Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, venticinquesima settimana: la nuova strategia di Marine Le Pen

 

Venticinquesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Fillon ha vinto il suo braccio di ferro, ma ciò che è successo nelle ultime settimane sarà molto difficile da ricomporre;

2-La campagna di Benoît Hamon non decolla, e la destra del partito comincia ad abbandonarlo;

3-Marine Le Pen ha cambiato il tema portante della sua campagna elettorale: non più sovranismo ma identità.

1-Fillon ha vinto il suo braccio di ferro

Dopo la difficilissima settimana passata, Fillon ha vinto il suo braccio di ferro. Rimarrà candidato, ormai senza alcun dubbio. I suoi problemi però non sono finiti, la spaccatura esiste ed è profonda, a dimostrazione di come queste presidenziali 2017 siano un momento storico per la politica francese, a prescindere di come finiranno.

Partiamo dalla spaccatura personale. Tra Alain Juppé e François Fillon non c’è mai stato un rapporto profondo, i due hanno sempre militato in correnti diverse nel partito e si sono spesso divisi su scelte importanti. Esisteva però una stima reciproca. Dopo la sconfitta alle primarie Juppé è tornato a Bordeaux e ha sostenuto a distanza il candidato del suo partito, non era impegnato in prima persona ma tutti i suoi “luogotenenti” erano in prima fila ai comizi e ampiamente rappresentati nell’organigramma. Ciò che invece è successo nell’ultimo mese ha in qualche misura turbato Alain Juppé, che non conosceva questa versione più radicale e quasi trumpiana di Fillon. E infatti nella breve conferenza stampa di lunedì mattina il sindaco di Bordeaux ha duramente criticato il candidato per la sua “ostinazione” e per aver radicalizzato l’elettorato di destra. Un elettorato che evidentemente non riconosce più, e forse non ha mai riconosciuto.

Sarebbe però un errore interpretare questa frase legandola solo al contesto della manifestazione del Trocadero. In piazza, a Parigi, si è mobilitato il cuore dell’elettorato fillonista, in particolare la galassia che ha partecipato alle sfilate della Manif Pour Tous, le manifestazioni contro i matrimoni omosessuali, e in particolare il suo movimento militante, Sens Commun (per approfondire l’influenza del voto cattolico per Fillon durante le primarie potete leggere questa edizione della newsletter). Ma non è questo l’elettorato “radicalizzato”  di cui parla Alain Juppé.

Qual è il punto? Il punto è che Nicolas Sarkozy aveva cominciato a cambiare  gli elettori di riferimento del movimento post-gollista, riuscendo ad ampliarne la base. La vittoria di François Fillon, per quanto conseguita in rottura personale con l’ex presidente, andava nella stessa direzione; gli elettori hanno deciso che sarebbe stato Fillon a rappresentarli, ma ideologicamente tra i due non c’erano enormi differenze, anzi. La diagnosi è la stessa, ed è la seguente: la società francese si è spostata a destra, le classi popolari anticomuniste che votavano ampiamente de Gaulle negli anni ’60 sono state attirate dal messaggio di rottura del Front National. Per vincere bisogna rivolgersi a loro ma, poiché la società è molto cambiata rispetto agli anni d’oro del gollismo, bisogna farlo con una retorica nazional-popolare.

Alle primarie si sono affrontate questa visione, che è risultata maggioritaria, e quella della destra gollista più “gestionale” o “elitaria”, nata con Jacques Chirac e divenuta egemone con la conversione al liberalismo operata negli anni ’80. Juppé, il più anziano del gruppo, era stato uno dei protagonisti di quella stagione. Al contrario Fillon non aveva aderito a questa svolta, essendo cresciuto politicamente nella corrente del gollismo sociale di Philippe Séguin, grande rivale di Chirac e del primo ministro liberal-gollista, Eduard Balladur. Fillon aveva vinto le primarie, partecipate da più di 4 milioni di elettori, con un discorso sì liberale ma soprattutto conservatore e identitario.

Le due visioni avevano un seguito diverso: il cuore della destra di Jacques Chirac era molto più ristretta di quella di de Gaulle o di quella di Sarkozy.  Basti vedere i risultati al primo turno nelle varie elezioni: Sarkozy nel 2007 arrivò a 11,5 milioni di voti con il 31%, nel 2012 a 9,7 con il 27%. Chirac nel 2002 prese solo 5,6 milioni di voti con il 19%, e nel 1995 6,3 con il 20%. È chiaro che si tratta di due basi elettorali molto diverse. Alain Juppé non è riuscito a presentarsi come credibile piano b anche perché nei repubblicani la sua posizione è in minoranza, probabilmente negli ultimi anni lo è sempre stata e nemmeno dopo un terremoto del genere è parsa in grado di salvare la sua famiglia politica. La rinuncia e l’amara conferenza stampa del sindaco di Bordeaux constata questo, oltre all’atteggiamento sconsiderato di François Fillon.
C’è però un tassello che manca a Fillon e che invece votava con convinzione per Sarkozy: l’elettorato popolare. Secondo l’ultimo sondaggio Ifop solo il 9% delle categorie popolari al momento si dichiara per Fillon, troppo poco per vincere le elezioni.

La continuità tra Sarkozy e Fillon si nota anche con il peso orami egemone che hanno assunto i sarkozysti nella campagna elettorale di Fillon. È chiaro che in molti non hanno abbandonato la barca per un calcolo di opportunità, ma è altrettanto vero che ritengono in ogni caso il messaggio di Fillon del tutto valido, cosa che invece non riteneva Alain Juppé.

2-La campagna di Hamon non decolla

Il fattore essenziale delle campagne elettorali di successo è la capacità di mostrare una dinamica, di riuscire a trasmettere entusiasmo e far credere possibile il successo.

Come si misura?

Innanzitutto mostrando una progressione nelle intenzioni di voto com’è capitato a Macron, o consolidando una posizione già molto alta e molto stabile, come capita ormai da anni a Marine Le Pen. I sondaggi da soli non bastano chiaramente, e per evitare le accuse di rappresentare solo una “bolla mediatica” il candidato dev’essere in grado di tenere delle riunioni pubbliche molto partecipate, che dimostrino l’esistenza di un movimento di cittadini che si muovono per ascoltare il proprio leader. Sono molto importanti anche le dichiarazioni di sostegno da parte di personaggi conosciuti della politica: magari non spostano voti, ma mostrano, appunto, una dinamica, una progressione. Infine, cosa più importante, una candidatura di successo deve essere incentrata su un messaggio molto forte e riconoscibile, che possa dare un’identità precisa a chi decide di impegnarsi per sostenerla.

Tutti questi ingredienti mancano alla campagna elettorale di Benoît Hamon, che stenta nei sondaggi (è ormai costantemente sotto il 15%, a pochissima distanza dal suo vero rivale: Jean-Luc Mélenchon), non ha fatto ancora un grande comizio (finora ha scelto posti abbastanza piccoli e venerdì a Le Havre metà palazzetto era vuoto), e al posto di ricevere sostegni da parte del suo partito inizia a perdere pezzi. Come detto le defezioni degli “elefanti” del partito socialista non spostano voti, ma fanno parte della dinamica; essere abbandonato dai tuoi non è un bel segnale.

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Come vedete, la percentuale di chi pensa che Benoît Hamon sta conducendo una buona campagna è crollata di 20 punti dalla sua vittoria alle primarie. Qualcosa non va.

In più, la proposta del reddito universale di esistenza (750 euro mensili da versare a tutti i cittadini senza condizioni) si è trasformata:  già a dicembre il candidato aveva detto che in una prima fase l’assegno sarebbe stato di 535 euro e solo ai giovani dai 18 ai 25 anni. Ne sarebbe poi seguita una seconda con l’attribuzione dei 750 euro in maniera incondizionata. Fin qui una semplice presa di coscienza che una misura del genere avrebbe necessitato di varie fasi per potere essere applicata. Giovedì scorso però, interrogato in televisione, Hamon ha completamente cambiato posizione: il reddito universale di esistenza sarà versato solo ai giovani tra i 18 e i 25 anni e in maniera decrescente rispetto al reddito ai lavoratori che guadagnano meno di 1,9 volte lo SMIC (il salario minimo). Tutti gli altri ne sono esclusi. Ecco che le parole “universale di esistenza” non esistono più, ed è rimasto solo il “reddito” (qui un approfondimento del Monde).

Per la cronaca, Hamon aveva vinto le primarie proprio grazie a tutti questi ingredienti: moltissimi giovani si erano impegnati per lui e avevano costruito una bella campagna, partecipata, piena di speranza e di cambiamento, con sale piene ovunque, e media sinceramente incuriositi dalla proposta nuova e inattesa.

Infine, Hamon ha individuato in Emmanuel Macron il suo avversario più importante. È strano, non sono moltissimi gli elettori indecisi tra Hamon e Macron, anche perché il messaggio e i suoi destinatari sono abbastanza diversi. Gli elettori che Hamon dovrebbe sedurre sono quelli di Mélenchon, che hanno aspirazioni molto più simili a quelle del candidato socialista. Non lo ha fatto finora perché probabilmente non vuole inimicarsi chi vota sinistra radicale, ma per fare cosa? Per facilitare un accordo dopo le elezioni? Probabile, ma a quel punto le elezioni si sono svolte: se si rivelano un disastro Hamon rischia di perdere anche il Partito Socialista – e infatti uno dei motivi per cui Manuel Valls non raggiunge Emmanuel Macron è che spera di riprendere il comando del partito dopo le elezioni.

3-Marine Le Pen sta cambiando il suo messaggio

Ieri sono andato a Chateauroux, un paese di quarantamila abitanti al centro della Francia. È il quinto comizio/discorso di Marine Le Pen che vado a vedere e ho notato un’evoluzione, specialmente rispetto al messaggio che sembrava dovesse caratterizzare la campagna elettorale a settembre. A Brachay, il paesino dove Marine aveva cominciato la lunga maratona, lo slogan era “La France apaisée” la Francia pacificata, ed erano molti i riferimenti al Generale de Gaulle. Sembrava che Marine Le Pen volesse caratterizzare la sua campagna elettorale con un messaggio sovranista e meno identitario. In altre parole, sembrava avesse vinto la linea Florian Philippot piuttosto che la linea Marion Maréchal Le Pen.

