Presidenziali 2017

Présidentielle 2017 termina qui, Macron vince la sua scommessa

Questa è l’ultima newsletter sulle elezioni presidenziali francesi che riceverete. La prima è stata inviata il 25 settembre alle 53 persone che si sono iscritte sulla fiducia leggendo un mio post su Facebook. Questa è stata appena inviata a 1492 persone, un numero per me altissimo e inaspettato. Da allora ho inviato 39 puntate settimanali e 7 numeri straordinari. Da marzo la newsletter è stata pubblicata integralmente da IL, il mensile del Sole24Ore, grazie alla geniale intuizione di Christian Rocca, che ringrazio; è stata citata da molti giornali come esempio di giornalismo innovativo; mi ha consentito di andare in radio, televisione e di fare dei piccoli tour in giro per l’Italia a spiegare cosa stesse succedendo Oltralpe, altra cosa per me inaspettata e molto divertente. E, soprattutto, mi ha dato l’occasione di girare la Francia in lungo e in largo (sono diventato un esperto di stazioni ferroviarie) e capire meglio un paese che conoscevo solo grazie ai miei anni universitari a Parigi. Che non è la Francia (luogo comune, ma vero). È quindi il momento dei ringraziamenti, perché questo piccolo esperimento di giornalismo non sarebbe stato possibile senza le centinaia di email che avete scritto in questi mesi per consigliarmi un articolo, pormi delle questioni a cui non avevo pensato, criticare un singolo punto della newsletter oppure una tutta intera. Grazie anche a Hookii, il sito dei commentatori che ha contribuito alla crescita di questo esperimento. Con alcuni di voi sono anche diventato amico nella vita reale ed è una cosa che mi ha reso molto felice, con altri lo sono in maniera virtuale ma prima o poi ci si incontrerà.
Se mia zia, che fa la musicista, non avesse riletto ogni newsletter cercando refusi e concetti spiegati male o poco, avrei commesso molti più errori e approssimazioni. Il più grande ringraziamento va quindi a lei (che legge questa parte con voi, non essendo presente nella bozza), e eventuali errori sono chiaramente da attribuire soltanto a me che spesso ho cambiato frasi all’ultimo secondo.

Veniamo a noi.

1-Macron ottiene la maggioranza all’Assemblea

La grande scommessa di Emmanuel Macron è vinta. Lo sapevamo già, visti i risultati del primo turno, ora è certo. I numeri ufficiali della XV legislatura della repubblica francese sono questi:

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Il grafico è del Figaro

Al netto dell’alta astensione (57,4 per cento) su cui devono evidentemente interrogarsi tutti i partiti, la Francia consegna una maggioranza meno ampia di quanto avevano registrato i sondaggi di domenica scorsa, ma è comunque talmente grande da non porre alcun problema: En Marche! conquista 308 seggi, maggioranza assoluta anche senza gli alleati MoDem, che eleggono 42 deputati. Dei problemi abbiamo ampiamente parlato nelle scorse settimane, e posso capire anche i dubbi sollevati sulla maggioranza schiacciante che ha ottenuto il presidente con un numero di voti relativamente basso. È interessante però confrontare la nuova critica “Macron ha troppi parlamentari” con quelle lette spesso in questi mesi. Prima si diceva “Macron non sarà mai candidato”, poi “non sarà mai qualificato al secondo turno”, poi “non vincerà mai”, infine “può anche vincere, ma non avrà nessuna maggioranza in parlamento”, e ancora “deve dimostrare di essere in grado gestire i summit internazionali” e dopo aver fugato i dubbi “va bene sul piano internazionale, molto bravo, ma governare è un’altra cosa”. Vi cito tutto questo semplicemente per farvi invertire il giudizio: vediamo che fa, come governa, e poi giudichiamo l’efficacia delle sue politiche. Non siamo francesi, quindi ci interessa relativamente, però un fenomeno come quello di Macron può dare degli spunti interessanti anche alla politica italiana.

Infine, il fatto che Macron non abbia un’opposizione fortissima in Parlamento non vuol dire che l’opposizione non esista. Il Senato è al momento controllato dai repubblicani (si vota, con un’elezione indiretta, a settembre), le regioni quasi tutte dai repubblicani, le grandi città sono governate da sindaci iscritti ai partiti tradizionali,. In più la stampa francese è abbastanza aggressiva e alcuni media sono molto famosi per le inchieste (in particolare il Canard Enchainé e Mediapart).

2-La Francia è in declino?
La campagna elettorale è stata lunga e a tratti aggressiva, ma sembra abbia risvegliato un sentimento di speranza nei francesi, che sono un popolo caratterizzato da un pessimismo abbastanza radicato (a questo proposito vi consiglio, se leggete il francese, Comprendre le malheur français di Marcel Gauchet). Come vedete, il bipolarismo ottimismo/pessimismo del quale avevo già scritto in questa puntata della newsletter è sempre presente nell’elettorato francese.

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Questo grafico e i seguenti sono elaborati dal sondaggio dell’istituto Ipsos

Il 53 per cento degli elettori di En Marche! pensa che la Francia non sia in declino e il 42 per cento crede che il Paese sia sì in declino ma che la situazione possa cambiare. Dati opposti si leggono nell’elettorato del Front National: solo il 9 per cento di chi ha votato per il partito di Marine Le Pen crede che la Francia non sia in declino. L’altro dato interessante è quello che considera l’evoluzione di queste opinioni negli anni. Come vedete dall’aprile del 2016 ad oggi è molto calato il numero di francesi che crede che la Francia sia in una situazione di declino irreversibile, e allo stesso tempo è aumentato chi crede che il paese possa rialzarsi.
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Questo vuol dire che i messaggi di speranza che hanno caratterizzato alcune proposte politiche – quello di Macron, ma anche la promessa di una “sesta repubblica” di Mélenchon o il reddito universale di esistenza di Hamon – hanno contribuito a modificare i pregiudizi degli elettori.

L’altra percezione interessante da sottolineare è quella delle speranze che suscita il nuovo presidente. Il 34 per cento dell’elettorato è convinto che Macron migliorerà la Francia, numero superiore al risultato del presidente al primo turno delle presidenziali (24 per cento) e al risultato del suo partito al primo turno delle legislative (28 per cento). Questo si spiega con il buon risultato che Macron ottiene tra gli elettori degli altri partiti, a dimostrazione che il presidente gode di un’approvazione abbastanza diffusa, per il momento. L’altro dato interessante è che il 44 per cento dei francesi non crede che Macron migliorerà la situazione, ma nemmeno che renderà peggiori le cose. Questo è importante perché probabilmente indica il sentimento di attesa che anima gran parte del paese, curioso di capire come governerà il nuovo presidente.

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Qualche notizia sui candidati di peso. Manuel Valls è stato eletto per 139 voti nel suo collegio, ma l’avversaria, Farida Amrani della France insoumise, non ha riconosciuto il risultato e ha annunciato un ricorso. Myriam El Khomri, ex ministro del Lavoro che aveva ricevuto il sostegno del presidente non è stata eletta; Najat Vallaud-Belkacem, ex ministro dell’Istruzione, e Marisol Touraine, ex ministro della sanità, entrambe socialiste, perdono i rispettivi ballottaggi. Stessa sorte per Nathalie Kosciusko-Morizet, sconfitta nella seconda circoscrizione di Parigi da Gilles Le Gendre, candidato di En Marche!. Florian Philippot è l’altro grande sconfitto, il vicepresidente del Front national subisce un duro colpo e con lui, probabilmente, la linea anti-euro egemonica nel partito negli ultimi anni. Infine, tutti i ministri candidati sono stati eletti, così come i due leader dell’opposizione Marine Le Pen (eletta per la prima volta) e Jean-Luc Mélenchon.

Il personaggio della settimana

Laurent Wauquiez è un repubblicano considerato molto vicino a Nicolas Sarkozy. La sua è una linea di opposizione molto dura a Emmanuel Macron e negli anni è diventato un personaggio gradito anche al Front national. Marion Maréchal Le Pen, nipote di Marine e esponente della linea più cattolica-conservatrice del partito, ha detto più volte di poter lavorare senza problemi con Wauquiez se si dovesse creare un nuovo movimento di destra patriota. Offerta rispedita al mittente ma che fa capire cosa potrebbe succedere nei prossimi mesi, quando s’imporrà una profonda ricostruzione sia per il Front national che per i repubblicani. Wauquiez è rimasto molto discreto dopo la sconfitta alle presidenziali, e ha deciso di non candidarsi all’Assemblea Nazionale per rimanere al suo posto di presidente della regione Auvergne-Rhône-Alpes. A fine novembre c’è il congresso del partito e Wauqiez è uno dei favoriti.

Consigli di lettura

-Parla per la prima volta François Fillon in un lungo articolo del JDD che ricostruisce i difficili mesi di campagna elettorale vissuti dai repubblicani dopo le rivelazioni sugli impieghi fittizi;

-A che servono i gruppi parlamentari? Perché è così importante costituirne uno? Un’analisi, sempre del JDD;

-Il Figaro si chiede quali siano le radici dell’ideologia di Emmanuel Macron, di destra sull’economia, di sinistra sui temi di società.

Présidentielle 2017 termina qui, per ovvie ragioni di cronologia. Non vi abbandono però: continuerò a raccontare la Francia in altri modi dal prossimo autunno e, anzi, se avete qualche idea o consiglio scrivetemi perché ne ho bisogno. Passerò l’estate a pensare ad un nuovo formato che possa rendere interessante il racconto anche senza una campagna elettorale, ma più idee mi sottoponete meglio è. Nel frattempo mi sono trasferito momentaneamente a Roma a lavorare per il Foglio, che mi ha incaricato di scrivere le brevi che trovate nella quinta colonna a destra in prima pagina. Ogni tanto troverete anche il mio nome in calce a qualche pezzo.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventottesima settimana: Mélenchon decolla, Fillon rischia

Ventottesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Emmanuel Macron ha ricevuto il sostegno di Manuel Valls. Perché questa scelta?

2-Mélenchon continua a salire nei sondaggi, ora è al 15 per cento e minaccia addirittura la terza posizione di Fillon;

3-A proposito di Fillon, al candidato repubblicano mancano 10 punti percentuali rispetto all’elettorato 2012 di Nicolas Sarkozy. Per chi votano queste persone?

1-Valls vota per Macron ma non lo sostiene

(chi ha letto il mio post su Facebook di mercoledì può andare al punto 2 senza perdersi granché)

Manuel Valls, che è stato primo ministro di Hollande dal 2014 sino al dicembre 2016, è il rappresentante della destra socialista, ed è stato sconfitto da Benoît Hamon alle primarie del Partito Socialista che si sono svolte a fine gennaio, ha dichiarato che voterà per Emmanuel Macron fin dal primo turno.

La sua scelta ha sicuramente delle motivazioni sincere. Manuel Valls è davvero convinto che il Front National sia “alle porte del potere” come ripete ormai da anni, e che ci sia bisogno di alleanze straordinarie per fermarlo; una scelta del genere è poi coerente con le sue idee, molto più vicine a quelle di Macron che a quelle di Hamon, più volte definito “settario” e “fuori dalla realtà”. Infine, Valls detesta personalmente Hamon (lo ha definito “microbo” in privato),  e non ha dimenticato che il candidato ha passato due anni e mezzo all’Assemblea Nazionale cercando di sabotare il suo governo, contro cui ha anche firmato e promosso una mozione di sfiducia.

I motivi sono però più profondi, e di questo è consapevole anche Macron, che ha convocato una conferenza stampa il martedì proprio per anticipare la dichiarazione di Valls, avvenuta mercoledì, fissando tre regole per il post presidenziali, cucite su misura per l’ex primo ministro. Primo: chi si candida con me lo fa sotto il mio simbolo, con la mia maggioranza presidenziale; secondo: nessuno al governo che sia già stato ministro, tranne il capo del governo che avrà esperienza politica; terzo: i sostegni valgono un voto, non un’investitura alle legislative.

