Politica

Domande serie e pacate al governo che non risponde

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È un momento complicato, fare polemiche inutili non serve a niente, anche se il governo sembra piuttosto insensibile alla necessità di evitare strafalcioni – non dico errori, perché su quelli siamo tutti abbastanza indulgenti – come la sceneggiata con la mascherina fasulla del ministro Boccia.
Ciò non vuol dire che porsi delle domande sull’efficacia delle misure annunciate dal presidente del Consiglio, sulla loro effettività e soprattutto sul modo in cui vengono comunicate, sia irresponsabile. Il ruolo dei media resta quello di informare i cittadini. Ma in questa fase comprende, più di altre volte, interrogare chi governa e pretendere che spieghi le proprie scelte. Le domande, poste con pacatezza e pertinenza (per quanto possiamo), servono a tutti.
Se qualcuno è in difficoltà, e il governo evidentemente lo è (chi non lo sarebbe?), urlargli contro serve soltanto a mandarlo nel pallone. Non sempre è facile, e bisogna stare molto attenti a evitare di oltrepassare il limite e contribuire così alla distruzione della fiducia tra cittadini e istituzioni. Tuttavia non stiamo parlando di un padre che inveisce contro un bambino che non riesce ad andare in bici senza rotelle. Chi si trova in difficoltà è al governo, e ha anche delle responsabilità che ha assunto volontariamente, non può quindi sottrarsi alla necessità di spiegare e motivare le proprie decisioni.
-Cominciamo dalla forma. È necessario annunciare al Paese un discorso via Facebook, ripreso a reti televisive quasi unificate, a serata inoltrata con pochi minuti di anticipo, e poi presentarsi in ritardo tenendo tutti in sospeso? Aiuta a costruire un rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini? Per quello che sappiamo comunica soltanto poco rispetto per gli altri; se invece è successo altro che giustifica il ritardo, sarebbe giusto spiegarlo. Se non si spiega nulla, è lecito avere dubbi sulla statura di chi guida il paese.
-Perché Giuseppe Conte annuncia misure che ancora non esistono e sono in via di definizione? Come mai la lista delle attività produttive che resteranno aperte non è pubblica, così come non è pubblico il decreto? Non era pubblico ieri sera, né stamattina a mezzogiorno. Se sono un imprenditore come mi devo comportare?
-Come mai il presidente del Consiglio non ha ritenuto giusto spiegare perché si prendono determinate misure, come sono state decise, cosa si aspetta l’esecutivo dalla loro implementazione, come mai vengono prese prima della scadenza di due settimane dal lockdown precedente? Non funziona? Si aspettavano dei dati che non sono arrivati? C’è un piano straordinario per sostenere le aziende?
-Perché la decisione di chiudere tutte le attività produttive del paese arriva a poche ore da un provvedimento molto simile varato dalla Lombardia e dal Piemonte? Il governo ha “inseguito” un potere locale? Erano misure concordate? Come mai ogni regione continua a fare ciò che vuole?
-Per quanto tempo il governo deciderà da solo, senza controllo del Parlamento, che ormai è esautorato e informato di tutto a mezzo Facebook (nemmeno a mezzo stampa, visto che appunto le comunicazioni avvengono via social)? Si rendono conto, a Palazzo Chigi, che questo modo di procedere non può essere eterno? Se l’emergenza durerà mesi entriamo in una nuova normalità che normale non è. Bisogna essere cauti.
-Vedo che consulenti del governo dicono ai giornali che “siamo pronti” a seguire il modello sudcoreano: molti tamponi e tracciamento digitale dei contagiati. Vogliamo forse farlo senza un dibattito appropriato? Abbiamo le capacità di fare test a tappeto? Abbiamo un’infrastruttura tecnologica in grado di fare questo monitoraggio su larga scala? Molti di noi che parlano con medici in Lombardia e altre regioni colpite hanno gli stessi riscontri: il tampone non viene fatto nemmeno a chi ha sintomi. Come pensano di implementare il modello sudcoreano se le cose stanno così?
Ecco, non sono polemiche, sono questioni che riguardano tutti. Sono domande che è importante porre a un governo che ha deciso di comprimere le nostre libertà come mai accaduto prima, e ha bisogno del nostro consenso per far sì che le misure funzionino. Così, a breve, rischia di non averlo più.
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Giornalismo

È internet la causa dell’ignoranza?

