Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, decima settimana: Fillon ha vinto le primarie

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François Fillon ha vinto le primarie, battendo Alain Juppé con il 66,5% dei voti validi. Un risultato netto difficile da prevedere solo due settimane fa, quando eravamo tutti convinti che le primarie sarebbero state molto competitive.

1-Partiamo dai numeri

La prima notizia è il numero dei partecipanti: sono andate a votare ben 100.000 persone in più rispetto al primo turno, smentendo le previsioni che avevamo riportato sabato, secondo cui l’eliminazione di Sarkozy avrebbe scoraggiato gli elettori di sinistra ad andare a votare. L’affluenza in crescita è stata in verità simile a quella delle primarie del partito socialista nel 2011 dove ai 2,6 milioni del primo turno risposero i 2,8 del secondo turno. Questa tendenza è forse in parte spiegabile con il disastro attuale dei socialisti: in molti, probabilmente consapevoli di non aver nulla da aspettarsi a sinistra, hanno quantomeno provato a dar voce ad una propria sensibilità all’interno della destra (votando in gran parte, come abbiamo già analizzato, per Alain Juppé). Queste persone sanno che un ballottaggio Le Pen Fillon è molto probabile, e quindi hanno provato a pesare seppur in minima parte.

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La mappa è del Figaro

La seconda notizia è lo scarto impressionante tra i due: come vedete dalla mappa Juppé è arrivato in testa solo in 3 dipartimenti, facendo addirittura peggio del primo turno in alcune zone del paese. La sconfitta del grande favorito è dunque molto dura e inaspettata. Di seguito potete notare la composizione dei due elettorati (il sondaggio è dell’istituto Harris, lo trovate qui completo), ossia il motivo per cui Alain Juppé ha perso.

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Ora viene la parte più complessa: analizzare gli scenari futuri. Chi ha letto questa newsletter finora sa che amo ragionare con dati certi, ma è  in ogni caso utile provare a capire quali sono le sfide che si troverà di fronte François Fillon ora che la prima parte della sua corsa è archiviata.

2-Cosa comporta la candidatura di Fillon a destra

“Il n’y a pas de victoire électorale sans victoire idéologique”

La prima sfida di Fillon è di ordine personale. Ha vinto con una percentuale altissima, ma dovrà confermare in questi mesi di avere la struttura del leader e la capacità di essere Capo dello Stato: essere stato per tutta la vita un gregario (di Philippe Séguin, di Jacques Chirac e di Nicolas Sarkozy) tanto meritarsi il soprannome di “Mr Nobody” è un’immagine che deve riuscire a lasciare da parte. La netta imposizione di ieri sera può dare un grande contributo, ma le prime critiche da questo punto di vista sono puntualmente arrivate: Sébastien Chenu, uomo molto vicino a Marine Le Pen, ha detto che “Fillon sarà confrontato alla durezza di una campagna presidenziale” lasciando intendere che l’ex primo ministro non sia abituato ad una competizione del genere.

Fillon dovrà ricucire una serie di ferite fisiologiche emerse durante la campagna elettorale. In questo senso la foto insieme ad Alain Juppé subito dopo la proclamazione del risultato è un primo passo; adesso si tratta di fare i conti con una parte dell’elettorato che non lo ha seguito ed ha sostenuto fino alla fine la proposta più moderata del sindaco di Bordeaux. Allo stesso tempo, accanto all’opera di unificazione del suo campo, dovrà essere abile a non rinunciare a ciò che ha sostenuto ed incarnato in questa campagna (per chi arriva ora, ne avevamo parlato  qui e qui). Anche perché la percentuale altissima con cui è stato designato, rende il suo programma e le sue proposte ancora più valide, almeno tra gli elettori più vicini al suo partito. Per François Fillon è fondamentale preservare l’alleanza con il centro, pilastro di tutte le coalizioni di centro-destra che hanno governato la Francia. Se Jean-Cristophe Lagarde, sostenitore di Alain Juppé e presidente del partito centrista UDI ha detto a Europe 1 stamattina che proporrà “una discussione all’interno del partito per elaborare un progetto legislativo comune”,  François Bayrou, leader del movimento centrista Modem, che si era apertamente dichiarato per Alain Juppé,  ha sollevato più di un dubbio sul programma di Fillon, facendo temere una sua candidatura autonoma.

Ma la sfida più grande e cruciale è quella del recupero dell’elettorato popolare. 4,5 milioni di elettori alle elezioni primarie sono moltissimi, è vero, ma rappresentano un campione non rappresentativo dei 36 milioni di francesi che in genere votano alle presidenziali. Il cuore degli elettori delle primarie, come chi segue da un po’ questa newsletter sa bene, è piuttosto anziano, politicizzato, benestante e urbano: la parte dei francesi più toccata dalla crisi e dalla globalizzazione non ha partecipato in massa ad un esercizio che giudica inutile e lontano dalle sue necessità. La famosa Francia periferica che vota in massa per il Front National e che Fillon ha cercato di blandire nel suo ultimo discorso a Porte de Versailles sarà la chiave della prossima elezione. È questa Francia dimenticata che Fillon deve convincere, dopo essere riuscito a rappresentare la Francia tradizionale delle campagne e delle aree rurali, i piccoli artigiani e gli agricoltori.

In ultimo, la posizione ideologica. Il programma di Fillon, come sapete, è molto liberale, qualcuno in Italia lo ha anche definito “lacrime e sangue” (espressione orribile che non inserirò mai più). Di certo è ambizioso: Fillon propone, tra le altre cose,  una riduzione di 500.000 dipendenti pubblici da attuarsi con il passaggio dalle 35 alle 39 ore lavorative a settimana, un’innalzamento dell’IVA di due punti per finanziare un grande sgravio fiscale alle imprese, una nuova riforma delle pensioni, la definitiva introduzione dei licenziamenti per motivi economici nel quadro di riorganizzazioni aziendali. Tutto ciò all’interno di una riduzione di spesa pubblica di almeno 100 miliardi di euro. Un piano in continuità con la frase che pronunciò nel 2007, appena nominato primo ministro, nel corso di una visita in un’azienda vinicola a Calvi, in Corsica: “sono alla testa di uno stato praticamente fallito”.

Questo modello deve riuscire a convivere con le spinte conservatrici di un paese scosso dai cambiamenti dell’economia mondiale; se le classi elevate e tradizionalmente fedeli alla destra hanno mostrato di gradire l’insieme di posizioni fortemente liberali e allo stesso tempo molto conservatrici in tema di società, lo stesso non può essere detto per la classe media e soprattutto per l’elettorato più popolare. Il discorso contro il “totalitarismo islamista” può di certo pesare anche nella decisione delle classi più povere, ma senza un grande lavoro di spiegazione queste proposte economiche potranno essere facilmente attaccate dalla sinistra radicale e dal Front National. Che infatti si sta già dando da fare, come potete notare.

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Sì, Robin des Bois vuol dire Robin Hood in francese

3-Il peggior avversario possibile per Marine Le Pen?

Il Front National di certo non si aspettava la vittoria di François Fillon, fino a poche settimane fa terzo nei sondaggi. I frontisti, che non faranno campagna attivamente sino a fine gennaio, come abbiamo già spiegato, erano pronti ad un confronto con Alain Juppé, che sarebbe stato attaccato sulla lunga carriera politica, sull’età (ha 71 anni), sulle sue posizioni aperte in tema di multiculturalismo (ne abbiamo parlato sabato), sulla sua vicinanza incondizionata all’Unione Europea e sulla sua visione di “identità felice” già oggetto di scherno durante la campagna per le primarie.

Anche in caso di vittoria di Nicolas Sarkozy, Marine Le Pen riteneva di avere una partita semplice: la candidata frontista avrebbe potuto contare sul rigetto di gran parte dell’elettorato per il personaggio, sul fallimento del suo quinquennio, e sugli scandali giudiziari che pendono sul capo dell’ex presidente.