Mi spiego meglio: nel Front National convivono due idee, che sembrano sovrapponibili ma non lo sono. L’ala sovranista, quella di Philippot per intenderci, mette al primo piano l’uscita dall’euro e dall’Europa ma ha a cuore anche un discorso sociale ed economico, con delle proposte simili a quelle della sinistra radicale (per esempio il ritorno della pensione a 60 anni). L’ala identitaria, quella di Marion Maréchal, spinge invece sulle radici cattoliche, sul conservatorismo di una Francia più rurale e più anziana, sulla paura dei migranti non tanto dal punto di vista economico, quanto dal punto di vista culturale; è una Francia che ha paura del “grand remplacement”, del  rischio di diventare minoranza a casa propria. Ieri un racconto comune che ho sentito da più simpatizzanti frontisti era il seguente: “sono andato ad abitare in campagna dopo la pensione, quando torno al centro città dove sono cresciuto non lo riconosco più, è in mano agli immigrati. Sembra di non essere più in Francia”.

Nelle ultime settimane la retorica anti euro è passata relativamente in secondo piano, Marine Le Pen non ha detto esplicitamente che vuole uscire dall’euro e ha trasformato l’Unione in un effetto collaterale del “mondialismo”, la globalizzazione senza volto che distrugge la Francia rurale, i posti di lavoro dell’industria francese e consente l’arrivo di centinaia di migliaia di migranti – e che ha in Emmanuel Macron il suo massimo rappresentante. Questo spostamento ha una ragione: parlare all’elettorato più radicale di Fillon, sia al primo che al secondo turno. Chi è più anziano e conservatore non necessariamente vede di buon occhio un’uscita traumatica dall’euro e anzi ne è spaventato, ma può essere d’accordo con un discorso identitario come quello che sta cercando di portare avanti Marine Le Pen. Meno economia, più identità.

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Come vedete da questo sondaggio, solo il 28% dei francesi è d’accordo con il ritorno al franco (ultima domanda) ma il 51% è d’accordo con l’uscita da Schengen (penultima domanda) e soprattutto il 54% è favorevole ad un referendum per rimanere o meno nell’Unione Europea (terzultima domanda).

Il personaggio della settimana

Bertrand Delanoë è stato il sindaco socialista di Parigi dal 2001 al 2014. È un politico molto conosciuto, chiaramente, molto stimato e molto popolare. Una sorta di vecchio saggio che non ha mai avuto particolari ambizioni nazionali, o se le ha avute non le ha mai concretizzate, e che fino a poco tempo fa si era ritirato. Ha detto in radio che voterà per Emmanuel Macron perché si riconosce nel suo progetto, e perché bisogna dar forza a chi affronterà “madame Le Pen” al secondo turno. Un sostegno non scontato e tendenzialmente senza contropartita che consente all’ex sindaco di tornare a pesare soprattutto nel dibattito pubblico.

consigli di lettura

-Secondo Marine Le Pen è Macron è il miglior avversario per il Front National. Lo spiega il JDD;

-Yves-Marie Cann e Chloé Marine spiegano come sono composti gli elettorati dei candidati di sinistra. L’articolo è sul sito della fondazione Jean Jaurès;

-Secondo Guillaume Tabard la vera chiave del prossimo scrutinio sono gli indecisi. Può succedere di tutto;

-L’analisi di slate.fr su cosa sta succedendo nei repubblicani francesi. Questo articolo è stato fondamentale per scrivere il primo punto di questa newsletter.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventunesima settimana: Marine Le Pen vola

Ventunesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Marine Le Pen ha cominciato la campagna elettorale. Commentiamo alcuni dati interessanti sullo share del talk show cui ha partecipato e analizziamo qual è davvero il suo potenziale elettorale.

2-Ancora una settimana complicata per François Fillon, che però ha raggiunto il suo principale obiettivo: continuare ad essere il candidato repubblicano alle presidenziali.

3-Due nuove sezioni, suggerite da amici e lettori.

1-Marine Le Pen è davvero competitiva?

È stata la prima settimana di campagna della leader del Front National. Domenica scorsa vi avevo raccontato a caldo il suo comizio, qui trovate un reportage che ho scritto per Gli Stati Generali (e qui ne ho parlato a Radio24 con Oscar Giannino). Marine Le Pen aveva un appuntamento mediatico molto importante: era invitata all’Émission Politique, uno dei talk show più seguiti della televisione francese. Chi è iscritto da un po’ conosce il programma, ma vale la pena ricordarne le modalità.

La trasmissione dura due ore, è presentata da due volti noti della televisione francese, Léa Salamé e David Pujadas, ed è strutturata in varie interviste su temi specifici condotte da giornalisti invitati appositamente. Si susseguono quindi esperti del mondo del lavoro (sindacalisti/imprenditori), cittadini comuni, un politico della parte avversa e un invitato a sorpresa. L’esercizio è molto duro, i conduttori hanno una reputazione di giornalisti abbastanza aggressivi, specialmente Léa Salamé, e il programma viene commentato sui giornali del giorno dopo e in televisione nei giorni successivi.

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Marine Le Pen ha polverizzato tutti i record: secondo il sondaggio realizzato dall’istituto Harris Interactive su commissione di France 2 e del programma, che diffonde i risultati in diretta, il 41% dei telespettatori si è detto convinto dagli argomenti di Marine. Come vedete, la leader del Front National fa meglio di Benoît Hamon, che aveva cominciato a crescere davvero nei sondaggi anche grazie alla sua buona prova televisiva, e François Fillon, per cui avevamo registrato una dinamica simile.

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L’altro record raggiunto da Marine Le Pen riguarda i dati di ascolto. Con 3,5 milioni di telespettatori e quasi il 17% di share distanzia nettamente Alain Juppé, che come vedete era stato seguito da “solo” 2,75 milioni (13,2% di share). Per comprendere il contesto, all’epoca il sindaco di Bordeaux era considerato praticamente il prossimo Presidente della Repubblica, capirete dunque che l’interesse nei suoi confronti era piuttosto alto.

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Tutto ciò va aggiunto al positivo quadro politico che si sta delineando. Abbiamo parlato nelle scorse settimane della solidità del suo elettorato, sottolineando come un voto molto identitario al primo turno può essere sintomo della difficoltà di allargare la propria base elettorale al secondo. A dicembre le primarie del centro-destra avevano in più designato un candidato molto difficile da affrontare per lei: Fillon era un concorrente ostico vista la sua popolarità tra gli elettori più radicali per la sua durezza in materia di sicurezza e immigrazione; la statura presidenziale indubbiamente superiore del repubblicano poneva a Marine Le Pen il problema di lavorare sulla sua immagine di eterna perdente; infine le posizioni conservatrici in tema di società piacevano molto all’elettorato cattolico più conservatore che negli ultimi anni invece guardava con interesse al Front National, grazie anche al profilo di Marion Maréchal Le Pen (se volete approfondire, qui trovate l’analisi della vittoria di Fillon a novembre). Le difficoltà di Fillon sono quindi benvenute.

 

Finora non avevamo affrontato questo discorso ma è utile dare uno sguardo ai sondaggi più recenti che iniziano a registrare le intenzioni di voto al ballottaggio. Il Front National fa un notevole balzo in avanti: stimato al 25/26% al primo turno, al secondo è capace di raggiungere un risultato tra il 35 e il 40% (dipende dell’avversario). Ciò vuol dire che una parte consistente dell’elettorato è pronto a spostarsi su Marine Le Pen, fino a questo punto non è mai successo. Il precedente che possiamo utilizzare sono le elezioni regionali del 2015: dopo un risultato francamente impressionante in alcune regioni al primo turno, solo in PACA (Provence-Alpes-Côte d’Azur) il partito è stato capace di incrementare sensibilmente la propria percentuale passando dal 40% al 45%. La candidata in quel caso era Marion Maréchal Le Pen.

Questo vuol dire che il Front National è potenzialmente in grado di allargare la propria base elettorale, seppure non in maniera decisiva visto che per ora parliamo di 1/10 dell’elettorato. Il problema è sempre lo stesso: per vincere devi convincere il 50%+1 dei francesi, molto complicato se non fai alleanze, tra l’altro al momento non in agenda. Fino ad oggi l’idea di condividere il potere o fare dei compromessi con altre forze politiche è rimasta estranea al DNA del Front National, che al contrario gioca sul concetto di “cittadella assediata”: noi da soli contro tutti.

Però guardate i (supposti) flussi nel grafico successivo: in caso di ballottaggio contro Emmanuel Macron (che vincerebbe 63-37) il 10% degli elettori di Mélenchon voterebbero per lei così come il 29% degli elettori di François Fillon. Sembra poco, non lo è. Controllate il risultato del padre, Jean Marie, alle presidenziali del 2002. Già un risultato del genere sarebbe una rivoluzione.

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Il sondaggio è stato realizzato da Ifop

2-François Fillon è, con fatica, ancora in sella

Il candidato repubblicano non sta passando un bel momento, come sapete bene. Ha però salvato il salvabile, cosa non scontata sino al week end scorso.

Lunedì ha organizzato una conferenza stampa al suo comitato. Dopo aver ribadito l’effettività dell’impiego di sua moglie e lanciato una sorta di “operazione trasparenza”, pubblicando online il suo patrimonio completo, ha chiesto scusa ai francesi.

“Lavorando con mia moglie e i miei figli ho privilegiato questa collaborazione di fiducia che oggi suscita sospetto. È stato un errore, lo rimpiango profondamente, e presento le mie scuse ai francesi.” 

Poi ha chiarito che non sta al “tribunale mediatico” giudicarlo, compito che spetta solo gli elettori.  Ha infine concluso la conferenza sostenendo che da quel momento sarebbe cominciata un’altra campagna, e che avrebbe imposto il suo programma e la sua agenda politica al dibattito pubblico.

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Come vedete il crollo comincia a inizio gennaio, quando i francesi hanno iniziato ad approfondire il programma molto duro sul piano economico e sociale. Dalla fine del mese diventa un’emorragia seria. Il grafico è de L’Express.

La sua è stata l’unica linea di difesa possibile: non si è rivolto davvero ai francesi, come ha detto, ma ha parlato al proprio campo. Se il crollo nei sondaggi è notevole, allo stesso tempo il 17/18% delle intenzioni di voto al momento attribuitegli è molto vicino alla percentuale storica della destra francese al primo turno, stimata intorno al 20%. La volontà di chiudere definitivamente il capitolo PenelopeGate gli consente di ricominciare a far campagna e rassicurare chi ha deciso di votare per lui.

