situazione economica e il bisogno di protezione sociale fossero in cima alle preoccupazioni degli elettori di sinistra, temi su cui Hamon ha evidentemente presentato un progetto ed una visione credibili e vicini alla sensibilità del suo elettorato.

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Come vedete, uno degli argomenti classici di Manuel Valls, la sicurezza e il terrorismo, è solo terzo, considerato prioritario dal 26% dei votanti. La credibilità internazionale, terreno in genere molto rilevante in un’elezione presidenziale, è l’ultimo tema citato dagli intervistati: solo il 7% degli elettori ha ritenuto le posizioni in materia di relazioni internazionali come una priorità nella scelta del candidato. Questo conferma quanto spiegato nelle settimane precedenti allo scrutinio: in massima parte i socialisti non hanno votato per un potenziale presidente della repubblica, quanto per il candidato che meglio incarnasse i valori di sinistra.

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Come potete notare il 56% ha votato per chi può rappresentare meglio i valori di sinistra, mentre solo il 44% ha votato per chi potrebbe far meglio il presidente della repubblica. Uno score quasi identico alle percentuali reali di voto.

Ieri sera sono stato al comitato di Benoît Hamon per attendere i risultati, e ho quindi parlato con moltissime persone. Su Left ho raccontato la serata, per cui se vi diverte un piccolo reportage lo trovate qui, ma voglio condividere con voi alcune impressioni. Mi ha molto colpito l’età media dei militanti/simpatizzanti, quasi tutti tra i venti e i trent’anni, universitari e molto entusiasti. Un segmento di elettorato composto da, direbbero qui in Francia, Bobo (bourgeois-bohème, l’equivalente del nostro radical chic), e non dalle classi che stanno pagando la crisi economica e le politiche di austerità, classi che il candidato ha più volte detto di voler rappresentare. Questo è forse in parte vero, ma andando a guardare i risultati nei quartieri popolari di Lille si nota come Hamon abbia ricevuto praticamente un plebiscito.

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Alla luce del sondaggio che commentiamo nel punto 2, e con tutte le cautele del caso, la dinamica è interessante perché potrebbe rendere Hamon molto competitivo nei confronti di Jean Luc Mélenchon: quello che è rimasto dell’elettorato popolare (ormai quasi tutto propenso a votare Front National) è per adesso affascinato dal messaggio da tribuno di Mélenchon; un candidato più “simpatico” e conciliante, con una proposta nuova e innovativa (il reddito universale) e spinto da due milioni di elettori che lo hanno legittimato alle primarie come Hamon, potrebbe però essere altrettanto attraente.

Ciò detto, Hamon deve affrontare due sfide, come individua il Monde:

-La prima è riunire intorno alla sua candidatura tutte le anime del partito.  Il compito è molto complesso: per capirci Manuel Valls venerdì aveva dichiarato di non poter difendere il programma di Hamon durante la campagna elettorale in caso di sua vittoria (e non parteciperà all’investitura ufficiale del candidato, domenica, perché in vacanza). Bisogna tener presente che Hamon è uno dei leader dei frondeurs, i ministri che hanno lasciato il governo Valls sbattendo la porta e hanno causato non pochi problemi all’esecutivo in Parlamento. Da un lato quindi Hamon dovrà trattare con alcuni deputati che chiederanno il “diritto di ritiro dalla campagna” nella tradizionale riunione del martedì all’Assemblea Nazionale, dall’altro dovrà far fronte agli eletti (deputati ma non solo) che saranno tentati da Emmanuel Macron, e potrebbero aggregarsi al suo movimento.

-La seconda è prepararsi a difendere il suo programma. Ne avevamo parlato già sabato: la sua proposta è da molti considerata inapplicabile perché costosissima e con serie implicazioni dal punto di vista sociale per la messa in discussione del lavoro come elemento fondante della nostra società. In questo senso sono interessanti le opinioni delle persone che erano ieri al comitato: tutti i militanti cui facevo notare le contraddizioni della proposta, la sua difficile applicabilità e la vaghezza in termini di coperture finanziarie, mi rispondevano allo stesso modo, che si riassume in quello che ha detto una ragazza, Clotilde: “in questi cinque anni abbiamo smesso di sognare, Hamon rappresenta la riconciliazione con le nostre idee. Il punto non è se le sue proposte sono realizzabili o meno: sinistra vuol dire anche utopia, avere il coraggio di proporre un cambiamento radicale”. Ecco, questo atteggiamento un po’ ingenuo difficilmente si riprodurrà nei dibattiti televisivi. Hamon è avvisato.

2-Un sondaggio, da prendere con molta cautela

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Il sondaggio è stato effettuato da Kantar Safres-One Point per Le Figaro dal 26 al 27 gennaio. Come vedete Macron ne esce rafforzato, visto che vincerebbe un eventuale ballottaggio in scioltezza sia contro Fillon che contro Marine Le Pen. La seconda notizia che ricaviamo è che Hamon sorpassa per la prima volta Jean Luc Mélenchon nelle intenzioni di voto al primo turno. Il terzo dato interessante è la percezione di Fillon, mentre a dicembre il 54% degli intervistati riteneva il candidato repubblicano di avere una statura presidenziale (il sondaggio è del JDD), oggi solo il 40% (in basso a destra) risponde in questo modo. Sono due sondaggi diversi, condotti con campioni e metodi non identici, ma uno scarto di 14 punti è comunque notevole.