Con François Fillon i giochi sono più complicati, come ha ammesso a margine di un evento con i giornalisti la stessa Marion Maréchal Le Pen “Fillon ci consegna un problema strategico, è il candidato più pericoloso per il Front National”. La posizione di Marion Maréchal, che rappresenta l’ala sovranista e cattolica del fronte, è comprensibile: la giovane nipote di Marine lavora da anni per attrarre l’elettorato cattolico più intransigente verso il messaggio frontista: ha partecipato alla Manif Pour Tous, la manifestazione contro i matrimoni gay, ed era in piazza a fianco del movimento poche settimane fa, quando hanno sfilato per le strade di Parigi decine di migliaia di persone. Visto l’entusiasta sostegno fillonista delle frange più politiche del cattolicesimo radicale, questa parte di elettorato rischia di aver ritrovato cittadinanza nella destra tradizionale. (Dei rapporti tra Fillon e l’elettorato cattolico avevamo parlato qui).

Anche se Florian Philippot, vero ideologo del partito, ostenta ottimismo, e ha dichiarato su RTL che “ François Fillon è un ottimo avversario per il Front National” in quanto il suo programma è “un copia-incolla di ciò che vuole la Troika e che non ha funzionato”, la radicalità del progetto di Fillon potrebbe spingere molti elettori di destra radicale a votare per lui. Secondo molti il programma economico del Front National è un misto tra statalismo e protezionismo di matrice novecentesca,  e infatti il candidato repubblicano, oltre ad aver criticato più volte l’estremismo di Marine Le Pen, ha avuto buon gioco nel far notare, durante i suoi comizi, le somiglianze tra il programma dei frontisti e quello della sinistra radicale portato avanti da Jean Luc Mélenchon (di cui avevamo parlato qui). François Fillon potrebbe dunque mettere il Front National davanti alle sue contraddizioni: da un lato statalista e aperto sulle questioni sociali come vuole Florian Philippot, dall’altro conservatore e identitario nell’anima rappresentata da Marion Maréchal Le Pen: i due, tra l’altro, si detestano.

Un ulteriore terreno su cui Fillon farà concorrenza a Marine Le Pen, è in politica estera. Molto sensibile alla questione dei Cristiani d’Oriente (è andato più volte in Siria e in Iraq a portare conforto ai campi profughi dei cristiani) Fillon è, come avete visto settimana scorsa, sostenitore di un cambio di politica rispetto ai rapporti con la Russia. Fillon ritiene che l’ostracismo tenuto finora nei confronti di Putin sia “assurdo” e che sia pericoloso spingere verso l’isolamento una potenza “ubriaca di armi nucleari”. Senza denunciare l’imperialismo americano “Gli Stati Uniti sono un nostro alleato, un paese di cui condividiamo i valori cosa che invece non succede con la Russia”, François Fillon rimette in ogni modo al centro il ruolo autonomo della Francia in politica estera. In ultimo, il candidato dei repubblicani non può essere accusato di essere prono alle richieste di Bruxelles, vista la sua famosa posizione per il “no” alla ratifica del trattato di Maastricht nel 1992.

Esiste però un rischio: in caso di secondo turno Marine Le Pen contro François Fillon alcuni elettori di sinistra potrebbero astenersi, rifiutando di legittimare un presidente non gradito, o addirittura  trovare più radicale il progetto di Fillon, andando a votare per Marine Le Pen. Insomma la grande unione contro il diavolo frontista potrebbe diventare  meno scontata. Su Challanges trovate un’analisi in questo senso: la candidatura di Fillon porterà molti elettori a votare per Marine Le Pen.

4-Il miglior avversario possibile per Emmanuel Macron?

Emmanuel Macron (candidato liberale e indipendente, che avevamo introdotto ormai due mesi fa) ha commentato in diretta su France 2 i risultati, e può ritenersi contento della candidatura di Fillon. Senza Bayrou in campo (e questo è da vedere) al centro si apre uno spazio molto invitante per l’ex ministro dell’economia, che potrebbe dunque approfittarne quantomeno nei sondaggi. Perché dico “quantomeno”? Perché, non avendo un partito solido alle spalle, Macron ha bisogno di una dinamica di opinione che lo renda competitivo, più sale nei sondaggi più è possible che gli indecisi possano essere attratti dal suo messaggio fortemente liberale in economia ma allo stesso tempo innovativo e aperto sulle questioni sociali. Molto del successo di Emmanuel Macron si gioca sulla sua competitività percepita rispetto all’arrivo al secondo turno.

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Il sondaggio è stato pubblicato ieri sera, Macron è terzo e Bayrou è in campo

5-Gli attacchi dall’opinione di sinistra 

Tralasciando le difficoltà dei socialisti, su cui ci concentreremo domenica, è interessante notare come Fillon abbia in qualche modo rivitalizzato l’opinione pubblica di sinistra. Durante l’ultima settimana di campagna elettorale la rivista Mediapart ha pubblicato vari articoli molto critici nei confronti del suo programma, cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica sui pericoli in caso di sua vittoria; Matthieu Croissandeau, direttore dell’Obs, ha scritto un editoriale in cui definisce Fillon una “punizione”, e il numero della rivista uscito venerdì è interamente dedicato alla critica del candidato dei repubblicani.

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Pierre Berger, co-proprietario del Monde, ha paragonato Fillon e tutti i movimenti che lo sostengono alla Francia di Vichy; il quotidiano online slate.fr ha scritto, in un editoriale firmato da uno dei suoi fondatori, che Fillon ha lanciato una serie di messaggi “inquietanti” durante questa campagna elettorale. In questo i giornali sono stati aiutati inconsapevolmente da Alain Juppé, che aveva cominciato la settimana scorsa attaccando proprio i punti più conservatori del programma del suo avversario. Insomma, inaspettatamente, la sinistra potrebbe trovare un terreno comune per ragionare su ipotetiche intese, non per le presidenziali (quelle ormai le considerano perse) ma per le legislative. Piccolo riassunto per chi arriva ora: in Francia Parlamento e Presidente sono eletti in due momenti diversi. Chi vince le presidenziali in genere riesce ad avere la maggioranza all’Assemblea Nazionale, ma l’elezione della camera è in ogni caso un passaggio delicato: i parlamentari sono eletti in un sistema di collegi uninominali a doppio turno. Il contesto favorisce dunque meno lo spazio per la lotta dei vari ego (cosa che è indubbiamente la campagna presidenziale vista la quantità di candidati al 10%) e i partiti tendono a trovare accordi più facilmente.

Anche questo è un argomento che approfondiremo le prossime settimane ma è bene tenerlo presente.

Per oggi è tutto, ci sentiamo, tornando alla normalità, domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, edizione straordinaria: si vota per il secondo turno delle primarie

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Mi perdonerete, nell’ultima newsletter vi avevo dato appuntamento a venerdì, ma intendevo sabato, come settimana scorsa. Mi sono distratto, non è che vi ho dato buca, ma mi dispiace e le scuse sono dovute.

Veniamo a noi, domani si vota per il secondo turno delle primarie: si affrontano Alain Juppé, sindaco di Bordeaux e François Fillon, ex primo ministro durante la presidenza Sarkozy. Fillon, che è arrivato largamente in testa al primo turno (44% contro 28% dello sfidante), è di colpo diventato il favorito. Vediamo perché.

 

1-Com’è andata l’ultima settimana di campagna elettorale

Giovedì c’è stato il quarto e ultimo dibattito, di cui trovate un riassunto sul sito dell’Obs a questo link. Il dibattito, trasmesso dalle due principali televisioni francesi, ha avuto un’audience altissima: in 4,5 milioni hanno seguito la trasmissione su France 2, in 3,9 su TF1, per un totale di più di 8 milioni di telespettatori. Una cifra altissima che testimonia il grande interesse dei francesi per le primarie del centrodestra, come dimostra anche questo sondaggio dell’istituto Opinion Way.

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Il dibattito è stato equilibrato e si è svolto in un clima un po’ teso ma in fin dei conti cordiale, anche perché i due candidati sanno che da domenica sera l’obiettivo sarà fare campagna insieme per vincere le presidenziali. Se avete tempo e volete approfondire le proposte dei due candidati, il Figaro ha pubblicato un’infografica interattiva per comparare i due programmi, ve la consiglio.