L’obiettivo di chi scrive articoli di opinione, gli editoriali, è in genere quello di far ragionare il lettore. E infatti non li scrivono tutti. Che poi adesso ci sono i blog e quindi trovare opinioni è più facile di quanto non lo fosse dieci anni fa è un tema, ma qui ciò che interessa è altro. Per far ragionare il lettore, dicevo, c’è bisogno che il giornalista sia in grado di interpretare il mondo in cui viviamo: la sua funzione è far arrivare chi legge dove da solo non sarebbe arrivato.

È indubbiamente una cosa difficile, perché si richiede che il giornalista sia anche in qualche modo un intellettuale, oggi un titolo non amatissimo ma tant’è: definisce proprio questo. Ora, in Italia abbiamo una grossissima crisi di autorevolezza dei giornali che è (molto) responsabile della (molto) bassa qualità della nostra democrazia. Parte di questa crisi è dovuta allo scarso ricambio generazionale che c’è tra chi commenta la realtà sui giornali, cosa che è un po’ comune a tutti i settori nevralgici della vita pubblica italiana. Domanda da un milione di dollari: non c’è ricambio perché chi è più anziano non si fa da parte, oppure di persone giovani in grado di fare analisi complesse ce ne sono poche? Non sta a me rispondere, ed è una cosa che ci dirà il tempo, probabilmente.

Accade che su uno dei maggiori settimanali italiani, l’Espresso, ci sia un dibattito tra due intellettuali sul ruolo di internet rispetto all’ignoranza, generalizzata, delle giovani generazioni italiane.

Tutto nasce da una puntata de L’eredità (il video è abbastanza famoso) in cui viene chiesto ai quattro concorrenti “quando fosse stato nominato cancelliere Hitler”. Le risposte possibili sono: 1933, 1948, 1964 e 1979. Nessuno dei primi tre, qui sta la notizia, risponde correttamente.

Umberto Eco ragiona così:

“Ovvio sbigottimento di Conti e – a dire la verità – di tanti che reagiscono alla notizia di Youtube, ma il problema rimane, ed è che per quei quattro soggetti tra i venti e trent’anni – che non è illecito considerare rappresentativi di una categoria – le quattro date proposte, tutte evidentemente anteriori a quelle della loro nascita, si appiattivano per loro in una sorta di generico passato, e forse sarebbero caduti nella trappola anche se tra le soluzioni ci fosse stato il 1492.”

La parte che mi interessa è il passaggio in cui lo scrittore ritiene “non illecito considerare rappresentativi di una categoria” quei quattro soggetti tra i venti e i trent’anni. La chiave di lettura di quella puntata dell’Eredità è che tendenzialmente i giovani tra i venti e i trent’anni sono degli ignoranti senza redenzione alcuna. E quindi chi, viceversa, conosce la data in cui Hitler diventa cancelliere, o la rivoluzione francese o la scoperta dell’America, sia un’eccezione. Se così fosse anche il sottoscritto dovrebbe considerarsi tale: essere definito “eccezionale” da Eco gratificherebbe senza dubbio il mio ego, non lo nego, ma temo che la situazione sia un po’ più complessa di così. Umberto Eco invece non ritiene di dover approfondire il tema; il video e le risposte bastano. È la sua, legittima, interpretazione della realtà, appunto.

