Presidenziali 2017

Présidentielle 2017 termina qui, Macron vince la sua scommessa

Questa è l’ultima newsletter sulle elezioni presidenziali francesi che riceverete. La prima è stata inviata il 25 settembre alle 53 persone che si sono iscritte sulla fiducia leggendo un mio post su Facebook. Questa è stata appena inviata a 1492 persone, un numero per me altissimo e inaspettato. Da allora ho inviato 39 puntate settimanali e 7 numeri straordinari. Da marzo la newsletter è stata pubblicata integralmente da IL, il mensile del Sole24Ore, grazie alla geniale intuizione di Christian Rocca, che ringrazio; è stata citata da molti giornali come esempio di giornalismo innovativo; mi ha consentito di andare in radio, televisione e di fare dei piccoli tour in giro per l’Italia a spiegare cosa stesse succedendo Oltralpe, altra cosa per me inaspettata e molto divertente. E, soprattutto, mi ha dato l’occasione di girare la Francia in lungo e in largo (sono diventato un esperto di stazioni ferroviarie) e capire meglio un paese che conoscevo solo grazie ai miei anni universitari a Parigi. Che non è la Francia (luogo comune, ma vero). È quindi il momento dei ringraziamenti, perché questo piccolo esperimento di giornalismo non sarebbe stato possibile senza le centinaia di email che avete scritto in questi mesi per consigliarmi un articolo, pormi delle questioni a cui non avevo pensato, criticare un singolo punto della newsletter oppure una tutta intera. Grazie anche a Hookii, il sito dei commentatori che ha contribuito alla crescita di questo esperimento. Con alcuni di voi sono anche diventato amico nella vita reale ed è una cosa che mi ha reso molto felice, con altri lo sono in maniera virtuale ma prima o poi ci si incontrerà.
Se mia zia, che fa la musicista, non avesse riletto ogni newsletter cercando refusi e concetti spiegati male o poco, avrei commesso molti più errori e approssimazioni. Il più grande ringraziamento va quindi a lei (che legge questa parte con voi, non essendo presente nella bozza), e eventuali errori sono chiaramente da attribuire soltanto a me che spesso ho cambiato frasi all’ultimo secondo.

Veniamo a noi.

1-Macron ottiene la maggioranza all’Assemblea

La grande scommessa di Emmanuel Macron è vinta. Lo sapevamo già, visti i risultati del primo turno, ora è certo. I numeri ufficiali della XV legislatura della repubblica francese sono questi:

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Il grafico è del Figaro

Al netto dell’alta astensione (57,4 per cento) su cui devono evidentemente interrogarsi tutti i partiti, la Francia consegna una maggioranza meno ampia di quanto avevano registrato i sondaggi di domenica scorsa, ma è comunque talmente grande da non porre alcun problema: En Marche! conquista 308 seggi, maggioranza assoluta anche senza gli alleati MoDem, che eleggono 42 deputati. Dei problemi abbiamo ampiamente parlato nelle scorse settimane, e posso capire anche i dubbi sollevati sulla maggioranza schiacciante che ha ottenuto il presidente con un numero di voti relativamente basso. È interessante però confrontare la nuova critica “Macron ha troppi parlamentari” con quelle lette spesso in questi mesi. Prima si diceva “Macron non sarà mai candidato”, poi “non sarà mai qualificato al secondo turno”, poi “non vincerà mai”, infine “può anche vincere, ma non avrà nessuna maggioranza in parlamento”, e ancora “deve dimostrare di essere in grado gestire i summit internazionali” e dopo aver fugato i dubbi “va bene sul piano internazionale, molto bravo, ma governare è un’altra cosa”. Vi cito tutto questo semplicemente per farvi invertire il giudizio: vediamo che fa, come governa, e poi giudichiamo l’efficacia delle sue politiche. Non siamo francesi, quindi ci interessa relativamente, però un fenomeno come quello di Macron può dare degli spunti interessanti anche alla politica italiana.

Infine, il fatto che Macron non abbia un’opposizione fortissima in Parlamento non vuol dire che l’opposizione non esista. Il Senato è al momento controllato dai repubblicani (si vota, con un’elezione indiretta, a settembre), le regioni quasi tutte dai repubblicani, le grandi città sono governate da sindaci iscritti ai partiti tradizionali,. In più la stampa francese è abbastanza aggressiva e alcuni media sono molto famosi per le inchieste (in particolare il Canard Enchainé e Mediapart).

2-La Francia è in declino?
La campagna elettorale è stata lunga e a tratti aggressiva, ma sembra abbia risvegliato un sentimento di speranza nei francesi, che sono un popolo caratterizzato da un pessimismo abbastanza radicato (a questo proposito vi consiglio, se leggete il francese, Comprendre le malheur français di Marcel Gauchet). Come vedete, il bipolarismo ottimismo/pessimismo del quale avevo già scritto in questa puntata della newsletter è sempre presente nell’elettorato francese.

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Questo grafico e i seguenti sono elaborati dal sondaggio dell’istituto Ipsos

Il 53 per cento degli elettori di En Marche! pensa che la Francia non sia in declino e il 42 per cento crede che il Paese sia sì in declino ma che la situazione possa cambiare. Dati opposti si leggono nell’elettorato del Front National: solo il 9 per cento di chi ha votato per il partito di Marine Le Pen crede che la Francia non sia in declino. L’altro dato interessante è quello che considera l’evoluzione di queste opinioni negli anni. Come vedete dall’aprile del 2016 ad oggi è molto calato il numero di francesi che crede che la Francia sia in una situazione di declino irreversibile, e allo stesso tempo è aumentato chi crede che il paese possa rialzarsi.
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Questo vuol dire che i messaggi di speranza che hanno caratterizzato alcune proposte politiche – quello di Macron, ma anche la promessa di una “sesta repubblica” di Mélenchon o il reddito universale di esistenza di Hamon – hanno contribuito a modificare i pregiudizi degli elettori.

L’altra percezione interessante da sottolineare è quella delle speranze che suscita il nuovo presidente. Il 34 per cento dell’elettorato è convinto che Macron migliorerà la Francia, numero superiore al risultato del presidente al primo turno delle presidenziali (24 per cento) e al risultato del suo partito al primo turno delle legislative (28 per cento). Questo si spiega con il buon risultato che Macron ottiene tra gli elettori degli altri partiti, a dimostrazione che il presidente gode di un’approvazione abbastanza diffusa, per il momento. L’altro dato interessante è che il 44 per cento dei francesi non crede che Macron migliorerà la situazione, ma nemmeno che renderà peggiori le cose. Questo è importante perché probabilmente indica il sentimento di attesa che anima gran parte del paese, curioso di capire come governerà il nuovo presidente.

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Qualche notizia sui candidati di peso. Manuel Valls è stato eletto per 139 voti nel suo collegio, ma l’avversaria, Farida Amrani della France insoumise, non ha riconosciuto il risultato e ha annunciato un ricorso. Myriam El Khomri, ex ministro del Lavoro che aveva ricevuto il sostegno del presidente non è stata eletta; Najat Vallaud-Belkacem, ex ministro dell’Istruzione, e Marisol Touraine, ex ministro della sanità, entrambe socialiste, perdono i rispettivi ballottaggi. Stessa sorte per Nathalie Kosciusko-Morizet, sconfitta nella seconda circoscrizione di Parigi da Gilles Le Gendre, candidato di En Marche!. Florian Philippot è l’altro grande sconfitto, il vicepresidente del Front national subisce un duro colpo e con lui, probabilmente, la linea anti-euro egemonica nel partito negli ultimi anni. Infine, tutti i ministri candidati sono stati eletti, così come i due leader dell’opposizione Marine Le Pen (eletta per la prima volta) e Jean-Luc Mélenchon.

Il personaggio della settimana

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Laurent Wauquiez è un repubblicano considerato molto vicino a Nicolas Sarkozy. La sua è una linea di opposizione molto dura a Emmanuel Macron e negli anni è diventato un personaggio gradito anche al Front national. Marion Maréchal Le Pen, nipote di Marine e esponente della linea più cattolica-conservatrice del partito, ha detto più volte di poter lavorare senza problemi con Wauquiez se si dovesse creare un nuovo movimento di destra patriota. Offerta rispedita al mittente ma che fa capire cosa potrebbe succedere nei prossimi mesi, quando s’imporrà una profonda ricostruzione sia per il Front national che per i repubblicani. Wauquiez è rimasto molto discreto dopo la sconfitta alle presidenziali, e ha deciso di non candidarsi all’Assemblea Nazionale per rimanere al suo posto di presidente della regione Auvergne-Rhône-Alpes. A fine novembre c’è il congresso del partito e Wauqiez è uno dei favoriti.

Consigli di lettura

-Parla per la prima volta François Fillon in un lungo articolo del JDD che ricostruisce i difficili mesi di campagna elettorale vissuti dai repubblicani dopo le rivelazioni sugli impieghi fittizi;

-A che servono i gruppi parlamentari? Perché è così importante costituirne uno? Un’analisi, sempre del JDD;

-Il Figaro si chiede quali siano le radici dell’ideologia di Emmanuel Macron, di destra sull’economia, di sinistra sui temi di società.

Présidentielle 2017 termina qui, per ovvie ragioni di cronologia. Non vi abbandono però: continuerò a raccontare la Francia in altri modi dal prossimo autunno e, anzi, se avete qualche idea o consiglio scrivetemi perché ne ho bisogno. Passerò l’estate a pensare ad un nuovo formato che possa rendere interessante il racconto anche senza una campagna elettorale, ma più idee mi sottoponete meglio è. Nel frattempo mi sono trasferito momentaneamente a Roma a lavorare per il Foglio, che mi ha incaricato di scrivere le brevi che trovate nella quinta colonna a destra in prima pagina. Ogni tanto troverete anche il mio nome in calce a qualche pezzo.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentottesima settimana: Macron stravince, il vecchio sistema è annichilito

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“Se i francesi eleggono Macron è perché vogliono che governi. Se ti eleggono poi ti danno il potere, è sempre successo così. Anche se candidassimo lei che è italiano in un collegio, e il collegio è competitivo, sarebbe eletto”. Così rispondeva un deputato molto vicino a Macron ai miei dubbi sulla capacità di En Marche! di riuscire ad ottenere la maggioranza assoluta all’Assemblea. Era inizio aprile e il deputato aveva ragione da vendere.