A-La strategia di Alain Juppé e i suoi problemi

Come sapete, la strategia di Alain Juppé era abbastanza inedita per un’elezione primaria, quando il campo da convincere è più ristretto di quello delle elezioni normali. Il sindaco di Bordeaux ha scelto di fare campagna al centro, cercando di porsi come uomo politico in grado di riunire attorno a sé tutti i delusi dalla presidenza Hollande (e Sarkozy), per vincere al secondo turno contro il Front National. Ha quindi invitato a più riprese gli elettori di sinistra a votare per lui, e a partecipare al suo progetto. Se la strategia ha inizialmente funzionato, ad un certo punto qualcosa si è rotto:  Juppé ha palesemente sbagliato pubblico e gli elettori di destra, vero cuore delle primarie della destra (che strano!), l’hanno sanzionato.

Conseguenza della posizione moderata è stato il messaggio non troppo netto di cui si è fatto portatore Juppé: sostenere a più riprese “cambierò, ma non in maniera troppo brutale” ha sì tranquillizzato una parte di elettorato generale, ma non ha entusiasmato la maggioranza dei suoi. In questo momento l’elettore di destra sente necessario cambiare veramente rotta e dunque, anche se riconosce che una serie di proposte di Fillon sono probabilmente irrealizzabili, ne apprezza la nettezza e perché no, la brutalità. So che chi legge da un po’ può trovare questo ragionamento ormai ripetitivo ma, lo scontro con i sindacati, la riduzione del peso del pubblico impiego, l’innalzamento dell’età pensionabile, l’abbassamento delle tasse sul lavoro, è musica per le orecchie della destra. La strada per Alain Juppé, preparato ad un ballottaggio contro Sarkozy, era dunque stretta: per non inimicarsi gli elettori del campo avversario ha provato a attaccare il programma di Fillon nel merito, spiegando che è molto complicato da realizzare e che per l’economia francese potrebbe avere un effetto recessivo.  Il problema è che questo è un tipo di lavoro che necessita di tempo per entrare nella testa degli elettori e nei loro dibattiti quotidiani: in una settimana potrebbe essere complicato riuscire nell’impresa e questo testimonia quanto essere stato sfavorito nei sondaggi e quindi lontano dai riflettori, sia stato un vantaggio reale per François Fillon.

B-Il dibattito di giovedì e le differenze ideologiche tra i due

I due candidati sono arrivati al dibattito di giovedì in maniera molto diversa, e la dinamica ha in parte favorito François Fillon. Come ha scritto Guillaume Tabard sul Figaro:

“Seppur da favorito, Fillon ha seguito lo stesso solco dei precedenti dibattiti. E al contrario, da sfidante, Alain Juppé è stato costretto a cercare continuamente il contatto. Risultato: il primo ministro del 2007 [Fillon ndr] poteva essenzialmente rivolgersi ai francesi, mentre quello del 1995 [Juppé ndr] doveva prioritariamente rivolgersi all’avversario. Questo disequilibrio si è fatto sentire, perché, prevalentemente, è attorno al progetto di Fillon che il dibattito si è articolato.”

E infatti sul plateau di France 2 si è discusso principalmente dei vari temi emersi durante l’ultima settimana di campagna elettorale, segnata da una serie di polemiche rispetto al programma, appunto, di François Fillon.I due candidati hanno avuto modo di approfondire i loro progetti, facendo comprendere anche le varie differenze. Ho selezionato quattro punti importanti che secondo me mettono in luce le visioni contrastanti e lo scontro tra due personalità tutto sommato simili: miti e poco propense alla battuta o a discorsi fuori luogo. Anche dal punto di vista delle idee non abbiamo assistito ad un grande scontro: non solo stiamo parlando di un’elezione interna allo stesso partito, ma le differenze ideologiche nei partiti di centrodestra sono meno importanti rispetto a quelle che possiamo osservare nel centrosinistra.

Lunedì mattina il sindaco di Bordeaux ha attaccato Fillon a causa delle sue posizioni ambigue in materia di aborto: dopo aver infatti detto anni fa che l’aborto è un diritto fondamentale della donna, Fillon ha fatto marcia indietro in questa campagna elettorale, spiegando di essere contrario a titolo personale. La differenza di posizioni è venuta fuori anche durante il dibattito, e ha dato modo all’ex primo ministro di rispondere alle critiche in maniera piuttosto efficace.

 

 

D’altronde già il 27 ottobre, durante il programma L’Émission politique di France 2, Fillon aveva chiarito la sua posizione sul tema: “nessuno, e certamente non io, cambierà le cose in materia di aborto. Non devo spiegare le mie convinzioni religiose, sono capace di fare una differenza tra queste convinzioni e l’interesse generale. E considero che non sia di interesse generale riaprire questo dibattito”.  Rispetto poi al tema del voto cattolico e del sostegno dei movimenti Manif Pour Tous, tra cui il radicale Sens Commun,  Juppé ha compiuto un timido attacco, ma non ha insistito più di tanto. Il motivo è che su questi temi anche lui non brilla per apertura: due dei suoi sostenitori più importanti, Hervé Mariton e Valérie Pécresse,  hanno partecipato alle manifestazioni contro i matrimoni omosessuali, e Jean-Pierre Raffarin ha addirittura tenuto qualche discorso durante la mobilitazione. Libération ha scelto una copertina divertente sull’argomento.

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Un altro punto su cui i due hanno dibattuto in maniera dura è stato l’intervento di Vladimir Putin, che ha dichiarato apertamente la sua simpatia per Fillon con cui ha, tra l’altro,un buon rapporto personale. Alcuni giornali italiani hanno utilizzato frasi come “François Fillon, l’amico di Putin” nelle varie analisi: capisco la necessità di fare un titolo che catturi l’attenzione, ma le cose sono un po’ più complesse, e non mancheremo di approfondirle. In ogni modo, durante il dibattito Juppé ha provato ad attaccare Fillon, che quindi ha avuto la possibilità di chiarire la sua posizione. Anche qui abbiamo potuto apprezzare la differenza di visione dei due candidati.

 

 

 

 

 

La terza differenza approfondita durante il dibattito riguarda il modo di intendere l’identità francese: mentre Juppé ha spiegato di riconoscere nel pluralismo di culture la forza dell’identità del suo paese, Fillon si è invece mostrato più assimilazionista e esplicitamente contrario al multiculturalismo, rifiutando un modello di integrazione aperto come quello anglosassone. In questo senso si spiega anche la vicinanza tra Fillon e i tradizionali elettori di Nicolas Sarkozy, molto duro da sempre su questi temi: queste persone hanno trovato un uomo con posizioni molto nette in materia, senza però portare mai avanti polemiche inutili come aveva fatto l’ex presidente.

 

 

 

 

Infine, i due hanno dibattuto su quale modello di welfare hanno in mente: se, come detto prima, hanno programmi simili in termini di riduzione della spesa pubblica, la differenza sta nelle modalità e nella profondità degli interventi. Alain Juppé è più timido, cosciente delle difficoltà di applicare un programma fortemente liberale in Francia; François Fillon è invece molto più radicale, come abbiamo più volte ripetuto. La differenza di visione la notate nella scelta delle parole in questo spezzone: Fillon vuole “ricostruire”il modello sociale francese che “imbarca acqua da tutte le parti” mentre Juppé intende “consolidarlo”.

 

 

2-Cosa dicono i sondaggi?

I sondaggi sulle intenzioni di voto danno François Fillon favorito al punto tale che sembra impossibile possa perdere. 61-39 è un divario di più di 20 punti, molto difficile da recuperare. Devo però ricordarvi l’estrema volatilità del voto che abbiamo analizzato lunedì: se di nuovo 1/3 dei partecipanti alle primarie deciderà negli ultimi giorni, e se si verificherà la stessa dinamica che vedete di seguito a parti invertite, allora potremmo assistere ad una nuova sorpresa.