Questa rilevazione va comunque presa con molta cautela: il campione intervistato è molto ristretto e non misura appieno l’effetto del Penelope Gate, lo scandalo che ha colpito François Fillon. Sta di fatto che al quartier generale dei repubblicani cominciano ad essere seriamente preoccupati per la crescita di Emmanuel Macron, che infatti è stato oggetto di numerosi attacchi durante il comizio tenuto da François Fillon a Porte de la Villette.

3-Fillon riempie La Villette, ma ci sono altri scandali

Ieri François Fillon ha tenuto un grande meeting a Porte de la Vilette con quasi 15.000 partecipanti. L’incontro, previsto da tempo per dare il via alla campagna elettorale, era diventato molto atteso a causa dello scandalo che ha coinvolto il candidato e sua moglie. Ne abbiamo parlato sabato, qui la puntata.

Fillon ha tenuto un ottimo discorso, duro in alcuni passaggi, e capace di trascinare le migliaia di simpatizzanti repubblicani venuti ad ascoltarlo. Dopo aver ribadito, davanti a tutti, la sua fiducia e il suo amore verso la moglie, ha arringato la sala affermando che non si lascerà intimidire: “per resistere a questa impresa di demolizione vi dico, dal fondo del cuore, grazie di essere qui, con me, con noi”. Il comizio ha rappresentato da un lato una dimostrazione di forza da parte di un candidato che nelle ultime settimane – al di là dello scandalo – non aveva brillato, dall’altro l’occasione per mostrare l’unità della famiglia politica repubblicana alle prese con una serie di polemiche interne rispetto alle scelte dei candidati nelle 577 circoscrizioni delle elezioni legislative.

Come detto però, uno dei motivi ricorrenti del discorso di François Fillon è stato l’attacco a Macron:

“Esiste una terza sinistra, che conosciamo poco. È Macron. Dice di avere un progetto; io lo attendo! Dice di essere riformatore; a priori, lo è meno di me! Fa credere di essere solo e di venire dal nulla; in realtà ha scritto il programma di Monsieur Hollande e ha messo in atto una gran parte del suo programma politico. È partito per una spedizione solitaria, ma i suoi sostenitori non sono tanto lontani come vuol far credere. Chi sono? Eh bene, è tutta la squadra di governo di Monsieur Hollande. Buongiorno novità! Macron è un uscente, è il bilancio di Hollande, è soprattutto il prototipo delle élites che non conoscono la realtà profonda del nostro paese”. 

Finora Fillon non aveva mai dedicato così tanta attenzione al leader di En Marche! e questo atteggiamento sarà con ogni probabilità mantenuto anche nelle prossime settimane se i sondaggi dovessero confermare la tendenza di Macron.

Veniamo, però, ai guai. Sabato abbiamo approfondito il presunto rapporto di lavoro fittizio tra Fillon e sua moglie Penelope. Per chi arriva adesso qui la puntata precedente. Durante il suo intervento televisivo di giovedì, pensato per difendersi dalle accuse, ad un certo punto il candidato repubblicano ha detto: “Quando ero senatore ho remunerato due dei miei figli come avvocati in ragione della loro competenza.” La dichiarazione, che ha sorpreso un po’ tutti perché resa spontaneamente, senza che il giornalista avesse chiesto informazioni al riguardo, è stata subito passata al setaccio dalla stampa, che ha scoperto, grazie all’inchiesta di Mediapart e del Journal du Dimanche, che i due figli di Fillon all’epoca non erano avvocati ma solo studenti di giurisprudenza.

Il settimanale L’Obs , dopo aver provocatoriamente notato che “tra i Fillon si ama lavorare in famiglia” ha spiegato che quando il candidato repubblicano era senatore, cioè tra il 2004 e il 2007, sua figlia Marie aveva tra i 22 e i 25 anni, mentre suo figlio Charles tra 20 e 23. Entrambi hanno passato l’esame e cominciato ad esercitare la professione quando il padre aveva già lasciato Palais du Luxembourg (il palazzo dove ha sede il Senato): Marie nel 2007, Charles nel 2010.

Accortosi dell’incongruenza il candidato ha dovuto fare marcia indietro, spiegando che la sua dichiarazione era stata imprecisa a causa dell’emozione. L’entourage ha chiarito ad AFP (l’equivalente della nostra Ansa) che Fillon intendeva dire che i due figli sono avvocati oggi, non che lo fossero all’epoca. Tra l’altro in Francia non è così raro che gli studenti universitari, specie durante gli ultimi anni, comincino già a lavorare e ad essere pagati per piccole consulenze legali. Sta di fatto che questa dichiarazione potrebbe portare ulteriori danni alla credibilità di Fillon.

Gli scandali che riguardano il periodo che Fillon ha passato al Senato non sono però finiti. Secondo un articolo di Mathilde Mathieu di Mediapart, il candidato repubblicano avrebbe ricevuto “dei crediti riservati alla remunerazione degli assistenti parlamentari con un sistema di commissioni occulte” dal 2005 al 2007. Il tutto grazie a uno stratagemma apparentemente piuttosto comune. I senatori, come i deputati, beneficiano di un assegno con cui pagano i loro collaboratori ma spesso non lo spendono completamente, dovendo quindi restituirne una parte. Per evitare di doversi occupare di queste questioni burocratiche molti parlamentari delegano la gestione del fondo al loro gruppo politico.