Emmanuel Macron ha utilizzato e compreso appieno il sistema istituzionale della V Repubblica immaginato da Charles de Gaulle nel 1958 e completato con l’introduzione dell’elezione diretta del Capo dello Stato nel 1962. Ha capitalizzato la riforma del 2002 che ha equiparato il mandato dell’Assemblea e del Presidente (prima il secondo durava 7 anni, due in più del Parlamento), e ha beneficiato del “fatto maggioritario”: chi vince le presidenziali vince anche le successive elezioni legislative. Come vedete la proiezione in seggi fa quasi impressione.

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Questi invece i risultati sul piano nazionale, che vedono En Marche! ampiamente in testa ma con il 28 per cento. Nelle cifre fornite dal ministero dell’interno, da cui è catturato lo screenshot, si vede bene anche il peso dell’astensione. Che è notevole e supera il 50 per cento degli aventi diritto.

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Nel prossimo grafico vedete invece i duelli che si terranno al secondo turno, con un solo triangolare tra un candidato En Marche!, un repubblicano e uno del Front National; 273 duelli tra un candidato En Marche! e un repubblicano; 134 tra un candidato En Marche! e un candidato della France Insoumise; 99 duelli tra En Marche! e Front national; 20 duelli tra un repubblicano e France Insoumise; 6 duelli tra un candidato socialista e Front National; 4 duelli tra un  candidato repubblicano e Front national; 2 duelli tra un candidato socialista e Front National, un solo duello tra France insoumise e Front national.

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L’infografica è del Monde

La grandissima vittoria è senza precedenti se consideriamo il contesto, un presidente giovanissimo, a capo di un partito nato un anno fa con candidati totalmente sconosciuti nei collegi, senza alcuna struttura territoriale e senza soldi. Non è senza precedenti però rispetto ai numeri, visto che nel 1993 la destra conquistò 472 deputati su 577 (sommando i due partiti dell’epoca, l’UDF di Giscard d’Estaing e il RPR di Chirac), nel 2002 la maggioranza di Jacques Chirac, rieletto presidente contro Jean-Marie Le Pen, ottenne 398 seggi su 577.

Per Emmanuel Macron non sarà facile gestire una maggioranza così ampia, per i motivi già descritti venerdì scorso, ma è un problema che qualunque politico vorrebbe dover risolvere. Diverso è il discorso sul dibattito democratico del paese, che rischia di spostarsi al di fuori dell’Assemblea Nazionale, ma per questo vi rinvio alla newsletter di venerdì. In più, nota di colore, esiste un problema logistico: la sala più grande dei vari palazzi di proprietà dell’Assemblea Nazionale è la Victor Hugo, che però ha 350 posti. Il gruppo di En Marche! dovrà quindi trovare un posto dove riunirsi.

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La Bérézina del Partito Socialista

Il 23 novembre 1812 Napoleone si sta lentamente ritirando dopo la disastrosa campagna di Russia quando, tallonato dagli eserciti dello Zar, si trova di fronte al fiume Beresina, impossibile da attraversare velocemente perché non completamente ghiacciato. L’imperatore è dunque costretto a dare battaglia, riuscendo a vincere ma perdendo quasi 50.000 uomini tra morti, feriti e prigionieri. Insomma un disastro militare, il vero simbolo della folle spedizione in Russia, diventato paradigmatico: “c’est une Bérézina” dicono i francesi quando devono indicare una sconfitta senza appello, come la nostra Caporetto.

È quanto titolano i giornali di oggi sul Partito socialista, che conosce la sua peggiore sconfitta dalla fondazione nel 1971. Nemmeno nel 1993, anno orribile nella memoria dei dirigenti socialisti, la sconfitta fu così cocente, con i socialisti che portarono a casa 57 deputati. Stavolta le proiezioni dicono che il PS otterrà tra i 15 e i 25 seggi, e il primo turno ha emesso una serie di sentenze molto dure. Sono già eliminati Jean Christophe Cambadélis, il segretario del partito; Benoit Hamon, il candidato all’elezione presidenziale, Aurelie Filippetti, ex ministro della cultura, Matthias Fekl, ex ministro degli interni, Gérard Bapt, eletto ininterrottamente dal 1978. Il partito ottiene 1.685.773 voti, cioè 10.000 in meno di Nicolas Dupont-Aignan alle presidenziali, il leader della destra indipendente alleatosi poi con Marine Le Pen.

Se è vero che il Partito socialista non esiste più, non si può dire lo stesso delle idee e dell’elettorato. Il reddito universale di esistenza ha monopolizzato il dibattito pubblico per due mesi durante la campagna presidenziale, segno che delle idee in attesa di trovare una rappresentanza politica adeguata esistono. Per la sinistra si pone quindi, come spesso accade, il problema di raccogliere le varie esperienze e federarle per proporre una reale alternativa di governo. La vittoria di Macron lascia molto tempo per riflettere sul da farsi.

La sconfitta netta del Front national

Il Front national continua il suo periodo di grande difficoltà. Dopo anni in cui sembrava “alle porte del potere” o comunque in grado di conquistare un numero di seggi sufficiente a contare parecchio nel dibattito in Assemblea, il partito di Marine Le Pen realizza un risultato assimilabile a quello del 2012, quando raggiunse il 13, 6 per cento. La differenza rispetto a cinque anni fa, a dimostrazione di come il partito sia molto cambiato, riuscendo a radicarsi in alcuni territori, specialmente nel nord-est, è la quantità di collegi in cui è presente al ballottaggio: da 61 circoscrizioni a 120, come potete vedere dalle mappe seguenti.

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L’infografica è del Figaro

Le proiezioni non stimano il Front national in grado di costituire un gruppo parlamentare, è quindi una grande sconfitta per Marine Le Pen, che ha visto i suoi elettori scomparire dopo la cocente delusione del 7 maggio. Se è vero che il marchio Le Pen è al momento impossibile da separare dal Front national (ma per le imprese impossibili bussare al temporaneo inquilino del 55 Rue du Faubourg Saint-Honoré), Marine deve almeno vincere nella sua circoscrizione per evitare di essere messa seriamente in discussione. È arrivata in testa con il 46 per cento dei voti, e affronterà la candidata di En Marche! che ha raccolto il 16,4 per cento: è favorita, ma ha raggiunto un risultato molto simile a quello del 2012 (42 per cento), quando mancò poi la vittoria per una manciata di voti al ballottaggio contro il socialista Philippe Kemel.

Chi farà l’opposizione?

I repubblicani, come previsto alla vigilia, subiscono un forte arretramento rispetto al 2012, ma non ci sono particolari notizie da segnalare, se non che moltissimi candidati di peso sono in grande difficoltà. Presente in più di 300 ballottaggi, il partito è in misura di vincerne poco più di 100, secondo tutte le proiezioni. Da lunedì prossimo le difficoltà rimarranno le stesse: come fare ad opporsi ad una maggioranza presidenziale guidata da un uomo di destra, che in materia di economia e lavoro conduce politiche da anni richieste a gran voce dalla destra e che ha due uomini di destra a Bercy?

Jean-Luc Mélenchon ha invece fallito la scommessa di diventare il primo gruppo di opposizione alle politiche di Emmanuel Macron, seppure supera definitivamente il Partito socialista, suo sogno da decenni. È favorito nel suo collegio, a Marsiglia, ma riuscirà a stento a costituire un gruppo parlamentare (servono 15 deputati), e difficilmente potrà apparire come un profilo in grado di federare una nuova forza di sinistra, visto che ha passato questo mese a insultare tutti i membri del partito socialista e ha rotto la sua alleanza con il partito comunista. Il suo partito, la France Insoumise, ha perso quasi 10 punti rispetto alle presidenziali.

Emmanuel Macron ha utilizzato a fondo gli strumenti del vecchio sistema per distruggere i partiti tradizionali, che appaiono annichiliti dalla sua proposta di centro radicale, e gli estremi, che pagano la disorganizzazione e le difficoltà di uno scrutinio a doppio turno. Il suo primo mese di presidenza è stato esemplare, e ciò ha sicuramente contribuito, se non alla vittoria in sé, all’ampiezza della stessa. Questo non vuol dire che la Francia è stata completamente sedotta. Lo sono i media, lo è Parigi, lo sono il mondo dell’arte e dello spettacolo, ma alle legislative c’è stato il record storico di astensione e la vittoria si è costruita anche e soprattutto sui difetti degli altri.

Ne abbiamo parlato a sufficienza durante le presidenziali, e alle legislative è accaduto più o meno lo stesso: in un ballottaggio con la sinistra, la destra vota per En Marche!, in un ballottaggio con la destra, la sinistra vota per En Marche!, in un ballottaggio con il Front national, tutti gli altri votano per En Marche!. È il premio al radical center, ad un messaggio radicale, coerente, che non è mai cambiato durante la campagna elettorale e che non si smentisce nemmeno in queste prime settimane di governo.

L’adesione però è un’altra cosa, e nelle nostre società così indecise e liquide non è assolutamente scontato che arriverà durante i cinque anni. Emmanuel Macron ha dimostrato di essere un talento puro nel conquistare il potere e per ora anche nel saper gestire degli incontri internazionali. Avrà talento anche nel governare? Questo non lo sappiamo ancora e mi asterrei da valutazioni precoci, vedremo cosa farà. E con questa maggioranza non ha scuse.

Il personaggio della settimana

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Laetitia Avia è candidata con En Marche! nell’ottava circoscrizione di Parigi. È arrivata in testa con il 39,59 e affronterà Valérie Montandon, repubblicana, arrivata al 15,43 per cento. Intervistata stamattina da Franceinfo ha fatto capire che per alcuni deputati di En Marche! non è affatto scontato sostenere tutte le leggi che proporrrà il governo: “abbiamo una personalità, sfideremo il governo perché questo è il nostro ruolo, abbiamo il dovere di controllarlo. Potremmo opporci ad una legge, siamo eletti per fare l’interesse della Nazione, dopotutto”. Potrebbe essere una dichiarazione di circostanza, ma non è detto. Abbiamo di fronte il primo accenno di fronda?

Consigli di lettura

-Dopo le legislative il Partito socialista potrebbe perdere quasi 100 milioni di finanziamento pubblico ai partiti;

-Matthieu Croissandeau, direttore dell’Obs, spiega quali sono i problemi di una maggioranza troppo ampia per Macron, e quali le insidie dello stato di grazia di inizio impero;

-Come sarebbe l’Assemblea Nazionale con la proporzionale? E con un sistema come il Mattarellum? Ha provato a rispondere FranceInfo, con delle mappe interessanti;

I ballottaggi da tenere d’occhio domenica prossima, secondo il JDD.