È ancora una volta interessante guardare le preferenze degli elettori attraverso il loro posizionamento ideologico: Juppé è molto basso tra gli elettori repubblicani, è una dinamica che chi ha seguito questa newsletter dall’inizio conosce molto bene, e si è rivelata uno dei punti deboli della sua campagna elettorale. Con una percentuale così bassa tra gli elettori repubblicani è impossibile vincere le primarie dei repubblicani, a meno che il voto di sinistra non influenzi in maniera consistente la mappa dei votanti di domani (cosa che non è successa al primo turno). Il sondaggio che vedete di seguito è stato realizzato dall’istituto Elabe subito dopo il dibattito

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Il divario tra i due è piuttosto significativo

Con 4,2 milioni di elettori il primo turno è stato un successo. La partecipazione sarà di nuovo così alta? Non necessariamente, secondo alcuni sondaggisti. Jean-Daniel Lévy, direttore del polo Opinion de Harris Interactive, ha spiegato che la partecipazione potrebbe essere leggermente più bassa, perché la volontà di esprimere un voto pro/contro Sarkozy è stata un fattore di mobilitazione molto rilevante. Intervistato dal Figaro ha chiarito che “quando vediamo le motivazioni degli elettori, il voto per far vincere o perdere Nicolas Sarkozy concerne il 65% di chi è andato al seggio”; venuta meno la crociata contro l’ex presidente, un importante fattore di partecipazione potrebbe mancare. Sulla stessa lunghezza d’onda  il direttore generale dell’Ifop, Frédéric Dabi “per molti, il lavoro è compiuto: Nicolas Sarkozy è stato eliminato”.

3-Due notizie veloci, che ci interesseranno nelle prossime settimane

A-Sono uscite moltissime analisi sulle possibili conseguenze di una vittoria di François Fillon, se avete seguito le primarie di sicuro ne avrete lette molte anche sulla stampa italiana. Noi non ne daremo conto oggi: non voglio appesantire troppo questa newsletter e sarà materia di discussione per lunedì, farlo adesso rischia di essere un esercizio di stile.

B-In tutto ciò, Hollande ha preso una decisione? I giornali francesi sembrano essere tutti d’accordo: si candiderà, nonostante tutto. I suoi fedelissimi sostengono che vista la sorpresa di Fillon i sondaggi non contano nulla, e che quindi il presidente sarebbe sottostimato. In più, Hollande è convinto che l’annuncio della sua candidatura, e il fatto che sia presidente uscente, gli conferiscano automaticamente 4/5 punti in più rispetto agli altri. Ora questo è da verificare, ma mettiamo che sia vero: il 15% (Hollande nei sondaggi più generosi è intorno all’11%) non basta per arrivare al secondo turno, e probabilmente nemmeno per arrivare terzo, unico caso in cui la sconfitta potrebbe essere considerata “dignitosa”. Insomma la strada per l’ex presidente è strettissima, ma in più di 5 mesi possono cambiare molte cose. Secondo la maggior parte dei giornali Hollande si candiderà il 15 dicembre, o giù di lì; l’Obs, analizzando i prossimi impegni del presidente, pronostica invece  una candidatura imminente: Hollande si dichiarerà il primo dicembre.

Per oggi è tutto, ci sentiamo, eccezionalmente, lunedì per commentare i risultati!

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Présidentielle 2017, ottava settimana: no, Marine Le Pen non è la Donald Trump francese

Ottava settimana della newsletter sulle presidenziali francesi del 2017, domenica c’è il primo turno delle primarie del centro-destra. Se vuoi ricevere la newsletter sulla tua email puoi iscriverti cliccando qui

Parliamo un attimo di noi: domenica i repubblicani votano per il primo turno delle primarie quindi non serve a niente che io vi invii la newsletter. Avrete dunque il privilegio, a scapito della mia vita privata, di riceverne due: sabato faremo il punto della situazione e lunedì commenteremo i risultati.

Di cosa parliamo oggi?

1-Come potete immaginare la vittoria di Donald Trump è stato l’argomento più dibattuto in settimana: i politici hanno fatto dichiarazioni di rito, tutte rispettose del risultato elettorale, per quanto sorprese; i giornali si sono chiesti come e se uno shock del genere possa avere ripercussioni sulle elezioni del prossimo anno. Vi risparmio le varie reazioni, se vi interessano le trovate in questo video montato dal Figaro.

2-Sono usciti dei sondaggi interessanti sulle primarie dei repubblicani. La partita è apertissima

3-In settimana arriverà forse l’annuncio della candidatura di Emmanuel Macron. Ed è, in parte, un colpo di scena

1-No, Marine Le Pen non è la Donald Trump francese

Quindi dopo Trump dobbiamo aspettarci Marine Le Pen? La risposta non può essere netta, e colgo l’occasione per ricordare che i giornalisti non fanno gli aruspici, ma cercano di raccontare (chi meglio, chi peggio) ciò che vedono. Quindi se leggete previsioni sbilanciate in un senso o nell’altro prendetele per quello che sono: scommesse.

La vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali del prossimo anno è molto difficile e Donald Trump non cambia l’assunto. Senza dubbio la tendenza storica è affascinante: prima Brexit, poi Donald Trump infine Marine Le Pen. Un cerchio che si chiude. La storia però non è lineare, né già scritta (e infatti chi immaginava Trump?), per cui prima di vedere movimenti mondiali inevitabili, analizzerei i contesti profondamente diversi in cui questi fenomeni si manifestano. Ne consegue che una sconfitta di Marine Le Pen non necessariamente scongiura un collasso dell’area euro e un arretramento della globalizzazione e allo stesso tempo un suo successo non sarebbe spiegabile solo come parte di una tendenza mondiale, e quindi ineluttabile, non riferita alla realtà francese.

Mi concentrerei su due aspetti fondamentali che, secondo me, allontanano molto i due fenomeni, che pure hanno innegabilmente dei tratti in comune.

A-Il sistema elettorale e politico

I sistemi dei due paesi sono radicalmente diversi: negli Stati Uniti vige un sistema maggioritario a turno unico (qui trovate una spiegazione, fatta bene) che favorisce due partiti principali. Trump si è inserito in questo contesto, ha vinto le primarie di uno dei due partiti principali, ne è diventato il leader e ha quindi giocato le sue carte da candidato tradizionale (contro le élites, certo, ma questo è un altro discorso). Il nuovo presidente americano non ha fondato un partito terzo con l’ambizione di prenderne il posto, ma ha avuto dalla sua uno dei principali e legittimi partiti americani. In Francia invece, il contesto prevede una moltitudine di partiti, e in un certo senso favorisce avventure personali: sono molti i candidati che partecipano al primo turno, perché gli elettori tendono a votare chi sentono più vicino alla propria sensibilità. Così i primi due partiti superano il 20% e generalmente tre/quattro si attestano tra il 10 e il 15.  Se nessuno dei candidati al primo turno raggiunge il  50% (cosa mai successa, sinora) i due più votati si affrontano al ballottaggio.

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I candidati al primo turno delle presidenziali del 2012

Il Front National è dunque da sempre (dagli anni ’70, come il Partito Socialista) presente alle elezioni presidenziali, ma non è mai stato competitivo per la vittoria finale. Il sistema è pensato proprio per evitare fenomeni come quello di Marine Le Pen. Basta guardare le ultime elezioni regionali: il partito ha schierato i migliori candidati possibili in tutta la Francia. Il primo turno sembrava la consacrazione definitiva: tutti i candidati più forti del Fronte erano in testa, addirittura Marine Le Pen e Marion Maréchal (la nipote, astro nascente del partito) con il 40%. Due settimane dopo però, Il FN ha perso tutti i ballottaggi, non riuscendo ad andare oltre i risultati del primo turno. Al momento della verità gli altri partiti si alleano e riescono a contenere i frontisti, evidentemente non capaci di allargare la propria base elettorale, fondamentale in un’elezione a due turni. Con ciò non voglio dire che alle elezioni presidenziali sarà così, anzi credo che questo continuo ostracismo possa portare ulteriori argomenti al Front National; di questo abbiamo parlato la settimana scorsa e ne parleremo nei prossimi mesi. Però al momento il comportamento degli elettori ci dice che il sistema elettorale non favorisce Marine Le Pen.

B-Donald Trump in Francia ha già perso

L’altro aspetto su cui vale la pena soffermarsi è quello del linguaggio. Il marchio di fabbrica di Donald Trump è stato presentarsi come il campione del politicamente scorretto: dire tutto e il contrario di tutto, prendere in giro un disabile, insultare i genitori di un marine morto in servizio perché musulmani, dire di poter avere qualunque donna in quanto personaggio famoso. Detto chiaramente: Donald Trump è un troglodita, e piaceva anche per questo, perché percepito come più vero, più sincero, meno costruito. Il magnate americano è il prodotto più puro della società post-fattuale descritta dall’Economist. Qui c’è una differenza nettissima con Marine Le Pen, che lavora da anni per rendere più accettabile l’immagine del partito.