Vi avevo raccontato dei dubbi sempre più consistenti di una parte del partito sull’opportunità di mantenere la sua candidatura. Martedì, alla riunione con i parlamentari, una parte di essi sembrava orientata a chiedere formalmente un passo indietro al candidato. Non è successo, perché? Perché sia i deputati più vicini a Juppé che i sarkozysti non sono stati in grado di imporre un proprio candidato: provarci avrebbe significato spaccare irrimediabilmente i repubblicani. L’atteggiamento di Fillon (che secondo alcuni ha peraltro preso in ostaggio la sua famiglia politica) ha ri-compattato i repubblicani dietro la sua candidatura;  le varie voci su una sua sostituzione sono cessate di colpo da lunedì sera, una volta terminata la conferenza stampa. Martedì è stato ospite di François Baroin, fedelissimo di Sarkozy, a Troyes; giovedì, a Poitiers, Jean-Pierre Raffarin, ex primo ministro sotto Chirac e gran sostenitore di Alain Juppé alle primarie, ha introdotto il comizio del candidato con un discorso molto appassionato e leale. Segnali inequivocabili.

Il discorso di Fillon a Poitiers è stato abbastanza incentrato su sicurezza e immigrazione, strategia che probabilmente verrà tenuta nelle prossime settimane: la sua proposta economica è quasi brutale (500.000 funzionari pubblici in meno, grande riduzione delle spese pubbliche, interventi anche sulla sanità), e chiedere sacrifici ai francesi dopo uno scandalo che ha messo in luce una relazione “interessata” con il denaro non è molto credibile. Fillon cercherà quindi di evitare una fuga del suo elettorato più radicale verso Marine Le Pen e allo stesso tempo blandirà gli indecisi che guardano a Macron, giocando sulla sua solidità internazionale e sulla sua innegabile esperienza di governo.

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Come notate la caduta di consenso di Fillon è avvenuta anche all’interno dei simpatizzanti repubblicani. È a loro che il candidato si rivolge principalmente in questo momento.

La retorica contro la stampa e il potere socialista, che starebbe cercando di sabotare la sua candidatura, completano questa “trasformazione”: da candidato con ambizioni maggioritarie Fillon ha in questo momento la preoccupazione di salvare il suo elettorato storico. Chi si riconosce nel progetto politico repubblicano ha necessità di essere convinto che Fillon è ancora il candidato giusto, ha bisogno di una retorica che gli consenta di camminare a testa alta. Sono anni che aspetta di riprendere il potere e di liberarsi di Hollande e potrebbe serrare i ranghi dietro al suo candidato, paradossalmente pensando che sia perseguitato. Il problema è che, appunto, parliamo dell’elettore di destra. Basta?

Al momento no. Lo ha spiegato bene il politologo Bernard Sananés: noi ci soffermiamo chiaramente sui sondaggi di intenzione di voto, ma guardando il barometro di opinione che misura la popolarità dei singoli politici su tutto l’elettorato, notiamo che tra i primi dieci non c’è nessun repubblicano tranne Juppé, ormai però alla fine della sua carriera politica. Questo indica che al momento la destra non si inserisce più nella dinamica dell’alternanza, non ha – per ora – un personaggio in grado di unire il paese dietro di sé.

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Il primo politico repubblicano è Xavier Bertrand, tredicesimo.

Speciale: chi ha vinto la settimana?

Questa volta era facile: Marine Le Pen, vista la sua capacità di convincere nell’Emission Politique e occupare quasi tutto lo spazio mediatico soprattutto a scapito di Macron, visto e sentito poco e quasi solo per le critiche sempre più forti alla vaghezza del suo programma.

Devo però citare Jean Luc Mélenchon, autore di un comizio geniale settimana scorsa: non voglio lo perdiate. Parlava da Lione (anche lui), ma ha organizzato un altro comizio in contemporanea a Parigi, dov’è apparso in ologramma. Coup de théâtre.

 

L’idea di aggiungere questa rubrica alla fine di ogni puntata è di Giovanni Diamanti cui vanno i doverosi credits.

Letture consigliate

Una lunga intervista di Thomas Piketty a FranceInter. L’economista è stato appena nominato responsabile della questione europea e della revisione dei trattati nella squadra di Benoît Hamon.

Chi sono i francesi che sostengono Emmanuel Macron? Un’analisi del sondaggista Jérôme Fourquet su slate.fr.

Il Front National è diventato un vero partito nazionale. Splendida intervista dellObs a Pascal Perrineau, politologo tra i riferimenti preferiti di questa newsletter.

François Fillon è messo meglio di quanto crediamo. Un’analisi controcorrente di Eric Dupin.

Perché la difesa di François Fillon non funziona, visto dall’Italia. Daniele Bellasio sul suo blog, Danton.

Grazie a Giulio, che ha suggerito questa nuova sezione.

Momento pubblicità: per il Foglio ho intervistato Christophe Castaner, portavoce di Emmanuel Macron. L’intervista la trovate qui.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventesima settimana: i comizi paralleli di Macron e Le Pen

Ventesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Marine Le Pen e Emmanuel Macron si sono affrontati a distanza a Lione, dove hanno parlato ai propri sostenitori. Sono andato a sentirli entrambi e vi racconto le prime impressioni a caldo;

2-François Fillon è sempre più in difficoltà e nel suo partito si sta formando un fronte che gli chiederà di rinunciare alla candidatura;

3-Una piccola riflessione sui sondaggi, e sulla “volatilità” che evidenziano.

1-Comizi paralleli, dall’Europa di Macron alla Francia di Marine Le Pen

Come sapete sono a Lione per seguire i due comizi principali di questa settimana. Ieri ha parlato Macron ed è da poco finito il discorso di Marine Le Pen che ha chiuso i due giorni delle assises présidentielles, la convention organizzata dal Front National per inaugurare la campagna elettorale.

In settimana racconterò meglio ciò che ho visto – ché ho bisogno di ragionarci un po’ su. Per ora, a caldo, posso dirvi che i candidati rappresentano e vogliono rappresentare due mondi completamente diversi. Al comizio di Macron la coreografia era pensata per esaltare l’Unione Europea: pannelli, bandiere dell’unione ogni 3-4 persone, un podio interattivo che s’illuminava con le famose stelle in campo blu ogni volta che il leader di En Marche! citava l’Europa o un tema di respiro europeo (immigrazione, difesa e posto della Francia nel mondo, in particolare). Marine Le Pen, che dall’Unione e dall’euro vuole uscire, ha parlato con tre bandiere della Francia dietro di sé e con un pubblico che la interrompeva continuamente gridando on est chez nous, siamo a casa nostra. Il coro era intonato con particolare passione quando la leader frontista attaccava l’Unione o denunciava il lassismo delle élites nei confronti dell’immigrazione.

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La curva per Emmanuel Macron

Il discorso di Macron è stato incentrato intorno all’idea che la Francia ha un senso solo all’interno di una storia comune e non può e non deve bastare a sé stessa. Anzi, in questo momento storico di ritirata e chiusura degli Stati Uniti la sua funzione è quella di costruire ponti ed attrarre i migliori cervelli per diventare il nuovo paese del “sapere franco”. Al contrario quella di Marine è una retorica di chiusura rispetto ad una globalizzazione che non funziona e che ha due facce: la prima, più conosciuta, è quella economica e finanziaria, ma la seconda è quella che ha creato il terrorismo jihadista, che al momento non può essere sconfitto perché non controlliamo le nostre frontiere.

Il pubblico era difficilmente sovrapponibile: quasi quindicimila persone (tra chi è riuscito ad entrare e chi è rimasto fuori) sono andate a sentire Macron, un pubblico eterogeneo per quanto molto giovane. Oltre ai sostenitori entusiasti, molte persone con cui ho parlato erano semplicemente incuriosite dal personaggio, dalla sua retorica e dal suo successo; è una parte di elettorato che ascolta con interesse i discorsi del leader di En Marche! ma non è ancora convinta, cerca quindi di farsi un’idea. Macron si è posto al di sopra delle parti: ogni volta che il pubblico iniziava a fischiare un avversario veniva interrotto dall’oratore: “i fischi non ci portano da nessuna parte, noi dobbiamo presentare il nostro progetto per la Francia, non andare contro qualcun altro”.

L’ambiente era completamente diverso da Marine Le Pen, composto da meno giovani e soprattutto meno curiosi: tutte le persone da me intervistate erano forziste convinte da un po’, anche perché il comizio chiudeva una convention di due giorni dove i militanti hanno lavorato a dei tavoli tematici; un ambiente più di partito, fisiologicamente. Il discorso è stato interrotto più volte da fischi e ululati nei confronti degli avversari fisici (gli altri candidati) o concettuali (l’Europa, la globalizzazione).

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Il palco di Marine Le Pen, poco prima che cominciasse a parlare

Insomma, cedendo ad una semplificazione giornalistica, ho visto una Francia che ha vinto la sfida della globalizzazione e una Francia che invece l’ha persa. Una Francia che vuole competere nel mondo globalizzato e una Francia che chiede protezione e pretende solidarietà per chi è rimasto indietro. È chiaro che il racconto è più complicato di così, e andrà approfondito nelle prossime settimane. Allo stesso tempo semplificare queste profonde divisioni aiuta ad avere una bussola: la campagna delle prossime settimane sarà impostata sempre di più attorno a questi temi.

2-Come se la passa Fillon

La settimana scorsa era terminata con il suo grande comizio a Porte de La Villette. Fillon sperava che la dimostrazione di forza e di unità potesse dare nuovo slancio alla campagna elettorale: una sorta di rincorsa per lasciarsi alle spalle gli affaires. Ma, come spiega Guillaume Tabard sul Figaro, l’effet la Villette, la diga politica che sembrava essersi costruita intorno a Fillon, mostra già le prime crepe. Il motivo è che eletti, antichi e futuri ministri non pensano solo alla sorte del candidato ma anche alla propria. E quindi si sono moltiplicate le dichiarazioni ambigue, inviti alla responsabilità e qualche fuga in avanti che parla di piano B. Mentre stavo scrivendo in sala stampa ho ascoltato una telefonata di una giornalista seduta accanto a me con un deputato repubblicano sostenitore di Juppé: apparentemente alla riunione del candidato con i parlamentari, martedì, i juppeisti faranno pressione affinché si ritiri.