Noi ci sentiamo direttamente lunedì prossimo, se non ci sono particolari novità durante questa settimana. Se dovesse succedere qualcosa di veramente interessante mi farò vivo!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, edizione straordinaria: al voto al voto (di nuovo)

Edizione straordinaria della newsletter sulle presidenziali francesi

Mesi fa, quando è iniziato ad apparire chiaro che Macron aveva serie possibilità di vittoria alle presidenziali, moltissime analisi (comprese le mie) dubitavano di una vittoria alle successive elezioni legislative. Il ragionamento era che un movimento poco strutturato sul territorio, molto giovane, che aveva basato tutto il suo successo sulla capacità del proprio leader, non sarebbe stato così competitivo in un’elezione che è sì nazionale, ma ha una notevole componente locale data dal collegio uninominale. Si diceva, all’epoca, che già raggiungere la maggioranza relativa sarebbe stato un grande successo, visto anche l’annunciato exploit del Front National e la storica competitività dei repubblicani alle legislative. Parlando con più deputati macronisti mi veniva invece spiegato che le legislative non sarebbero state un problema, perché “se i francesi ti fanno vincere alle presidenziali poi ti danno anche i mezzi per governare”.

A quanto sembra a En Marche! avevano ragione e noi giornalisti, politologi e analisti torto. Come vedete le proiezioni sono abbastanza evidenti e segnalano una maggioranza da record all’Assemblea Nazionale. Tanto che secondo il Canard Énchainé il presidente avrebbe detto in privato di essere “preoccupato” di una maggioranza così ampia. Perché la preoccupazione? En Marche! ha fatto del rinnovamento uno dei pilastri della sua campagna elettorale: metà dei candidati all’Assemblea non hanno mai avuto mandati elettivi, meno del 10 per cento è deputato uscente. Questo però pone un problema, soprattutto in un gruppo così grande: come si gestiscono persone che non sanno come funziona la vita di un gruppo parlamentare e hanno una grande autonomia personale, venendo dal mondo delle professioni?

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La proiezione dei seggi dopo i due turni delle legislative

Intendiamoci, avere un solido mestiere oltre alla politica è una cosa positiva, però può aumentare il rischio di fronda su alcuni provvedimenti. Anche perché la provenienza politica dei candidati è molto eterogenea: come annunciato da En Marche! sarà la Francia sedicente progressista a comporre la maggioranza presidenziale, persone di destra, di sinistra e di centro unite dalla volontà di attuare il programma del presidente. Più facile a dirsi che a farsi: non è detto che i vari deputati andranno sempre d’accordo e anzi è possibile immaginare che le discussioni saranno abbastanza accese; in questo senso sarà molto importante capire chi diventerà il presidente del gruppo parlamentare, visto che il ruolo sarà molto delicato e spesso decisivo. Un conto è gestire i 300 deputati necessari per avere una maggioranza tranquilla, altra questione è gestirne quasi 400.

I rischi che un gruppo di maggioranza così ampio (siamo sul 65 per cento dei seggi) porta con sé sono principalmente due, oltre alle difficoltà di gestione. Il primo è che il dibattito democratico si sposti da una dinamica maggioranza-opposizione che si affrontano secondo i rispettivi ruoli, ad una dinamica di discussione tutta interna alla maggioranza. Questo non è un bene per la democrazia che ha bisogno di un pluralismo di opinioni e soprattutto per un paese come la Francia, dove il problema della mancanza della rappresentanza è molto dibattuto e sentito dai cittadini. Il secondo rischio, direttamente legato al primo, è che l’opposizione non trovi altro modo che manifestarsi in piazza, visto che all’Assemblea il secondo gruppo, quello repubblicano, non è giudicato in grado di fare un’opposizione molto dura (alcuni candidati si sono detti pronti a votare molte leggi proposte da Macron). Una situazione del genere potrebbe presentarsi già nei prossimi mesi sulla grande riforma del mercato del lavoro: l’introduzione della flexisecurity promessa dal presidente è uno dei temi che più divide l’opinione pubblica, e le forze che le sono avverse rischiano di essere poco rappresentate in parlamento.

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Le intenzioni di voto a livello nazionale

La crisi dei partiti tradizionali

Socialisti e repubblicani si trovano in una situazione di grande difficoltà, seppure con gradazioni diverse. I socialisti rischiano la scomparsa, con le proiezioni che attribuiscono meno di 40 seggi al partito che durante la Quinta Repubblica ha espresso due presidenti della repubblica e nove primi ministri. Personalità storiche rischiano di perdere il proprio collegio (come l’ex primo ministro Manuel Valls, il candidato alle presidenziali Benoît Hamon o l’ex ministro dell’istruzione Najat Vallaud-Belkacem), e il partito è vittima del “grand remplacement”, della grande sostituzione con En Marche!, come ha efficacemente titolato il Figaro.

I gollisti tengono nelle intenzioni di voto rispetto alle presidenziali ma sono sotto shock, rischiando di passare dai 229 deputati eletti nel 2012, quando pure erano stati sconfitti alle presidenziali, ad un  piccolo gruppo di 150. Gli elettori di destra sono molto confusi: hanno visto il loro candidato, favorito dopo la vittoria alle primarie, eliminato dal primo turno, e hanno ricevuto incessanti segnali nella composizione del nuovo governo di Macron, che potrebbero giudicare non così distante dalle loro idee. Il primo ministro è stato segretario generale dell’UMP (la formazione post gollista immaginata da Chirac e Juppé), e il ministero dell’Economia è interamente nelle mani degli ex repubblicani Le Maire e Darmanin. Come vedete, la metà degli elettori repubblicani preferisce Edouard Philippe come primo ministro a François Baroin, che è il leader del partito.

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È proprio la leadership un altro punto di debolezza dei socialisti e dei repubblicani. Bernard Cazeneuve, capo della campagna socialista ed ex primo ministro molto apprezzato durante la fine della presidenza Hollande, ha deciso di non ricandidarsi all’Assemblea Nazionale e ha fatto capire che dopo le elezioni andrà a lavorare in uno studio legale. François Baroin ha invece detto più volte che potrebbe tornare a fare semplicemente il sindaco di Troyes e occuparsi dell’associazione dei sindaci di Francia di cui è presidente, lasciando addirittura il Senato (ad oggi è senatore-sindaco).

Tutti segnali di precarietà e confusione che de-mobilitano un elettorato già fortemente disilluso dopo la vittoria di Emmanuel Macron, e che potrebbe pensare di dare una chance al giovane presidente.

La vera opposizione

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Chi incarna al meglio l’opposizione a Macron?

Front national e France insoumise sono due partiti molto penalizzati dal modo di scrutinio maggioritario a doppio turno. Possono da un lato rallegrarsi vista la credibilità acquisita e riconosciuta dai francesi di vera forza di opposizione a Emmanuel Macron, anche perché questo sentimento diffuso potrebbe essere molto utile se sfruttato alle elezioni locali che si tengono durante i cinque anni di presidenza. D’altro canto quest’elezione rischia di essere molto complessa e un cattivo risultato sembra difficile da evitare.

Jean-Luc Mélenchon si è trovato subito di fronte ad un dilemma: come capitalizzo il 19,5 per cento ottenuto al primo turno delle presidenziali? Il leader della France Insoumise ha scelto l’opposizione frontale e l’innalzamento dei toni: ha deciso di rompere il fronte repubblicano contro Marine Le Pen, non dichiarando il proprio voto a favore di Emmanuel Macron; ha rinnegato l’accordo con il Partito comunista che lo aveva sostenuto alle presidenziali presentando un suo candidato in quasi tutti i collegi; ha iniziato ad attaccare ferocemente l’ex primo ministro Bernard Cazeneuve che si sarebbe “occupato dell’assassinio di Rémi Fraisse” un manifestante ucciso da un poliziotto durante la protesta contro la costruzione della diga di Sivens. La dichiarazione è stata molto criticata dalla stampa e ha contribuito a far riaffiorare l’aggressività del personaggio, un attributo smorzato durante la campagna presidenziale e che era stato a lungo considerato il principale punto debole di Mélenchon.

Per il Front national la questione è relativamente diversa. Il partito è sempre stato un movimento di protesta nazionale, e abbiamo già notato come il doppio turno e l’incapacità di fare alleanze larghe impediscono a Marine Le Pen di arrivare a vincere le elezioni. L’elezione presidenziale poi, ha sì fatto segnare dei record in termini di percentuale e di voti assoluti, ma è stata vissuta come una sconfitta dalla base e dal gruppo dirigente. Al Front National si aspettavano un risultato sopra il 40 per cento, tra il primo e il secondo turno si parlava di un obiettivo di 80 deputati all’Assemblea, mentre il dibattito disastroso e il risultato al di sotto delle aspettative hanno prodotto, nell’ordine:

-Il ritiro temporaneo dalla politica di Marion Maréchal Le Pen, il volto molto mediatico e conservatore del partito, eletta all’Assemblea Nazionale nel 2012 e fondamentale per gli equilibri politici nel sud est, dove il Front National ha sempre ottenuto ottimi risultati ma oggi non ha candidati forti nei collegi favorevoli;

-La polemica molto aspra tra Florian Philippot, il braccio destro di Marine Le Pen, e il resto del partito sulla posizione da tenere sull’euro. Philippot ha fondato una sua associazione politica autonoma (Les Patriotes) e ha minacciato di lasciare il partito se la posizione dell’uscita dall’euro dovesse essere abbandonata, ricevendo risposte del tipo “che faccia pure, non abbiamo bisogno di lui”;

-La fine della brevissima alleanza con Nicolas Dupont-Aignan, unico candidato alle presidenziali a schierarsi per Marine Le Pen al secondo turno che ha abbandonato subito la nave e ha presentato candidati in tutte le circoscrizioni;

-Una grande difficoltà nei sondaggi con le proiezioni che danno il Front National a rischio persino nella costituzione di un gruppo parlamentare (servono 15 deputati).

Il partito sta iniziando a ragionare seriamente del proprio futuro, ed è previsto un congresso ad inizio 2018. L’obiettivo è arrivarci meno divisi di ora e con la leadership dell’opposizione alla presidenza Macron. Vaste programme.

Per oggi è tutto, domenica si vota, io sarò la mattina ospite di Omnibus La7 e seguirò lo spoglio a Roma su Radio 1, per chi vuole. Sabato scorso ho passato una giornata con il ministro dell’economia, Bruno Le Maire, che ho intervistato per Pagina99. Qui l’inizio dell’articolo, che trovate sul numero digitale e in edicola.