La sua strategia, detta di dédiabolisation, si basa sull’assunto contrario: la pubblicità a mezzo di dichiarazioni scandalose è ciò che impedisce al Front National di arrivare al potere. Jean-Marie Le Pen, padre di Marine e fondatore del Front National, assomiglia moltissimo a Donald Trump. Per capirci, sostiene sostiene che “ i rom sono come degli uccelli, volano naturalmente” (in francese il verbo voler vuol dire sia volare appunto, che rubare), “Monsieur Ebola può risolvere il problema dell’immigrazione in tre mesi“  e ha dichiarato più volte alla stampa che le camere a gas siano un dettaglio della storia (l’ultima volta un mese fa). E infatti, subito dopo la vittoria di Trump sia lui che i suoi fedelissimi hanno subito fatto capire quanto (a loro modo di vedere) la strategia di Marine Le Pen sia perdente: le elezioni americane lo dimostrano.

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Dal canto loro invece, i sostenitori della leader frontista hanno chiarito alla stampa quanto ripulire il messaggio e eliminare le dichiarazioni fuori posto non sia solo una strategia ma proprio il modo di essere di Marine Le Pen. Funziona? Sì, ma non fino in fondo. Le regionali lo dimostrano e questo sondaggio secondo cui il 55% dei francesi considera l’europarlamentare “razzista” è piuttosto indicativo di quanto sia difficile allontanarsi da stereotipi formatisi in anni di atteggiamenti e dichiarazioni piuttosto spinte.

Per concludere: è vero che il sentimento anti-establishment esiste anche in Francia ma, come sa chi è iscritto a questa newsletter da un po’,  a seguito delle presidenza disastrosa di un “président normal”  i francesi vogliono che qualcuno di serio sia capace di prendere in mano le redini del paese. Lo dicono i sondaggi e lo si percepisce abbastanza. La chiave per l’Eliseo passa da qui, e Marine Le Pen ne è perfettamente consapevole: se, oltre a cavalcare la protesta riuscirà a presentarsi come un politico in grado di garantire l’ordine e di fare gli interessi del suo paese, può giocarsela davvero. In questo senso è interessante notare il continuo riferimento a Charles De Gaulle, non proprio un trumpista della prima ora; intervistata da Tf1 ha detto che per lei l’ex presidente è un modello “anche il generale era accusato di essere fascista o bolscevico, ma la Francia non è né di destra né di sinistra, è la Francia. Non credo di dovermi rivolgere in maniera diversa a un patriota di sinistra rispetto a un patriota di destra. Io parlo in nome del popolo francese”.

Insomma Donald Trump, così come la Brexit, sono coincidenze e fattori esterni molto utili alla retorica del Front National, ma non possono, da soli, rappresentare il punto di svolta di una rincorsa che appare, al momento, piena di ostacoli. Sono due, benvenuti, regali per Marine.

2-Giovedì c’è il terzo dibattito dei repubblicani e domenica il primo turno

Settimana scorsa avevo spiegato come Sarkozy potrebbe essere sottostimato nei sondaggi. Si era detto, infatti, che per i sondaggisti è particolarmente complicato essere precisi nelle previsioni delle intenzioni di voto alle primarie del centro-destra: è la prima volta che si tengono, sono aperte a tutti ed è quindi difficile prevedere in quanti andranno a votare. Il numero di partecipanti può fare un’enorme differenza, perché tra i simpatizzanti del partito Sarkozy è molto popolare, mentre in altri settori dell’elettorato è piuttosto respingente. Il sondaggio che segue è stato realizzato tra il 9 e l’11 novembre, e come potete notare il punteggio dell’ex presidente è sensibilmente diverso a seconda che si intervisti “l’insieme dei francesi” oppure “i simpatizzanti del partito Les Républicains”

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Questo sondaggio è riferito a tutti i francesi intervistati

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Questo sondaggio invece ai soli simpatizzanti della destra

La differenza per Alain Juppé e Nicolas Sarkozy è quindi notevole e la si nota ancor di più nelle rilevazioni che ipotizzano un secondo turno tra i due.

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Il sondaggio è effettuato sull’insieme dei francesi

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Questo sondaggio invece solo sui simpatizzanti del partito

A complicare ancora di più il quadro c’è, come avrete visto, una rimonta abbastanza robusta di François Fillon, che ha evidentemente capitalizzato le buone performance televisive nei dibattiti e nelle interviste in prima serata a cui ha partecipato; in più sta vendendo benissimo il suo libro (si parla di 80.000 copie) e riempie teatri senza difficoltà. Insomma, la sensazione è che i giochi siano aperti, per tutti e tre.

Sabato ne parleremo meglio.

3-Macron potrebbe anticipare l’annuncio della sua candidatura

L’ex ministro dell’economia continua a far parlare di sé, intervistato di nuovo dalla rivista L’Obs ha dettagliato il suo programma aggiungendo un altro tassello alla costruzione della sua candidatura. Alcuni giornalisti hanno fatto notare che potrebbe essere un segnale verso l’atteso annuncio: previsto per dicembre o gennaio, Macron potrebbe comunicare le sue intenzioni già questo mercoledì, un giorno prima del dibattito dei Repubblicani.

Perché? Inizialmente si pensava che Macron volesse attendere il risultato delle primarie, perché con Sarkozy avrebbe avuto più spazio, mentre con Alain Juppé, più centrista e unitario, lo spazio si sarebbe ridotto. Ma una delle forze della sua candidatura è stata la mancanza di riguardo a ciò che pensassero o facessero i suoi avversari politici: dichiararsi mercoledì aumenterebbe ancora di più il suo profilo autonomo. In più, costringerebbe i repubblicani a parlare di lui durante il dibattito di giovedì consentendogli una copertura mediatica gratuita e probabilmente molto proficua. D’altronde dopo le primarie della destra, l’attenzione su Macron si ridurrà inevitabilmente, il vincitore godrà di una grande attenzione e di una grande investitura popolare; la stampa comincerà a chiedersi con insistenza se il presidente Hollande sarà dei giochi o meno.

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Anche questo secondo elemento va considerato. Mentre finora la domanda che ci ponevamo era quanto spazio il fondatore di En Marche! potesse avere a sinistra in caso di candidatura di Hollande, adesso la questione, come nota Guillaume Tabard sul Figaro, potrebbe ribaltarsi: Hollande si candiderà ora che il suo ex ministro è in campo? A ciò si aggiunga un’ultima considerazione: perché le interviste più approfondite vengono rilasciate al settimanale L’Obs? Possiamo immaginare che Macron sia molto amico del direttore, Matthieu Croissandeau, ma con ogni probabilità la risposta è che, tradizionalmente, L’Obs è il settimanale di sinistra più letto del paese, segno di quanto Macron abbia ben presente la parte dell’elettorato a cui vuole rivolgersi.

Oggi è passato un anno dall’attentato al Bataclan e ai ristoranti del X e XI arrondissement. Ho pensato a lungo su come scrivere qualcosa che non suonasse retorico. Quindi dirò solo che ero lì, in una casa a 50 metri dal Petit Cambodge, uno dei ristoranti attaccati dagli assassini, e che ricorderò sempre lo sgomento e poi la grandissima paura. Aver visto così da vicino una cosa del genere è uno dei motivi che mi ha spinto a raccontare quello che sta succedendo in Francia, perché mi riguarda, perché ci riguarda.

Per oggi è tutto, ci sentiamo, eccezionalmente, sabato prossimo!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, sesta settimana: una buona notizia per Hollande

 

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Sesta settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-C’è una buona notizia per Hollande: la disoccupazione è scesa del quasi 2% a settembre rispetto al mese precedente. I sondaggi però continuano a essere disastrosi: cosa cambia rispetto alla sua candidatura?

2-Giovedì c’è il secondo dibattito del centro-destra. Da tenere d’occhio, oltre a Juppé e Sarkozy, c’è François Fillon, in rimonta.

3-Jean Frédéric Poisson ha combinato un altro mezzo guaio

1-La disoccupazione migliora ma i sondaggi sono catastrofici: che farà Hollande?