Tra Valls e Macron non corre buon sangue, visto il grande scontro che hanno animato quand’erano primo ministro e ministro dell’economia: Macron era quasi riuscito a portare a casa la riforma che porta il suo nome con una maggioranza trasversale all’Assemblea Nazionale ma Valls, per evitare il successo del suo rivale interno, scelse il ricorso al 49.3, cioè la questione di fiducia, facendo cadere gli emendamenti comuni e approvando la legge così com’era, senza compromessi, mandando su tutte le furie l’inquilino di Bercy.

Quando martedì, alla conferenza stampa, ho chiesto a un deputato vicino a Macron come avrebbero gestito il sostegno di Valls mi ha risposto “ma Manuel e Emmanuel sono molto amici, non c’è nessun problema”. Momento di silenzio e poi risate sia sue che dei giornalisti che stavano ascoltando, “dovreste prendere più sul serio i vostri interlocutori” ha scherzato prima di rientrare al QG.

Con ogni probabilità quindi Valls non sarà candidato con En Marche! anche perché la prima reazione del Partito Socialista, nelle parole del suo segretario, Jean Christophe Cambadélis è stata di “tristezza per la scelta” condita da “un appello alla calma”, ma senza alcun riferimento ad un’eventuale espulsione.

Perché questa scelta, allora? La scommessa di Valls è che Macron sarà eletto presidente della Repubblica, ma non avrà una maggioranza solida all’Assemblea Nazionale, motivo per cui un gruppo social-liberale da lui guidato potrebbe rivelarsi preziosissimo, sia in Parlamento che al Governo. Insomma Valls, dopo aver archiviato definitivamente la (breve) avventura di Hamon, ormai quinto nei sondaggi e autore di una campagna elettorale poco entusiasmante, sta cercando di sabotare il progetto politico di Macron, votandolo, ma scommettendo sul suo fallimento quando dovrà formare la maggioranza parlamentare. A completamento di quest’analisi basta vedere la dichiarazione di Didier Guillaume, presidente del gruppo socialista al Senato e direttore della campagna di Valls alle scorse primarie, che ha chiarito che i vallsisti si candideranno in autonomia, ma con “vocazione” a governare in una maggioranza con Emmanuel Macron.

2-La dinamica di Mélenchon continua

Il candidato della France Insoumise è il candidato che più ha guadagnato nei sondaggi nelle ultime settimane. Jean-Luc Mélenchon, per chi non lo conoscesse, è il leader della sinistra radicale francese. Dopo essere stato uno degli animatori del trotzkismo francese nei primi anni ’70, entra nel Partito Socialista attirato dal progetto politico di François Mitterrand. Ministro dell’istruzione tra il 2000 e 2002 durante il governo di Lionel Jospin, ha rappresentato la minoranza di sinistra del socialismo post-Mitterrand sino alla decisione di abbandonarlo nel 2008 per fondare il Front de Gauche, unione delle varie anime che compongono la galassia alla sinistra del Partito Socialista. Per il Front de Gauche è stato candidato al primo turno delle presidenziali del 2012, ed è candidato anche ora ma in autonomia, sostenuto dal Partito Comunista francese.

Quando il primo febbraio l’istituto IFOP ha cominciato il suo “rolling-poll” in collaborazione con Paris Match, cioè la pubblicazione di un sondaggio quotidiano per registrare le oscillazioni e le tendenze delle intenzioni di voto, Mélenchon era stimato al 9 per cento ma scontava la grande attenzione mediatica riservata a Benoît Hamon, che aveva appena vinto le primarie e raccoglieva il 18 per cento delle intenzioni di voto. Dopo un fisiologico riavvicinamento tra i due candidati di sinistra, due settimane fa è successo qualcosa: il 17 marzo Mélenchon ha tenuto un grande comizio in Place de la Bastille, la piazza storica della sinistra francese, e soprattutto ha partecipato al dibattito tv, risultando molto efficace e a suo agio. E infatti la curva nei sondaggi si è invertita, come potete notare il leader della sinistra radicale distanzia Hamon di cinque punti ed è protagonista di una progressione che a questo punto minaccia persino la terza posizione di François Fillon.

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Come c’è riuscito? Innanzitutto Mélenchon beneficia del disastro che in questo momento rappresenta il Partito Socialista in sé, dilaniato dalle lotte interne e portatore di un bilancio, quello di François Hollande, complicatissimo da difendere. La campagna poco entusiasmante di Benoît Hamon, di cui abbiamo già parlato in questa puntata, ha dato il colpo di grazia all’immagine dei socialisti e reso Mélenchon il vero campione della sinistra, che per ora perde, ma quantomeno perde bene. Infine, e probabilmente cosa più importante, Jean-Luc Mélenchon, come Marine Le Pen, è alla sua seconda campagna presidenziale e parte da un ottimo risultato: nel 2012 raccolse l’11,1 per cento, una percentuale di tutto rispetto soprattutto vista la campagna di François Hollande, molto a sinistra e facilitata dalla volontà di farla finita con Sarkozy.

La scelta di dove e quando organizzare le riunioni pubbliche, di come dosare le energie e utilizzare la possibilità data dalla televisione per  crever l’écran, “bucare lo schermo”, è fondamentale per chiudere la campagna in crescendo puntando, stavolta, sulla capacità di rassicurare piuttosto che sulla postura protestataria per cui era famoso anni fa: “Jean-Luc è più forza tranquilla che rumore e furore adesso” ha spiegato all’Obs Eric Coquerel, uno dei suoi principali sostenitori; “Sono più filosofo che mai e meno impetuoso, la conflittualità ha mostrato i suoi limiti e io ho 65 anni, l’età ha avuto un’influenza su di me” ha detto oggi in una lunga intervista concessa al JDD.

3-Dove sono andati a finire gli elettori della destra gollista?

Nel 2012 Nicolas Sarkozy ha perso le elezioni ma di poco e con un risultato al primo turno che oggi gli invidierebbero tutti: il 27,1 per cento. Oggi François Fillon, che ha strappato la candidatura alle presidenziali eliminando proprio Sarkozy al primo turno delle primarie, è stimato intorno al 17 per cento, punto più punto meno: dove sono finiti i quasi dieci punti che gli mancano?

Secondo i dati elaborati dal sondaggista Yves-Marie Cann su una serie di sondaggi del suo istituto, Elabe, dal 14 al 21 marzo, solo il 52 per cento degli elettori dell’ex presidente francese è disposto a votare per il suo ex primo ministro, mentre l’altro 48 per cento è diviso tra Emmanuel Macron (18 per cento), Marine Le Pen (12 per cento), gli altri candidati (12 per cento), più un 5 per cento tra scheda bianca e astensione. Insomma il 43 per cento di chi ha votato Sarkozy nel 2012 ha intenzione di votare per il candidato di un altro partito nel 2017.

Sondaggio 2

I dati forniti da Cann evidenziano due grandi spaccature tra l’elettorato di Fillon e quello di Sarkozy. La prima è generazionale, e ce se ne può rendere conto semplicemente andando a guardare un comizio di Fillon. Al di sotto dei 50 anni solo un terzo dell’elettorato sarkozysta è ancora disposto a votare il candidato post gollista, cifra che sale alla metà tra i 50 e i 65 anni e raggiunge il suo massimo, con il 68 per cento, tra gli elettori con più di 65 anni. Fillon è molto solido negli over 65 soprattutto perché rappresentano l’elettorato storico repubblicano, ma anche perché i profili dei suoi principali avversari sono a loro volta respingenti: Emmanuel Macron parla di un futuro che i pensionati non comprendono e può risultare poco esperto e arrogante; Marine Le Pen sconta il passato del suo partito, percepito come un pericolo e come una parte vergognosa della storia di Francia. Sono infine impauriti dalle sue proposte radicali sull’Europa che rappresenta ancora una grande conquista per chi è nato nell’immediato dopoguerra e ha toccato con mano i suoi benefici.

Questo atteggiamento mi ha fatto molto riflettere su Brexit, dove invece è stato determinante il voto degli anziani mentre i giovani hanno votato in massa per rimanere in Europa: in Francia il 30 per cento dei giovani che vota per la prima volta è per il Front National che è rigettato dai pensionati (in totale solo il 16 per cento dei pensionati dichiara di voler votare per Marine Le Pen, secondo l’ultimo sondaggio IFOP). È un punto in più che va considerato nelle analisi  sull’internazionale populista che si starebbe formando in giro per il mondo: ogni paese ha il suo particolare movimento sovranista/populista con le sue specificità e le sue ragioni, ridurre tutto in un unico calderone è un errore che non aiuta a comprendere il fenomeno, secondo me.

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Il comizio di Tolone, dove sono andato venerdì: cercate qualcuno con meno di 65 anni

L’altra grande spaccatura, che riflette in parte quella generazionale, è dettata dalla sociologia elettorale. Come vedete dal prossimo grafico, Fillon raccoglie i due terzi dell’elettorato Sarkozysta già in pensione, ma è in difficoltà con i CSP+, cioè la classe media (42 per cento) e crolla tra i CSP-, cioè le classi popolari composte da impiegati meno qualificati e operai, con il 33 per cento.

Sondaggio 3

Come si posizionano questi elettori nei confronti di Emmanuel Macron e Marine Le Pen?

Come può essere abbastanza intuitivo, Macron va molto bene nella classe media, dove convince il 28 per cento degli elettori ex sarkozysti, e nel voto giovanile, visto che parla al 32 per cento degli elettori under 35 che scelsero Sarkozy nel 2012, mentre Marine Le Pen ottiene un buon risultato nelle fasce più popolari con il 25 per cento e batte Macron nella fascia d’età compresa tra i 50 e i 65 anni con il 19 per cento contro il 15. Ciononostante, come potete notare, il leader di En Marche! non è così distanziato nelle categorie popolari, essendo solo 5 punti dietro alla candidata del Front National, ma è molto in vantaggio tra i giovani e nelle classi medie. Insomma Macron ha un fortissimo ascendente sulla parte più aperta e agiata dell’elettorato di Nicolas Sarkozy, confermando, in parte, chi vede in lui un profilo non poi così distante dall’ex presidente, che d’altronde ha più volte invitato l’ex ministro dell’economia a lavorare per lui (senza risultato).

Sondaggio 4

Le difficoltà di Fillon in questi segmenti più contendibili dell’elettorato si spiegano sicuramente con il PenelopeGate, ma ciò non è sufficiente. Il punto è che ormai la campagna si sta strutturando sui due progetti di società, radicalmente alternativi, che propongono Marine Le Pen ed Emmanuel Macron, a loro agio in uno scontro forze del bene contro forze del male, a seconda di come la si pensi. L’ho già scritto: Le Pen e Macron si sono scelti, gli argomenti dell’uno danno forza alle ragioni all’altro e i sondaggi che li vedono appaiati in testa completano il quadro. In questo contesto Fillon ha difficoltà a posizionarsi, perché si trova incastrato tra i due e non riesce più a far passare il messaggio di forte rottura che contiene il suo programma, cioè grande riduzione della spesa pubblica attraverso tagli di spesa strutturale e diminuzione dei funzionari pubblici (la famosa proposta di sopprimere 500mila posti nella pubblica amministrazione).

Consapevole di questo il candidato repubblicano ha introdotto un nuovo tema che sarà molto importante nelle prossime settimane: “sono l’unico candidato in grado di vincere le legislative e quindi governare una volta eletto presidente, mentre gli altri non ne sono in grado”. Domenica 9 aprile è previsto un grande meeting a Parigi, a porte de Versailles, dove schiererà dietro di sé i 577 candidati investiti dai repubblicani e dai centristi che si presenteranno alle elezioni legislative. Il messaggio sarà piuttosto chiaro.