Tutti i sondaggi citati sono stati realizzati da Ifop per Le Figaro

Noi ci sentiamo lunedì, per commentare il voto!

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Présidentielle 2017, trentunesima settimana: Macron/Le Pen al ballottaggio

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Risultati

È il febbraio del 2016, Emmanuel Macron è il giovane e brillante ministro dell’economia di François Hollande, unico volto popolare in un governo al capolinea e in conflitto continuo con la società francese. Il giovane ministro è ambizioso e comprende che esiste un vuoto politico da colmare: la Francia è pronta per un grande cambiamento, per una nuova avventura politica al di fuori delle logiche dei due principali partiti, stanchi e sfibrati da anni di faide interne. Così Macron inizia discretamente a organizzare incontri con politologi e sondaggisti: vuole valutare quanto una sua candidatura alle presidenziali sia praticabile.

In quel febbraio è ricevuto da molti esperti, come mi ha raccontato uno di loro, tutti con la medesima lista di “motivi per cui è impossibile farcela”, motivi che chi segue questa newsletter da un po’ conosce bene: mai eletto, senza partito, senza esperienza, senza soldi, rappresentante di una posizione politica, quella centrista, mai stata maggioranza nel paese. Alla lista a lui opposta Macron esclama, quasi sorpreso: “sì, ma tutte queste cose le sapevo già!”, e allo stupore del politologo di turno replica subito, con un lampo di follia nello sguardo “mais c’est le moment”, è il momento, o lo faccio adesso o non lo faccio più, il 2022 è troppo lontano. C’est le moment per fondare un partito nuovo, candidarsi in autonomia e conquistare l’Eliseo contro ogni pronostico e contro ogni ragionevolezza.

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La foto è presa dal profilo Twitter di Newsweek

La scommessa era ardita, perfino incosciente per un trentottenne ai primi passi in politica, all’inizio di una promettente carriera vista la capacità di tessere relazioni, il brillante percorso nel settore privato, la notorietà acquisita grazie ai ruoli pubblici. La scommessa era già stata persa da François Bayrou, oggi al suo fianco, che nel 2007 aveva dato l’impressione di poter spezzare il bipolarismo socialisti-gollisti ma alla fine si era dovuto arrendere ad un ottimo quanto inutile 18,5 per cento; la scommessa era cominciata senza grande clamore nell’aprile del 2016 in una piccola sala con 500 persone ad Amiens, la sua città natale, una sorta di riunione di famiglia, con gli amici di sempre, qualche compagno di scuola, qualche curioso per “il figlio dei Macron che oggi è ministro e domani chissà”, e oggi continua a Porte de Versailles, con 1000 giornalisti accreditati, migliaia di persone in festa, gli occhi del mondo su di lui. La scommessa è stata vinta, EM, Emmanuel Macron, En Marche! è al secondo turno, è favorito, può vincere, può conquistare l’Eliseo dopo aver rotto tutte le regole della quinta repubblica tranne, forse, una: la presidenziale è l’incontro di un uomo con il popolo, non un affare tra partiti. Non esiste elezione più verticale di questa, Macron l’ha interpretata alla perfezione.

Sullo sfondo, il disastro dei socialisti, al 6,3 per cento, pericolosamente vicini al “piccolo candidato” Nicolas Dupont-Aignan che sfiora il 5 per cento, e il naufragio dei repubblicani, traghettati verso la disfatta da François Fillon e vicini all’implosione, stretti come sono tra l’estrema destra di Marine Le Pen e il “grand rassemblement” che animerà Emmanuel Macron per governare. E, infine: siamo sicuri che le primarie siano una buona idea?

(Dei tanti punti deboli di Macron ne parliamo domenica, ché qui non c’è spazio!)

Marine Le Pen è nella storia

Forse non vincerà Marine Le Pen, forse è vero che, come ha spiegato Brice Teinturier, è matematicamente e politicamente impossibile che il Front national vinca le elezioni il 7 maggio. Eppure Marine, la candidata della rose bleue, è l’altra grande trionfatrice di questo primo turno incerto e imprevedibile. Ieri sera si è chiusa la prima fase di un cammino cominciato nel 2011, l’anno zero del frontismo depurato, della dédiabolisation: lo sdoganamento è compiuto, un fatto epocale come il Front national al ballottaggio è derubricato a non-notizia, nessun grande giornale titola con sorpresa tranne l’Humanité, il duello con Marine Le Pen è un fatto, scontato. Marine Le Pen è legittimamente all’interno del sistema politico francese, detta i temi del dibattito, si appoggia sull’altra rivoluzione, quella macronista, antagonista perfetta per caratterizzare il suo progetto.

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La candidata del Front national ha partecipato ai dibattiti tv senza che nessuno sottolineasse la sua estraneità ai valori comuni della République; ha reso ineluttabile e quasi normale essere lì, a giocarsi il ballottaggio per la carica che fu di de Gaulle, Giscard d’Estaing e Pompidou; può sorridere vedendo la debolezza del barrage repubblicano cui volta le spalle Jean-Luc Mélenchon, che non dichiara il proprio voto mettendo sullo stesso piano il Front national e En Marche!, lo stesso Mélenchon che dopo il disastro del Partito Socialista di Lionel Jospin e l’arrivo di Jean Marie Le Pen al ballottaggio nel 2002, chiese di votare per Chirac, andò in depressione e smise di fumare; lui che di pacchetti al giorno ne consumava non uno, non due, ma tre.

È per questo che ieri, nel feudo di Hénin-Beaumont, i frontisti festeggiavano come se avessero vinto nonostante i risultati non eccezionali che vedono un sostanziale arretramento rispetto alle regionali 2015, quando il partito arrivò al 27 per cento sulla scia di una dinamica elettorale senza precedenti. Si festeggia la legittimità, la capacità di essere stati al centro del dibattito, di averlo a tratti dettato, di aver, tra le altre cose, preteso e ottenuto che venisse rimossa la bandiera europea dallo sfondo dell’intervista “istituzionale” di Marine Le Pen a TF1. L’ambizione, nemmeno troppo nascosta, è prendere il posto della destra tradizionale; è diventare la nuova destra, nazionalista e sociale, che può avere come punto di riferimento il nume tutelare di quella quinta repubblica che ieri sera è crollata senza appello: de Gaulle, il generale sempre presente nei discorsi di Marine, e presente anche ieri nel suo commento a caldo dei risultati.

Il secondo turno resta per il Fronte una prova molto difficile, come alle regionali del 2015, quando arrivò in testa al primo turno in moltissime regioni, ma perse tutti i ballottaggi. Arrivarci rincorrendo, con una dinamica in flessione, rende il tutto ancor più complicato. Per vincere ha una sola strada: rendere il ballottaggio un referendum anti-establishment. La regola delle elezioni a due turni in Francia è la seguente: al primo turno si sceglie, al secondo si elimina. Questo ha voluto dire l’eliminazione costante del Front national, al secondo turno sempre penalizzato dal famoso barrage repubblicano, la coalizione di tutti i partiti contro il mostro lepenista. L’occasione, per Marine Le Pen, è presentare Macron come la quintessenza di quel sistema che una parte dei francesi vuole abbattere. Popolo contro élite, piccolo agricoltore contro banchiere, globalizzazione contro Francia, questa è l’unica strada che può tentare Marine Le Pen. Ne parleremo meglio, anche e soprattutto dopo i dibattiti televisivi che si terranno in queste due settimane. Dibattiti che, en passant, Jacques Chirac e Jean Marie Le Pen non animarono mai, perché nel 2002 con il Front national non si discuteva, perché non si legittima ciò che non si riconosce: “non si può accettare la banalizzazione dell’intolleranza e dell’odio”.

Veniamo ai numeri

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Queste sono le mappe (elaborate dal Point) divise per dipartimento che confrontano i risultati del 2012 con quelli del 2017. Come potete notare c’è una sostanziale sovrapposizione del risultato di Hollande con quello di Macron e di Sarkozy con quello di Marine Le Pen con la rilevante eccezione del nord est, dove il Front national è agilmente sopra il 30 per cento. In questo contesto è interessante il voto di Parigi che, come vedete, ha premiato Macron ed ha visto l’arretramento di Marine Le Pen, che addirittura fa peggio del 2012.

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Pazzesca la percentuale identica Hollande/Macron

I primi studi sulla sociologia del voto (la referenza è il sondaggio Ipsos) confermano la differenza marcata tra gli elettorati dei due candidati che si affronteranno al ballottaggio. Emmanuel Macron è il candidato degli ottimisti, di chi ha vinto la sfida della globalizzazione, di chi è più agiato e vive nelle grandi città; Marine Le Pen risponde invece alla Francia che è rimasta indietro e chiede protezione, ha un livello di reddito e di istruzione meno elevato, è pessimista su quanto succederà domani.

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La domanda vuol dire, letteralmente, “come ve la passate con ciò che guadagnate?” Come vedete il 43 per cento di chi arriva a fine mese “difficilmente”, ha votato Marine Le Pen, il 32 per cento di chi arriva a fine mese “facilmente”, ha votato per Emmanuel Macron. Una spaccatura netta e profonda.

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La domanda è “rispetto alla vostra generazione, come credete che vivranno le giovani generazioni future?” Anche qui c’è una grande spaccatura tra chi pensa che le cose andranno meglio e vota per Macron, 35 per cento, e chi pensa che invece andranno peggio e vota per Marine Le Pen, 25 per cento.

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In questo ultimo grafico potete vedere il voto per categoria. Marine Le Pen fa il pieno tra gli operai, 37 per cento, e gli impiegati, 32 per cento, mentre Macron è il più votato tra i quadri, 33 per cento, e nelle professioni intermedie, 26 per cento.

-Breve punto della situazione alle 9.30, ora in cui invio la newsletter, i candidati sconfitti si sono espressi così: Fillon, Hamon e Arthaud voteranno e faranno votare per Macron, Poutou, Mélenchon e Dupont-Aignan non si sono espressi.

Fatemi chiudere con una considerazione personale. Se sono riuscito a raccontarvi queste elezioni in modo utile è perché ho studiato moltissimo, ho letto, chiesto pareri, ascoltato conferenze su youtube, guardato talk show e interviste senza smettere mai. Ma soprattutto ho parlato con le persone, ho ascoltato le loro paure e le loro aspirazioni, le loro ossessioni e le loro speranze; ho litigato con parecchi militanti, qualche addetto stampa un po’ stronzo, con i ritardi della SNCF e i miei, ché sono una frana con le scadenze; ho preso i fischi a quasi ogni comizio di Fillon e Le Pen, con candidato e sostenitori che urlavano contro la “stampa di regime”. In tutto ciò, ma lo sapete e lo avete capito, mi sono divertito moltissimo.