È da agosto che la situazione del presidente appare sempre meno chiara. Si candiderà o farà un passo indietro? Se si rileggono i giornali di inizio settembre, François Hollande era in procinto di candidarsi. L’annuncio ufficiale, previsto per dicembre, sembrava essere solo una formalità. Poi abbiamo assistito ai pessimi numeri dell’economia e dell’occupazione, al tradimento di Emmanuel Macron e al grande autogol del libro-intervista: la situazione è diventata tutt’altro che favorevole al presidente, e l’eventualità di presentarsi alle elezioni meno probabile. È cambiato qualcosa questa settimana?

Hollande ha da tempo posto due condizioni per la sua ricandidatura: un miglioramento stabile e sensibile degli occupati, segno dell’efficacia dei suoi provvedimenti, e l’assenza di un’altra personalità  del suo partito in grado di vincere le elezioni. Finora si era verificata solo la seconda condizione: nessuno nel partito socialista sembrava in grado di far meglio del presidente e niente lascia pensare che la situazione possa cambiare nei prossimi mesi. Sul versante occupazione invece, come visto nelle scorse puntate, le notizie erano pessime visto il grande aumento di disoccupati fatto registrare ad agosto.

In settimana, però, c’è stata un’inversione di tendenza: le cifre della disoccupazione sono molto al ribasso, si contano 66300 persone in cerca di lavoro in meno rispetto ad agosto, cioè quasi il 2%. Si tratta, a livello percentuale, del più forte abbassamento della cifra dal novembre del 2000. Tra l’altro, nonostante il picco negativo di agosto, è il terzo trimestre consecutivo in cui la disoccupazione diminuisce (se vi interessa approfondire qui trovate una spiegazione del Figaro, e qui una del Monde), segno che la ripresa, seppur lieve, è in corso. Hollande ha rivendicato i risultati anche attraverso la propria pagina Facebook, e i suoi fedelissimi sostengono che visti i risultati non c’è motivo mettere in dubbio la legittimità della sua candidatura . François Rebsamen, sindaco di Digione ed ex ministro molto vicino al presidente, ha dichiarato a RTL che “Hollande potrà partecipare all’elezione presidenziale se lo desidera. Il suo impegno è stato mantenuto”, viste le cifre positive.

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D’altro canto il presidente non cessa di calare nei sondaggi. Solo il 4% dei francesi giudica positivo il suo operato, e un sondaggio del Figaro realizzato tra il 21 e il 23 ottobre, dieci giorni dopo l’uscita del libro intervista “un président ne devrais pas dire ça”, conferma la tendenza che avevamo osservato nelle settimane scorse: in nessun caso il presidente arriverebbe al secondo turno. Nelle rilevazioni che vedono Macron candidato è addirittura quinto, dietro Juppé (o Sarkozy), Marine Le Pen, Jean Luc Mélenchon e lo stesso Macron.

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La cosa certa è che in caso di candidatura la strategia del presidente sarà difendere con forza il suo operato durante il mandato. Le cifre sull’occupazione possono essere l’argomento che aspettava per avere qualcosa di concreto da utilizzare nei confronti dei suoi avversari.

2-Esiste un piano b?

La risposta al momento è no. E questo come appena visto è uno dei motivi per cui la candidatura di Hollande, seppur non scontata (settimana scorsa si era detto che il presidente non era mai stato così lontano dal ricandidarsi), appare l’ipotesi più probabile. Sono due i nomi più citati dalla stampa francese: il primo, Manuel Valls, è il candidato di riserva da mesi; il secondo, quello di Christiane Taubira, è una novità. Bisogna capire quindi quanto ci sia di concreto dietro queste voci o se siano una semplice suggestione.

 

A-Manuel Valls: in caso di ritiro di Hollande è lui il più accreditato per raccogliere il testimone. A differenza di Macron ha giocato la carta della lealtà: ha chiarito che un uomo di Stato ha delle responsabilità sia rispetto ai francesi sia rispetto al Presidente, che dopotutto l’ha nominato e ha condiviso con lui il percorso politico degli ultimi due anni e mezzo. La posizione è molto apprezzata: Valls è riconosciuto come un servitore dello Stato, leale appunto ma con una sua autonomia ben definita. Non ha mai risparmiato critiche al presidente, soprattutto dopo l’uscita del libro, ha aumentato la frequenza dei suoi discorsi pubblici  e ha cominciato a rivolgersi ai vari candidati del Partito Socialista per convincerli a lavorare intorno ad un nome comune.  In un incontro a Tour, ha fatto quasi un appello “Arnaud (Montebourg), Benoît (Hamon), Aurélie (Filippetti), Emmanuel (Macron), non nego di aver discusso spesso con voi, o di aver avuto dei punti di vista diversi. Ne sono consapevole. Ma prima di questo, cosa ci unisce?  Aver governato insieme nell’interesse del paese e aver condiviso le battaglie per l’uguaglianza e per i nostri valori, i valori della repubblica. Dobbiamo reagire ora per non morire domani”

Lunedì il Primo Ministro ha anche incassato il sostegno del segretario del PS Jean-Christophe Cambadélis, che ha evocato la possibilità di un candidatura di Valls in caso Hollande decida di non presentarsi. I sondaggi però non sono incoraggianti: come potete vedere l’ipotesi Manuel Valls candidato non è competitiva.

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Anche dal punto di vista ideologico il Primo Ministro incontra difficoltà. In questi anni è riuscito a costruirsi una solida piattaforma: ha pubblicato più libri sull’identità francese ed il rapporto con le religioni, ha preso posizioni molto dure dal punto di vista della sicurezza e della lotta al terrorismo. Cosa che ad esempio è sempre mancata ad Hollande, meno capace di elaborare una linea politica precisa e coerente. Il punto però, è che queste idee sono minoritarie all’interno del partito. Valls è sempre stato percepito più come un uomo divisivo che come un federatore: ha più volte detto che in Francia ci sono “due sinistre irreconciliabili”, ha avuto una grandissima opposizione interna sui temi legati alla sicurezza e ha spaccato paese e partito per portare a termine la riforma del mercato del lavoro (dove ha dovuto utilizzare la fiducia, cosa molto rara in Francia). Insomma, se Valls dovesse candidarsi e quindi passare per le primarie avrebbe tutta la sinistra del partito contro. Vincere la competizione interna non sarebbe scontato.

B-Ultimamente sta prendendo corpo un’ipotesi più di sinistra, quella di Christiane Taubira, ministro della giustizia dimessasi a gennaio per divergenze insormontabili col governo. Taubira, che è un esponente del partito radicale, era finita ai margini dopo le dimissioni, ma negli ultimi mesi ha più volte incontrato Hollande, dichiarando di essere una sua sostenitrice. Dopo la pubblicazione di “un président ne devrait pas dire ça” è stato l’unico esponente politico di peso a sostenere pubblicamente il presidente, e i fedelissimi di Hollande non hanno nascosto di aver pronto per lei un posto rilevante nella campagna elettorale del presidente. In settimana c’è stata un’accelerazione: i giornali hanno scritto  di una sua eventuale disponibilità a candidarsi, e sono avvenuti più incontri tra l’ex ministro della giustizia e parlamentari socialisti, probabilmente per parlare di questo. Interrogata a tal proposito da Liberation, Taubira ha ammesso di aver partecipato ad alcuni incontri dove le è stata chiesta la disponibilità, e ha spiegato che effettivamente esiste un certo “fermento” intorno al suo nome, ribadendo allo stesso tempo la sua lealtà al presidente. Che sia lei il piano b di Hollande?

In ogni modo i due piani B convincono poco la rivista L’Obs, che spiega in un lungo articolo perché è praticamente certo che Hollande si ricandiderà.

2-Come arrivano i repubblicani al secondo dibattito

Giovedì si terrà il secondo dibattito dei Repubblicani. I temi, come anticipato, saranno diversi da quelli affrontati nel primo. I candidati risponderanno alle domande di due moderatori su: la loro concezione dell’esercizio del potere;  come intendono portare avanti la lotta contro il terrorismo;  quali impegni immaginano, per la Francia, in politica estera; che visione hanno dell’Europa; come pensano di riformare, se ce n’è bisogno, il sistema educativo. I sondaggi vedono la posizione di Alain Juppé consolidarsi sopra il 40% al primo turno, con Sarkozy costante intorno al 30%. Interessante è la progressione di Fillon, che sembra aver definitivamente acquisito la posizione di terzo, e quindi cercherà in qualche modo di riaprire la partita per essere presente al secondo turno.