Al momento c’è molta confusione, l’agenda provvisoria di Fillon prevede martedì un discorso a Troyes con François Baroin, un ex fedelissimo di Nicolas Sarkozy, mentre giovedì un meeting a Poitiers, con Jean-Pierre Raffarin, ex primo ministro sotto Chirac. Il fatto che l’agenda sia provvisoria e che per avere conferme ci sia una sorta di passaparola tra i giornalisti vi fa capire quanto al momento i repubblicani vivano alla giornata.

Infine una riflessione più generale sulla sua campagna elettorale, che già prima degli scandali stentava a decollare: abbiamo raccontato la retromarcia sulle assicurazioni sanitarie, i problemi con le investiture dei candidati nei collegi per le elezioni legislative, l’oscuramento mediatico dovuto al fenomeno Macron e alle primarie del Partito Socialista. Ritornare alla ribalta a causa degli scandali è stato un imprevisto molto difficile da gestire: se questo può aver compattato la cosiddetta “fan-zone” allo stesso tempo può aver irrimediabilmente limitato la capacità di espansione dell’elettorato fillonista, che era quello su cui i repubblicani puntavano per vincere.

La linea di difesa scelta dai Fillon è tra l’altro molto pericolosa, e con ogni probabilità perdente. Fillon era stato votato anche per un rigetto nei confronti di Nicolas Sarkozy: gli elettori repubblicani erano stanchi di essere rappresentati da un leader opaco e ambiguo, continuamente colpito da scandali e incapace di incarnare quella sobrietà del potere che ha sempre ispirato Charles De Gaulle. François Fillon era quindi un nuovo candidato finalmente al di sopra di ogni sospetto. Impostare la propria difesa gridando al complotto, cercando di far leva sulle emozioni presentandosi come vittima, era esattamente la strategia di Sarkozy. Al di là della sua efficacia o meno, faceva parte del personaggio: Sarkozy era fatto in quel modo, nel bene e nel male. Al contrario Fillon non ha niente a che vedere con questo profilo, e persino gli elettori di sinistra con cui sto parlando in queste settimane si dichiarano sorpresi: “Fillon era una persona seria, questo modo di difendersi è abbastanza deludente.”

3-Come leggere i sondaggi

Oggi non citerò alcun sondaggio rispetto alle intenzioni di voto, ma commenteremo solo questa tabella.

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Il sondaggio è dell’istituto Elabe ed è di giovedì

Come potete notare l’elettorato di alcuni candidati (soprattutto di Macron) è molto volatile, ciò vuol dire che un buon numero di elettori non ha ancora definito la propria scelta. Se per Macron la volatilità più pronunciata si può spiegare con il fatto che En Marche! è una formazione politica nuova e quindi l’elettorato non ha consuetudine con nome, simbolo e leader, la tendenza è generale tranne che per Marine Le Pen. Analizziamo questo cosa vuol dire:

A-Il Front National ha l’elettorato più solido. Questo è chiaramente un dato molto positivo, il discorso di Marine Le Pen ha pochi concorrenti, persino gli scandali sui falsi assistenti che abbiamo raccontato nelle scorse settimane non sembrano aver sorpreso più di tanto i simpatizzanti frontisti. Questo si spiega col fatto che l’onestà e la rettitudine non sono mai stati un cavallo di battaglia del Front National, che anzi marcia molto sulle presunte persecuzioni dell’establishment (e a volte ha anche ragione visto il comportamento delle banche che non concedono crediti al partito). La seconda ragione è che, banalmente, il partito non ha mai esercitato il potere. Se non hai mai governato fare l’anti-sistema è più facile e in qualche modo anche giusto. Questo dato positivo però contiene in sé anche il problema: come allarghi un elettorato molto identitario in un secondo turno dove vince chi riesce a parlare alla maggioranza dei francesi? Alle elezioni presidenziali votano tra i 36 e i 38 milioni di francesi, convincerne almeno 18 non è cosa da poco. Il Front National ha già dimostrato alle ultime regionali di non riuscire a sfondare le plafond de verre, la barriera invisibile, la capacità del sistema politico di allearsi e far fronte comune contro la minaccia lepenista. Ecco perché oggi durante il discorso Marine Le Pen ha detto una frase che tutti i giornalisti hanno subito sottolineato sui taccuini per due volte: “faremo un governo di unione nazionale”. Per ora la proposta è vaga e va interpretata, ma il segnale è che nelle prossime settimane Marine comincerà a tenere dei discorsi più inclusivi per iniziare ad ampliare il proprio campo già da ora.

C-Perché ogni sondaggio racconta una storia diversa? Come detto prima, l’opinione non si è ancora cristallizzata, e nel panorama politico mutato questo può avere un’incidenza notevole. Il politologo e sondaggista Bernard Sananès ha fatto una riflessione interessante in tal senso: “fino a pochi anni fa il sistema francese era tripolare quindi il “biglietto” per accedere al secondo turno si acquistava tra il 25 e il 27%. Adesso, se consideriamo anche la risalita di Benoît Hamon, i poli sono quattro, ciò vuol dire che “il biglietto” per il ballottaggio può essere acquistato tra il 20% e il 22%.” Stando così le cose le oscillazioni sono ancor più rilevanti: in termini di voti assoluti un aumento o una diminuzione del 1,5% equivale a  500.000 elettori e conta infinitamente di più. Se a questo aggiungiamo la “volatilità” è chiaro che risulta difficile avere dei sondaggi precisi ed univoci.

Momento pubblicità: giovedì sera ho parlato dello scandalo Fillon e della situazione generale a 80 giorni dalle elezioni a Zapping, su Radio 1, con Giancarlo Loquenzi. Qui trovate il podcast. Sul mio profilo Facebook trovate invece le due dirette, quella di sabato da Emmanuel Macron e quella di stasera da Marine Le Pen.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, edizione straordinaria: si vota per il secondo turno delle primarie

Edizione straordinaria della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Mi perdonerete, nell’ultima newsletter vi avevo dato appuntamento a venerdì, ma intendevo sabato, come settimana scorsa. Mi sono distratto, non è che vi ho dato buca, ma mi dispiace e le scuse sono dovute.

Veniamo a noi, domani si vota per il secondo turno delle primarie: si affrontano Alain Juppé, sindaco di Bordeaux e François Fillon, ex primo ministro durante la presidenza Sarkozy. Fillon, che è arrivato largamente in testa al primo turno (44% contro 28% dello sfidante), è di colpo diventato il favorito. Vediamo perché.

 

1-Com’è andata l’ultima settimana di campagna elettorale

Giovedì c’è stato il quarto e ultimo dibattito, di cui trovate un riassunto sul sito dell’Obs a questo link. Il dibattito, trasmesso dalle due principali televisioni francesi, ha avuto un’audience altissima: in 4,5 milioni hanno seguito la trasmissione su France 2, in 3,9 su TF1, per un totale di più di 8 milioni di telespettatori. Una cifra altissima che testimonia il grande interesse dei francesi per le primarie del centrodestra, come dimostra anche questo sondaggio dell’istituto Opinion Way.

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Il dibattito è stato equilibrato e si è svolto in un clima un po’ teso ma in fin dei conti cordiale, anche perché i due candidati sanno che da domenica sera l’obiettivo sarà fare campagna insieme per vincere le presidenziali. Se avete tempo e volete approfondire le proposte dei due candidati, il Figaro ha pubblicato un’infografica interattiva per comparare i due programmi, ve la consiglio.

A-La strategia di Alain Juppé e i suoi problemi

Come sapete, la strategia di Alain Juppé era abbastanza inedita per un’elezione primaria, quando il campo da convincere è più ristretto di quello delle elezioni normali. Il sindaco di Bordeaux ha scelto di fare campagna al centro, cercando di porsi come uomo politico in grado di riunire attorno a sé tutti i delusi dalla presidenza Hollande (e Sarkozy), per vincere al secondo turno contro il Front National. Ha quindi invitato a più riprese gli elettori di sinistra a votare per lui, e a partecipare al suo progetto. Se la strategia ha inizialmente funzionato, ad un certo punto qualcosa si è rotto:  Juppé ha palesemente sbagliato pubblico e gli elettori di destra, vero cuore delle primarie della destra (che strano!), l’hanno sanzionato.

Conseguenza della posizione moderata è stato il messaggio non troppo netto di cui si è fatto portatore Juppé: sostenere a più riprese “cambierò, ma non in maniera troppo brutale” ha sì tranquillizzato una parte di elettorato generale, ma non ha entusiasmato la maggioranza dei suoi. In questo momento l’elettore di destra sente necessario cambiare veramente rotta e dunque, anche se riconosce che una serie di proposte di Fillon sono probabilmente irrealizzabili, ne apprezza la nettezza e perché no, la brutalità. So che chi legge da un po’ può trovare questo ragionamento ormai ripetitivo ma, lo scontro con i sindacati, la riduzione del peso del pubblico impiego, l’innalzamento dell’età pensionabile, l’abbassamento delle tasse sul lavoro, è musica per le orecchie della destra. La strada per Alain Juppé, preparato ad un ballottaggio contro Sarkozy, era dunque stretta: per non inimicarsi gli elettori del campo avversario ha provato a attaccare il programma di Fillon nel merito, spiegando che è molto complicato da realizzare e che per l’economia francese potrebbe avere un effetto recessivo.  Il problema è che questo è un tipo di lavoro che necessita di tempo per entrare nella testa degli elettori e nei loro dibattiti quotidiani: in una settimana potrebbe essere complicato riuscire nell’impresa e questo testimonia quanto essere stato sfavorito nei sondaggi e quindi lontano dai riflettori, sia stato un vantaggio reale per François Fillon.

B-Il dibattito di giovedì e le differenze ideologiche tra i due

I due candidati sono arrivati al dibattito di giovedì in maniera molto diversa, e la dinamica ha in parte favorito François Fillon. Come ha scritto Guillaume Tabard sul Figaro:

“Seppur da favorito, Fillon ha seguito lo stesso solco dei precedenti dibattiti. E al contrario, da sfidante, Alain Juppé è stato costretto a cercare continuamente il contatto. Risultato: il primo ministro del 2007 [Fillon ndr] poteva essenzialmente rivolgersi ai francesi, mentre quello del 1995 [Juppé ndr] doveva prioritariamente rivolgersi all’avversario. Questo disequilibrio si è fatto sentire, perché, prevalentemente, è attorno al progetto di Fillon che il dibattito si è articolato.”