Insomma, se questa newsletter ha avuto un piccolo successo è perché mi ha consentito di fare quello che i giornali tradizionali non fanno più e non fanno fare ai loro corrispondenti, alcuni bravissimi e sprecati. In quasi tutti i comizi dove sono andato (ne ho contati ventisei, da gennaio ad oggi) ero l’unico italiano, stessa cosa alle conferenze stampa, alle riunioni pubbliche dei militanti. In televisione a parlare di Francia ci sono persone che hanno messo piede solo al Marais (magari dieci anni fa) e utilizzano ciò che sta accadendo qui per parlare di Italia, del tweet di Salvini sull’attentato e #ForzaMarine, di Renzi che copia En Marche! e fa In Cammino. Succede perché è sempre stato così, nessuno si è mai posto il problema e se nessuno lo pone il dibattito resta noioso e inutile così com’è. Mi pare giusto che questa piccola comunità di 1324 persone cominci a porselo e ad essere più esigente con chi fa informazione così come lo è, giustamente, con me, che la settimana scorsa ho sbagliato a scrivere de Villepin e sono stato, giustamente, redarguito. So che sono iscritti parecchi direttori di giornali, radio e tv: il problema ponetevelo anche voi.

Infine il tweet geniale della serata, con i sondaggi che ci hanno preso al millimetro. A Gabriele, che cura una newsletter sulla politica inglese (e iscrivetevi no? Che tra due mesi si vota!), è venuta l’idea geniale di usare l’hashtag #maratonamaselli per la serata di ieri. Siamo finiti in Trend Topic, quindi grazie davvero a tutti!

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Ah, ultima cosa: il 28 aprile esce il nuovo numero di IL-Idee e lifestyle del Sole 24 Ore. Ci trovate anche un mio pezzo, ci vediamo in edicola!

Per oggi è tutto, noi ci vediamo mercoledì a Torino al circolo dei lettori con Lorenzo Pregliasco di Youtrend, giovedì a Milano alle 18.30 alla libreria Temporibus Illis con Lia Quartapelle e Giuliano da Empoli, venerdì a Roma alle 17 al LOFT della Luiss con Simone Massi.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, edizione straordinaria: il terrorismo a tre giorni dal voto

Edizione straordinaria della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Ieri sera un poliziotto è stato ucciso in un attentato terroristico a Parigi. Cos’è successo e che impatto ha sulla campagna presidenziale?

2-“La Francia si è spostato a destra” è una frase ricorrente nelle conversazioni parigine. Eppure dai sondaggi non sembra, dove sono finiti gli elettori di destra francesi?

1-L’attentato di Parigi

I fatti

Ieri sera alle 21.00 un uomo armato con un fucile automatico è sceso dalla sua auto in Avenue des Champs-Élysées e ha aperto il fuoco verso una camionetta della polizia, uccidendo un agente e ferendone un altro. L’uomo ha provato a continuare l’attacco dirigendosi verso gli altri agenti presenti sul posto ma è stato abbattuto prima che potesse uccidere ancora. Il bilancio totale dell’attacco è di un poliziotto morto, due altri agenti in gravi condizioni oltre ad una turista lievemente ferita. Il procuratore di Parigi François Molins ha confermato che l’identità dell’attentatore è stata verificata ma non l’ha rivelata alla stampa, visto che sono in corso delle indagini per capire se l’attentatore avesse dei complici. Era stato emanato un mandato d’arresto per un presunto complice che però si è immediatamente presentato al commissariato di Anversa in Belgio. Non è chiaro se per costituirsi o per spiegare di essere totalmente estraneo all’attentato.

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L’infografica è stata realizzata da Sud-Ouest

Lo Stato Islamico ha subito rivendicato l’attacco che avviene in un momento di fortissima tensione e allerta terroristica. Il week end scorso i candidati erano stati avvertiti dal ministero dell’interno su una minaccia precisa verso la loro persona e la loro campagna, e le misure di sicurezza erano state aumentate (Fillon ha dodici agenti di scorta e il livello del protocollo della sua protezione è 2, in una scala da 1 a 4, dove 1 è il livello massimo). Martedì sono stati arrestati due sospetti terroristi a Marsiglia, e nel loro appartamento sono state trovate delle foto dei vari candidati, dei comunicati inneggianti alla “legge del taglione” in riferimento ai bombardamenti occidentali in Siria e 3 kg di esplosivo.

Il Figaro riporta che il sospetto sarebbe Karim C. un uomo francese di 39 anni residente nel dipartimento di Senna e Marna già conosciuto sia ai servizi segreti che alla polizia. Nel 2001 ha ferito due agenti a seguito di un inseguimento a bordo di un’auto rubata, una volta in commissariato ha attirato un terzo agente nella sua cella, l’ha disarmato e gli ha sparato ferendolo gravemente, prima di essere bloccato e neutralizzato. L’uomo era considerato “estremamente pericoloso e violento” dai servizi ed aveva un lungo passato giudiziario: condannato nel 2005 a 15 anni di carcere per tentato omicidio, era in libertà dal 2015, ma controllato dai servizi antiterrorismo dal dicembre scorso per alcune minacce alla polizia.  Secondo le informazioni del Monde Karim C. non sarebbe però un “fiché S” la schedatura del ministero dell’interno riservata agli individui particolarmente pericolosi per la sicurezza pubblica (che, nel caso in cui non fossero francesi o binazionali Marine Le Pen vorrebbe immediatamente espellere dal territorio francese).

La polizia come bersaglio

Il luogo dov’è avvenuto l’attacco è uno dei più turistici della città, ed uno dei più controllati dalla polizia. Nelle immediate vicinanze della grande avenue si trovano l’Eliseo, il ministero dell’interno e il commissariato del quartiere; in più è un luogo dove le misure di ordine pubblico sono rinforzate a causa della presenza di musei e negozi a grande afflusso di persone. Se l’attentatore avesse voluto compiere una strage come quella del novembre 2015 avrebbe potuto direttamente puntare verso una delle tante code che si formano ai negozi o uno degli affollati bistrot che si trovano lungo la strada. La scelta di attaccare la polizia è quindi deliberata, l’uomo si è semplicemente diretto in uno dei posti dove poteva trovare più bersagli di questo tipo.

Questo atteggiamento diverso era già stato sottolineato in occasione degli attacchi al Louvre, dov’era stato ferito un poliziotto, e ad Orly, dove una poliziotta era stata quasi disarmata da un attentatore prima che questi venisse neutralizzato dai colleghi della pattuglia. Le forze dell’ordine francesi devono non solo proteggere le persone ma anche proteggere sé stessi: è un tipo di terrorismo diverso da quello a cui siamo tristemente abituati in Francia e rende il lavoro delle forze dell’ordine più difficile e più stressante. Va tra l’altro sottolineata la professionalità degli agenti di polizia costretti ad aprire il fuoco verso l’attentatore in un ambiente molto frequentato.

A chi giova?

Non lo sappiamo, e chi scrive o sostiene il contrario mente. Quello che è certo è che la lotta al terrorismo non è stata al centro del dibattito di queste presidenziali, nemmeno in occasione delle due aggressioni citate prima. I candidati si sono concentrati sul rapporto con l’Europa, la disoccupazione, la politica estera, oltre che, come sapete bene, sui vari scandali che hanno segnato la campagna elettorale. Il terrorismo è stato oggetto di discussione molto più durante le primarie della destra che durante questi ultimi due mesi di colpi di scena, ologrammi e dibattiti televisivi inediti.

Possiamo però essere certi che il terrorismo segnerà le due settimane che ci separano dal secondo turno, essendo tornato prepotentemente al centro delle preoccupazioni dei francesi e dei candidati. Per ora ha già avuto un impatto notevole sulla logistica della campagna: François Fillon, Marine Le Pen e Emmanuel Macron hanno annullato i loro impegni pubblici previsti per oggi e hanno organizzato una conferenza stampa sull’argomento ai loro rispettivi comitati elettorali.

2-L’elettorato di destra esiste, è maggioritario e esita

Torniamo alla politica, per quanto sia complicato parlarne dopo quello che è successo. La situazione di incertezza è cosa abbastanza nota, ma è utile tenerla ben presente. Come potete vedere dal prossimo grafico sono quattro i candidati in grado di accedere al secondo turno, per quanto Emmanuel Macron conservi un relativo vantaggio e pare abbia consolidato il suo elettorato.

Sondaggio 1

 

Guardate invece i soliti dati sull’indecisione

Sondaggio 2

Ragioniamo però sull’elettorato di destra. In una puntata recente mi ero chiesto dove fosse finito l’elettorato che aveva scelto Nicolas Sarkozy nel 2012, sottolineando come François Fillon convinceva troppo poco il suo elettorato naturale per poter sperare di arrivare al secondo turno. Sono state scritte moltissime analisi su quanto la società francese si sia spostata a destra negli ultimi anni. Questa chiave di lettura non è solo data da intellettuali e editorialisti dei principali media francesi, ma anche dai politici stessi che impostano le loro campagne elettorali di conseguenza.

Nicolas Sarkozy nel 2012 ha recuperato uno svantaggio di quasi dieci punti nei confronti del suo avversario in poco meno di un mese perdendo le elezioni di poco più di un punto percentuale, proprio spostando molto a destra la sua campagna; per affrontare le primarie François Fillon è partito dalla stessa analisi della società per proporre un programma molto liberale in economia ma soprattutto durissimo sulle questioni di società e sicurezza. Il suo libro “vincere il totalitarismo islamista” è stato uno dei tasselli che gli hanno permesso di vincere la competizione interna al suo partito, e il fatto che in questa fase della campagna elettorale il terrorismo sia finito in secondo piano l’ha sicuramente penalizzato.

Il ragionamento è coerente anche e soprattutto se consideriamo i risultati delle elezioni “intermedie” che si sono svolte durante la presidenza Hollande. Se si sommano i voti dell’UMP poi LR (la destra gollista) a quelli del Front national ci si accorge che la Francia era molto più a destra di quanto sembri trasparire dagli ultimi sondaggi. Alle europee del 2014 l’UMP raccolse il 20,8 per cento e il FN il 24,8 per cento. In quel caso il centro, oggi in gran parte alleato della destra, si presentò da solo, raccogliendo il 9,9 per cento; alle dipartimentali del marzo 2015 l’unione della destra e dei centristi prese il 36 per cento, il Front national il 25 per cento; alle regionali del dicembre 2015 la destra gollista alleata con l’UDI (la coalizione attuale) e Modem arrivò al 31 per cento e il Front national al 27 per cento. In tutti questi casi la percentuale dei voti espressi al primo turno è  stata superiore al 50 per cento, nel 2015 addirittura intorno al 60 per cento.