Sollecitato dall’articolo di Eco, anche Eugenio Scalfari riflette su quello che può rappresentare una trasmissione tv in cui tre candidati non hanno la minima idea di quando Hitler sia diventato cancelliere. Il fondatore di Repubblica ha ben chiaro il responsabile di una degenerazione del genere: il pezzo si intitola “È internet la causa dell’ignoranza”:

La tecnologia della memoria artificiale è la causa prima dell’appiattimento sul presente o almeno una delle cause principali. La conoscenza artificiale esonera i frequentatori della Rete da ogni responsabilità: non hanno nessun bisogno di ricordare, il clic sul computer gli fornisce ciò di cui in quel momento hanno bisogno. C’è chi ricorda per te e tanto basta e avanza.”

La condanna è assoluta. La più grande invenzione “collettiva” della storia dell’uomo dopo la stampa viene vista come un danno che ha distrutto le nostre coscienze e la nostra memoria. A internet Scalfari attribuisce anche un’altra responsabilità (ma è una cosa che va di moda): se siamo più soli è perché “molti fruitori della Rete infatti hanno smesso di frequentare il prossimo”. Anche qui, tra le tante interpretazioni possibili Scalfari ne ha scelta una, quella che ha ritenuto più vicina al suo sentire.

Ho amato Scalfari e Eco, tanto. Ma leggendoli mi sono semplicemente chiesto: quanto aderisce alla realtà il ragionamento portato avanti dai due intellettuali? Supponendo che loro interpretazione sia effettivamente scollegata dalla realtà che intendono spiegare, possiamo dire che ciò accade perché sono nati rispettivamente nel 1924 e nel 1932? Hanno gli strumenti, in questo contesto (non in generale, ci mancherebbe), per riuscire a far arrivare il lettore dove da solo non sarebbe arrivato? Davvero considerare da un lato tre depensanti in un quiz come “rappresentativi di una generazione” e additare dall’altro internet come causa dell’ignoranza può soddisfare chi legge e vuole “di più”?

Per dare il senso di quanto queste interpretazioni siano lontane dalla realtà che provano a spiegare cito un pezzo di Francesco Costa, giornalista del Post. Costa racconta il suo viaggio a Cuba, dove accedere ad internet è difficilissimo, se non impossibile. Anche lui parla di ignoranza e anche lui parla di relazioni umane.

L’assenza di Internet ha reso indubbiamente il mio viaggio più povero. Moltissime volte mi sono imbattuto in posti e cose di cui avrei voluto conoscere la storia, meglio di come l’avrei trovata su una guida o di come me l’avrebbe raccontata un passante: cosa vuol dire quella frase? quando è stato costruito quel monumento? chi è l’architetto di quel palazzo? in che anno esattamente è morto Che Guevara? Sono sull’autobus e vedo un manifesto di propaganda sull’anniversario dell’attentato di Barbados, di cui so pochissimo. Passo davanti allo stadio olimpico costruito per i giochi panamericani del 1991, vorrei sapere come viene usato adesso. Vedo ovunque manifesti sui Cinque. Se avessi Internet in tre minuti ne conoscerei le cose essenziali, senza Internet resto nella mia ignoranza. Al museo della rivoluzione trovo racconti della famosa arringa di quattro ore con cui Castro si difese in tribunale dopo l’attacco alla caserma Moncada – “la storia mi assolverà” — e vorrei finalmente leggerla tutta: se avessi Internet troverei il testo integrale in pochi secondi, senza Internet ho dovuto comprare il libro, altrimenti sarei rimasto nella mia ignoranza. Cose del genere sono capitate più volte ogni giorno.


La verità è che (molto) banalmente, si sta parlando di un mezzo. Un mezzo che è potentissimo. E come qualunque mezzo non ha un valore di per sé, il valore glielo attribuiamo noi con l’uso che decidiamo di farne. E, per dire, senza internet, non avrei visto il video de L’eredità, avrei perso le riflessioni di Eco e Scalfari, Francesco Costa non farebbe il giornalista al Post che è un giornale online e voi non leggereste queste 6945 battute. E l’altra verità è che in questo caso saremmo tutti più poveri.

 

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