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Quali sono le cose da considerare dunque?

A-In primo luogo, ovviamente, lo scontro tra Juppé e Sarkozy, che è diventato più duro nelle ultime settimane. Non tanto nelle dichiarazioni, a dir la verità raramente sopra le righe, quanto in alcune scelte strategiche. Juppé ha iniziato, non a caso, a fare seriamente campagna al sud, in Provenza, dove ha incassato il sostegno del sindaco di Tolone. In Provenza l’ex presidente Sarkozy è tradizionalmente molto forte: nel 2012 è arrivato 32% al primo turno (a livello nazionale 27%), Marsiglia è uno dei suoi bastioni, e in generale la destra è fortissima nella regione: alle ultime regionali il FN ha preso il 40% al primo turno, Les Républicains il 26 e il PS solo il 15%. L’obiettivo del quartier generale di Sarkozy è dunque arrivare a più del 50% nella regione e Juppé, che sa di non essere competitivo, ha intensificato la sua presenza per recuperare qualche punto: libero dall’ansia della rimonta può concentrarsi nelle parti del paese dove è più debole. Ci sono poi due fatti interessanti, che confermano la percezione di presidente in pectore che sembra  trasmettere il sindaco di Bordeaux. In primo luogo, a Marsiglia, Juppé è stato ricevuto dal sindaco (che appoggia Sarkozy) con grandi sorrisi e cordialità quasi come fosse già il candidato dei repubblicani e non il favorito da battere. In secondo luogo, ha deciso di cominciare a passeggiare, scattare selfie e chiacchierare con i passanti in una serie di quartieri difficili (sia nelle periferie delle città del sud che nelle banlieues parigine) cosa che finora aveva evitato, visto che il suo elettorato di riferimento è tendenzialmente borghese.

Christophe Barbier, giornalista dell’Express, spiega i punti deboli della candidatura di Sarkozy

Avevo iniziato la newsletter dicendo che la tendenza dei sondaggi favoriva Sarkozy, ed in effetti andando a riguardare i numeri era così: dall’annuncio della candidatura l’ex presidente aveva compiuto un recupero importante, tanto da risultare plausibile un suo arrivo in testa al primo turno. Cos’è successo dopo la rimonta? Il problema di Sarkozy è che non ha fatto “il botto”: l’ex presidente sperava che la tendenza nei sondaggi continuasse e gli elettori del centrodestra credessero nello storytelling della “rivincita”. Ma una volta esaurita la spinta data dall’annuncio della candidatura e dell’onnipresenza mediatica il suo messaggio si è indebolito. Ha sì galvanizzato la sua “fan-zone” che è cospicua all’interno del partito e arriva sino alla parte più di destra dell’elettorato, attirando anche una fetta di elettori del Front National, ma non è riuscito ad andare oltre. In più, la sua rimonta ha alimentato il mantra”tout sauf Sarkozy” (chiunque ma non Sarkozy) mobilitando (almeno secondo i sondaggi) moltissimi elettori di centro. Queste due tendenze hanno fatto sì che si radicalizzasse il messaggio volto a una piccola parte dell’elettorato delle primarie: “elettore di destra, non lasciare che ti rubino le primarie”. Il messaggio ha un senso se gli elettori sono pochi, se come sembra saranno molti, è rischioso.

B-Fillon, “il terzo uomo” che possibilità ha? L’ex Primo Ministro è stato ospite giovedì dell’émission politique (qui trovate una serie di estratti), e ha fatto un’ottima impressione. È forse il candidato che ha guadagnato di più dal primo dibattito: con una presenza televisiva efficace e seria aveva superato definitivamente uno dei suoi principali handicap, essere visto come il collaboratore di Sarkozy. In più, il suo principale avversario per il terzo posto, Bruno Le Maire, non aveva convinto, ed è immediatamente calato nei sondaggi successivi. L’obiettivo per François Fillon è cercare di recuperare il distacco con Sarkozy: secondo l’ex Primo Ministro i sondaggi si sbagliano (lo ripete sempre) e il suo messaggio, liberale in economia e conservatore sui temi della società, sta cominciando a interessare gli elettori di centro-destra.

È vero che con due dibattiti da affrontare e tre settimane di campagna teoricamente la rimonta è possibile, d’altro canto 15 punti e un fisiologico interesse dell’opinione pubblica per il duello Juppé-Sarkozy rendono il compito di Fillon davvero complicato. Possiamo quindi dire che per trasformare la rimonta da possibile a probabile, l’ex primo ministro deve sperare in una serie di errori gravi di Sarkozy più che nelle sue capacità.

3-Poisson ha chiesto scusa, seriamente. Ma poi ha fatto un altro guaio

Jean Frédéric Poisson, molto criticato settimana scorsa per la sua uscita infelice su Hillary Clinton (ha detto che sarebbe sostenuta dalle lobby sioniste), ha chiesto “perdono” alle persone ferite dalle sue dichiarazioni; il comitato organizzatore delle primarie ha quindi deciso di non sospendere la sua candidatura. Il deputato di Yvelines ha però continuato a sollevare polemiche: dopo essersi impegnato pubblicamente durante il dibattito (lo hanno fatto tutti i candidati) a votare chiunque uscisse vincitore dalle primarie,  intervistato da Lyon People ha detto di non escludere un voto per Marine Le Pen al secondo turno. “Possono succedere tante cose in sei mesi, il programma di società multiculturale portato avanti da Juppé mi convince sempre meno.” La dichiarazione è stata chiaramente molto criticata dall’entourage di Juppé, ma non ha sollevato grandissime polemiche, probabilmente per il peso elettorale limitato del presidente del partito cristiano democratico.

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Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, quarta settimana: Hollande sempre peggio, Juppé vince il dibattito Les Républicains

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Quarta settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva anche ogni domenica sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

La settimana è stata intensa, i due argomenti principali sono complessi quindi mi scuserete per la lunghezza. Di cosa parliamo dunque?

1-In settimana è stato pubblicato un lungo libro-intervista a François Hollande. Doveva essere un modo per riavvicinare il presidente ai francesi, rischia di essere la pietra tombale sulla sua eventuale ricandidatura.

2-Il dibattito dei repubblicani: la prima impressione è che da uno scontro a due Juppé-Sarkozy si è passati a Juppé contro “altri”. Durerà?

1-Hollande: un presidente non dovrebbe dire tutto ciò 

Nelle puntate scorse ci si chiedeva se Hollande non avesse già toccato il fondo a causa dei sondaggi terribili e della disoccupazione in aumento. La risposta era no, visto cos’è successo questa settimana. Giovedì è stato pubblicato un libro-intervista molto lungo (quasi 700 pagine), scritto dai giornalisti del Monde Gérard Davet et Fabrice Lhomme. L’intervista è frutto di un lavoro congiunto tra il presidente e i due giornalisti durato più di quattro anni. Da inizio 2012 Hollande ha incontrato una volta al mese Davet e Lhomme in maniera informale: all’Eliseo, al ristorante, più volte a cena a casa dei giornalisti. Per contratto gli incontri sono avvenuti senza testimoni, interamente registrati (si parla di 60 incontri e più di 100 ore di registrazioni utilizzate) e il presidente non ha avuto diritto di leggere il libro prima della sua pubblicazione. L’intervista si intitola “Un président ne devrait pas dire ça”  e ha suscitato molte polemiche, sia per il contenuto sia per lo stile con cui il presidente si è confidato ai giornalisti.