Ma, spiega la giornalista, tra il 2003 e il 2014 alcuni senatori dell’UMP (il vecchio partito di Fillon poi trasformatosi in Les Républicains) hanno recuperato quasi un terzo della cifra assegnatagli tramite un sistema detto “il ristorno”: questi fondi sarebbero transitati prima in un’associazione fantoccio chiamata Union républicaine du Sénat (URS) che si sarebbe poi occupata di distribuirli con assegni a suo nome.

Per questo affare sono indagati due senatori abbastanza importanti come Henri de Raincourt e René Garrec, ma per dei fatti posteriori al 2009. Il caso di François Fillon non sarebbe dunque al vaglio dei giudici ma la situazione rischia di metterlo in serio imbarazzo. L’entourage del candidato, raggiunto telefonicamente da Mediapart, ha dichiarato di non voler commentare un’indagine in corso, senza confermare né negare un suo eventuale coinvolgimento.

Infine, ancora un probabile incarico fittizio di Penelope Fillon, sua moglie. Penelope è stata pagata 5.000 euro lordi al mese per un anno e mezzo, tra maggio 2012 e dicembre 2013, in quanto redattrice della Revue des deux mondes. Anche in questo caso non si capisce bene se l’impiego fosse reale o meno: Michel Crépu, direttore della rivista, interrogato dal Canard Enchainé, ha spiegato che Penelope “ha firmato due o forse tre note di lettura” ma “in alcun momento […] ho avuto la minima impressione di quello che potrebbe somigliare a un lavoro di consigliere letterario”. Sul tema è stata aperta un’inchiesta preliminare, venerdì la procura ha perquisito gli uffici della rivista e i rapporti molto stretti tra François Fillon e l’editore della rivista Marc Ladreit de Lacharrière non aiutano a placare i sospetti.

Mentre scrivo i coniugi Fillon sono in procura a parlare con i magistrati, vedremo come andrà a finire. Per qualunque aggiornamento non esitate a scrivermi o a controllare i miei social (specialmente Twitter).

Per oggi è tutto, ci sentiamo domenica! (Per chi vuole, sabato pomeriggio farò una diretta Facebook da Lione, dove Emmanuel Macron terrà un grande comizio).

P.S. Mi è stato fatto notare che nella scorsa newsletter ho mancato il link all’editoriale di Emmanuel Macron sull’Europa, pubblicato in Italia dal Sole 24 Ore. Lo trovate qui.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, edizione straordinaria: c’è un FillonGate?

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Domani i socialisti votano per il ballottaggio e come sapete si affrontano Manuel Valls e Benoît Hamon. Ma la notizia della settimana è lo scandalo che ha colpito Fillon e sua moglie, affaire che ha totalmente oscurato la competizione interna del partito socialista.

1-C’è un Fillongate?

Come avrete sentito al telegiornale o avrete letto sui giornali italiani Fillon è alle prese con un problema piuttosto serio che coinvolge sua moglie. Secondo il Canard Enchainé, famoso giornale satirico francese, Penelope Fillon avrebbe percepito quasi 500.000 euro in quanto collaboratrice parlamentare del marito. Il fatto in sé non è uno scandalo: ogni deputato francese riceve 9561 euro al mese con cui può decidere di assumere fino a 5 assistenti parlamentari. Spesso il parlamentare decide di assumere un parente, che sia la moglie o il figlio; anche qui, nulla di male, ci sono moltissimi assistenti parlamentari scelti tra i familiari che lavorano e sono molto apprezzati dall’Assemblea e dai cronisti parlamentari. Mediapart ha condotto una lunga inchiesta sul tema nel 2014, individuando, tra gli assistenti parlamentari, 52 mogli, 28 figli e 32 figlie dei deputati-datori di lavoro. La pratica è dunque, sebbene eticamente opinabile, assolutamente legale e alla luce del sole.

Nello specifico, Penelope Fillon è stata retribuita 4000 euro lordi al mese in quanto assistente parlamentare di suo marito dal 1998 al 2002, quando Fillon è diventato ministro. A quel punto è stata retribuita, in quanto collaboratrice del suo supplente Marc Joulad, con un salario lordo di 6900 euro al mese sino al 2007, per poi tornare collaboratrice del marito per sei mesi nel 2012. (ogni deputato ha un supplente nel suo collegio di elezione che lo sostituisce quando, appunto, acquisisce un’altra carica).

Questi, dunque, i fatti.