E infatti sul plateau di France 2 si è discusso principalmente dei vari temi emersi durante l’ultima settimana di campagna elettorale, segnata da una serie di polemiche rispetto al programma, appunto, di François Fillon.I due candidati hanno avuto modo di approfondire i loro progetti, facendo comprendere anche le varie differenze. Ho selezionato quattro punti importanti che secondo me mettono in luce le visioni contrastanti e lo scontro tra due personalità tutto sommato simili: miti e poco propense alla battuta o a discorsi fuori luogo. Anche dal punto di vista delle idee non abbiamo assistito ad un grande scontro: non solo stiamo parlando di un’elezione interna allo stesso partito, ma le differenze ideologiche nei partiti di centrodestra sono meno importanti rispetto a quelle che possiamo osservare nel centrosinistra.

Lunedì mattina il sindaco di Bordeaux ha attaccato Fillon a causa delle sue posizioni ambigue in materia di aborto: dopo aver infatti detto anni fa che l’aborto è un diritto fondamentale della donna, Fillon ha fatto marcia indietro in questa campagna elettorale, spiegando di essere contrario a titolo personale. La differenza di posizioni è venuta fuori anche durante il dibattito, e ha dato modo all’ex primo ministro di rispondere alle critiche in maniera piuttosto efficace.

 

 

D’altronde già il 27 ottobre, durante il programma L’Émission politique di France 2, Fillon aveva chiarito la sua posizione sul tema: “nessuno, e certamente non io, cambierà le cose in materia di aborto. Non devo spiegare le mie convinzioni religiose, sono capace di fare una differenza tra queste convinzioni e l’interesse generale. E considero che non sia di interesse generale riaprire questo dibattito”.  Rispetto poi al tema del voto cattolico e del sostegno dei movimenti Manif Pour Tous, tra cui il radicale Sens Commun,  Juppé ha compiuto un timido attacco, ma non ha insistito più di tanto. Il motivo è che su questi temi anche lui non brilla per apertura: due dei suoi sostenitori più importanti, Hervé Mariton e Valérie Pécresse,  hanno partecipato alle manifestazioni contro i matrimoni omosessuali, e Jean-Pierre Raffarin ha addirittura tenuto qualche discorso durante la mobilitazione. Libération ha scelto una copertina divertente sull’argomento.

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Un altro punto su cui i due hanno dibattuto in maniera dura è stato l’intervento di Vladimir Putin, che ha dichiarato apertamente la sua simpatia per Fillon con cui ha, tra l’altro,un buon rapporto personale. Alcuni giornali italiani hanno utilizzato frasi come “François Fillon, l’amico di Putin” nelle varie analisi: capisco la necessità di fare un titolo che catturi l’attenzione, ma le cose sono un po’ più complesse, e non mancheremo di approfondirle. In ogni modo, durante il dibattito Juppé ha provato ad attaccare Fillon, che quindi ha avuto la possibilità di chiarire la sua posizione. Anche qui abbiamo potuto apprezzare la differenza di visione dei due candidati.

 

 

 

 

 

La terza differenza approfondita durante il dibattito riguarda il modo di intendere l’identità francese: mentre Juppé ha spiegato di riconoscere nel pluralismo di culture la forza dell’identità del suo paese, Fillon si è invece mostrato più assimilazionista e esplicitamente contrario al multiculturalismo, rifiutando un modello di integrazione aperto come quello anglosassone. In questo senso si spiega anche la vicinanza tra Fillon e i tradizionali elettori di Nicolas Sarkozy, molto duro da sempre su questi temi: queste persone hanno trovato un uomo con posizioni molto nette in materia, senza però portare mai avanti polemiche inutili come aveva fatto l’ex presidente.

 

 

 

 

Infine, i due hanno dibattuto su quale modello di welfare hanno in mente: se, come detto prima, hanno programmi simili in termini di riduzione della spesa pubblica, la differenza sta nelle modalità e nella profondità degli interventi. Alain Juppé è più timido, cosciente delle difficoltà di applicare un programma fortemente liberale in Francia; François Fillon è invece molto più radicale, come abbiamo più volte ripetuto. La differenza di visione la notate nella scelta delle parole in questo spezzone: Fillon vuole “ricostruire”il modello sociale francese che “imbarca acqua da tutte le parti” mentre Juppé intende “consolidarlo”.

 

 

2-Cosa dicono i sondaggi?

I sondaggi sulle intenzioni di voto danno François Fillon favorito al punto tale che sembra impossibile possa perdere. 61-39 è un divario di più di 20 punti, molto difficile da recuperare. Devo però ricordarvi l’estrema volatilità del voto che abbiamo analizzato lunedì: se di nuovo 1/3 dei partecipanti alle primarie deciderà negli ultimi giorni, e se si verificherà la stessa dinamica che vedete di seguito a parti invertite, allora potremmo assistere ad una nuova sorpresa.

È ancora una volta interessante guardare le preferenze degli elettori attraverso il loro posizionamento ideologico: Juppé è molto basso tra gli elettori repubblicani, è una dinamica che chi ha seguito questa newsletter dall’inizio conosce molto bene, e si è rivelata uno dei punti deboli della sua campagna elettorale. Con una percentuale così bassa tra gli elettori repubblicani è impossibile vincere le primarie dei repubblicani, a meno che il voto di sinistra non influenzi in maniera consistente la mappa dei votanti di domani (cosa che non è successa al primo turno). Il sondaggio che vedete di seguito è stato realizzato dall’istituto Elabe subito dopo il dibattito

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Il divario tra i due è piuttosto significativo

Con 4,2 milioni di elettori il primo turno è stato un successo. La partecipazione sarà di nuovo così alta? Non necessariamente, secondo alcuni sondaggisti. Jean-Daniel Lévy, direttore del polo Opinion de Harris Interactive, ha spiegato che la partecipazione potrebbe essere leggermente più bassa, perché la volontà di esprimere un voto pro/contro Sarkozy è stata un fattore di mobilitazione molto rilevante. Intervistato dal Figaro ha chiarito che “quando vediamo le motivazioni degli elettori, il voto per far vincere o perdere Nicolas Sarkozy concerne il 65% di chi è andato al seggio”; venuta meno la crociata contro l’ex presidente, un importante fattore di partecipazione potrebbe mancare. Sulla stessa lunghezza d’onda  il direttore generale dell’Ifop, Frédéric Dabi “per molti, il lavoro è compiuto: Nicolas Sarkozy è stato eliminato”.

3-Due notizie veloci, che ci interesseranno nelle prossime settimane

A-Sono uscite moltissime analisi sulle possibili conseguenze di una vittoria di François Fillon, se avete seguito le primarie di sicuro ne avrete lette molte anche sulla stampa italiana. Noi non ne daremo conto oggi: non voglio appesantire troppo questa newsletter e sarà materia di discussione per lunedì, farlo adesso rischia di essere un esercizio di stile.

B-In tutto ciò, Hollande ha preso una decisione? I giornali francesi sembrano essere tutti d’accordo: si candiderà, nonostante tutto. I suoi fedelissimi sostengono che vista la sorpresa di Fillon i sondaggi non contano nulla, e che quindi il presidente sarebbe sottostimato. In più, Hollande è convinto che l’annuncio della sua candidatura, e il fatto che sia presidente uscente, gli conferiscano automaticamente 4/5 punti in più rispetto agli altri. Ora questo è da verificare, ma mettiamo che sia vero: il 15% (Hollande nei sondaggi più generosi è intorno all’11%) non basta per arrivare al secondo turno, e probabilmente nemmeno per arrivare terzo, unico caso in cui la sconfitta potrebbe essere considerata “dignitosa”. Insomma la strada per l’ex presidente è strettissima, ma in più di 5 mesi possono cambiare molte cose. Secondo la maggior parte dei giornali Hollande si candiderà il 15 dicembre, o giù di lì; l’Obs, analizzando i prossimi impegni del presidente, pronostica invece  una candidatura imminente: Hollande si dichiarerà il primo dicembre.

Per oggi è tutto, ci sentiamo, eccezionalmente, lunedì per commentare i risultati!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, settima settimana: dibattito equilibrato ma Sarkozy può recuperare

Settima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo questa settimana?

1-Naturalmente di com’è andato il dibattito dei Repubblicani, che ha visto una buona performance di tutti i candidati. Ognuno ha dei motivi per uscire contento dal confronto televisivo, che però potrebbe leggermente spostare gli equilibri a favore di Nicolas Sarkozy.

2-Un breve accenno su Marine Le Pen, dalle molte domande che mi arrivano ho capito che è un argomento che interessa parecchio, e me ne occuperò. Se finora non l’ho fatto c’è una ragione. Chi vuole approfondire il personaggio però può leggere un mio lungo ritratto, che trovate cliccando questo link.

3-Ho scritto una lunga spiegazione di cos’è la “Giungla” di Calais (chi segue dall’inizio, sa che l’avevo promesso), che è stata smantellata in queste settimane. L’articolo lo trovate cliccando qui.

1-Chi ha vinto il dibattito?

È difficile da dire, ogni candidato arrivava al confronto con aspettative e obiettivi diversi, e non ci sono stati particolari errori da parte di nessuno. Stando così le cose, probabilmente non è nemmeno tanto utile chiederselo, così come non è utile che io vi racconti per filo e per segno cos’è successo. È interessante dar conto invece degli atteggiamenti dei candidati, specialmente i favoriti, per capire se la partita è ancora aperta o no.

A-Tutti contro Sarkozy

Questa è, se vogliamo, la notizia. Alla vigilia ci si aspettava un duello tra i due favoriti, Alain Juppé e Nicolas Sarkozy. L’ex presidente, in difficoltà nei sondaggi, aveva tutto da guadagnare rispetto ad uno scenario del genere: si pensava Sarkozy ingaggiasse battaglia e Juppé provasse in qualche modo a chiamarsi fuori. Il duello invece non c’è stato, perché gli outsider non l’hanno consentito. Le Maire, Copé e Nathalie Kosciusko-Morizet hanno deciso di giocare la carta “tutti contro Sarkozy”. Sarkozy ha provato a rispondere col solito atteggiamento “paternalista”, dopotutto chi lo attaccava è stato ministro durante la sua presidenza, ma gli altri tre sono stati bravi a confinarlo nel suo ruolo di candidato.