Il personaggio della settimana

Alexis Corbière è il portavoce di Jean-Luc Mélenchon e uno dei suoi strateghi più importanti, è molto bravo in televisione ed è uno degli artefici del grande recupero del suo candidato. È vero che le elezioni presidenziali sono l’incontro tra un uomo e il suo popolo, come diceva de Gaulle ma per un candidato è importantissimo avere consiglieri all’altezza e persone in grado di difendere le loro idee in televisione.

Infine, alcune informazioni di servizio. Da lunedì scorso la mia newsletter è pubblicata interamente su IL-idee e lifestyle del Sole 24 Ore, che ha deciso di scommettere su questo piccolo progetto editoriale. Insomma: viva la newsletter! Per chi vuole, mercoledì sono a Napoli al Chiajatime a via Bausan 17, a parlare (novità!) di elezioni francesi.

Consigli di lettura

-Su Mediapart due economisti analizzano la crisi del modello di democrazia francese, in difficoltà per l’assenza di un blocco sociale dominante e omogeneo. Grazie a Giovanni per la segnalazione;

Una lunga intervista al filosofo Alain Finkielkraut che critica il dibattito pubblico semplificato intorno all’idea populismo e sovranismo contro progresso e mondializzazione;

-L’astensione può giocare un ruolo fondamentale nel voto del 23 e 7 maggio. Un fisico ha analizzato la possibile incidenza dell’astensione in favore di Marine Le Pen. Grazie all’utente Twitter Jack P. e Francesca per la segnalazione

I grafici del terzo punto di questa newsletter sono stati elaborati da Yves-Marie Cann, nel suo articolo su Medium.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, diciannovesima settimana: Hamon ha vinto le primarie!

Diciannovesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Prima di cominciare un annuncio importante: da ieri sono in Francia e seguirò tutta la campagna elettorale per le presidenziali sul campo. Sono davvero contento di questa possibilità e spero di potervi offrire un servizio ancora più preciso e più “vero” di quanto fatto sinora. Infine, stamattina sono stato ospite di Le Voci del Mattino, su Radio 1. Qui trovate il podcast, io parlo dal minuto 30 in poi.

Veniamo a noi: di cosa parliamo oggi?

1-Come sapete, Hamon ha vinto le primarie del Partito Socialista. Non è una sorpresa, ma è comunque un momento storico per il partito egemone della sinistra francese: per la prima volta sarà un esponente della minoranza a guidare i socialisti alle presidenziali.

2-È stato pubblicato un sondaggio molto interessante, ma da prendere con cautela

3-Mentre la sinistra sceglieva il suo candidato François Fillon ha parlato di fronte a 13.000 persone a Porte de la Villette, a nord di Parigi. Il candidato ha provato a reagire allo scandalo che abbiamo analizzato la settimana scorsa con un discorso molto accorato.

1-Hamon è il candidato socialista all’Eliseo

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Benoît Hamon ha vinto le primarie del partito socialista con il 58% dei voti, una vittoria netta e chiara. Sapevamo che per Valls era quasi impossibile recuperare lo svantaggio, viste le sue difficoltà in campagna elettorale e la dinamica favorevole al suo avversario, sempre crescente nei sondaggi dall’inizio della competizione. A giocare un ruolo decisivo però è stata la capacità di Hamon di presentare un progetto credibile rispetto ai temi più sentiti dagli elettori: ci aiuta questo grafico di Elabe, che mette in evidenza come la situazione economica e il bisogno di protezione sociale fossero in cima alle preoccupazioni degli elettori di sinistra, temi su cui Hamon ha evidentemente presentato un progetto ed una visione credibili e vicini alla sensibilità del suo elettorato.

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Come vedete, uno degli argomenti classici di Manuel Valls, la sicurezza e il terrorismo, è solo terzo, considerato prioritario dal 26% dei votanti. La credibilità internazionale, terreno in genere molto rilevante in un’elezione presidenziale, è l’ultimo tema citato dagli intervistati: solo il 7% degli elettori ha ritenuto le posizioni in materia di relazioni internazionali come una priorità nella scelta del candidato. Questo conferma quanto spiegato nelle settimane precedenti allo scrutinio: in massima parte i socialisti non hanno votato per un potenziale presidente della repubblica, quanto per il candidato che meglio incarnasse i valori di sinistra.

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Come potete notare il 56% ha votato per chi può rappresentare meglio i valori di sinistra, mentre solo il 44% ha votato per chi potrebbe far meglio il presidente della repubblica. Uno score quasi identico alle percentuali reali di voto.

Ieri sera sono stato al comitato di Benoît Hamon per attendere i risultati, e ho quindi parlato con moltissime persone. Su Left ho raccontato la serata, per cui se vi diverte un piccolo reportage lo trovate qui, ma voglio condividere con voi alcune impressioni. Mi ha molto colpito l’età media dei militanti/simpatizzanti, quasi tutti tra i venti e i trent’anni, universitari e molto entusiasti. Un segmento di elettorato composto da, direbbero qui in Francia, Bobo (bourgeois-bohème, l’equivalente del nostro radical chic), e non dalle classi che stanno pagando la crisi economica e le politiche di austerità, classi che il candidato ha più volte detto di voler rappresentare. Questo è forse in parte vero, ma andando a guardare i risultati nei quartieri popolari di Lille si nota come Hamon abbia ricevuto praticamente un plebiscito.

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Alla luce del sondaggio che commentiamo nel punto 2, e con tutte le cautele del caso, la dinamica è interessante perché potrebbe rendere Hamon molto competitivo nei confronti di Jean Luc Mélenchon: quello che è rimasto dell’elettorato popolare (ormai quasi tutto propenso a votare Front National) è per adesso affascinato dal messaggio da tribuno di Mélenchon; un candidato più “simpatico” e conciliante, con una proposta nuova e innovativa (il reddito universale) e spinto da due milioni di elettori che lo hanno legittimato alle primarie come Hamon, potrebbe però essere altrettanto attraente.

Ciò detto, Hamon deve affrontare due sfide, come individua il Monde:

-La prima è riunire intorno alla sua candidatura tutte le anime del partito.  Il compito è molto complesso: per capirci Manuel Valls venerdì aveva dichiarato di non poter difendere il programma di Hamon durante la campagna elettorale in caso di sua vittoria (e non parteciperà all’investitura ufficiale del candidato, domenica, perché in vacanza). Bisogna tener presente che Hamon è uno dei leader dei frondeurs, i ministri che hanno lasciato il governo Valls sbattendo la porta e hanno causato non pochi problemi all’esecutivo in Parlamento. Da un lato quindi Hamon dovrà trattare con alcuni deputati che chiederanno il “diritto di ritiro dalla campagna” nella tradizionale riunione del martedì all’Assemblea Nazionale, dall’altro dovrà far fronte agli eletti (deputati ma non solo) che saranno tentati da Emmanuel Macron, e potrebbero aggregarsi al suo movimento.

-La seconda è prepararsi a difendere il suo programma. Ne avevamo parlato già sabato: la sua proposta è da molti considerata inapplicabile perché costosissima e con serie implicazioni dal punto di vista sociale per la messa in discussione del lavoro come elemento fondante della nostra società. In questo senso sono interessanti le opinioni delle persone che erano ieri al comitato: tutti i militanti cui facevo notare le contraddizioni della proposta, la sua difficile applicabilità e la vaghezza in termini di coperture finanziarie, mi rispondevano allo stesso modo, che si riassume in quello che ha detto una ragazza, Clotilde: “in questi cinque anni abbiamo smesso di sognare, Hamon rappresenta la riconciliazione con le nostre idee. Il punto non è se le sue proposte sono realizzabili o meno: sinistra vuol dire anche utopia, avere il coraggio di proporre un cambiamento radicale”. Ecco, questo atteggiamento un po’ ingenuo difficilmente si riprodurrà nei dibattiti televisivi. Hamon è avvisato.

2-Un sondaggio, da prendere con molta cautela

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Il sondaggio è stato effettuato da Kantar Safres-One Point per Le Figaro dal 26 al 27 gennaio. Come vedete Macron ne esce rafforzato, visto che vincerebbe un eventuale ballottaggio in scioltezza sia contro Fillon che contro Marine Le Pen. La seconda notizia che ricaviamo è che Hamon sorpassa per la prima volta Jean Luc Mélenchon nelle intenzioni di voto al primo turno. Il terzo dato interessante è la percezione di Fillon, mentre a dicembre il 54% degli intervistati riteneva il candidato repubblicano di avere una statura presidenziale (il sondaggio è del JDD), oggi solo il 40% (in basso a destra) risponde in questo modo. Sono due sondaggi diversi, condotti con campioni e metodi non identici, ma uno scarto di 14 punti è comunque notevole.

Questa rilevazione va comunque presa con molta cautela: il campione intervistato è molto ristretto e non misura appieno l’effetto del Penelope Gate, lo scandalo che ha colpito François Fillon. Sta di fatto che al quartier generale dei repubblicani cominciano ad essere seriamente preoccupati per la crescita di Emmanuel Macron, che infatti è stato oggetto di numerosi attacchi durante il comizio tenuto da François Fillon a Porte de la Villette.

3-Fillon riempie La Villette, ma ci sono altri scandali

Ieri François Fillon ha tenuto un grande meeting a Porte de la Vilette con quasi 15.000 partecipanti. L’incontro, previsto da tempo per dare il via alla campagna elettorale, era diventato molto atteso a causa dello scandalo che ha coinvolto il candidato e sua moglie. Ne abbiamo parlato sabato, qui la puntata.

Fillon ha tenuto un ottimo discorso, duro in alcuni passaggi, e capace di trascinare le migliaia di simpatizzanti repubblicani venuti ad ascoltarlo. Dopo aver ribadito, davanti a tutti, la sua fiducia e il suo amore verso la moglie, ha arringato la sala affermando che non si lascerà intimidire: “per resistere a questa impresa di demolizione vi dico, dal fondo del cuore, grazie di essere qui, con me, con noi”. Il comizio ha rappresentato da un lato una dimostrazione di forza da parte di un candidato che nelle ultime settimane – al di là dello scandalo – non aveva brillato, dall’altro l’occasione per mostrare l’unità della famiglia politica repubblicana alle prese con una serie di polemiche interne rispetto alle scelte dei candidati nelle 577 circoscrizioni delle elezioni legislative.

Come detto però, uno dei motivi ricorrenti del discorso di François Fillon è stato l’attacco a Macron:

“Esiste una terza sinistra, che conosciamo poco. È Macron. Dice di avere un progetto; io lo attendo! Dice di essere riformatore; a priori, lo è meno di me! Fa credere di essere solo e di venire dal nulla; in realtà ha scritto il programma di Monsieur Hollande e ha messo in atto una gran parte del suo programma politico. È partito per una spedizione solitaria, ma i suoi sostenitori non sono tanto lontani come vuol far credere. Chi sono? Eh bene, è tutta la squadra di governo di Monsieur Hollande. Buongiorno novità! Macron è un uscente, è il bilancio di Hollande, è soprattutto il prototipo delle élites che non conoscono la realtà profonda del nostro paese”. 

Finora Fillon non aveva mai dedicato così tanta attenzione al leader di En Marche! e questo atteggiamento sarà con ogni probabilità mantenuto anche nelle prossime settimane se i sondaggi dovessero confermare la tendenza di Macron.

Veniamo, però, ai guai. Sabato abbiamo approfondito il presunto rapporto di lavoro fittizio tra Fillon e sua moglie Penelope. Per chi arriva adesso qui la puntata precedente. Durante il suo intervento televisivo di giovedì, pensato per difendersi dalle accuse, ad un certo punto il candidato repubblicano ha detto: “Quando ero senatore ho remunerato due dei miei figli come avvocati in ragione della loro competenza.” La dichiarazione, che ha sorpreso un po’ tutti perché resa spontaneamente, senza che il giornalista avesse chiesto informazioni al riguardo, è stata subito passata al setaccio dalla stampa, che ha scoperto, grazie all’inchiesta di Mediapart e del Journal du Dimanche, che i due figli di Fillon all’epoca non erano avvocati ma solo studenti di giurisprudenza.