Il Canard Enchainé ha però messo in discussione la veridicità del rapporto di lavoro, spiegando che la moglie di Fillon potrebbe non aver mai esercitato le funzioni di collaboratore parlamentare: nessun giornalista contattato ricorda di averla mai incrociata all’Assemblea Nazionale; persino l’assistente parlamentare di Fillon nella Sarthe, la regione di provenienza del candidato e sua circoscrizione storica fino al 2012, ha spiegato di non aver mai avuto contatti lavorativi con Penelope. Si tratterebbe quindi di un incarico fittizio, reato per cui è prevista una pena fino a 10 anni di carcere e una multa di un milione di euro per il sedicente datore di lavoro e fino 10 anni di carcere ed una multa di 750.000 euro per il finto impiegato. Dopo che il suo avvocato si è subito precipitato alla Procura di Parigi per consegnare la documentazione che dovrebbe provare l’effettivo rapporto di lavoro (la procura ha aperto un’inchiesta preliminare), giovedì François Fillon è stato ospite del principale canale della tv francese, TF1, durante il TG della sera. Il candidato repubblicano si è detto “disgustato” del trattamento riservato alla moglie, affermando che questa è una campagna “abietta”, condotta per indebolire la sua candidatura. Ha poi spiegato in cosa consisteva il lavoro esercitato da Penelope, chiarendo che qualora dovesse essere indagato ritirerà la  sua candidatura (tranquilli, dei risvolti giudiziari ne parliamo lunedì).

 

Per chi non capisce il francese Fillon ha detto “[Penelope] mi ha sempre accompagnato nella mia vita pubblica e, tra le altre cose, penso che non avrei mai fatto il percorso che ho fatto senza il suo sostegno e il suo aiuto. Ha corretto i miei discorsi, ricevuto innumerevoli persone che volevano vedermi e io non potevo ricevere, mi ha rappresentato in delle manifestazioni, in delle associazioni, si è occupata della mia rassegna stampa e soprattutto mi teneva aggiornato – perché tutti potranno dirvi nella Sarthe che Penelope Fillon è semplice, disponibile e ascolta la gente – sulle questioni delle persone, e sulle evoluzioni della nostra società. L’ha fatto in maniera gratuita durante molti anni, poi nel 1997 un mio collaboratore parlamentare è andato via e l’ho sostituito con Penelope.”

La spiegazione è stata giudicata poco soddisfacente da parte della stampa francese: Fillon adduce come giustificazione al rapporto lavorativo della moglie una serie di attività difficilmente dimostrabili e non spiega, soprattutto, come mai Penelope ha continuato ad essere pagata in quanto collaboratrice del suo supplente visto che, come pare, il suo apporto era intimamente legato alla funzione e all’immagine del marito.

La posizione di Penelope è ancor più delicata viste le sue dichiarazioni alla stampa: ha più volte spiegato di non aver mai partecipato alla vita politica del marito per una questione di opportunità e di distinzione dei ruoli. Tra l’altro il 20 ottobre 2016, in piena campagna per le primarie, ha detto al giornale Le Bien Public che si sarebbe impegnata attivamente nella campagna elettorale di François Fillon, cosa per lei nuova visto che “finora non ero mai stata implicata nella vita politica di mio marito”. Di dichiarazioni del genere ce ne sono moltissime, e di sicuro non aiutano il candidato dei repubblicani nel suo tentativo di difesa.

La situazione è politicamente molto difficile da gestire per due motivi principali.

A-Fillon è considerato uno dei politici più onesti di Francia. Ha incentrato la sua campagna elettorale, ma in generale la sua carriera politica, sulla “probità”. Nelle varie inchieste di opinione è proprio la struttura morale che i francesi gli riconoscono come principale qualità, e Fillon dal canto suo si è sempre detto orgoglioso di non aver mai “destato il minimo sospetto sulla mia attività politica”. Durante le primarie dello scorso anno ha attaccato Nicolas Sarkozy sui suoi vari guai con la giustizia chiedendosi: “possiamo immaginare il Generale De Gaulle messo sotto indagine?”; La domanda che circola moltissimo sui social, sui giornali e in televisione è adesso: “possiamo immaginare la moglie del Generale De Gaulle messa sotto indagine?”.

B-Il programma elettorale di François Fillon prevede una serie di misure molto dure in termini di riduzione dell’impiego pubblico e prelevamenti fiscali. La volontà di Fillon è dunque chiedere dei sacrifici ai francesi per raddrizzare il paese, oltre a sanare l’ingiustizia “tra quelli che lavorano duro e sono in difficoltà e quelli che non lavorano e beneficiano dei soldi dei contribuenti”. In un contesto del genere la notizia che la moglie è stata pagata dai contribuenti per non lavorare non è proprio il massimo.

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Ne beneficiano Marine Le Pen e Emmanuel Macron, principali avversari del candidato repubblicano stando ai sondaggi attuali? Sì, ne escono rafforzati entrambi anche se per motivi diversi.

-Il Front National, sempre pronto a puntare il dito contro le malefatte della classe dirigente “corrotta e autoreferenziale” è stato insolitamente moderato. David Rachline, direttore della campagna elettorale di Marine Le Pen, invitato da iTélé ha spiegato che “ci sono altre questioni che si pongono, le accuse potrebbero essere delle boules puantes” (il riferimento è alle “bombe puzzolenti”, utilizzate dai ragazzini per gli scherzi durante carnevale), “È vero che queste cose possono succedere, vedremo se le spiegazioni sono chiare o meno”. Stessa moderazione ha mostrato Florian Philippot, braccio destro di Marine Le Pen: “Dal candidato – autoproclamato – della probità e dell’onestà, ci si aspetta di meglio. Ma non lo accuso, non lo attacco, semplicemente deve dare delle spiegazioni. Vorrei solo dire che abbiamo molte più cose da dire sul suo programma che sui suoi problemi con la giustizia!”.