Alla destra mancano quindi milioni di elettori che non si sono semplicemente volatilizzati ma sono dispersi. Alcuni hanno scelto senza dubbio Emmanuel Macron, ma altri sono con ogni probabilità tentati dall’astensione o non hanno ancora definito la propria scelta. Non possiamo escludere che Fillon riesca a convincerli, e che il popolo di destra scelga per il suo candidato naturale: non lo amano, li ha delusi, ha condotto una campagna sopra le righe e lontana dall’immagine proba che aveva costruito, ma resta il candidato più solido in un momento di grande sbandamento del paese.

François Fillon ha perso il suo più grande e gradito avversario: François Hollande. In genere le campagne presidenziali si costruiscono intorno al bilancio del presidente uscente, perché è su questo che si misurano il progetto di continuità e quello di rottura. Il candidato dei repubblicani non ha potuto strutturare la sua campagna in questo senso, ha avuto difficoltà a trovare un avversario privilegiato (anzi è stato schiacciato dal dualismo globalizzazione/chiusura rappresentato da Macron e Le Pen) e ha passato mesi a difendersi in maniera scomposta dagli scandali e dagli attacchi della stampa.
Nei momenti più difficili però François Fillon ha mostrato una resistenza e una caparbietà fuori dal comune, prima pretendendo e ottenendo che la sua candidatura venisse mantenuta e poi riuscendo a restare a galla nei sondaggi. Il repubblicano non è mai sceso al di sotto del 17 per cento, e ciò indica che il cuore del suo elettorato è rimasto fedele, tanta è la voglia di riprendere il potere dopo cinque anni di odiato hollandismo. Resta da capire quanto questa voglia di rivalsa spinga le persone ai seggi domenica. Fillon ha dimostrato di aver capito cosa sta succedendo, visto il tono di uno dei suoi ultimi appelli: “non chiedo di essere amato ma di essere sostenuto. Non si elegge un presidente per amarlo, ma perché risponda ai problemi dei francesi. All’elezione si sceglie un capo di Stato, un comandante dell’esercito, un presidente che mantenga i suoi impegni, non si sceglie un amico”. Insomma gli elettori esistono, bisogna capire se il candidato è, nonostante tutto, quello giusto. E se poi la vera destra apparisse quella di Marine Le Pen?

Momento pubblicità: in settimana sono in Italia per un piccolo tour, mercoledì a Torino al circolo dei lettori con Lorenzo Pregliasco di Youtrend, giovedì a Milano alle 18.30 alla libreria Temporibus Illis con Lia Quartapelle e Giuliano da Empoli, venerdì a Roma alle 17 al LOFT della Luiss con Simone Massi. Infine il sito “Il caffè geopolitico” mi ha intervistato sulle presidenziali francesi.

Il personaggio della settimana

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Dominique de Villepin è stato ministro degli esteri, dell’interno e primo ministro durante la seconda presidenza di Jacques Chirac dal 2005 al 2007. È molto famoso in Francia anche per aver tenuto il discorso alle Nazioni Unite con cui ha annunciato la decisione del suo paese di non partecipare alla guerra in Iraq. Ieri sera ha annunciato il suo sostegno ad Emmanuel Macron che, a più riprese, aveva dichiarato alla stampa la sua stima e la sua considerazione per l’ex primo ministro.

Consigli di lettura

Una lunga e dettagliata analisi di Youtrend per agi.it su cosa dicono i sondaggi e come vanno interpretati, anche alla luce della demografia;

-Il programma di Macron analizzato da Andrea Goldstein per Lavoce.info

-Marine Le Pen ha avuto un relativo crollo nelle intenzioni di voto, e secondo il politologo e sondaggista Brice Teinturier (che ormai chi è iscritto alla mia newsletter conosce bene) bisogna smetterla di dire che “tutto è possibile” perché “Marine Le Pen non sarà presidente”;

Settimana scorsa ho scritto che Lille è una piccola città del nord-ovest, ma è al nord-est. Scusate la distrazione!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentesima settimana: viva le campagne elettorali!

Ventinovesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Quattro candidati possono qualificarsi al ballottaggio. La situazione è inedita e difficilmente prevedibile. Come ci siamo arrivati?

2-Jean-Luc Mélenchon continua a recuperare nei sondaggi. Cosa rappresenta il candidato della France Insoumise?

1-Viva le campagne elettorali!

Questa newsletter, che con grande fantasia ho battezzato Présidentielle2017, è cominciata il 25 settembre 2016. Se mi avessero detto che avrei assistito in prima persona ad una delle campagne elettorali più strane e imprevedibili della quinta repubblica francese ci avrei creduto, perché le premesse per un’elezione diversa dalle altre c’erano tutte. Ma che arrivassimo al punto in cui siamo oggi, con quattro candidati in pochissimi punti a una settimana dal voto era impensabile. Guardate questo sondaggio e per una volta ignorate i numeri, ma fate attenzione ai nomi.

Sondaggio 1

La situazione attuale è invece questa

Sondaggio 2

Il sondaggio è stato condotto dall’istituto Ipsos

Sono scomparsi due ex presidenti della repubblica (Hollande e Sarkozy) e due ex primi ministri (Juppé e Valls, che non era inserito in questo sondaggio ma iniziava ad apparire in alcune simulazioni). I candidati dei due principali partiti, Benoît Hamon e François Fillon, non figuravano nemmeno tra i possibili nomi in corsa.

Ci sono due insegnamenti che possiamo trarre da queste istantanee. Il primo è che il sistema politico che ha retto il paese dal 1958 ad oggi è completamente saltato. Tra i quattro candidati che possono aspirare alla qualificazione al ballottaggio solo uno, François Fillon, è il leader di un partito tradizionale, che tra l’altro ha scalato da outsider; Marine Le Pen rappresenta il partito erede del governo collaborazionista di Vichy, quel Front national considerato fino a pochi anni fa una vergogna nazionale; Emmanuel Macron è un giovane funzionario di 39 anni, ex banchiere, che ha fondato un movimento politico un anno fa con l’esplicito proposito di andare oltre le divisioni tradizionali destra-sinistra; Jean-Luc Mélenchon è il candidato della sinistra radicale, un politico di lungo corso che ha lasciato il partito socialista dopo anni di cocenti e umilianti sconfitte ai congressi interni.

Forse non cambierà il sistema istituzionale con cui funziona la Francia, avremo ancora un Presidente della Repubblica eletto a suffragio universale e un Parlamento eletto con un maggioritario a doppio turno, ma il sistema dei partiti che vedremo affermarsi dopo il 7 maggio sarà completamente diverso. È fisiologico che gli attori politici cambino e le esperienze ideologiche arrivino ad una conclusione: probabilmente è questo che ho raccontato e visto in questi mesi, insieme a voi che come me vi siete divertiti, siete stati sorpresi dagli scandali e dai colpi di scena, e ora siete curiosi di capire come va a finire.

Sullo sfondo François Hollande, un presidente talmente impopolare da suscitare non odio, non rabbia ma indifferenza e talvolta ironia. François Hollande, primo Presidente della Repubblica a non poter difendere il suo mandato, distrutto dalla sua vanità e dalla sua incapacità di farsi comprendere dai francesi. François Hollande, che continua a dare interviste ai giornali commentando serenamente l’attualità politica come fosse un editorialista, giudicando i vari candidati e lasciando intendere qual è la sua preferenza: Emmanuel Macron, autore di una scommessa politica “coraggiosa” e dopotutto “in continuità” con la sua presidenza. François Hollande, il Capo dello Stato più impopolare della storia che ha concluso il suo mandato, ironia della sorte in una campagna segnata dagli scandali, senza essere toccato nemmeno da un’inchiesta o da un sospetto.

L’altro insegnamento, tale per la tendenza a considerare i sondaggi come degli oracoli, è che le campagne elettorali servono a modificare le preferenze dei cittadini, a imporre temi all’opinione pubblica. Il modo in cui sono gestiti i mesi precedenti allo scrutinio può far vincere o perdere un’elezione. Affrontare una campagna presidenziale è un esercizio lungo ed estenuante dove nulla è acquisito: ogni voto va conquistato e poi difeso. Esistono favoriti, non esistono vincitori designati. Sono molte le analisi sulla “società liquida”, sui punti di riferimento sempre meno validi e sulle fluttuazioni delle nostre preferenze. Le curve dei sondaggi degli ultimi due mesi ne sono una dimostrazione empirica.

Sondaggio 3

2-Cosa rappresenta il candidato della France Insoumise

Mercoledì sono andato a Lille, una piccola città del nord-est vicina al confine belga, dove ha tenuto un grande comizio Jean-Luc Mélenchon. Nella grandissima sala allestita dagli organizzatori c’erano dodicimila sedie, tutte occupate, più un migliaio di persone rimaste in piedi. Come d’abitudine ai meeting di Mélenchon in molti sono rimasti all’aperto a seguire il comizio sul maxischermo (al freddo e al vento, tra l’altro), perché non c’erano più posti all’interno, a dimostrazione di quanto il leader della France Insoumise susciti curiosità. Anche a Strasburgo, in un altro comizio che sono andato a seguire a febbraio, non tutti riuscirono a entrare ma non c’erano maxischermi. Risultato? Mélenchon parlò per un’ora da un piccolo palco di fortuna allestito nella piazza riempita dai suoi sostenitori, prima di entrare e parlare a chi lo aspettava in sala per altre due ore e mezza. Una maratona di tre ore e mezza.

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Ecco il Maxischermo

Andare ad un comizio di Mélenchon è molto interessante e istruttivo.  La prima cosa che ho notato è la partecipazione: ci sono sempre più persone di quanto i palazzetti ne possano contenere, all’entrata i militanti della galassia che compone il cartello della sinistra distribuiscono giornali, libri e il programma del candidato. Sono tutte situazioni che agli incontri degli altri candidati si presentano molto meno, o per nulla. Durante il discorso sono tutti attentissimi, in silenzio: il leader parla per due ore di fila, senza mai fermarsi, con un foglietto dove ha scritto la scaletta che guarda di tanto in tanto,   giusto per ricordare quali sono gli argomenti che dovrà trattare. Per intenderci, Marine Le Pen e François Fillon salgono sul palco con il discorso e leggono quanto devono dire, alzando di tanto in tanto la testa per guardare l’uditorio.