Il settimanale L’Obs , dopo aver provocatoriamente notato che “tra i Fillon si ama lavorare in famiglia” ha spiegato che quando il candidato repubblicano era senatore, cioè tra il 2004 e il 2007, sua figlia Marie aveva tra i 22 e i 25 anni, mentre suo figlio Charles tra 20 e 23. Entrambi hanno passato l’esame e cominciato ad esercitare la professione quando il padre aveva già lasciato Palais du Luxembourg (il palazzo dove ha sede il Senato): Marie nel 2007, Charles nel 2010.

Accortosi dell’incongruenza il candidato ha dovuto fare marcia indietro, spiegando che la sua dichiarazione era stata imprecisa a causa dell’emozione. L’entourage ha chiarito ad AFP (l’equivalente della nostra Ansa) che Fillon intendeva dire che i due figli sono avvocati oggi, non che lo fossero all’epoca. Tra l’altro in Francia non è così raro che gli studenti universitari, specie durante gli ultimi anni, comincino già a lavorare e ad essere pagati per piccole consulenze legali. Sta di fatto che questa dichiarazione potrebbe portare ulteriori danni alla credibilità di Fillon.

Gli scandali che riguardano il periodo che Fillon ha passato al Senato non sono però finiti. Secondo un articolo di Mathilde Mathieu di Mediapart, il candidato repubblicano avrebbe ricevuto “dei crediti riservati alla remunerazione degli assistenti parlamentari con un sistema di commissioni occulte” dal 2005 al 2007. Il tutto grazie a uno stratagemma apparentemente piuttosto comune. I senatori, come i deputati, beneficiano di un assegno con cui pagano i loro collaboratori ma spesso non lo spendono completamente, dovendo quindi restituirne una parte. Per evitare di doversi occupare di queste questioni burocratiche molti parlamentari delegano la gestione del fondo al loro gruppo politico.

Ma, spiega la giornalista, tra il 2003 e il 2014 alcuni senatori dell’UMP (il vecchio partito di Fillon poi trasformatosi in Les Républicains) hanno recuperato quasi un terzo della cifra assegnatagli tramite un sistema detto “il ristorno”: questi fondi sarebbero transitati prima in un’associazione fantoccio chiamata Union républicaine du Sénat (URS) che si sarebbe poi occupata di distribuirli con assegni a suo nome.

Per questo affare sono indagati due senatori abbastanza importanti come Henri de Raincourt e René Garrec, ma per dei fatti posteriori al 2009. Il caso di François Fillon non sarebbe dunque al vaglio dei giudici ma la situazione rischia di metterlo in serio imbarazzo. L’entourage del candidato, raggiunto telefonicamente da Mediapart, ha dichiarato di non voler commentare un’indagine in corso, senza confermare né negare un suo eventuale coinvolgimento.

Infine, ancora un probabile incarico fittizio di Penelope Fillon, sua moglie. Penelope è stata pagata 5.000 euro lordi al mese per un anno e mezzo, tra maggio 2012 e dicembre 2013, in quanto redattrice della Revue des deux mondes. Anche in questo caso non si capisce bene se l’impiego fosse reale o meno: Michel Crépu, direttore della rivista, interrogato dal Canard Enchainé, ha spiegato che Penelope “ha firmato due o forse tre note di lettura” ma “in alcun momento […] ho avuto la minima impressione di quello che potrebbe somigliare a un lavoro di consigliere letterario”. Sul tema è stata aperta un’inchiesta preliminare, venerdì la procura ha perquisito gli uffici della rivista e i rapporti molto stretti tra François Fillon e l’editore della rivista Marc Ladreit de Lacharrière non aiutano a placare i sospetti.

Mentre scrivo i coniugi Fillon sono in procura a parlare con i magistrati, vedremo come andrà a finire. Per qualunque aggiornamento non esitate a scrivermi o a controllare i miei social (specialmente Twitter).

Per oggi è tutto, ci sentiamo domenica! (Per chi vuole, sabato pomeriggio farò una diretta Facebook da Lione, dove Emmanuel Macron terrà un grande comizio).

P.S. Mi è stato fatto notare che nella scorsa newsletter ho mancato il link all’editoriale di Emmanuel Macron sull’Europa, pubblicato in Italia dal Sole 24 Ore. Lo trovate qui.

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Qui le puntate precedenti.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, edizione straordinaria: c’è un FillonGate?

Edizione straordinaria della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Domani i socialisti votano per il ballottaggio e come sapete si affrontano Manuel Valls e Benoît Hamon. Ma la notizia della settimana è lo scandalo che ha colpito Fillon e sua moglie, affaire che ha totalmente oscurato la competizione interna del partito socialista.

1-C’è un Fillongate?

Come avrete sentito al telegiornale o avrete letto sui giornali italiani Fillon è alle prese con un problema piuttosto serio che coinvolge sua moglie. Secondo il Canard Enchainé, famoso giornale satirico francese, Penelope Fillon avrebbe percepito quasi 500.000 euro in quanto collaboratrice parlamentare del marito. Il fatto in sé non è uno scandalo: ogni deputato francese riceve 9561 euro al mese con cui può decidere di assumere fino a 5 assistenti parlamentari. Spesso il parlamentare decide di assumere un parente, che sia la moglie o il figlio; anche qui, nulla di male, ci sono moltissimi assistenti parlamentari scelti tra i familiari che lavorano e sono molto apprezzati dall’Assemblea e dai cronisti parlamentari. Mediapart ha condotto una lunga inchiesta sul tema nel 2014, individuando, tra gli assistenti parlamentari, 52 mogli, 28 figli e 32 figlie dei deputati-datori di lavoro. La pratica è dunque, sebbene eticamente opinabile, assolutamente legale e alla luce del sole.

Nello specifico, Penelope Fillon è stata retribuita 4000 euro lordi al mese in quanto assistente parlamentare di suo marito dal 1998 al 2002, quando Fillon è diventato ministro. A quel punto è stata retribuita, in quanto collaboratrice del suo supplente Marc Joulad, con un salario lordo di 6900 euro al mese sino al 2007, per poi tornare collaboratrice del marito per sei mesi nel 2012. (ogni deputato ha un supplente nel suo collegio di elezione che lo sostituisce quando, appunto, acquisisce un’altra carica).

Questi, dunque, i fatti.

Il Canard Enchainé ha però messo in discussione la veridicità del rapporto di lavoro, spiegando che la moglie di Fillon potrebbe non aver mai esercitato le funzioni di collaboratore parlamentare: nessun giornalista contattato ricorda di averla mai incrociata all’Assemblea Nazionale; persino l’assistente parlamentare di Fillon nella Sarthe, la regione di provenienza del candidato e sua circoscrizione storica fino al 2012, ha spiegato di non aver mai avuto contatti lavorativi con Penelope. Si tratterebbe quindi di un incarico fittizio, reato per cui è prevista una pena fino a 10 anni di carcere e una multa di un milione di euro per il sedicente datore di lavoro e fino 10 anni di carcere ed una multa di 750.000 euro per il finto impiegato. Dopo che il suo avvocato si è subito precipitato alla Procura di Parigi per consegnare la documentazione che dovrebbe provare l’effettivo rapporto di lavoro (la procura ha aperto un’inchiesta preliminare), giovedì François Fillon è stato ospite del principale canale della tv francese, TF1, durante il TG della sera. Il candidato repubblicano si è detto “disgustato” del trattamento riservato alla moglie, affermando che questa è una campagna “abietta”, condotta per indebolire la sua candidatura. Ha poi spiegato in cosa consisteva il lavoro esercitato da Penelope, chiarendo che qualora dovesse essere indagato ritirerà la  sua candidatura (tranquilli, dei risvolti giudiziari ne parliamo lunedì).

 

Per chi non capisce il francese Fillon ha detto “[Penelope] mi ha sempre accompagnato nella mia vita pubblica e, tra le altre cose, penso che non avrei mai fatto il percorso che ho fatto senza il suo sostegno e il suo aiuto. Ha corretto i miei discorsi, ricevuto innumerevoli persone che volevano vedermi e io non potevo ricevere, mi ha rappresentato in delle manifestazioni, in delle associazioni, si è occupata della mia rassegna stampa e soprattutto mi teneva aggiornato – perché tutti potranno dirvi nella Sarthe che Penelope Fillon è semplice, disponibile e ascolta la gente – sulle questioni delle persone, e sulle evoluzioni della nostra società. L’ha fatto in maniera gratuita durante molti anni, poi nel 1997 un mio collaboratore parlamentare è andato via e l’ho sostituito con Penelope.”

La spiegazione è stata giudicata poco soddisfacente da parte della stampa francese: Fillon adduce come giustificazione al rapporto lavorativo della moglie una serie di attività difficilmente dimostrabili e non spiega, soprattutto, come mai Penelope ha continuato ad essere pagata in quanto collaboratrice del suo supplente visto che, come pare, il suo apporto era intimamente legato alla funzione e all’immagine del marito.

La posizione di Penelope è ancor più delicata viste le sue dichiarazioni alla stampa: ha più volte spiegato di non aver mai partecipato alla vita politica del marito per una questione di opportunità e di distinzione dei ruoli. Tra l’altro il 20 ottobre 2016, in piena campagna per le primarie, ha detto al giornale Le Bien Public che si sarebbe impegnata attivamente nella campagna elettorale di François Fillon, cosa per lei nuova visto che “finora non ero mai stata implicata nella vita politica di mio marito”. Di dichiarazioni del genere ce ne sono moltissime, e di sicuro non aiutano il candidato dei repubblicani nel suo tentativo di difesa.

La situazione è politicamente molto difficile da gestire per due motivi principali.

A-Fillon è considerato uno dei politici più onesti di Francia. Ha incentrato la sua campagna elettorale, ma in generale la sua carriera politica, sulla “probità”. Nelle varie inchieste di opinione è proprio la struttura morale che i francesi gli riconoscono come principale qualità, e Fillon dal canto suo si è sempre detto orgoglioso di non aver mai “destato il minimo sospetto sulla mia attività politica”. Durante le primarie dello scorso anno ha attaccato Nicolas Sarkozy sui suoi vari guai con la giustizia chiedendosi: “possiamo immaginare il Generale De Gaulle messo sotto indagine?”; La domanda che circola moltissimo sui social, sui giornali e in televisione è adesso: “possiamo immaginare la moglie del Generale De Gaulle messa sotto indagine?”.

B-Il programma elettorale di François Fillon prevede una serie di misure molto dure in termini di riduzione dell’impiego pubblico e prelevamenti fiscali. La volontà di Fillon è dunque chiedere dei sacrifici ai francesi per raddrizzare il paese, oltre a sanare l’ingiustizia “tra quelli che lavorano duro e sono in difficoltà e quelli che non lavorano e beneficiano dei soldi dei contribuenti”. In un contesto del genere la notizia che la moglie è stata pagata dai contribuenti per non lavorare non è proprio il massimo.

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Ne beneficiano Marine Le Pen e Emmanuel Macron, principali avversari del candidato repubblicano stando ai sondaggi attuali? Sì, ne escono rafforzati entrambi anche se per motivi diversi.

-Il Front National, sempre pronto a puntare il dito contro le malefatte della classe dirigente “corrotta e autoreferenziale” è stato insolitamente moderato. David Rachline, direttore della campagna elettorale di Marine Le Pen, invitato da iTélé ha spiegato che “ci sono altre questioni che si pongono, le accuse potrebbero essere delle boules puantes” (il riferimento è alle “bombe puzzolenti”, utilizzate dai ragazzini per gli scherzi durante carnevale), “È vero che queste cose possono succedere, vedremo se le spiegazioni sono chiare o meno”. Stessa moderazione ha mostrato Florian Philippot, braccio destro di Marine Le Pen: “Dal candidato – autoproclamato – della probità e dell’onestà, ci si aspetta di meglio. Ma non lo accuso, non lo attacco, semplicemente deve dare delle spiegazioni. Vorrei solo dire che abbiamo molte più cose da dire sul suo programma che sui suoi problemi con la giustizia!”.