Il motivo per cui i frontisti hanno evitato di sollevare un polverone è che sono coinvolti in uno scandalo molto simile: Marine Le Pen e suo padre avrebbero assunto degli assistenti parlamentari pagati dal Parlamento Europeo per poi farli lavorare in Francia per attività politica del partito. La pratica è chiaramente vietata, è un reato, sui fatti è stata aperta un’inchiesta dalla Procura di Parigi e il Parlamento ha chiesto 339.000 euro di rimborso solo alla leader frontista (ma anche agli altri parlamentari coinvolti è stato chiesto di restituire dei soldi). In più Marine Le Pen ha assunto il compagno, Luois Aliot, come assistente al Parlamento Europeo, anch’essa pratica vietata (per quanto dal Fronte sottolineino che Aliot fa politica da sempre ed ha cariche molto importanti all’interno del partito). Se è vero che il Front National non potrà dunque alzare la voce più di tanto, può comunque rallegrarsi per le difficoltà di Fillon, visto che la partita a tre è molto serrata e la qualificazione al secondo turno, stando così le cose, si gioca su pochissimi punti percentuali.

-Emmanuel Macron continua ad essere un “favorito della fortuna”. Alto nei sondaggi, con un’autostrada alla sua sinistra se effettivamente il candidato dei socialisti sarà Benoît Hamon, rischia di avvantaggiarsi parecchio anche di un collasso della campagna elettorale di Fillon. Lo abbiamo spiegato più volte, ma è il caso di ripeterlo: Emmanuel Macron ha potenzialmente un elettorato molto vasto, ma liquido. È popolare a sinistra, dove molti di quelli che votavano socialista apprezzandone anche la svolta liberal con ogni probabilità adesso voteranno per lui; è popolare a destra, dove molti dei sostenitori di Alain Juppé alle primarie lo sostengono e lo voteranno (come detto, non passa un giorno senza che un personaggio di peso dichiari di votarlo). Questo elettorato liquido però, va sì sedotto con il progetto, il carisma e la dinamica in ascesa della candidatura, ma va anche convinto dal contesto generale (e qui entra in gioco la fortuna).

Ecco, questo scandalo va proprio in questa direzione: è l’ennesima buona notizia per il leader di En Marche! che questa settimana è stato in Libano e Giordania a coltivare la sua immagine internazionale. A proposito, ha anche pubblicato una lettera aperta con la sua visione dell’Europa, pubblicata da tutti i principali quotidiani europei (qui trovate la versione italiana sul Sole 24 Ore). C’è però un piccolo problema (di cui parliamo meglio lunedì), secondo un libro pubblicato giovedì Macron avrebbe utilizzato parte dei rimborsi dovuti in quanto ministro dell’Economia (120.000 euro) per organizzare l’inizio di campagna elettorale del suo movimento. Non è ancora però chiaro se le rivelazioni sono attendibili.

2-Domani c’è il ballottaggio dei socialisti

Non c’è molto spazio per parlare dei socialisti a meno di rendere questa newsletter lunghissima. D’altronde ne abbiamo parlato molto, e la situazione non è cambiata rispetto a quanto si diceva lunedì mattina. Affrontiamo alcune questioni rilevanti però:

-Il partito ha fatto una pessima figura per come ha gestito i dati dei risultati. Lo spiega bene un articolo di Lénaîg Bredoux su Mediapart: domenica sera Thomas Cay, presidente dell’Alta autorità delle primarie, ha dichiarato alla stampa che i partecipanti si attestavano tra “1,5 e 2 milioni, senza dubbio più vicini ai 2 milioni”, che era, tra le altre cose, l’obiettivo fissato dai socialisti. Passata mezzanotte il risultato ufficiale sul sito era fissato a 1,25 milioni di votanti su più dell’80% dei seggi; la mattina dopo, alle 10, il sito è stato aggiornato nuovamente, comunicando 1,6 milioni di votanti su quasi la totalità dei seggi: 350.000 partecipanti in più. Il punto è che questi partecipanti in più sembravano aggiunti in maniera artificiale, come si sono accorti i giornalisti che stavano seguendo i risultati per aggiornare i siti con i risultati più precisi. Guardando le cifre dalla tabella su cui stava lavorando Laurent de Boissieu potete rendervi conto che tutti i candidati abbiano visto crescere i loro voti assoluti, senza che per questo le percentuali fossero minimamente cambiate. Statisticamente impossibile.

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Il partito si è giustificato in modo confuso, parlando prima di bug, poi di errore umano. La domanda che ci siamo posti tutti è “disonestà o incompetenza?”. In entrambi i casi un danno d’immagine piuttosto duro (e che potrebbe ulteriormente ridurre il numero di votanti di domani). Per la cronaca, ecco i risultati ufficiali, aggiornati mercoledì.

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-I due candidati si sono affrontati in un dibattito piuttosto acceso mercoledì. Hanno avuto più tempo per approfondire i loro progetti e hanno discusso  fino in fondo sulla loro visione della società, radicalmente diversa. Come ci aspettavamo il progetto di reddito universale proposto da Benoît Hamon è stato, ancora una volta, al centro del dibattito. Se il candidato “frondeur” (i frondisti sono in gruppo di parlamentari socialisti che hanno molto criticato l’azione governativa di Valls e Hollande) ha ben argomentato il senso della sua proposta – e le visioni in politica contano, come potete ben immaginare – è rimasto piuttosto vago sulle fatidiche “coperture finanziarie”. Per ora questo non dovrebbe essere un problema visto che la partita interna al PS si gioca più per il controllo del partito che per le presidenziali, ma nella vera campagna elettorale una posizione del genere potrebbe essere facilmente attaccata sia dai giornalisti che dagli avversari.