Juppé, posizionato all’estrema sinistra dello schermo, è stato lasciato in pace, e ogni tanto guardava gli scontri (mai esagerati, ma comunque duri) di cui erano protagonisti gli altri con malcelata soddisfazione. Perché dico che è la notizia più rilevante? Perché un atteggiamento del genere è insolito, in genere è il favorito a subire attacchi. E poi perché paradossalmente un copione del genere ha aiutato Sarkozy e forse, ma ci arriviamo, in fin dei conti danneggiato Juppé. Due sono i motivi: il primo è che grazie ai continui attacchi l’ex presidente ha potuto mostrarsi combattivo, rispondendo col sorriso alle critiche di chi ha condiviso con lui un lungo percorso politico. Sarkozy è parso molto a suo agio (nel primo dibattito era decisamente più teso) e spesso ha volto le critiche a suo favore, come potete notare da questo scambio con Bruno Le Maire.

 

 

Il secondo motivo è più politico: essere il bersaglio di tutti gli attacchi aiuta molto l’ex presidente per il primo turno. Come abbiamo detto settimana scorsa, Sarkozy è il candidato più identitario, la sua base è praticamente inossidabile: Sarkozy mobilita. Il suo comitato è il più organizzato e in un’elezione con relativamente pochi partecipanti riuscire a portare le persone a votare è fondamentale. Certo, su una platea di 4 milioni questo vantaggio peserà di meno, ma non è assolutamente certo che l’affluenza sarà così alta. È la prima volta che a destra organizzano le primarie, non c’è un precedente.

Le analisi, mie comprese, sono tarate sul “sentimento” dei francesi, sulla loro opinione. Ma alle primarie della destra votano gli elettori della destra, non tutti i francesi. È vero che nelle ultime settimane Juppé ha aumentato il vantaggio nei sondaggi grazie alla mobilitazione dell’elettorato centrista in funzione anti-Sarkozy, ma è una mobilitazione che avviene tra quelli che rispondono al sondaggio seduti in poltrona. Andranno davvero a votare? La risposta che danno dal quartier generale di Sarkozy è: “meno di quanto vi aspettate”. Hanno ragione? Questo lo sapremo il 20 novembre. Per ora, vista anche la buona performance nel dibattito, possiamo ragionare su alcuni sondaggi pubblicati subito dopo il dibattito dall’istituto Elab.

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Come si vede Juppé è il candidato che riscuote più successo tra i francesi in generale, guardando solo gli elettori di centro-destra si scopre che Sarkozy è in testa. Il problema, e qui sta il paradosso, si porrebbe dopo il primo turno. Un voto fortemente identitario in un quadro di pochi partecipanti favorisce Sarkozy, ma allo stesso tempo lo isola. Se tutti gli altri candidati scelgono di votare Juppé al secondo turno la partita è tendenzialmente chiusa. Bisogna tenere conto del fatto che non si vince mai da soli in un’elezione a due turni.

B-Juppé-Fillon: gli uomini di Stato

Nei commenti a caldo, appena finito il dibattito, diversi giornalisti hanno fatto notare un atteggiamento simile da parte di Alain Juppé e François Fillon: cercare di evitare la polemica con gli altri candidati, parlando dei propri programmi e delle proprie idee. In questo sono stati aiutati dalla dinamica del confronto: non dovendo mai difendersi dagli attacchi, tutti concentrati su Sarkozy, hanno potuto coltivare la loro figura al di sopra delle parti. Juppé ha chiarito di essere candidato contro il Front National e Hollande, non contro Sarkozy, Fillon ha spiegato che il presidente è “il leader di tutti e non della propria parte o dei propri amici”. Come abbiamo visto, Juppé è molto alto nei sondaggi (mediamente conserva 6-7 punti di vantaggio su Sarkozy). L’obiettivo, come nel primo dibattito, era evitare di perdere punti, cosa che non pare essere accaduta. Paradossalmente, essere stato risparmiato da tutti gli attacchi può aver dato l’impressione che il sindaco di Bordeaux sia poco combattivo, oltre che poco temuto dagli altri.

Allo stesso tempo questo ha però contribuito a consolidare la sua immagine da presidente in pectore, che è stata confermata da un piccolo scambio avvenuto appena finito il dibattito. È una cosa piccola, però dà il senso. Usciti dalla Salle Wagram, dove si è tenuto il confronto, i candidati venivano avvicinati dai giornalisti per scambiare due battute. Prima che qualcuno potesse chiedigli qualcosa,  Juppé, a favore di telecamere, è stato fermato da una poliziotta, che gli ha chiesto un incontro per discutere della risoluzione di una serie di problemi legati alla polizia “visto che siamo convinti che lei sarà il prossimo presidente” e Hollande non è capace. Il sindaco di Bordeaux è stato molto disponibile e le ha chiesto il contatto in modo da organizzare l’incontro. Insomma, uno spot gratis a reti unificate.

Un altro momento interessante è stato quando i candidati hanno risposto rispetto alla loro idea sulla funzione presidenziale. Juppé ha detto più volte di voler fare un solo mandato, senza aver l’ansia di essere rieletto e di basare le sue politiche anche su questo. La questione, legittima, che si può porre è: perché ci insiste tanto, visto il rischio di trovarsi una guerra per la sua successione dal giorno dopo le elezioni? In realtà il proposito è abbastanza coerente visto che, come abbiamo visto nella prima puntata, uno dei punti deboli di Juppé è l’età, e lui ne è consapevole. Tra l’altro, secondo il politologo Pascal Perrineau, i francesi si attendono dei mandati corti per dar respiro alla democrazia, la riforma che ha portato il mandato da 7 anni a 5 del presidente fu infatti accolta con favore. Sul terreno del mandato unico Juppé è stato affiancato da Fillon e Sarkozy, convinti della bontà della decisione. In questo il sindaco di Bordeaux è stato capace quindi di dettare l’agenda.

 

 

 

 

Yves Thréard, acuto analista del Figaro, dice la sua

Per quanto riguarda Fillon invece, il secondo dibattito ha confermato la tendenza delle ultime due settimane. Dopo l’ottima performance del suo intervento all’Émission Politique della settimana scorsa, ha continuato a coltivare il suo profilo: competente, moderato, affidabile. Non ha sfondato, e d’altronde non è nella sua natura, ma è parso molto credibile sia in politica estera che sulle questioni della riforma scolastica e della funzione presidenziale.  Altro indicatore, che non conta moltissimo, ma può dare l’idea dell’incisività dell’ex primo ministro: Fillon è stato il nome più citato su twitter pur non essendo il candidato più presente sui social network. Stamattina, intervistato, si è detto molto soddisfatto per il successo che la sua candidatura sta avendo nel paese. È vero che Fillon sta recuperando ma, come abbiamo appena analizzato nel punto A, Sarkozy è parso tutt’altro che in crisi.

C-La polemica su Bayrou

Ho spesso citato François Bayrou nelle puntate precedenti. Sindaco di Pau (una piccola città del sud della Francia) è il leader del movimento centrista Modem, si è candidato al primo turno delle presidenziali più volte, senza mai arrivare al secondo turno ma ottenendo sempre dei risultati comunque importanti. Tradizionalmente alleato della destra gollista, alle presidenziali 2012 è stato protagonista di un piccolo tradimento: ha sostenuto Hollande al secondo turno contro Sarkozy, che infatti lo detesta.
Bayrou è da mesi grande sponsor di Juppé: nel caso in cui il sindaco Bordeaux sarà candidato, non si presenterà al primo turno delle presidenziali.

La cosa ha visibilmente innervosito Sarkozy, che durante il dibattito l’ha duramente attaccato: “non sono contro l’alleanza con il centro con cui abbiamo tra l’altro già governato. Non ho problemi personali con François Bayrou ma mi domando cos’è che abbiamo in comune con lui”. L’atteggiamento era ampiamente previsto, ma ha dato modo di rispondere a Alain Juppé che ha definitivamente spento la polemica “ho fatto una campagna molto attiva per Sarkozy nel 2012, non condividendo la scelta di Bayrou all’epoca” ha detto il sindaco di Bordeaux “ma in tutte le elezioni locali siamo stati ben felici di allearci con Bayrou”.

L’argomento, che può sembrare  di “politique politicienne” ed in effetti lo è, ha comunque tenuto banco per mezz’ora, a dimostrare quanto il leader centrista sia un personaggio rilevante. In più il suo nome è stato protagonista di uno degli scambi più divertenti del dibattito, vista la somiglianza del suo cognome con quello di Baroin, importante sostenitore di Sarkozy (che lo ha sostenuto alle elezioni locali).

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D-Le Maire, Nathalie Kosciusko-Morizet, Jean-François Copé: gli outsider

Ne avevamo avuto le avvisaglie già nel primo dibattito, quando Sarkozy era apparso come uno dei candidati e non come il presidente uscente. Il secondo dibattito ha confermato l’impressione: il timore reverenziale verso l’ex presidente è svanito. Gli ex ministri Bruno Le Maire e Nathalie Kosciusko-Morizet e l’ex presidente del partito Jean-François Copé, come detto prima, lo hanno incalzato a turno, in continuazione.

La più offensiva è stata la deputata, che pur essendo stata la portavoce di Sarkozy durante la campagna elettorale del 2012 e a lungo sua protetta, non ha esitato a metterlo in difficoltà, accusandolo di non aver portato avanti sino in fondo le sue riforme ecologiste.” Sarkozy ha attaccato:”non sono pentito della tua nomina ministeriale, ma non sono sicuro che lo rifarò”. Ma NKM (i francesi adorano le abbreviazioni) ha subito replicato “non ne avrai l’occasione”, probabilmente rivelando, in maniera tutt’altro che ingenua, chi sosterrà al secondo turno. La Morizet ha delle convinzioni forti, le porta avanti con convinzione, parla di cose del futuro più degli altri, è stata molto netta sul Front National, rifiutando categoricamente la possibilità di un voto al partito di Marine Le Pen ai ballottaggi.

 

Bruno Le Maire, dal canto suo, ha provato più volte ad attaccare l’ex presidente, ma senza grande successo. Anzi, ha consentito a Sarkozy di rispondere in maniera brillante ad una sua provocazione, nello scambio che vedete di seguito. Insomma, l’ex ministro dell’agricoltura non è parso spaesato come nel primo dibattito, ma sembra aver perso la possibilità di agganciare Fillon e accreditarsi come “terzo uomo”.