Il motivo per cui i frontisti hanno evitato di sollevare un polverone è che sono coinvolti in uno scandalo molto simile: Marine Le Pen e suo padre avrebbero assunto degli assistenti parlamentari pagati dal Parlamento Europeo per poi farli lavorare in Francia per attività politica del partito. La pratica è chiaramente vietata, è un reato, sui fatti è stata aperta un’inchiesta dalla Procura di Parigi e il Parlamento ha chiesto 339.000 euro di rimborso solo alla leader frontista (ma anche agli altri parlamentari coinvolti è stato chiesto di restituire dei soldi). In più Marine Le Pen ha assunto il compagno, Luois Aliot, come assistente al Parlamento Europeo, anch’essa pratica vietata (per quanto dal Fronte sottolineino che Aliot fa politica da sempre ed ha cariche molto importanti all’interno del partito). Se è vero che il Front National non potrà dunque alzare la voce più di tanto, può comunque rallegrarsi per le difficoltà di Fillon, visto che la partita a tre è molto serrata e la qualificazione al secondo turno, stando così le cose, si gioca su pochissimi punti percentuali.

-Emmanuel Macron continua ad essere un “favorito della fortuna”. Alto nei sondaggi, con un’autostrada alla sua sinistra se effettivamente il candidato dei socialisti sarà Benoît Hamon, rischia di avvantaggiarsi parecchio anche di un collasso della campagna elettorale di Fillon. Lo abbiamo spiegato più volte, ma è il caso di ripeterlo: Emmanuel Macron ha potenzialmente un elettorato molto vasto, ma liquido. È popolare a sinistra, dove molti di quelli che votavano socialista apprezzandone anche la svolta liberal con ogni probabilità adesso voteranno per lui; è popolare a destra, dove molti dei sostenitori di Alain Juppé alle primarie lo sostengono e lo voteranno (come detto, non passa un giorno senza che un personaggio di peso dichiari di votarlo). Questo elettorato liquido però, va sì sedotto con il progetto, il carisma e la dinamica in ascesa della candidatura, ma va anche convinto dal contesto generale (e qui entra in gioco la fortuna).

Ecco, questo scandalo va proprio in questa direzione: è l’ennesima buona notizia per il leader di En Marche! che questa settimana è stato in Libano e Giordania a coltivare la sua immagine internazionale. A proposito, ha anche pubblicato una lettera aperta con la sua visione dell’Europa, pubblicata da tutti i principali quotidiani europei (qui trovate la versione italiana sul Sole 24 Ore). C’è però un piccolo problema (di cui parliamo meglio lunedì), secondo un libro pubblicato giovedì Macron avrebbe utilizzato parte dei rimborsi dovuti in quanto ministro dell’Economia (120.000 euro) per organizzare l’inizio di campagna elettorale del suo movimento. Non è ancora però chiaro se le rivelazioni sono attendibili.

2-Domani c’è il ballottaggio dei socialisti

Non c’è molto spazio per parlare dei socialisti a meno di rendere questa newsletter lunghissima. D’altronde ne abbiamo parlato molto, e la situazione non è cambiata rispetto a quanto si diceva lunedì mattina. Affrontiamo alcune questioni rilevanti però:

-Il partito ha fatto una pessima figura per come ha gestito i dati dei risultati. Lo spiega bene un articolo di Lénaîg Bredoux su Mediapart: domenica sera Thomas Cay, presidente dell’Alta autorità delle primarie, ha dichiarato alla stampa che i partecipanti si attestavano tra “1,5 e 2 milioni, senza dubbio più vicini ai 2 milioni”, che era, tra le altre cose, l’obiettivo fissato dai socialisti. Passata mezzanotte il risultato ufficiale sul sito era fissato a 1,25 milioni di votanti su più dell’80% dei seggi; la mattina dopo, alle 10, il sito è stato aggiornato nuovamente, comunicando 1,6 milioni di votanti su quasi la totalità dei seggi: 350.000 partecipanti in più. Il punto è che questi partecipanti in più sembravano aggiunti in maniera artificiale, come si sono accorti i giornalisti che stavano seguendo i risultati per aggiornare i siti con i risultati più precisi. Guardando le cifre dalla tabella su cui stava lavorando Laurent de Boissieu potete rendervi conto che tutti i candidati abbiano visto crescere i loro voti assoluti, senza che per questo le percentuali fossero minimamente cambiate. Statisticamente impossibile.

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Il partito si è giustificato in modo confuso, parlando prima di bug, poi di errore umano. La domanda che ci siamo posti tutti è “disonestà o incompetenza?”. In entrambi i casi un danno d’immagine piuttosto duro (e che potrebbe ulteriormente ridurre il numero di votanti di domani). Per la cronaca, ecco i risultati ufficiali, aggiornati mercoledì.

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-I due candidati si sono affrontati in un dibattito piuttosto acceso mercoledì. Hanno avuto più tempo per approfondire i loro progetti e hanno discusso  fino in fondo sulla loro visione della società, radicalmente diversa. Come ci aspettavamo il progetto di reddito universale proposto da Benoît Hamon è stato, ancora una volta, al centro del dibattito. Se il candidato “frondeur” (i frondisti sono in gruppo di parlamentari socialisti che hanno molto criticato l’azione governativa di Valls e Hollande) ha ben argomentato il senso della sua proposta – e le visioni in politica contano, come potete ben immaginare – è rimasto piuttosto vago sulle fatidiche “coperture finanziarie”. Per ora questo non dovrebbe essere un problema visto che la partita interna al PS si gioca più per il controllo del partito che per le presidenziali, ma nella vera campagna elettorale una posizione del genere potrebbe essere facilmente attaccata sia dai giornalisti che dagli avversari.

-Per dare un’idea di quanto queste primarie si svolgano in un clima surreale nel Partito Socialista, un centinaio di parlamentari ha deciso di non sostenere nessuno dei due candidati, probabilmente per avere mani libere dal giorno dopo (e quindi poter raggiungere Mélenchon o Macron). Un nutrito gruppo di sostenitori di Manuel Valls invece sta preparando un documento per spiegare il motivo del loro dissenso alla linea e alla candidatura di Benoît Hamon alle prossime elezioni. Una bozza del documento è stata fatta filtrare alla stampa, per cui se ne conoscono già alcuni dettagli: ulteriore conferma del grande rischio di implosione dei socialisti.

-Conscio di questa difficoltà Hamon ha previsto, in caso di vittoria, un grande comizio per dimostrare di essere competitivo quantomeno a sinistra soprattutto rispetto a Jean Luc Mélenchon, leader della sinistra radicale e molto popolare nell’elettorato storico del PS deluso dalla presidenza di François Hollande.

Due comunicazioni finali. In primo luogo oggi in edicola trovate un mio articolo sul settimanale Left, in cui racconto la campagna elettorale e i problemi del Partito Socialista aiutato da Roland Cayrol, politologo che insegna a Sciences Po, e Brice Teinturier, direttore dell’istituto Ipsos, che ho intervistato. Poi (grande novità), con Daniele Bellasio, Gabriele CarrerEdoardo Toniolatti abbiamo fondato Il Segnale, una publication di Medium: racconti (oltre il rumore) da Berlino, Londra, Parigi, Roma e altre capitali della politica. Potete seguirci qui.

Per oggi è tutto, ci sentiamo lunedì, per commentare i risultati (se poi c’è qualcuno di voi particolarmente mattiniero sono ospite, sempre lunedì, a Le Voci del Mattino, su radio1 alle 6.50).

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, diciottesima settimana: Hamon è in testa al primo turno

Diciottesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui. 

 Dunque: ieri i socialisti hanno votato al primo turno delle primarie per scegliere il loro candidato alle presidenziali.

Cos’è successo?

I due qualificati al secondo turno sono Benoît Hamon e Manuel Valls. Alcuni giornali italiani hanno scritto di “risultato a sorpresa” ma, come analizzato nella newsletter di sabato e nelle settimane precedenti, un secondo turno del genere era piuttosto probabile. Il fatto che questo risultato fosse impossibile da pronosticare solo a dicembre conferma un dato forse banale, di cui va tenuto conto quando si criticano i sondaggi e i giornalisti incapaci di raccontare quello che sta succedendo: le campagne elettorali spostano voti. È stato così per François Fillon alle primarie dei repubblicani, sarà così anche per le elezioni di maggio. 

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Come vedete Benoît Hamon è in testa con il 36% dei consensi, mentre Valls si è fermato al 31%. Lo scarto non è molto largo, ma Arnaud Montebourg, arrivato terzo, ha dichiarato che voterà per Hamon, vista la vicinanza dei loro progetti e le tante battaglie comuni condotte in passato. Dopotutto i due fondarono una corrente per rinnovare il partito (il nuovo PS) e insieme lasciarono il Governo per contrasti con il primo ministro Valls nel 2014, meritandosi l’appellativo di “frondisti” per quasi tutta la presidenza Hollande.

 

1-La partecipazione

Una delle incognite più importanti riguardava il numero dei votanti. Sabato avevamo spiegato che la soglia minima per considerare la partecipazione “onorevole” era due milioni di votanti. Non abbiamo ancora dati certi (e infatti ci sono già le prime polemiche) ma sul 90% dei seggi scrutinati la cifra è piuttosto bassa: al momento si contano 1,56 milioni di persone, e dall’organizzazione spiegano che probabilmente la cifra totale sarà di 1,65 milioni. Se è forse esagerato parlare di “catastrofe”, l’affluenza è di certo deludente: senza azzardare un impietoso paragone con le primarie della destra, a cui hanno partecipato 4,2 milioni di elettori, nel 2011 alle primarie socialiste votarono in 2,7 milioni al primo turno. Più di un milione di differenza.

Questo, oltre al problema politico evidente di un candidato che non potrà sfruttare una vera e propria dinamica, vista la poca legittimazione popolare, è una pessima notizia per le casse del partito. I socialisti con una partecipazione del genere riusciranno a stento a finanziare il voto di ieri, mentre come abbiamo visto i repubblicani non solo hanno coperto le spese, ma addirittura finanziato l’intera campagna per le presidenziali.

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Come potete notare, Hamon ha preso poco più della metà dei voti di Sarkozy in novembre

2-Per cosa hanno votato gli elettori socialisti?

Questa la domanda chiave delle primarie di ieri, due le risposte possibili. La prima: mobilitarsi per il candidato con più possibilità di arrivare al secondo turno delle elezioni presidenziali, scegliendo il profilo più vicino alla figura di uomo di Stato, Manuel Valls. La seconda: scegliere il candidato capace di rappresentare al meglio i valori di sinistra e dare un forte segnale di discontinuità con la politica della presidenza Hollande, votando per Benoît Hamon o Arnaud Montebourg. Sommando i voti dei due candidati della sinistra PS arriviamo al 54%: un messaggio piuttosto chiaro.

D’altronde un sondaggio condotto dall’istituto Elabe sulle motivazioni degli elettori lascia pochi dubbi rispetto a questa interpretazione.

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Un voto del genere, accompagnato da motivazioni così nette, significa che la svolta liberale di Hollande, messa in opera da Jean-Marc Ayrault (primo ministro dal 2012 al 2014) e Manuel Valls (primo ministro dal 2014 sino a dicembre scorso), è stata sonoramente bocciata dagli elettori socialisti. Con ogni probabilità chi è andato a votare ieri non vedeva l’ora di esprimere il proprio dissenso rispetto ad una presidenza giudicata deludente e molto lontana dalle roboanti promesse della campagna elettorale. Per capirci François Hollande iniziò la sua corsa all’Eliseo con un discorso quasi di sinistra radicale, dichiarando che l’avversario della sua presidenza sarebbe stato “il mondo della finanza”. Cinque anni dopo, di quel discorso non è rimasto nulla.