-Per dare un’idea di quanto queste primarie si svolgano in un clima surreale nel Partito Socialista, un centinaio di parlamentari ha deciso di non sostenere nessuno dei due candidati, probabilmente per avere mani libere dal giorno dopo (e quindi poter raggiungere Mélenchon o Macron). Un nutrito gruppo di sostenitori di Manuel Valls invece sta preparando un documento per spiegare il motivo del loro dissenso alla linea e alla candidatura di Benoît Hamon alle prossime elezioni. Una bozza del documento è stata fatta filtrare alla stampa, per cui se ne conoscono già alcuni dettagli: ulteriore conferma del grande rischio di implosione dei socialisti.

-Conscio di questa difficoltà Hamon ha previsto, in caso di vittoria, un grande comizio per dimostrare di essere competitivo quantomeno a sinistra soprattutto rispetto a Jean Luc Mélenchon, leader della sinistra radicale e molto popolare nell’elettorato storico del PS deluso dalla presidenza di François Hollande.

Due comunicazioni finali. In primo luogo oggi in edicola trovate un mio articolo sul settimanale Left, in cui racconto la campagna elettorale e i problemi del Partito Socialista aiutato da Roland Cayrol, politologo che insegna a Sciences Po, e Brice Teinturier, direttore dell’istituto Ipsos, che ho intervistato. Poi (grande novità), con Daniele Bellasio, Gabriele CarrerEdoardo Toniolatti abbiamo fondato Il Segnale, una publication di Medium: racconti (oltre il rumore) da Berlino, Londra, Parigi, Roma e altre capitali della politica. Potete seguirci qui.

Per oggi è tutto, ci sentiamo lunedì, per commentare i risultati (se poi c’è qualcuno di voi particolarmente mattiniero sono ospite, sempre lunedì, a Le Voci del Mattino, su radio1 alle 6.50).

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, edizione straordinaria: i socialisti al voto!

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Di cosa parliamo oggi?

1-Domani c’è il primo turno delle primarie del Partito Socialista. Analizziamo le ultime notizie e gli ultimi sondaggi, la partita è davvero aperta

2-Il 19 gennaio è stato pubblicato un sondaggio molto accurato sulle intenzioni di voto al primo turno delle presidenziali, Marine Le Pen è in testa e François Fillon in flessione: lo commentiamo insieme.

1-Le Primarie del Partito Socialista

Come sapete, domani i socialisti voteranno per il primo turno delle primarie. I seggi saranno aperti sino alle 19, e conosceremo i primi risultati reali in un paio d’ore. È molto difficile prevedere l’affluenza, secondo un sondaggio Elabe pubblicato mercoledì i partecipanti dovrebbero superare i due milioni. È sufficiente? L’ho chiesto al direttore dell’Istituto Ipsos, Brice Teinturier, che mi ha spiegato che con due milioni e mezzo di partecipanti i socialisti potranno dire di aver raggiunto la partecipazione di cinque anni fa alle primarie che vinse François Hollande, e dunque rivendicare un risultato “onorevole”. Se però l’affluenza dovesse essere inferiore ai due milioni, il PS andrebbe incontro ad un “fallimento colossale”, sia dal punto di vista economico che politico. 

Gli unici dati certi che abbiamo sinora sono quelli dei dibattiti: l’ultimo confronto televisivo, andato in onda giovedì sera su France 2, è stato guardato da 3,1 milioni di telespettatori (15% di share), 2 milioni in meno rispetto al terzo dibattito delle primarie della destra. Gli altri due dibattiti erano stati seguiti da 3,8 milioni (giovedì scorso) e 1,7 milioni (domenica sera). I francesi dimostrano un minore interesse rispetto alle primarie della destra ma, visti i contesti e le prospettive differenti in cui si sono svolte le due consultazioni, non è una sorpresa. Una visione più ottimistica della partecipazione viene invece registrata da un sondaggio Ifop realizzato per il Figaro (di seguito l’infografica).

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È interessante soffermarsi sulle due motivazioni date dagli elettori per spiegare la loro partecipazione: il 49% degli intervistati risponde che voterà perché si sente vicino ai valori di sinistra mentre il 48% andrà a votare perché gli viene data l’occasione di scegliere il prossimo Presidente della Repubblica. È questa la chiave delle primarie di domenica: se gli elettori di sinistra voteranno per chi credono abbia più chance di competere alle presidenziali o addirittura vincere, allora dovrebbe essere avvantaggiato Manuel Valls, visto il suo profilo di uomo di Stato e i suoi migliori risultati nei sondaggi; se invece sceglieranno in base alla loro sensibilità politica, designando il candidato capace di rappresentare al meglio i valori di sinistra, il vantaggio sarà di Hamon e Montebourg. Un’indicazione interessante su questa tendenza la forniscono da un lato gli ultimi sondaggi, dall’altro le rilevazioni effettuate subito dopo i dibattiti: la dinamica di Benoit Hamon raccontata la settimana scorsa è confermata.