La seconda cosa che ho notato mercoledì è la sorpresa. Quando andavo ai comizi di Mélenchon a febbraio trovavo un popolo di convinti, di persone che hanno sempre votato sinistra radicale e come al solito orgogliosamente rassegnate alla testimonianza. Adesso invece si respira entusiasmo, quasi incredulità: “La rivoluzione la possiamo fare davvero, nessuno ci credeva, nemmeno io che seguo la campagna da ottobre” mi ha spiegato una ragazza che lavora nello staff. E poi, sintomo della grande dinamica positiva che sta caratterizzando la campagna di Mélenchon, si incontrano i curiosi, gli indecisi.

Persone che fino a poche settimane fa non avevano nemmeno letto il programma della France Insoumise “tanto non ce la farà mai”, ora partecipano ai comizi per capire meglio cosa propone un candidato che dopotutto potrebbero votare, perché “Hamon ormai è fuori dai giochi” e Macron poteva piacere ma “Mélenchon è davvero di sinistra, e a questo punto perché non dargli una possibilità”.  Non si incontrano solo simpatizzanti di sinistra però, ma anche qualcuno che potrebbe votare Marine Le Pen, una cosa che ho trovato abbastanza sorprendente in un ambiente che a prima vista sembrava molto di sinistra.

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Il palco è sotto quel cubo che vedete al centro con gli schermi

La conversazione che ho avuto con Didier, commerciante di Lille, è stata rivelatrice su quanto spesso diamo per scontato le idee di chi abbiamo di fronte. Spesso chiedo alle persone che incontro cosa voterebbero al secondo turno; l’ho fatto anche stavolta, ma presupponendo l’avversione al Front national del mio interlocutore, chiedendo quindi “al ballottaggio andrà a votare contro il Front national o si asterrà?”. L’intervistato, venuto al comizio da solo, prima di rispondere si è guardato intorno, come impaurito che qualcuno potesse sentirlo, e poi ha detto: “guardi che al secondo turno voterei Mélenchon o Marine Le Pen. Il sistema non funziona più, voterò per chi promette di farlo saltare”.

Mélenchon rappresenta un fenomeno strano. Ha 65 anni, è in politica da quando ne ha 17, è stato ministro, funzionario di partito e leader della minoranza socialista per decenni. Non è un personaggio nuovo anzi, per certi versi potremmo definirlo “arcaico”. Eppure è riuscito a presentarsi come una vera novità, come qualcuno in grado di “sortir les sortants”, mandare a casa chi ha gestito il potere fino ad oggi. Oltre al successo nei dibattiti di cui abbiamo parlato nelle scorse puntate, Mélenchon ha dimostrato di essere molto a suo agio con le nuove tecnologie, oltre ad avere un’équipe di campagna innovativa e a tratti geniale: il 5 febbraio ha parlato da Lione e in contemporanea è apparso, in ologramma, a Parigi.

 

L’idea ha riscosso un successo notevole, tanto che per martedì prossimo sono previsti 6 “meeting in ologramma”: Mélenchon sarà quindi a Digione, di persona, e contemporaneamente a Nantes, Clermont-Ferrand, Grenoble, Nancy, Port à la Reunion e Montpellier.

Ha avuto poi la capacità di portare al centro del dibattito pubblico idee talmente superate o trascurate da apparire nuove, anche se nuove non sono. Ciò che propone Mélenchon non è rivoluzionario o utopista come il reddito universale di esistenza proposto da Benoît Hamon, è pienamente nella tradizione della “gauche de la gauche”, finora minoritaria nel paese ma sempre esistita. Nel suo programma, l’Avenir en Commun, si leggono proposte come il divieto di licenziamenti collettivi per motivi economici, l’uscita totale dall’energia nucleare, una tassa del 100 per cento sopra una determinata soglia di reddito, il ritorno della pensione a sessant’anni.

C’è infine il punto sull’Europa: Mélenchon propone di riscrivere tutti i trattati europei per chiudere definitivamente la stagione dell’austerità, eliminare l’indipendenza della BCE in modo da poter svalutare l’euro rispetto al dollaro. Se non dovesse esserci accordo sui nuovi trattati il candidato della France Insoumise ha pronto il piano b, ciò che non aveva Alexis Tsipras e che ha portato al fallimento le sue trattative con l’Europa: l’uscita unilaterale dopo un referendum. Secondo Mélenchon è questa minaccia, unita al peso politico della Francia all’interno dell’Unione, che renderà credibile la sua proposta di riforma, che altrimenti non verrebbe presa sul serio.

Il personaggio della settimana

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Nessun politico ha attirato la mia attenzione, per cui questa settimana vi segnalo Anne Nivat, giornalista freelance spesso inviata in zone di guerra (è stata in Cecenia, Iraq e Afghanistan). Nivat ha fatto un lungo viaggio in Francia cercando di capire com’è cambiata la vita quotidiana nei centri più piccoli, raccogliendo le interviste e le sue impressioni nel libro “Dans quelle France on vit”, in che Francia viviamo, uscito da poco. Se capite il francese consiglio di comprarlo perché spiega molto bene un paese che crediamo di conoscere e che invece spesso ignoriamo completamente.

Consigli di lettura

Un’interessante analisi del JDD sulle motivazioni di chi vota Front national. Secondo il settimanale si tratta ancora di un voto di “collera”;

-Secondo Contrepoints, il programma di Mélenchon è “un’aberrazione”. Hector Allain ha raccolto dieci punti particolarmente significativi, dal suo punto di vista.

-François Hollande ha rilasciato una lunga “intervista testamento” al Point in cui ha implicitamente detto che voterà per Macron. Secondo il Figaro il leader di En Marche! deve stare molto attento alle attenzioni del presidente, che porta un bilancio incoerente.

Per oggi è tutto, ma non ci sentiremo domenica prossima ché si vota. Come durante le primarie vi arriveranno due newsletter, una venerdì, per fare il punto della situazione e una lunedì, per commentare il risultato.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventinovesima settimana: a due settimane dal voto, Macron è davvero il favorito?

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Ventinovesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

1-Il settimanale L’Obs ha analizzato la composizione dell’elettorato di Macron. Lo studio è interessante e conferma, in parte, la grandissima differenza tra la Francia che vota per l’ex ministro dell’economia e la Francia che vota per Marine Le Pen.

2-Non si vota solo per le elezioni presidenziali, ma anche per quelle legislative, esattamente un mese dopo il secondo turno. Come influiscono queste elezioni sulla campagna elettorale?

3-L’elettorato resta molto indeciso, e ormai i candidati potenzialmente qualificabili al secondo turno sono quattro. La situazione è molto aperta, e diventa sempre più difficile parlare di “favoriti”.

1-L’elettorato e i rischi Emmanuel Macron

Emmanuel Macron è l’unico dei cinque maggiori candidati a non aver mai partecipato ad un’elezione e ad aver fondato un movimento dal nulla, senza alcun radicamento sul territorio. Il fenomeno è completamente nuovo ed è quindi molto interessante comprendere da chi è composto il suo elettorato, anche perché non abbiamo precedenti su cui basare le analisi. In questo primo grafico potete notare come la parte più rilevante degli elettori di Macron provenga dall’elettorato di François Hollande del 2012 ma, come analizzato la settimana scorsa, esiste una componente rilevante che alle scorse elezioni scelse Nicolas Sarkozy: un quinto di chi oggi dichiara di essere pronta a votare per Emmanuel Macron nel 2012 ha votato UMP. Infine il 15 per cento degli elettori potenziali dell’ex ministro dell’economia votò per François Bayrou, seguiti da una piccola parte che nel 2012 scelse i due estremi, Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon.

Sondaggio 1

Il leader di En Marche! ha sempre rivendicato la sua centralità nel sistema politico francese, per contrapporla al centrismo, un posizionamento che non è mai riuscito a diventare egemone: proprio François Bayrou, oggi suo alleato, nel 2007 provò a scardinare l’alternanza socialisti-gollisti ottenendo un ottimo risultato (il 18,5 per cento) ma non qualificandosi per il secondo turno. La sfida di Macron è appunto questa, presentarsi come capace di incarnare il meglio di quanto hanno proposto negli anni la destra e la sinistra per cambiare la Francia al di là delle etichette dei vecchi partiti. Può essere la sua forza, ma anche la sua debolezza, e l’indecisione del suo elettorato lo conferma: piace potenzialmente a tutti ma non convince fino in fondo.

L’analisi della sociologia elettorale, cioè delle categorie sociali da cui è composto il suo elettorato, conferma in parte la percezione di Macron come il candidato di chi ha vinto la sfida della globalizzazione.  Questo è vero, visto che Macron è il più votato nelle fasce di popolazione benestanti: il 32 per cento della classe media superiore dichiara di votare per lui. I risultati nelle parti meno benestanti dell’elettorato sono però di tutto rispetto: Macron raccoglie il 27 per cento delle classi medie inferiori e non crolla all’interno delle categorie modeste e povere che per il 19 per cento sono con il leader di En Marche!.

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Cos’è che tiene insieme queste persone con un tenore di vita così diverso? Come ha spiegato all”Obs Jérôme Fourquet, direttore dell’istituto che ha condotto il sondaggio: “la postura e il discorso molto ottimista e positivo di Emmanuel Macron sono elementi essenziali della sua performance. Al contrario, Marine Le Pen ha un risultato colossale tra i pessimisti. Ecco che abbiamo due paesi completamente diversi rappresentati dai due candidati. Non è solo la Francia che sta bene a votare Macron, ma anche la Francia che pensa che andrà bene nel futuro, che la situazione potrà migliorare. Sono gli ottimisti a votare per il leader di En Marche!”. E infatti specularmente sono le classi più pessimiste a votare per Marine Le Pen, molto popolare soprattutto tra gli operai (siamo intorno al 40 per cento), una delle classi sociali più esposte alla globalizzazione e agli effetti che produce o potrebbe produrre (delocalizzazione, abbassamento dei salari, aumento del tempo di lavoro).