 

La “révolte” rispetto alla politica di Hollande e Valls è d’altronde la chiave di lettura fornita da Arnaud Montebourg, che sosterrà Hamon al secondo turno per chiudere definitivamente con l’esperienza rappresentata da Valls e Hollande. Chi ha votato domenica, ha detto commentando i risultati, ha condannato questi cinque anni di governo, rifiutando di apportare il proprio sostegno a coloro che hanno messo in opera le politiche “di austerità e di deriva liberale”. Al di là dei toni da tribuno per cui è famoso Montebourg, possiamo dire che l’analisi è sostanzialmente corretta. Aggiungerei che la forte polarizzazione prodotta da queste primarie ha come conseguenza un forte rigetto della famosa “sintesi” tra le due anime dei socialisti immaginata da Mitterrand nel 1971, portata avanti da Lionel Jospin negli anni ’90 e raccolta da Hollande nel 2011, quando l’allora segretario del partito vinse le primarie proprio con questa piattaforma. Ora ci troviamo di fronte a due progetti di società completamente diversi: entrambi i candidati hanno fatto i complimenti all’avversario auspicando un dibattito di alto livello tra due visioni “della società” opposte. “Della società” non “della sinistra”. I candidati avevano accuratamente evitato di assumere le profondissime divisioni politiche che fratturano il Partito Socialista, gli elettori li hanno costretti a farsene carico.

 

3-I meriti di Hamon

Se Hamon dovesse vincere domenica prossima, com’è probabile, sarà un candidato alle presidenziali abbastanza debole. Di questo parleremo, nel caso, lunedì prossimo. Per ora, è utile capire perché la sua proposta ha convinto la maggioranza relativa dell’elettorato socialista.

Nelle ultime settimane abbiamo raccontato come il profilo dell’ex ministro dell’istruzione stesse acquisendo solidità, per una serie di ragioni. (Se volete approfondire potete leggere le puntate dall’8 gennaio in poi, quando abbiamo cominciato a osservare la dinamica favorevole di Hamon)

È stato molto bravo a marcare una differenza con Arnaud Montebourg, l’altro candidato della sinistra PS che sino a dicembre doveva essere lo sfidante principale prima di Hollande, quando sembrava certa la sua candidatura, e poi di Valls. Mentre Montebourg ha presentato un programma di sinistra classica, individuando – semplifico – in grandi investimenti pubblici la chiave per far ripartire l’occupazione, Hamon ha avuto il coraggio di proporre un’alternativa reale e molto forte: il reddito universale. La sua diagnosi è che l’economia digitale distruggerà più posti di lavoro di quanti ne creerà anche sul lungo periodo, va quindi totalmente ripensato il welfare, senza temere di ammettere che l’idea del lavoro al centro della vita degli esseri umani potrebbe diventare un concetto superato. Questa proposta, costosissima e stando così le cose inapplicabile senza un innalzamento deciso della tassazione, ha avuto due meriti.

Il primo, come visto, è stato identificare il candidato con un messaggio nuovo, facile da comunicare, quasi rivoluzionario – per quanto la sinistra francese abbia un rapporto particolare con il lavoro, e di questo parleremo senz’altro sabato, alla vigilia del voto. Il secondo è stato dare una speranza e un’utopia a un popolo che stentava a riconoscersi nel partito che ha governato la Francia negli ultimi cinque anni. Avevo sottolineato come il successo delle primarie è in genere determinato dall’entusiasmo, dalla capacità che ha questo strumento di accelerare un processo di cambiamento politico già in atto. Se è vero che ciò non si può dire per questa consultazione in sé, visti i problemi ampiamente affrontati nelle scorse settimane, certamente la candidatura e la vittoria di Hamon un minimo di entusiasmo l’hanno suscitato. Ieri sera, dopo la vittoria, il suo comitato elettorale è stato trasformato in una discoteca: sembrava di essere ad una festa organizzata dai Socialisti Gaudenti più che al quartier generale di un partito.

Benoît Hamon ha poi capito perfettamente per cosa sarebbero andati a votare gli elettori: non per un eventuale presidente della repubblica, ma per un personaggio in grado di difendere i valori di sinistra. Non ha mai cercato di assumere posizioni a lui poco congeniali, è stato autentico e coerente con le sue proposte e con la sua storia. Avere un profilo poco presidenziale era un suo limite, ma alla fine questo non ha contato.

 

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Come vedete, le qualità necessarie per essere presidente non sono nemmeno citate

4-Valls può ancora vincere?

La posizione di Manuel Valls è molto difficile. Lo è numericamente, perché come visto, stando così le cose, la linea antigovernativa Hamon-Montebourg è maggioritaria. Ma ci sono almeno tre motivi politici per cui la strada verso una sua rimonta è piuttosto impervia.

Il primo sta nella dinamica: dalla sua entrata in campagna Manuel Valls ha costantemente perso consensi. Abbiamo assistito e raccontato l’erosione del consenso dell’ex primo ministro che si faceva più forte dopo ogni dibattito e dopo ogni comizio contestato, interrotto o poco partecipato. Recuperare uno svantaggio partendo da sfavorito è molto più semplice che partire da favorito e vedere il proprio consenso sgretolarsi passo dopo passo. 

Il secondo è rappresentato dalle sue posizioni storiche. L’abbiamo ripetuto più volte, Manuel Valls è un esponente dell’ala destra del Partito Socialista, è tendenzialmente liberale in economia e molto duro sulle questioni di immigrazione, sicurezza e laicità. Alle ultime primarie, quelle del 2011, la sua candidatura raccolse solo il 5,6% dei consensi. Dovendo per forza di cose porsi come candidato in grado di unire tutto il partito, ha dovuto assumere una postura a lui poco congeniale: gli estimatori di Valls hanno sempre apprezzato la sua capacità di prendere posizioni eterodosse (schierarsi contro le 35 ore lavorative settimanali), radicali (proporre e difendere a spada tratta il progetto sulla déchéance de nationalité, cioè la possibilità di privare della cittadinanza francese i condannati per terrorismo) decisioniste (utilizzare l’articolo 49.3 della Costituzione, l’equivalente della nostra questione di fiducia, per approvare delle riforme anche senza il consenso della minoranza del suo partito). Appena entrato in campagna Valls ha invece rinnegato tutte queste posizioni (tranne quella sulla déchéance de nationalité), dichiarando più volte di essere cambiato. Poi, resosi conto che la strategia non pagava, ha ricominciato a “fare il Valls”, probabilmente peggiorando la situazione. 

L’ultimo motivo è che la campagna elettorale è stata condizionata, con grande merito, dal suo avversario principale, bravissimo a dettare l’agenda su temi e proposte a lui poco congeniali. Specularmente si può notare una sostanziale indifferenza degli elettori rispetto ai temi dove Valls è più credibile e suo agio: la sicurezza, l’Europa, la gestione del fenomeno migratorio. Questo grafico, sempre dal sondaggio Elabe citato prima, è piuttosto eloquente.

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Per recuperare Valls ha solo una speranza: attirare molte persone che non sono andate a votare ieri, puntando sul suo profilo presidenziale e sulla sua (presunta) capacità di ottenere un miglior risultato alle elezioni di aprile. Il suo messaggio sarà piuttosto chiaro: domenica prossima i socialisti sceglieranno, definitivamente, tra la sinistra di governo e “la sinistra dalle proposte irrealizzabili”. Il problema è che, a corpo elettorale immutato, gli elettori hanno già scelto per la seconda sinistra.

5-Emmanuel Macron incassa l’ennesima ottima notizia

Abbiamo analizzato più volte il fenomeno di Emmanuel Macron in questi mesi. Tra le varie ragioni del suo successo c’era quella della mancanza di un candidato del Partito Socialista. Fino ad oggi il leader di En Marche! ha avuto gioco facile a occupare lo spazio politico che va dalla destra del partito socialista ai repubblicani. Per tutta l’ultima parte del 2016 i socialisti sono rimasti sospesi aspettando l’annuncio di François Hollande, che alla fine ha deciso di non ripresentarsi; poi si sono gettati in una campagna per le primarie frenetica e poco chiara dal punto di vista politico (ancora, per cosa avrebbero votato gli elettori? Ce lo siamo chiesti per settimane).

È chiaro che dal risultato di ieri Emmanuel Macron esce piuttosto rafforzato. Innanzitutto per la partecipazione: con poco più di 1,5 milioni di elettori queste primarie non consegneranno alcuna dinamica favorevole al vincitore, chiunque egli sia. Avere alla sua sinistra un candidato legittimato da una forte investitura popolare avrebbe rappresentato un problema; dopotutto Macron si è candidato da indipendente alla testa di un movimento nato pochi mesi fa, e non può rivendicare alcun “popolo” in grado di mobilitarsi concretamente per sostenerlo. In secondo luogo, dal punto di vista politico un candidato come Hamon è l’ideale: le loro due proposte sono incompatibili, la visione liberale-libertaria della società e la sensibilità per il mondo delle imprese e dell’economia digitale rappresentata da Macron è lontanissima da quella del favorito alle primarie del PS. Un candidato come Valls, magari distante su alcuni temi (lotta al terrorismo, laicità) ma molto simile su economia e lavoro, sarebbe stato più competitivo nei suoi confronti, e avrebbe suscitato una domanda spontanea: “se non siete poi così lontani, perché non riuscite a mettervi d’accordo”?

Di tutto questo continueremo a parlare nella puntata speciale di sabato prossimo. Come per questo week end ci sentiamo prima del voto per fare un punto della situazione e lunedì mattina, per commentarlo.

Per oggi è tutto, a sabato prossimo!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, edizione straordinaria: i socialisti al voto!

Edizione straordinaria della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva anche ogni domenica sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Domani c’è il primo turno delle primarie del Partito Socialista. Analizziamo le ultime notizie e gli ultimi sondaggi, la partita è davvero aperta

2-Il 19 gennaio è stato pubblicato un sondaggio molto accurato sulle intenzioni di voto al primo turno delle presidenziali, Marine Le Pen è in testa e François Fillon in flessione: lo commentiamo insieme.

1-Le Primarie del Partito Socialista

Come sapete, domani i socialisti voteranno per il primo turno delle primarie. I seggi saranno aperti sino alle 19, e conosceremo i primi risultati reali in un paio d’ore. È molto difficile prevedere l’affluenza, secondo un sondaggio Elabe pubblicato mercoledì i partecipanti dovrebbero superare i due milioni. È sufficiente? L’ho chiesto al direttore dell’Istituto Ipsos, Brice Teinturier, che mi ha spiegato che con due milioni e mezzo di partecipanti i socialisti potranno dire di aver raggiunto la partecipazione di cinque anni fa alle primarie che vinse François Hollande, e dunque rivendicare un risultato “onorevole”. Se però l’affluenza dovesse essere inferiore ai due milioni, il PS andrebbe incontro ad un “fallimento colossale”, sia dal punto di vista economico che politico. 

Gli unici dati certi che abbiamo sinora sono quelli dei dibattiti: l’ultimo confronto televisivo, andato in onda giovedì sera su France 2, è stato guardato da 3,1 milioni di telespettatori (15% di share), 2 milioni in meno rispetto al terzo dibattito delle primarie della destra. Gli altri due dibattiti erano stati seguiti da 3,8 milioni (giovedì scorso) e 1,7 milioni (domenica sera). I francesi dimostrano un minore interesse rispetto alle primarie della destra ma, visti i contesti e le prospettive differenti in cui si sono svolte le due consultazioni, non è una sorpresa. Una visione più ottimistica della partecipazione viene invece registrata da un sondaggio Ifop realizzato per il Figaro (di seguito l’infografica).