2-Un piccolo accenno sul Front National e Marine Le Pen

È vero, ne abbiamo parlato poco, e almeno sino alla fine delle primarie continueremo a dedicarle poco spazio. Un po’ perché non voglio scrivere delle newsletter troppo lunghe, un po’ perché il silenzio dell’eurodeputata è parte della sua strategia. Lo ripeto ancora una volta per chi arriva solo adesso: il Front National ritiene che i fatti parlino per Marine. Il problema immigrazione, dopo lo sgombero della “giungla”, diventerà reale anche nelle zone più periferiche della Francia come ho spiegato in questo lungo articolo per Gli Stati Generali, e nei villaggi rurali il Front National va fortissimo. L’altro tema su cui spingono i frontisti è che destra e sinistra sono uguali e ormai la sfida è Front National vs Resto del Mondo. Così sembra un po’ una caricatura, e lo è, però se ascoltate Florian Philippot nel video che viene di seguito capite che i frontisti sanno essere abbastanza efficaci su questi argomenti.

 

 

 

Per chi non conosce il francese, Philippot ironizza sul fatto che gli oppositori del Front National organizzano tre primarie, una della destra, un’altra socialista e la terza al primo turno delle presidenziali. Non serve, tanto già sanno che al secondo turno si alleeranno per battere Marine Le Pen.

In settimana si è in ogni modo parlato del fatto che Marine Le Pen deve restituire 339.000 euro al Parlamento Europeo. In breve: secondo il Parlamento i suoi due assistenti, pagati appunto dall’istituzione europea, lavoravano per attività politiche diverse da quelle del Parlamento, cosa illegittima. Naturalmente la leader del Front National ha negato le accuse, ma nessuno nega che la cosa sia un problema per lei. Se volete approfondire ne ha scritto Il Post, in italiano. Se volete sapere se è una notizia che può danneggiarla politicamente, la risposta è non moltissimo: è vero che al momento i frontisti hanno pochi soldi e stanno faticando a trovarne, ma i giornali francesi ne hanno parlato davvero poco. Per saperne di più bisogna dunque aspettare.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, terza settimana: il dibattito dei Repubblicani, la polemica col Papa

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Terza settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva anche ogni domenica sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi:

1-Come funziona il sistema politico in Francia. L’argomento magari non è di quelli più appassionanti, ma serve approfondirlo per capire strategie e prese di posizione dei candidati che altrimenti possono sembrare poco chiare.

2-In settimana c’è il primo dibattito dei Repubblicani: come ci arrivano i candidati? Quanto può spostare gli equilibri?

3- Il papa è entrato involontariamente nella campagna per le presidenziali: una sua dichiarazione (ha detto che in Francia si insegna la teoria gender nelle scuole) ha sollevato una serie di proteste da parte del governo e alcuni candidati della destra ne hanno approfittato per attaccare il ministro dell’istruzione e il governo.

1-Come funziona il sistema politico francese

La quinta repubblica francese è un sistema politico abbastanza peculiare nel panorama delle grandi democrazie occidentali. Il sistema è detto “semi-presidenziale”: il Presidente della Repubblica è eletto in un sistema maggioritario a doppio turno direttamente dal popolo. Se nessuno dei candidati al primo turno raggiunge il  50% (cosa mai successa, sinora) i due più votati si affrontano al ballottaggio. Ciò comporta due conseguenze: innanzitutto sono molti i candidati che partecipano al primo turno, perché gli elettori tendono a votare chi sentono più vicino alla propria sensibilità. Così i primi due partiti superano il 20% e generalmente tre/quattro si attestano tra il 10 e il 15. In altre parole, il fenomeno del “voto utile” è poco presente, visto che per moltissimi elettori la scelta del “meno peggio” si presenta necessariamente al secondo turno. Seconda conseguenza è che proprio per questo le strategie tra un turno e l’altro possono essere radicalmente differenti a seconda dell’avversario che ci si trova di fronte, ed è spesso necessario allargare la propria base elettorale con delle alleanze. La domanda legittima è: quanto contano le alleanze al secondo turno, visto che comunque i candidati che si affrontano sono due? Alle presidenziali in sé non moltissimo, però contano, e parecchio, alle elezioni legislative. Soprattutto se il quadro politico è molto frammentato.

Questo perché l’Assemblea Nazionale, la Camera titolare del potere legislativo, si elegge un mese dopo il presidente (piccoli collegi uninominali a doppio turno). Esiste la possibilità astratta che la Camera sia di colore diverso rispetto al Presidente della Repubblica dando origine al fenomeno della cohabitation. Presidente e Assemblea non sono legati dal rapporto di fiducia: sono dunque costretti a convivere. Questo è un particolare da tenere presente perché potrebbe pesare, e non poco, in caso di vittoria di un candidato molto forte personalmente alle presidenziali, ma con difficoltà di rappresentanza sul territorio. Schierare almeno 300 candidati vincenti nei collegi presuppone un grande radicamento territoriale e non tutti i partiti sono in grado di vantarlo. Ecco dove entrano in gioco le alleanze. L’ipotesi vittoria a metà è dunque possibile, e vale in modo particolare per Marine Le Pen e ancor di più per Emmanuel Macron.

2-Quattro giorni al primo dibattito dei Repubblicani

È stata un’ottima settimana per Alain Juppé: il favorito alle primarie dei Repubblicani ha incassato il sostegno di Frédéric Lefebvre, considerato fino ad oggi vicino a Sarkozy, e ha visto consolidare il suo vantaggio nei sondaggi. Giovedì è stato ospite in uno dei principali talk show della televisione francese, l’émission politique . Il programma è strutturato in due ore di intervista al candidato, ed è condotto da due giornalisti aiutati da un esperto per ogni tema affrontato. L’intervista è lunga e complicata per i politici, perché è molto difficile sottrarsi alle domande o rispondere in maniera vaga, ma Juppé ha superato a pieni voti la prova, qui trovate un riassunto. La trasmissione è stata vista da 2,7 milioni di persone, più di Sarkozy, cosa che il comitato elettorale di Juppé ha più volte fatto notare. Il sindaco di Bordeaux ha avuto modo di ribadire di essere un uomo di destra, rispondendo agli attacchi di Sarkozy che lo dipinge continuamente come “il campione dei gauchisti”.

Juppé risponde a chi lo trova troppo convenzionale

Sarkozy sta accusando i colpi ricevuti settimana scorsa: i media hanno continuato a parlare dei suoi scandali e nei sondaggi continua a essere 4/5 punti dietro ad Alain Juppé. Per la prima volta dall’inizio della campagna elettorale è rimasto sulla difensiva: in un comizio a Strasbourgo ha cercato di rispondere a chi ritiene che la sua campagna si stia spostando troppo a destra: “vorrei si potesse parlare di sovranità del popolo senza essere accusato di demagogia, e vorrei si potesse parlare dei problemi dell’immigrazione senza essere accusato di xenofobia.” Sarkozy è abituato a recitare la parte della vittima, ripete in continuazione di essere oggetto di attacchi personali da parte della magistratura e della stampa, ma in genere tende ad imporre i temi dell’agenda politica. In queste settimane c’è riuscito meno, e alcuni si stanno cominciando a chiedere se Juppé non abbia in realtà ormai già vinto (io sarei più prudente, le primarie sono tra un mese e mezzo e può succedere di tutto). Nei giorni successivi ha cercato di rilanciare, proponendo due referendum: vorrebbe abolire il ricongiungimento familiare per i parenti di un immigrato che lavora in Francia, e rendere amministrativa e non giudiziaria la procedura di attribuzione della “Fiche S”. La Fiche S è una delle categorie in cui vengono inserite le persone ricercate, ne esistono quindi diverse: Fiche M è per i minori, Fiche V per gli evasi e così via. La Fiche S identifica gli individui considerati pericolosi per la sicurezza pubblica, e consente di controllarne gli spostamenti. La sua proposta ha chiaramente suscitato polemiche e in molti hanno fatto notare che sarebbe difficilmente applicabile.

Il dibattito sarà molto importante per i due candidati che si trovano in terza posizione. François Fillon sta cercando di alzare i toni, ha proposto che i due ultimi presidenti della Repubblica rendano conto al Conseil Constitutionnel del loro operato, insinuando che non abbiano rispettato la Costituzione. Si è poi inserito nella polemica tra Sarkozy e Juppé sull’identità dei partecipanti alle primarie: non esistendo un DNA di destra o di sinistra non c’è qualcuno che per principio non può andare a votare alle primarie del centro-destra. Possono farlo, ha chiarito, tutti quelli che si riconoscono nei vari progetti presentati dai candidati.

Per quanto riguarda gli altri candidati, il dibattito rappresenta per loro l’occasione di uscire dal cono d’ombra (in particolare Le Maire, tra la terza e la quarta posizione nei sondaggi, fatica a imporsi come candidato credibile e vincente).  C’è da aspettarsi che si assumeranno più rischi nel dibattito, cercando di attaccare frontalmente chi è in vantaggio. Bisogna considerare che quello di giovedì resta un dibattito tra candidati dello stesso partito, l’obiettivo delle primarie è da un lato scegliere la figura più competitiva alle presidenziali del prossimo anno e dall’altro definire un progetto politico: dal giorno dopo tutti sosterranno il vincitore. Troppo aggressività rischia quindi di indispettire i sostenitori e fare del male al partito.

3-Il Papa e la teoria Gender

A seguito della dichiarazione del Papa, il ministro dell’istruzione Najat Vallaud-Belkacem ha detto che parole di Francesco sono “superficiali e imprecise”  invitandolo in Francia per “leggere i manuali di scuola francese e spiegarci dove sarebbe questa teoria del gender che non esiste nei libri francesi”. La risposta del ministro non è piaciuta a François Fillon,  candidato con le posizioni più conservatrici in merito ai temi della famiglia (è sostenuto dall’associazione “manif pour tous” che si oppone ai matrimoni gay), che l’ha attaccata duramente.

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In questo senso Natalie Kosciusko-Morizet non ha al contrario perso occasione di rimarcare la sua eterodossia rispetto alla linea del partito. Ha detto che Papa Francesco è stato un po’ superficiale, perchè nei manuali scolastici non esiste alcun sostegno alla teoria gender.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017 seconda settimana: disastro Hollande, Sarkozy è nei guai

Meno di 7 mesi al primo turno delle presidenziali, la campagna elettorale entra nel vivo!
Di cosa parliamo oggi:

1-Il disastro Hollande: il presidente non ha ancora dichiarato ufficialmente se si candida o meno, ma ha in qualche modo cominciato la campagna elettorale. Non è però aiutato dall’economia che stenta a ripartire, e i sondaggi sono un a dir poco disastrosi per lui.