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Ma, come ben sa chi segue da tempo questa newsletter, Macron ha un elettorato molto volatile: il fatto che lo ricordi a me stesso e a voi ogni settimana non è un ottimo segno e la leggera flessione osservata nelle ultime due settimane nei sondaggi ne è un sintomo. Molto del suo successo si basa sulle debolezze dei suoi avversari, specialmente di Fillon e Hamon, ma la situazione potrebbe evolvere. Mancano quindici giorni di campagna elettorale, e nulla esclude un repentino cambiamento di opinione del suo elettorato, magari affascinato dallo stile e da alcune proposte ma alla fine non troppo convinto di un’avventura piena di incognite, soprattutto per quanto riguarda le successive elezioni legislative. Infine c’è la questione astensione: tutti i gran risultati di Macron sono tarati sul 66 per cento di partecipazione, molto bassa se consideriamo i precedenti: nel 2012 votò il 79,5 per cento, nel 2007 quasi l’84 per cento, nel 2002, quando l’astensione fu considerata molto alta, votarono comunque il 71,6 per cento dei francesi. Cosa succede se l’astensione ritorna a livelli fisiologici?

Da questo punto in poi i sondaggi che leggete sono elaborati dall’istituto IFOP, nel riepilogo settimanale di giovedì 6 aprile

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2-La questione delle legislative

In molti mi stanno ponendo la domanda sulle elezioni legislative che si terranno a giugno, subito dopo le presidenziali, quindi è utile mettere qualche punto fermo, perché se ne parlerà sempre di più.

Cosa si vota e come si vota?

Un mese dopo le elezioni presidenziali viene rinnovata l’Assemblea Nazionale, la camera bassa francese che dà la fiducia al Governo (ma non al Presidente che, eletto direttamente dal popolo, non è legato dal rapporto di fiducia con il Parlamento). Se Assemblea e Presidente sono di un partito diverso si genera il fenomeno della cohabitation,  perché il Presidente deve convivere con un Governo impostogli da una maggioranza parlamentare ostile. Questa situazione si è presentata più volte nella storia della V Repubblica perché Assemblea e Presidente erano eletti in momenti diversi, la prima ogni 5 anni, il secondo ogni 7. Dal 2002 sono stati uniformati i due mandati, con il risultato che le elezioni legislative sono diventate un’elezione di conferma: finora la regola è sempre stata che chi vince le presidenziali vince anche le legislative.

Il territorio francese è diviso in 577 collegi uninominali a doppio turno  assegnati con il meccanismo seguente: se nessun candidato arriva al 50 per cento al primo turno si qualificano al secondo tutti i candidati che hanno ottenuto almeno il 12,5 per cento degli iscritti alle liste elettorali, il che vuol dire, con l’astensione, più o meno il 20 per cento dei voti validi. In uno scenario in tre blocchi è possibile che si creino molti  scontri “triangolari” tra un candidato di sinistra (oggi con più probabilità En Marche!), uno di destra e uno del Front National.

Qual è il problema allora? Il problema è che l’elezione legislativa non è la presidenziale, il carisma e la capacità di parlare a una parte ampia di elettorato del candidato presidente non basta a vincere nei collegi, dove i meccanismi di scelta degli elettori possono essere diversi. Storicamente le elezioni legislative, come qualunque elezione che prevede i collegi uninominali, privilegia partiti molto organizzati sul territorio con candidati che spesso sono eletti per decenni nella loro circoscrizione. Per intenderci, il Front National, che alle ultime presidenziali ha raggiunto il 17,9 per cento alle presidenziali, ha raccolto solo il 13,6 per cento alle successive legislative. Risultato? Solo due deputati eletti.

L’unico, al momento, in grado di garantire una maggioranza parlamentare solida è François Fillon, a capo di un partito strutturato e con candidature storiche e competitive in moltissimi collegi; gli altri due candidati in testa nei sondaggi non possono affermare lo stesso anche se le aspettative nei loro confronti sono diverse. Non essendo favorita per la vittoria finale, Marine Le Pen non riceve molte domande o critiche sulla sua probabile incapacità di formare una maggioranza presidenziale; la stessa cosa non si può dire per Emmanuel Macron, che invece al momento è favorito e quindi viene spesso interrogato sull’argomento.

 

Macron presenterà candidati in tutti i 577 collegi, ma per adesso ne ha investiti ufficialmente solo 14. Questo sta cominciando ad essere un problema: in moltissime circoscrizioni i candidati degli altri partiti sono già in campagna elettorale, presentare uno sconosciuto può anche andar bene ma servono tempo e risorse per conoscere il territorio, chi ci abita, quali sono i suoi problemi specifici. L’accusa mossa a Macron è di avere dei “candidati internet”, persone senza alcun radicamento territoriale, che non hanno mai fatto politica e che non riusciranno ad essere eletti.

Perché En Marche! ha impiegato così tanto tempo a scegliere i suoi candidati? Si possono trovare tre possibili risposte. La prima è il tempo: il movimento di Macron è nato esattamente un anno fa e si propone di portare al potere una nuova classe dirigente. Il movimento è sì verticale, perché non può prescindere dalla figura del suo leader, ma è (o si vuole) allo stesso tempo orizzontale, perché ha costruito il suo programma dopo una grande campagna di ascolto dei problemi del paese e ha, appunto, dato la possibilità a chiunque di proporre la propria candidatura su internet. La candidatura è stata poi selezionata da un’apposita commissione di investitura che ha lavorato a tempo pieno, “un lavoro titanico” ha spiegato Jean-Paul Delevoye, il presidente della commissione, che ha avuto bisogno di tempo e grandissimi sforzi per individuare i candidati adatti.

Il secondo motivo è che ad En Marche! sono convinti che la vittoria alle presidenziali basti per vincere alle legislative, quindi i candidati nei collegi beneficeranno automaticamente dell’affermazione di Macron senza dover fare campagna: “se i francesi eleggono Macron è perché vogliono che governi. Se ti eleggono poi ti danno il potere” mi ha detto un deputato marcheur sabato scorso a Marsiglia, “è sempre successo così. Anche se candidassimo lei che è italiano in un collegio, e il collegio è competitivo, sarebbe eletto”. Ora, non metto in dubbio il mio ascendente sull’elettorato francese, ma un atteggiamento del genere mi è parso abbastanza ingenuo: Macron ha rotto troppe regole delle presidenziali per essere così convinto che l’unica valida è quella, a lui molto conveniente, che presidenziali e legislative abbiano lo stesso risultato.
Infine e motivo più probabile, Macron è consapevole che non avrà una maggioranza monocolore all’Assemblea Nazionale e quindi sta aspettando la vittoria alle presidenziali per formare una sorta di grande coalizione. Un’ipotesi del genere è praticabile anche perché alcuni esponenti dei partiti tradizionali si sono già detti disponibili: la settimana scorsa erano stati i deputati vicini a Manuel Valls a evocare un sostegno a Macron, non è escluso che la corrente più centrista dei repubblicani possa iniziare a ragionare nello stesso modo, soprattutto se Fillon dovesse essere eliminato con una percentuale molto bassa.

3-Verso una sfida a quattro

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Chi è iscritto da un po’ a questa newsletter conosce bene la grande incertezza dell’elettorato. Questa incertezza comporta che i due candidati favoriti per l’accesso al ballottaggio siano molto fragili, Macron perché ha elettori meno motivati degli altri, seppure in aumento rispetto a due mesi fa, Marine Le Pen perché ha elettori molto motivati ma, per adesso, non è riuscita a convincere chi non ha ancora compiuto la sua scelta. Così, l’inaspettata solidità della candidatura di Fillon e la dinamica che stiamo osservando da parte di Jean-Luc Mélenchon diventano un rischio concreto che insidia la loro posizione, anche perché, come più volte detto, gli indecisi sono molti e potenzialmente decisivi, soprattutto con delle percentuali di accesso al secondo turno così basse.

Sondaggio 6

Come potete notare la volatilità è più alta nei tre candidati di sinistra che negli altri due. François Fillon ha perso quasi dieci punti da quando ha vinto le primarie, è quindi fisiologico che i suoi elettori siano più sicuri: sono di meno, più fedeli, non hanno cambiato idea durante la fase più critica dello scandalo, non lo faranno adesso. Questo è ciò che gli ha permesso di rimanere in gioco sin qui e il suo piccolo recupero si spiega con la percezione diffusa che non è un candidato spacciato, che dopotutto è ancora competitivo. Marine Le Pen ha invece un elettorato abituato a votarla, si è mobilitato alle europee del 2014 (24,8 per cento), alle regionali del 2015 (27,7 per cento) nulla indica che non lo rifarà anche alle presidenziali.

L’indecisione che invece osserviamo per i candidati di sinistra è giustificata da due motivi. Il primo è la prossimità: è meno costoso, per un elettore, passare da Hamon a Mélenchon o da Hamon a Macron che da Hamon a Marine Le Pen. Chi si ritiene di sinistra oggi in Francia ha un’offerta molto più ampia del solito nei candidati maggiori, quindi  tende a mettere più facilmente in discussione la propria scelta. A questo va aggiunta la componente “voto utile”: se fino a due settimane fa solo Macron poteva rappresentare un candidato competitivo per arrivare al ballottaggio, oggi non è più così. Mélenchon è distanziato di poco e protagonista di una dinamica molto positiva, può quindi essere percepito non solo come un voto identitario ma persino come un voto utile. Tutto questo va a detrimento di Hamon, ormai stabilmente sotto il 10 per cento e, a questo punto, pericolosamente vicino alla “soglia di scomparsa”, il 5% per cento sotto il quale le spese della campagna elettorale non sono rimborsate.

Il personaggio della settimana

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Martedì c’è stato il secondo dibattito tra i candidati, e stavolta hanno partecipato tutti. Tra i minori, quello che si è distinto di più è stato Philippe Poutou, non solo per l’abbigliamento poco convenzionale (eufemismo) ma anche per essere stato in grado di attaccare François Fillon e Marine Le Pen sui loro guai con la giustizia. È vero che per Poutou il dibattito ha rappresentato i famosi quindici minuti di celebrità warholiana, ma una campagna presidenziale vive anche di questi momenti.

 

Consigli di lettura

-Eric Dupin su slate.fr ha analizzato la sociologia elettorale di Emmanuel Macron e Marine Le Pen ed è arrivato alla conclusione che la vittoria del leader di En Marche! è meno scontata di quanto sembri. Grazie a Lorenzo per la segnalazione;

Una lunga intervista al filosofo Marchel Gauchet, che analizza l’ideologia di Emmanuel Macron;

Chi è Jean Pisani-Ferry, eminenza grigia di Emmanuel Macron? Un lungo ritratto, in inglese, di Politico;

Prima di finire un paio di errori: ho sbagliato il link del pezzo su come Marine Le Pen può vincere (qui il link) e ho scritto che Mélenchon è stato ministro dal 2002 al 2004, mentre lo è stato dal 2000 al 2002. Scusate la confusione!

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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