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È interessante soffermarsi sulle due motivazioni date dagli elettori per spiegare la loro partecipazione: il 49% degli intervistati risponde che voterà perché si sente vicino ai valori di sinistra mentre il 48% andrà a votare perché gli viene data l’occasione di scegliere il prossimo Presidente della Repubblica. È questa la chiave delle primarie di domenica: se gli elettori di sinistra voteranno per chi credono abbia più chance di competere alle presidenziali o addirittura vincere, allora dovrebbe essere avvantaggiato Manuel Valls, visto il suo profilo di uomo di Stato e i suoi migliori risultati nei sondaggi; se invece sceglieranno in base alla loro sensibilità politica, designando il candidato capace di rappresentare al meglio i valori di sinistra, il vantaggio sarà di Hamon e Montebourg. Un’indicazione interessante su questa tendenza la forniscono da un lato gli ultimi sondaggi, dall’altro le rilevazioni effettuate subito dopo i dibattiti: la dinamica di Benoit Hamon raccontata la settimana scorsa è confermata.

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Come vedete da questo sondaggio di Elabe (pubblicato il 18, quindi prima dell’ultimo dibattito), Valls e Hamon sono a pari merito nelle intenzioni di voto del primo turno, seguiti a poca distanza da Arnaud Montebourg. La differenza sta nell’evoluzione: Hamon avanza di tre punti rispetto all’ultima rilevazione, Valls arretra. L’ex ministro dell’istruzione ha fatto un’ottima campagna elettorale, ha trovato un tema forte che lo identifica (la sua proposta di reddito universale) ed è cresciuto costantemente sia nei sondaggi che nella partecipazione ai suoi incontri (mercoledì ha riempito l’Institut National de Judo, a Parigi, con più di 3000 persone). Anche nell’ultimo dibattito Hamon è stato molto apprezzato, specialmente tra gli elettori che si dichiarano più di sinistra.

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Interessante è, come risulta da questo sondaggio effettuato immediatamente dopo il dibattito, il miglioramento netto della percezione dei telespettatori rispetto ad alcune qualità di Hamon, specularmente alla difficoltà di Manuel Valls, che non ha commesso grandi errori ma è comunque parso meno credibile.

Senza fare una cronaca dell’ultimo dibattito, è secondo me importante sottolineare come in massima parte la proposta di reddito universale incondizionato di Benoit Hamon, abbia catalizzato le critiche di tutti gli altri candidati, segno di quanto sia un tema sentito in un paese come la Francia che ha una disoccupazione molto alta e stenta a trovare soluzioni. Per chi arriva adesso ricordo che Hamon propone l’instaurazione di un reddito universale senza condizioni, proposta che in questi mesi stanno applicando in Finlandia con un esperimento rivolto a duemila persone. La sua diagnosi è che l’economia digitale distruggerà più posti di lavoro di quanti ne creerà anche sul lungo periodo, va quindi totalmente ripensato il welfare, senza temere di ammettere che l’idea del lavoro al centro della vita degli esseri umani potrebbe diventare un concetto superato.

Questa proposta, oltre alle visioni totalmente differenti su immigrazione e sicurezza da parte di tutti i candidati, rende l’idea di quanto sia diviso il Partito Socialista. Restando al tema del lavoro è molto difficile che una proposta come quella del reddito universale proposta da Hamon possa andare d’accordo con quella basata sullo stimolo alla competitività interna abbassando le tasse sulle imprese e defiscalizzando gli straordinari immaginata da Valls; con l’idea di protezionismo economico e grandi investimenti pubblici per creare occupazione di Montebourg o con quella del lavoro come architrave della società al centro della filosofia di Vincent Peillon.

Come sottolineato la settimana scorsa non ci sono stati grandi scontri durante i dibattiti, visto che i candidati hanno fatto molta attenzione a non mostrare un partito diviso. Se però si leggono i programmi o le varie dichiarazioni ci si rende conto di quanto il tema delle “sinistre irreconciliabili” teorizzate proprio da Manuel Valls pochi anni fa sia attuale e ineludibile. A questo punto non resta che aspettare domenica sera per avere un quadro più chiaro della situazione; lunedì mattina analizzeremo il risultato alla luce dei due candidati qualificati al ballottaggio e della partecipazione che, come detto in apertura, è molto rilevante.

2-È stato pubblicato un sondaggio molto accurato

Il sondaggio è stato realizzato da Ipsos in collaborazione con Le Monde. Sono stati intervistati 15.921 francesi dal 10 al 15 gennaio. Ipsos farà un’inchiesta approfondita sulle intenzioni e motivazioni di voto una volta al mese da qui sino a giugno, qui trovate l’analisi del Monde con alcune infografiche.

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Analizziamo alcune tendenze:

A- Macron è stabilmente terzo, come spiegato più volte ha una base elettorale maggiore nel caso in cui non si dovesse presentare François Bayrou, presidente del partito centrista MoDem e grande sostenitore di Alain Juppé alle primarie della destra. Al momento non è ancora chiaro cosa farà, ma ha poco tempo: le candidature devono essere ufficializzate entro il 17 marzo.

Finora il leader di En Marche! ha condotto una campagna quasi perfetta, aiutata dalla grande attenzione della stampa: per curiosità sono andato a contare il numero di copertine dedicategli nel 2016 dai settimanali francesi, arrivato a 40 la mia reazione è stata: “ok sono tantissime forse è meglio che torno a scrivere”. Va detto che Macron fa di tutto per inserirsi nel dibattito quotidiano: se è vero che la sua ascesa è già una notizia, ogni giorno trova un modo per far parlare di sé: in settimana è andato a Berlino, lodando pubblicamente la politica di accoglienza di Angela Merkel, ha riempito un teatro a Lille (una città teoricamente a lui ostile) con più di 5000 persone, ogni giorno una personalità politica di un certo peso dichiara di sostenerlo o si aggiunge alla sua équipe.

La strategia non è però solo comunicativa; certo, avere i titoli di giornali, radio e televisione aiuta, ma Macron persegue anche un altro obiettivo: vuole dare la sensazione di essere alla guida di una squadra di alto livello, non solo un bravo candidato. Così, quando arriverà il momento, non avrà difficoltà a spiegare con chi governerà, domanda scomoda per un personaggio che ha fondato un suo movimento a meno di un anno dalle presidenziali e non si è mai candidato ad una carica elettiva.

B-Fillon è in relativa difficoltà

François Fillon è in difficoltà nei sondaggi. Come avrete notato, nelle intenzioni di voto perde tra i 3 e i 4 punti rispetto a dicembre (se vi interessa il sondaggio Ipsos di dicembre lo trovate qui) a seconda dell’offerta politica in campo. Non è solo nelle intenzioni di voto che l’ex primo ministro di Nicolas Sarkozy mostra una flessione: nel barometro mensile pubblicato dal Figaro Magazine il candidato repubblicano perde ben 11 punti nell’“inchiesta sull’avvenire” (la domanda che viene posta in questi sondaggi è se, secondo l’intervistato, il personaggio politico considerato giocherà un ruolo rilevante nei prossimi mesi/anni); in un sondaggio simile realizzato da Ifop per Paris Match Fillon perde 8 punti di fiducia tra le classi popolari, dal 19 all’11%. Cosa sta succedendo? In parte un arretramento nei sondaggi è fisiologico: dopo la vittoria alle primarie il candidato repubblicano ha avuto una relativa luna di miele con i francesi che, vista la sorpresa per la sua vittoria, non conoscevano bene le sue proposte.

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Il barometro mensile del Figaro

Ma va considerato che tra dicembre e gennaio Fillon è stato il bersaglio preferito di tutti i candidati e di parte della stampa. Le critiche al suo programma “brutale” e “troppo radicale” sono arrivate persino da alcuni esponenti della sua stessa forza politica e molti elettori che potevano trovare il suo progetto interessante si sono spostati verso Macron (soprattutto i liberali a disagio con le posizioni molto conservatrici in tema di società). Delle sue difficoltà parleremo meglio nelle prossime puntate, anche perché Fillon ha già dimostrato di non tenere in grandissima considerazione i sondaggi e gli interessi dei media “sono io che fisso la mia agenda, non i giornalisti”; dopotutto in alcuni sondaggi di quest’estate non era nemmeno considerato, e abbiamo visto com’è andata a finire.

C-Marine Le Pen è straordinariamente alta nei sondaggi

Non abbiamo parlato molto di Marine Le Pen nelle ultime settimane, se non rispetto ad alcune questioni abbastanza specifiche: un candidato della destra per lei più ostico di Juppé o Sarkozy, la polemica tra Marion Maréchal Le Pen e Florian Philippot, i problemi di finanziamento del partito, a cui le banche francesi non fanno credito, l’ascesa di Macron, con la conseguente attenzione della stampa.

Tutte queste cose avevano portato Marine Le Pen a cambiare leggermente la sua strategia, fino ad ora incentrata su una “dieta mediatica” piuttosto strana per un candidato alle presidenziali: poche apparizioni televisive, pochissime interviste sui giornali e pochi tour elettorali sino al 5 febbraio, quando inizierà ufficialmente la campagna elettorale a Lione. L’idea era far parlare i fatti: i problemi dell’immigrazione, l’emergenza terrorismo, l’occupazione che stenta a ripartire, il “popolo che prende in mano il suo destino” con la Brexit e l’elezione di Donald Trump, tutti avvenimenti predetti o auspicati dal Front National, che dunque non aveva bisogno di saturare i media per essere al centro del dibattito pubblico.

Visti i problemi sottolineati poco fa e la concorrenza inaspettata di Macron e Fillon, Marine Le Pen ha deciso di anticipare alcuni suoi interventi pubblici (ne avevamo parlato qui), proprio per evitare di perdere terreno rispetto agli avversari. Evidentemente non ce n’era bisogno, e questo è piuttosto sorprendente: senza fare campagna elettorale il Front National è primo partito, rimanendo stabile o addirittura guadagnando uno/due punti percentuali. Cosa succederà dopo delle grandi manifestazioni e un paio di grandi interviste in prima serata?

3-Una notizia flash

-Manuel Valls ha preso uno schiaffo da un estremista di destra bretone, nel corso di un suo tour elettorale in Bretagna. Non è la prima volta che l’ex primo ministro viene contestato duramente durante le sue passeggiate elettorali, ma non aveva mai subito violenza fisica finora. Tutti hanno condannato il gesto, chiaramente, ma conferma una fase di difficoltà per Valls, che ieri sera ha terminato a Parigi la sua campagna elettorale e ha visto il suo discorso interrotto più volte da una serie di contestatori.

Ringraziamenti, doverosi

Francesco Costa, che molti di voi già conoscono, ha segnalato questa newsletter nella sua ultima/prima puntata. A lui va un ringraziamento speciale, sia per questo ulteriore aiuto che per i consigli e la disponibilità che ha sempre mostrato nei miei confronti. Se non siete già iscritti alla sua newsletter potete farlo qui, se poi volete aiutarlo economicamente per il grandissimo lavoro che fa e che chiaramente ha dei costi potete farlo seguendo questo link.

Infine, grazie a tutti quelli che si sono iscritti e si stanno iscrivendo in queste ore semplicemente sulla fiducia, senza conoscermi. Cominciate ad essere tanti e io mi sento sempre più responsabile.

Per oggi è tutto, a lunedì, quando commenteremo i risultati del primo turno!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, diciassettesima settimana: le primarie dei socialisti, domenica prossima

Diciassettesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui. 

Le notizie sono moltissime, ed è complicato riuscire a spiegare tutto senza rendere la newsletter lunghissima e forse ad un certo punto anche noiosa. Per cui oggi affronteremo solo i socialisti, rimandando le notizie sugli altri candidati. Com’è accaduto per le primarie dei repubblicani, la settimana prossima riceverete due newsletter, una sabato e una lunedì, avremo quindi modo di affrontare per bene anche il resto.