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Come vedete da questo sondaggio di Elabe (pubblicato il 18, quindi prima dell’ultimo dibattito), Valls e Hamon sono a pari merito nelle intenzioni di voto del primo turno, seguiti a poca distanza da Arnaud Montebourg. La differenza sta nell’evoluzione: Hamon avanza di tre punti rispetto all’ultima rilevazione, Valls arretra. L’ex ministro dell’istruzione ha fatto un’ottima campagna elettorale, ha trovato un tema forte che lo identifica (la sua proposta di reddito universale) ed è cresciuto costantemente sia nei sondaggi che nella partecipazione ai suoi incontri (mercoledì ha riempito l’Institut National de Judo, a Parigi, con più di 3000 persone). Anche nell’ultimo dibattito Hamon è stato molto apprezzato, specialmente tra gli elettori che si dichiarano più di sinistra.

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Interessante è, come risulta da questo sondaggio effettuato immediatamente dopo il dibattito, il miglioramento netto della percezione dei telespettatori rispetto ad alcune qualità di Hamon, specularmente alla difficoltà di Manuel Valls, che non ha commesso grandi errori ma è comunque parso meno credibile.

Senza fare una cronaca dell’ultimo dibattito, è secondo me importante sottolineare come in massima parte la proposta di reddito universale incondizionato di Benoit Hamon, abbia catalizzato le critiche di tutti gli altri candidati, segno di quanto sia un tema sentito in un paese come la Francia che ha una disoccupazione molto alta e stenta a trovare soluzioni. Per chi arriva adesso ricordo che Hamon propone l’instaurazione di un reddito universale senza condizioni, proposta che in questi mesi stanno applicando in Finlandia con un esperimento rivolto a duemila persone. La sua diagnosi è che l’economia digitale distruggerà più posti di lavoro di quanti ne creerà anche sul lungo periodo, va quindi totalmente ripensato il welfare, senza temere di ammettere che l’idea del lavoro al centro della vita degli esseri umani potrebbe diventare un concetto superato.

Questa proposta, oltre alle visioni totalmente differenti su immigrazione e sicurezza da parte di tutti i candidati, rende l’idea di quanto sia diviso il Partito Socialista. Restando al tema del lavoro è molto difficile che una proposta come quella del reddito universale proposta da Hamon possa andare d’accordo con quella basata sullo stimolo alla competitività interna abbassando le tasse sulle imprese e defiscalizzando gli straordinari immaginata da Valls; con l’idea di protezionismo economico e grandi investimenti pubblici per creare occupazione di Montebourg o con quella del lavoro come architrave della società al centro della filosofia di Vincent Peillon.

Come sottolineato la settimana scorsa non ci sono stati grandi scontri durante i dibattiti, visto che i candidati hanno fatto molta attenzione a non mostrare un partito diviso. Se però si leggono i programmi o le varie dichiarazioni ci si rende conto di quanto il tema delle “sinistre irreconciliabili” teorizzate proprio da Manuel Valls pochi anni fa sia attuale e ineludibile. A questo punto non resta che aspettare domenica sera per avere un quadro più chiaro della situazione; lunedì mattina analizzeremo il risultato alla luce dei due candidati qualificati al ballottaggio e della partecipazione che, come detto in apertura, è molto rilevante.

2-È stato pubblicato un sondaggio molto accurato

Il sondaggio è stato realizzato da Ipsos in collaborazione con Le Monde. Sono stati intervistati 15.921 francesi dal 10 al 15 gennaio. Ipsos farà un’inchiesta approfondita sulle intenzioni e motivazioni di voto una volta al mese da qui sino a giugno, qui trovate l’analisi del Monde con alcune infografiche.

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Analizziamo alcune tendenze:

A- Macron è stabilmente terzo, come spiegato più volte ha una base elettorale maggiore nel caso in cui non si dovesse presentare François Bayrou, presidente del partito centrista MoDem e grande sostenitore di Alain Juppé alle primarie della destra. Al momento non è ancora chiaro cosa farà, ma ha poco tempo: le candidature devono essere ufficializzate entro il 17 marzo.

Finora il leader di En Marche! ha condotto una campagna quasi perfetta, aiutata dalla grande attenzione della stampa: per curiosità sono andato a contare il numero di copertine dedicategli nel 2016 dai settimanali francesi, arrivato a 40 la mia reazione è stata: “ok sono tantissime forse è meglio che torno a scrivere”. Va detto che Macron fa di tutto per inserirsi nel dibattito quotidiano: se è vero che la sua ascesa è già una notizia, ogni giorno trova un modo per far parlare di sé: in settimana è andato a Berlino, lodando pubblicamente la politica di accoglienza di Angela Merkel, ha riempito un teatro a Lille (una città teoricamente a lui ostile) con più di 5000 persone, ogni giorno una personalità politica di un certo peso dichiara di sostenerlo o si aggiunge alla sua équipe.

La strategia non è però solo comunicativa; certo, avere i titoli di giornali, radio e televisione aiuta, ma Macron persegue anche un altro obiettivo: vuole dare la sensazione di essere alla guida di una squadra di alto livello, non solo un bravo candidato. Così, quando arriverà il momento, non avrà difficoltà a spiegare con chi governerà, domanda scomoda per un personaggio che ha fondato un suo movimento a meno di un anno dalle presidenziali e non si è mai candidato ad una carica elettiva.