2-L’ipotesi Macron: l’ex ministro dell’economia ha lasciato il governo il 30 agosto, dopo mesi di voci e di smentite. Sta cercando di capire se ci sono i margini per una sua candidatura competitiva, e i sondaggi sembrano dargli una chance. Per lasciarsi tutte le porte aperte ha dichiarato di non essere socialista, cosa che gli consente di evitare un passaggio per le primarie nel caso decidesse di correre.

3-L’affaire Bygmalion comincia ad avere ripercussioni sulle primarie dei Républicains. Sarkozy è di nuovo in svantaggio nei sondaggi, giovedì sera è andata in onda un’intervista esclusiva dell’organizzatore della sua campagna elettorale del 2012 da cui l’ex presidente esce piuttosto malmesso. Frank Attal (l’organizzatore) sostiene che l’ex presidente fosse a conoscenza dei metodi usati per ridurre illegalmente le spese della campagna elettorale ed evitare di superare il tetto massimo stabilito per legge. In altre parole, Sarkozy avrebbe speso più del doppio dei 22,5 milioni consentiti dalla legge.

4-La tranquillità di Marine Le Pen: la leader del Front National è poco presente nel dibattito pubblico di queste settimane. È una scelta ponderata, vediamo perchè.

1-La presidenza di Hollande è sempre più un disastro

Chi vi ricorda?

Come è stato notato dalla stampa francese Hollande ha cominciato ufficiosamente la campagna elettorale. Il presidente non ha ancora chiarito se si candiderà o meno, ma sta intensificando la sua agenda per cercare di occupare il più possibile i media e invertire la tendenza nei sondaggi. In settimana ha tenuto almeno cinque discorsi importanti prima di volare a Gerusalemme per partecipare ai funerali di Shimon Peres. Martedì i suoi sostenitori hanno pubblicato un sito intitolato “Notre idée de la France” che nelle intenzioni dovrebbe far da megafono alla futura candidatura di Hollande. Ma la settimana è iniziata molto male su due versanti:

A-L’economia stenta a decollare, agosto ha fatto registrare un aumento di 52.400 disoccupati, mentre il governo aveva previsto a inizio anno che la situazione sarebbe lentamente migliorata nel corso dei mesi. Hollande in più, ha promesso che si candiderà solo in caso di un aumento dei posti di lavoro. Ora, è vero che le promesse sono fatte per essere infrante, ma arrivare alle presidenziali con queste cifre vuol dire sottoporsi ad un bombardamento continuo da parte di tutti gli avversari.

B- Secondo un sondaggio pubblicato da Ipsos il presidente in carica non solo non arriverebbe in nessun caso al secondo turno, ma sarebbe alla pari con Jean Luc Mélanchon (leader della sinistra radicale) e addirittura alle spalle di Emmanuel Macron. Anche i sondaggi sulle primarie sono sconfortanti: se Hollande al primo turno è stimato al 43% contro il 31% et 16% rispettivamente di Arnaud Montebourg e Benoît Hamon, al secondo turno si profilerebbe un testa a testa con Montebourg. È chiaro che per il presidente le primarie hanno un senso se riescono a costituire un momento di trionfo e legittimazione forte per arrivare competitivo alle presidenziali. Un testa a testa sarebbe un’umiliazione, un modo di arrivare alle elezioni ancora più debole di quanto già non sia. In ultimo, l’80% dei francesi giudica negativamente l’azione del governo.

Insomma una catastrofe

2-L’ipotesi Macron

Di Emmanuel Macron parleremo meglio nelle prossime settimane. Qualche accenno può però essere utile: è l’ex ministro dell’economia del governo Valls, è molto giovane (ha 38 anni) e ha lasciato l’esecutivo ad agosto dicendo che non c’erano più le condizioni per andare avanti. In primavera ha lanciato il suo movimento “En Marche” con cui sta raccogliendo le idee per cambiare il paese; al momento l’ipotesi di una sua candidatura piace molto, considerato che fino a tre anni fa era totalmente sconosciuto al pubblico francese. Macron ha però una serie di problemi: viene spesso accusato di essere compromesso con l’establishment bancario, siccome ha lavorato per anni con la banca d’investimento Rothschild; è relativamente inesperto: se da un lato è gradito perché incarna un bisogno di rinnovamento che esiste nella società, allo stesso tempo, come visto settimana scorsa, i francesi sono piuttosto restii a consegnare il paese nelle mani di qualcuno che ha pochissima esperienza di governo; il terzo problema è che si sa ancora poco della sua piattaforma politica e infatti ha un consenso abbastanza distribuito in tutto l’elettorato (pesca poco agli estremi, a dir la verità).

Al momento può parlare e anche bene di economia, cultura, società ma ciò che pensa rispetto a temi fondamentali come sicurezza e identità non è chiaro. Sta cercando di accreditarsi come colui che parla alla Francia che non ha paura, che vuole stare nella globalizzazione, che ha speranza. Il punto è che questi temi non sembrano essere al centro del dibattito, almeno per ora. Ultimo problema: i fondi. Macron ha raccolto solo 9 milioni di euro, pochi per sostenere una campagna alle presidenziali. Finché l’ex inquilino di Bercy non ufficializza la sua candidatura avrà difficoltà a raccogliere la cifra necessaria.
Va chiarito che non ha fretta, non si sa ancora se Hollande decide di candidarsi, né chi sarà il candidato dei repubblicani. È probabile che anche in base a questo l’ex ministro dell’economia prenderà una decisione: con Juppé in campo per lui è dura, visto che in parte si rivolgono allo stesso elettorato. Con Sarkozy ed Hollande invece la partita può essere aperta. Ufficializzare una candidatura adesso non servirebbe, mentre i prossimi mesi saranno utilizzati per strutturare la piattaforma e cercare sostegno tra la classe politica francese. Ad oggi, solo il sindaco di Lione, Gérard Collomb, si è schierato apertamente per Macron. 

3-Sarkozy è in difficoltà

Settimana durissima per l’ex presidente che ha visto in un sol colpo svanire la rimonta nei sondaggi e aumentare la pressione mediatica a causa dei suoi problemi con la giustizia. Ma andiamo con ordine:

A-Per la prima volta da mesi la tendenza nei sondaggi si è invertita, perché Juppé è tornato a crescere: il sindaco di Bordeaux sarebbe in testa al primo turno delle primarie col 40% mentre Sarkozy resterebbe fermo al 33/34%. Hervé Mariton, candidato alle primarie dei Repubblicani e poi ritiratosi, ha ufficializzato il suo sostegno a Alain Juppé e i sondaggi hanno evidenziato una generale mobilitazione dell’elettorato centrista a suo favore. Sarkozy non sembra andare oltre il suo zoccolo duro, e anzi la sua onnipresenza mediatica sembra aver motivato gli elettori che non lo sopportano a sostenere attivamente Juppé. Questo per lui è un grande problema, arrivare secondo al primo turno è un rischio: in questo caso è probabile che gli altri candidati appoggino Juppé per non dividere il partito, come accadde con François Hollande alle primarie del partito socialista nel 2011. Se così fosse le sue speranze sarebbero davvero ridotte.

B-Giovedì sera è andata in onda una puntata di “Envoyé Special” una sorta di Presa Diretta francese. La puntata è basata sulle dichiarazioni di Franck Attal, uno degli organizzatori della campagna elettorale di Sarkozy nel 2012. Attal è uno dei personaggi chiave nell’affaire Bygmalion, l’inchiesta che sta facendo luce sul finanziamento poco chiaro della campagna elettorale di Sarkozy nel 2012. In breve: la società Bygmalion si occupa di logistica di eventi, ed ha gestito tutti i grandi eventi elettorali dell’allora presidente in carica. Sarkozy è accusato di aver superato il tetto massimo di spesa per la campagna: secondo la legge francese i candidati non possono spendere più di 22,5 milioni di euro; l’accusa è che ne abbia spesi il doppio. Per aggirare i controlli sulle fatture, la società Bygmalion e l’UMP (il partito di Sarkozy), si sarebbero accordati per un pagamento in due momenti diversi. Il partito avrebbe pagato ufficialmente alla società Bygmalion delle cifre molto più basse rispetto al reale valore delle prestazioni durante la campagna, in modo da rimanere al di sotto del tetto di 22,5 milioni di euro. Dopo le elezioni L’UMP avrebbe saldato il conto, commissionando e pagando eventi inesistenti. La puntata è stata vista da 3,5 mln di spettatori.

Per questi fatti la procura di Parigi ha richiesto il rinvio a giudizio di Sarkozy, e la decisione del tribunale è prevista per la settimana prossima. La domanda a cui devono rispondere i giudici è: il presidente era a conoscenza delle modalità con cui si stava finanziando la sua campagna elettorale? Attal sostiene che Sarkozy non poteva non sapere, così come gran parte della stampa. Dal canto suo il presidente nega, facendo notare che l’organizzazione della sua campagna era in mano al partito, e non alla sua persona.

Questo affare, che si trascina avanti da tempo, si somma all’inchiesta sui fondi libici; secondo un documento di cui ha avuto visione il sito d’inchieste Mediapart, Sarkozy avrebbe rievuto 1,5 milioni di euro dal regime Libico di Gheddafi per la campagna presidenziale del 2007. Infine, per non farsi mancare nulla, in settimana è uscito il libro di Patrick Buisson, consigliere politico di Sarkozy durante la presidenza. Il libro è un lungo racconto dell’ex presidente basato su una serie di conversazioni registrate e di testimonianze dirette. Ne viene fuori un ritratto di Sarko poco lusinghiero: è descritto come un uomo influenzabile, molto meno duro di quanto lascia trasparire, emotivo e volubile. Il suo sistema di potere è definito “Cesarismo senza Cesare”.

4-Marine la silenziosa 

Per quanto riguarda Marine Le Pen, ho scritto un suo lungo ritratto che trovate qui. Al momento la leader del Front National sta conducendo una campagna molto sobria: poche e mirate uscite pubbliche, toni rassicuranti. Questo perchè la dirigenza del FN è convinta che i fatti parlino per lei. Quanto evocato da anni dal Front National (disoccupazione, terrorismo, crisi del debito), si sta materializzando e non c’è bisogno che venga continuamente sottolineato. In più, secondo il politologo Pascal Perrineau, gli avversari in campagna continua e in lotta fra loro producono “cacofonia” tutta a suo vantaggio. Marine le Pen ha buon gioco a rimanere in silenzio, dandosi un tono presidenziale.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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