1-Manca una settimana al primo turno delle primarie

Giovedì i socialisti hanno tenuto il loro primo dibattito. L’audience è stata di 3,8 milioni di telespettatori, 18% di share; sono due milioni in meno rispetto al primo dibattito dei repubblicani, visto da 5,6 milioni di persone con il 26,3% di share. Il dibattito è stato meno seguito anche rispetto al 2011, durante le primarie che incoronarono François Hollande. In quel caso si registrarono quasi 5 milioni di telespettatori.

Il confronto è stato molto lungo e francamente un po’ artificiale. Come analizzato in precedenza, i programmi sono molto diversi, eppure i candidati hanno accuratamente evitato di attaccare gli altri, tendendo più a recitare una serie di piccoli monologhi che a dialogare con chi avevano di fianco. Per farvi capire il clima, alla prima domanda Manuel Valls ha iniziato a rispondere chiarendo subito di “non avere nemici né avversari stasera”, immediatamente seguito dai vari appelli all’unità di tutti gli altri. Il momento più polemico è stato forse quando Benoit Hamon ha criticato il progetto di décheance de nationalité (la possibilità di privare della cittadinanza francese i condannati per terrorismo), facendo reagire in modo molto sorpreso Manuel Valls (che però si è limitato a qualche smorfia, senza replicare direttamente).

Il paragone con le primarie e i dibattiti dei repubblicani è naturale, ed è difficile da sostenere. I candidati della destra erano politici di peso: oltre ai due ex primi ministri (Fillon e Juppé) e un ex Presidente della Repubblica (Sarkozy), anche i cosiddetti candidati minori avevano ricoperto ruoli di estrema rilevanza, tutti ministri più volte tranne Jean-Frédéric Poisson. I quattro candidati socialisti vengono dalle varie minoranze, nessuno ha mai rappresentato la parte più importante del PS: non è facile operare la famosa “sintesi” se hai costruito tutto il tuo percorso politico su posizioni di minoranza. Nelle scorse settimane ci si chiedeva quanto questa postura avesse danneggiato l’inizio della campagna elettorale di Manuel Valls, che aveva parlato molto di unità e preso posizioni poco coerenti rispetto ai suoi punti di forza, rinnegando alcune scelte prese quando era primo ministro (l’utilizzo della fiducia, che in Francia è uno strumento molto controverso, su tutte), e faticava a far valere il suo ruolo di primo ministro. Allo stesso modo le posizioni del passato e la storia personale danneggiano Montebourg e Hamon, entrambi incapaci di rappresentare un candidato maggioritario.

La mancanza di François Hollande, tra l’altro, si è fatta sentire. Senza un candidato molto controverso e che suo malgrado calamitasse l’attenzione dei media e degli altri candidati il dibattito è stato meno dinamico e interessante; mentre gli elettori di centrodestra potevano farla finita con Sarkozy, ai simpatizzanti della gauche non è data la possibilità di voltare veramente pagina rispetto ad una stagione politica. Certo, Valls rappresenta in parte il bilancio di Hollande, ma nel sistema francese il presidente è una sorta di “monarca repubblicano” e attaccare il suo primo ministro non è la stessa cosa: per un elettore poco interessato l’idea di andare a votare in una consultazione per eliminare politicamente Hollande può avere un senso, non si può fare lo stesso ragionamento per Valls.

Che dire poi dell’entusiasmo? La riuscita delle primarie si basa sull’entusiasmo, sulla promessa di cambiamento (come fu per Hollande nel 2011 e com’è stato per Fillon a novembre). In questo caso nessuno è entusiasta, perché queste primarie, pensate per François Hollande, sono diventate un congresso del PS per designare un candidato in grado di evitare l’implosione della storica gauche de gouvernment. Il messaggio filtrato sinora è abbastanza chiaro, e lo hanno integrato persino i vari candidati: difficilmente da queste elezioni interne verrà fuori il probabile prossimo presidente; la partita, come visto, è un’altra. Infine, da non sottovalutare, non è in gioco il destino politico di nessuno, non ci troviamo di fronte all’ultima chance com’è stato per Juppé, Fillon e Sarkozy. I tre repubblicani erano obbligati a vincere le primarie; la sconfitta significava il ritiro dalla vita politica. Per i candidati socialisti, tutti intorno ai cinquant’anni, è molto più difficile parlare di carriera finita a prescindere dal risultato. È dunque chiaro che l’approccio è diverso, in questo caso.

Ma forse il più grande problema del dibattito è stato la mancanza di chiarezza nelle prospettive. Nessuno ha avuto la capacità di porre con forza il tema di cos’è oggi il Partito Socialista, dove vuole andare e perché solo il suo progetto è in grado di riportare la sinistra all’Eliseo; nessuno ha osato affrontare le profondissime divisioni ideologiche in campo. Se è vero che le fratture nella destra erano più di natura personale che politica, visti i trascorsi difficili e le varie incomprensioni, la sinistra è segnata da visioni del mondo del lavoro, delle questioni di sicurezza e dell’Europa difficilmente conciliabili. Ciononostante non si sono visti attacchi duri anche quando ce ne sarebbe stata l’occasione, specialmente su alcune scelte di Manuel Valls o su alcune proposte degli altri candidati. Nessuno ha avuto il coraggio di discutere con franchezza: esattamente l’atteggiamento che ha fatto naufragare il quinquennio di Hollande, ostaggio delle incomprensioni e ambiguità ideologiche della sua maggioranza.

La scelta di evitare il confronto su questi temi viene probabilmente dalla necessità di non mostrare un partito socialista a sua volta diviso in una sinistra già spaccata in tre, vista la presenza ed il relativo successo di Mélenchon e Macron. La strategia rischia però di disinteressare ancor di più un elettorato che ha ormai interiorizzato la sconfitta.  Su Mediapart Hubert Huertas pone bene la questione: “il partito socialista è pronto ad affrontare le contraddizioni che lo fratturano oppure le nasconderà sotto il tappeto?”

2-Cosa dicono i Sondaggi?

Ne commentiamo due, il primo è stato effettuato subito dopo il dibattito,  il secondo invece è di ieri ed è stato realizzato tra l’11 e il 13 gennaio, quindi prima e dopo il dibattito.

A-Montebourg è stato il più convincente

 

Come vedete Arnaud Montebourg è considerato il candidato più convincente dall’insieme dei telespettatori. Questo è un dato importante, siccome finora la sua campagna elettorale non è stata molto entusiasmante, come vedremo a breve. L’altro dato molto interessante è quello tra i simpatizzanti di sinistra, più motivati ad andare a votare domenica prossima: Benoit Hamon è il candidato più convincente, nonostante una prestazione non particolarmente entusiasmante, come ha lui stesso ammesso il giorno dopo.

Perché dico che il dato è interessante? Perché nelle ultime settimane abbiamo osservato una dinamica favorevole alle sue idee e alla sua candidatura; questo sondaggio la conferma. Allo stesso modo Montebourg in terza posizione tra i simpatizzanti conferma la difficoltà che incontra l’ex ministro dell’economia rispetto alla piattaforma del suo rivale, evidentemente più credibile per gli elettori della sinistra PS che sicuramente non voteranno Manuel Valls.

B-Le intenzioni di voto

La prima cosa da notare è che l’interesse verso le primarie è cresciuto, anche se di poco, rispetto alle rilevazioni effettuate prima del dibattito.

 

Per quanto riguarda le intenzioni di voto, Valls si conferma favorito (ma un altro sondaggio lo dava perdente al secondo turno), e Hamon conferma la sua popolarità tra i simpatizzanti di sinistra, arrivando molto vicino a Montebourg tra i simpatizzanti del PS. Insomma, i giochi sono apertissimi.

3-Un po’ di considerazioni sui tre principali candidati

A-Valls si è comportato bene

Il grande rischio di Manuel Valls era diventare il bersaglio delle critiche di tutti gli altri candidati: unico ad aver partecipato fino in fondo al bilancio di Hollande, bilancio contro cui si sono candidati Hamon e Montebourg, che all’inizio speravano di affrontare il Presidente uscente con una campagna molto aggressiva. Invece, come visto prima, nessuno ha basato la propria strategia sul “tutto tranne Valls”:  l’ex primo ministro è uscito indenne da questo punto di vista, e anzi ha utilizzato la domanda sul “come considera la presidenza Hollande in una sola parola” rispondendo in maniera decisa e più efficace degli altri: “fierezza. Sono fiero di aver servito il paese durante un periodo difficilissimo: la lotta al terrorismo. Non dimentichiamolo mai.

Questa risposta ha consentito poi a Valls di battere forte sui suoi temi storici, cioè sicurezza e identità, dove è riuscito a ritagliarsi uno spazio preminente vista anche la sua responsabilità di governo passata. È andato relativamente in difficoltà sui soggetti economici, specialmente sulla contestata legge del lavoro che Hamon e Montebourg hanno detto di voler abrogare, ma tutto sommato poteva andargli molto peggio. Possiamo dire di aver visto l’ex primo ministro più a suo agio rispetto a quanto era apparso nelle uscite mediatiche precedenti  e deciso nell’imporre la propria statura istituzionale, certamente più strutturata di quella dei suoi concorrenti. Certo, non è stato brillante o particolarmente trascinante, ma d’altronde non lo è stato nessuno.

B-C’è spazio per un paragone Hamon-Fillon?

Dal punto di vista della dinamica il paragone può esserci. Se andiamo a vedere la progressione nei sondaggi, lo spazio che viene dato alle sue idee, alla sua coerenza, e alla sua capacità di parlare alla sinistra del partito allora sì, effettivamente ci sono delle somiglianze. Come visto la sua apparizione televisiva è stata apprezzata; i sondaggi post-dibattito contano relativamente in termini elettorali, possono però darci un’indicazione abbastanza precisa sulla dinamica, sul sentimento che Hamon riesce a suscitare. L’ex ministro dell’istruzione ha però un problema, che si è visto nella sua partecipazione al programma Émission Politique dell’autunno scorso e che è riapparso nel dibattito di giovedì: non ha statura presidenziale, come conferma una delle domande del sondaggio analizzato prima, posta a chi aveva appena guardato il dibattito.

E qui sta forse il paradosso: se queste primarie fossero pensate per scegliere un potenziale presidente della repubblica, allora una mancanza del genere conterebbe molto. Ma ad un’eventualità del genere non credono nemmeno i socialisti (poi può cambiare tutto, ma al momento è davvero molto difficile vedere un altro socialista all’Eliseo in primavera). Se invece è un buon capo dell’opposizione che in queste due domeniche gli elettori del partito andranno a scegliere, allora il difetto potrebbe contare molto meno. La sua sfida è rendere in qualche modo credibile la sua proposta faro, quella del reddito universale, che per ora lo ha caratterizzato e ha anche catalizzato le critiche durante il dibattito. Ha poco tempo per farlo, e il format dei dibattiti non lo aiuta: una campagna così corta potrebbe penalizzarlo.

 

C-I problemi di Montebourg

Arnaud Montebourg sembrava essere lo sfidante più accreditato. Nei sondaggi che circolavano quando si credeva che Hollande avrebbe partecipato alla competizione era molto alto, in alcune rilevazioni era addirittura vincente. La sua campagna però stenta a decollare: le proposte sono di sinistra classica, cioè alzare la spesa pubblica e fare “piena occupazione” con investimenti. A ciò aggiunge la retorica sul patriottismo economico e contro le banche, oltre alla critica alle politiche di austerità vere “responsabili della perdita di potere d’acquisto e della disoccupazione”. Su questi temi, ancora più di Benoit Hamon, Montebourg è coperto da Mélénchon, che in questi mesi ha monopolizzato l’attenzione dei media per quanto riguarda la sinistra radicale. Infine sta soffrendo la dinamica di Hamon, che pur venendo da un’area politica molto simile, ha avuto il merito di mettere in piedi una proposta davvero innovativa. La rilevazione Elabe effettuata subito dopo il dibattito è quindi un’ottima notizia, nei prossimi dibattiti sarà con ogni probabilità molto più aggressivo.

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