B-Fillon è in relativa difficoltà

François Fillon è in difficoltà nei sondaggi. Come avrete notato, nelle intenzioni di voto perde tra i 3 e i 4 punti rispetto a dicembre (se vi interessa il sondaggio Ipsos di dicembre lo trovate qui) a seconda dell’offerta politica in campo. Non è solo nelle intenzioni di voto che l’ex primo ministro di Nicolas Sarkozy mostra una flessione: nel barometro mensile pubblicato dal Figaro Magazine il candidato repubblicano perde ben 11 punti nell’“inchiesta sull’avvenire” (la domanda che viene posta in questi sondaggi è se, secondo l’intervistato, il personaggio politico considerato giocherà un ruolo rilevante nei prossimi mesi/anni); in un sondaggio simile realizzato da Ifop per Paris Match Fillon perde 8 punti di fiducia tra le classi popolari, dal 19 all’11%. Cosa sta succedendo? In parte un arretramento nei sondaggi è fisiologico: dopo la vittoria alle primarie il candidato repubblicano ha avuto una relativa luna di miele con i francesi che, vista la sorpresa per la sua vittoria, non conoscevano bene le sue proposte.

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Il barometro mensile del Figaro

Ma va considerato che tra dicembre e gennaio Fillon è stato il bersaglio preferito di tutti i candidati e di parte della stampa. Le critiche al suo programma “brutale” e “troppo radicale” sono arrivate persino da alcuni esponenti della sua stessa forza politica e molti elettori che potevano trovare il suo progetto interessante si sono spostati verso Macron (soprattutto i liberali a disagio con le posizioni molto conservatrici in tema di società). Delle sue difficoltà parleremo meglio nelle prossime puntate, anche perché Fillon ha già dimostrato di non tenere in grandissima considerazione i sondaggi e gli interessi dei media “sono io che fisso la mia agenda, non i giornalisti”; dopotutto in alcuni sondaggi di quest’estate non era nemmeno considerato, e abbiamo visto com’è andata a finire.

C-Marine Le Pen è straordinariamente alta nei sondaggi

Non abbiamo parlato molto di Marine Le Pen nelle ultime settimane, se non rispetto ad alcune questioni abbastanza specifiche: un candidato della destra per lei più ostico di Juppé o Sarkozy, la polemica tra Marion Maréchal Le Pen e Florian Philippot, i problemi di finanziamento del partito, a cui le banche francesi non fanno credito, l’ascesa di Macron, con la conseguente attenzione della stampa.

Tutte queste cose avevano portato Marine Le Pen a cambiare leggermente la sua strategia, fino ad ora incentrata su una “dieta mediatica” piuttosto strana per un candidato alle presidenziali: poche apparizioni televisive, pochissime interviste sui giornali e pochi tour elettorali sino al 5 febbraio, quando inizierà ufficialmente la campagna elettorale a Lione. L’idea era far parlare i fatti: i problemi dell’immigrazione, l’emergenza terrorismo, l’occupazione che stenta a ripartire, il “popolo che prende in mano il suo destino” con la Brexit e l’elezione di Donald Trump, tutti avvenimenti predetti o auspicati dal Front National, che dunque non aveva bisogno di saturare i media per essere al centro del dibattito pubblico.

Visti i problemi sottolineati poco fa e la concorrenza inaspettata di Macron e Fillon, Marine Le Pen ha deciso di anticipare alcuni suoi interventi pubblici (ne avevamo parlato qui), proprio per evitare di perdere terreno rispetto agli avversari. Evidentemente non ce n’era bisogno, e questo è piuttosto sorprendente: senza fare campagna elettorale il Front National è primo partito, rimanendo stabile o addirittura guadagnando uno/due punti percentuali. Cosa succederà dopo delle grandi manifestazioni e un paio di grandi interviste in prima serata?

3-Una notizia flash

-Manuel Valls ha preso uno schiaffo da un estremista di destra bretone, nel corso di un suo tour elettorale in Bretagna. Non è la prima volta che l’ex primo ministro viene contestato duramente durante le sue passeggiate elettorali, ma non aveva mai subito violenza fisica finora. Tutti hanno condannato il gesto, chiaramente, ma conferma una fase di difficoltà per Valls, che ieri sera ha terminato a Parigi la sua campagna elettorale e ha visto il suo discorso interrotto più volte da una serie di contestatori.

Ringraziamenti, doverosi

Francesco Costa, che molti di voi già conoscono, ha segnalato questa newsletter nella sua ultima/prima puntata. A lui va un ringraziamento speciale, sia per questo ulteriore aiuto che per i consigli e la disponibilità che ha sempre mostrato nei miei confronti. Se non siete già iscritti alla sua newsletter potete farlo qui, se poi volete aiutarlo economicamente per il grandissimo lavoro che fa e che chiaramente ha dei costi potete farlo seguendo questo link.

Infine, grazie a tutti quelli che si sono iscritti e si stanno iscrivendo in queste ore semplicemente sulla fiducia, senza conoscermi. Cominciate ad essere tanti e io mi sento sempre più responsabile.

Per oggi è tutto, a lunedì, quando commenteremo i risultati del primo turno!

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