Perché Hollande si è prestato ad un impegno del genere? Possiamo affermare che non è una mossa contingente dettata dalla necessità di migliorare la difficile posizione del presidente: come visto, il progetto è in cantiere da anni; addirittura prima delle elezioni presidenziali, perché le interviste cominciano a inizio 2012 (le elezioni si sono svolte ad aprile). Perché, dunque?  Al settimanale Obs, in edicola in contemporanea con il libro, Hollande ha chiarito le sue intenzioni: spiegare come sono andate realmente le cose durante il quinquennio, “sono il presidente, è da me che i francesi si attendono una spiegazione, la coerenza e anche dei risultati“. Se la decisione è nata quindi molto tempo fa, purtroppo per Hollande le sue conseguenze immediate sono abbastanza disastrose: il libro voleva rappresentare un momento di trasparenza da parte della politica, ma si ha la sensazione di un buon proposito sfuggito di mano. “Un président ne devrait pas dire ça” contiene settecento pagine di contraddizioni, attacchi frontali alla destra, alla sinistra, persino alla magistratura. Se rendere pubbliche confidenze e prese di posizione senza filtro rappresenta sempre un rischio per un politico, in condizioni di tremenda impopolarità il “rischio” può velocemente condurre ad un suicidio politico. Secondo Guillaume Tabard, commentatore politico del Figaro, il libro-intervista è la perfetta sintesi di una presidenza chiacchierona e ciarliera.

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In Francia la funzione presidenziale è praticamente sacra, il presidente è la guida della nazione grazie alla fortissima legittimazione popolare, eletto direttamente ha un rapporto di natura plebiscitaria con il popolo. Rapporto diretto con la popolazione non vuol dire però superficialità; immaginare un presidente a cena con due giornalisti che tra un bicchiere di Bourgogne e l’altro dice che la magistratura è “lassista” e che il Partito Socialista (il suo partito) deve essere “liquidato”, si vanta di essere “il migliore della mia generazione” e prende posizioni molto dure (e inedite) sull’immigrazione “arrivano troppi migranti”, e sull’Islam “è un problema, nessuno ne dubita”, non è il massimo.

François Hollande ha fatto arrabbiare un po’ tutti, anche quelli a lui più vicini. Il Primo Ministro Manuel Valls, uno dei suoi fedelissimi (poi vedremo quanto questa fedeltà sia sincera o interessata, ma è un’altra storia), ha dichiarato durante la sua visita in Canada che in quanto presidente della repubblica “bisogna avere dignità, pudore, bisogna essere all’altezza”. Il segretario del PS Cambadélis, evidentemente abbastanza irritato per le rivelazioni, ha detto a Le Figaro che non condivide l’idea di Hollande sul futuro del partito, spiegando che tutto quello che dichiara il presidente fa parte della strategia per ricandidarsi e non va preso davvero sul serio.

Critiche sono subito arrivate anche dalla destra, che ha approfittato dell’ennesimo assist fornito dal presidente: “Ci chiediamo quand’è che Hollande trovi il tempo per lavorare” ha attaccato la candidata alle primarie dei repubblicani Nathalie Kosciusko-Morizet. Il libro è stato discusso anche durante il dibattito di giovedì sera, a causa di una serie di dichiarazioni in cui vengono tirati in ballo alcuni candidati. Ad esempio, François Fillon, secondo quanto riportato nel libro, avrebbe sollecitato a più riprese l’accelerazione delle procedure giudiziarie a carico di Nicolas Sarkozy. In particolare si sarebbe incontrato privatamente per due volte con il segretario generale dell’Eliseo Jean Pierre Jouyet, per fare pressioni. Alla domanda rivoltagli dalla moderatrice, Fillon ha risposto che “Hollande non solamente è inefficace e incompetente, ma è anche un manipolatore. Ho vergogna per il mio paese che il presidente della repubblica si presti a dare credito a delle accuse così mediocri.”

C’è stato spazio anche per una polemica con Nicolas Sarkozy. Nel libro Sarko viene deriso per la sua bassa statura “Abbiamo avuto il piccolo Napoleone, e ora abbiamo il piccolo De Gaulle. Credeva di salvare la Repubblica, ma ha ceduto alla tentazione dell’estrema destra”. Se da un lato Hollande ha comunque chiarito che in caso di secondo turno Sarkozy-Le Pen voterebbe per i repubblicani, ha criticato più volte la passione per il lusso dell’ex presidente e i suoi modi di fare esagitati. Sollecitato a tal proposito durante il dibattito, Sarkozy ha risposto in maniera moderata ma netta, chiedendo fino a che punto Hollande si spingerà nello “sporcare e distruggere la funzione presidenziale”.

Insomma la candidatura di Hollande è sempre più in bilico, considerati anche i sondaggi che lo vedono battuto da Montebourg al secondo turno delle primarie del Partito Socialista.

2-Com’è andato il dibattito del centro-destra?

Il dibattito dei repubblicani è stato molto lungo, con un taglio decisamente tecnico almeno nella prima parte, e sostanzialmente privo di colpi di scena. Qui trovate un video con i momenti salienti 

a-Chi ha vinto? Nessuno in particolare, e questo, come abbiamo visto settimana scorsa, va a vantaggio di Juppé.  Il giorno dopo tutti i principali commentatori erano d’accordo: l’ex primo ministro  ha affrontato senza troppe difficoltà la serata di giovedì, apparendo il candidato più “presidenziale”. Il sindaco di Bordeaux è riuscito a creare una situazione paradossale: tra i candidati solo Sarkozy ha esercitato la più alta funzione politica per cinque anni e non Juppé. Eppure si è avuta la netta sensazione del contrario: Sarkozy è sembrato uno sfidante, non un ex presidente della repubblica. Questa sensazione, unita alla buona performance degli altri cinque candidati, ha contribuito a ridimensionare l’immagine di uomo esperto dell’ex presidente. Juppé al contrario è sembrato molto a suo agio nel ruolo di futuro presidente, non ha mai cercato la polemica ed è riuscito a utilizzare la sua posizione di favorito nei sondaggi per accreditarsi come uomo al di sopra delle parti. Il gran numero di telespettatori è un buon segnale: più grande è la platea di elettori più è favorito. Anche Jean François Copé ha avuto un buon successo (il 29% dei telespettatori ha apprezzato la sua performance), seppure il suo ritardo nei sondaggi (è dato tra l’1 e il 2%), appare difficile da colmare.

b-Ha fatto bene all’immagine del partito? Sì, e forse è la notizia migliore della serata per Les Républicains. Nessun candidato è stato troppo aggressivo, alla fine tutti si sono detti contenti nelle interviste a margine e il dibattito nel complesso è parso sobrio sia nei contenuti che nei toni. Rispetto allo spettacolo a tratti desolante della lunga campagna elettorale statunitense, i francesi hanno assistito a un dibattito più politico che cinematografico. I sette candidati hanno parlato per 2 ore e mezza di politica, dividendosi (ma nemmen troppo) sulle soluzioni ai problemi del paese, cercando di evitare toni sopra le righe e colpi bassi a livello personale. In più il plateau era di alto livello: un ex presidente, due ex presidenti del consiglio, tre ministri. Il numero dei telespettatori è stato più alto di quello del dibattito dei socialisti: 5,6 milioni e 26,3% di share contro  4,9 milioni e 22% di share del Partito socialista nel 2011.

c-Chi è andato peggio? Con ogni probabilità quello che è andato peggio è Bruno Le Maire, un po’ per suoi errori un po’ perché due avversari in particolare gli hanno rubato la scena. Da un lato il suo competitor più diretto per il terzo posto, François Fillon, è sembrato più competente e audace sul piano economico: ha ferocemente criticato Hollande e soprattutto mostra di essersi affrancato dal ruolo di “collaboratore di Sarkozy”, uno dei suoi grandi handicap (è stato Primo Ministro durante i 5 anni di presidenza Sarkozy). Vedremo se queste impressioni si traducono in un rialzo nei sondaggi. D’altro canto Le Maire, rispetto al suo cavallo di battaglia, il rinnovamento, è stato superato da Natalie Kosciuscko-Morizet che è apparsa più credibile. Non certo una disfatta totale, perché come detto la sfida è stata molto equilibrata, ma è stato l’unico candidato apparso danneggiato, cosa che ha sportivamente riconosciuto.

d-Cos’è mancato? Il dibattito si è sviluppato attorno a tre temi principali: economia, sicurezza e identità francese. Due argomenti sono mancati: l’Europa e l’affaire Bygmalion. Quest’ultimo mai citato dai candidati (per chi arriva adesso ne avevo parlato brevemente nelle settimane scorse). L’Europa sarà uno dei temi dei prossimi dibattiti (ne sono in programma altri due, più un terzo che avrà luogo tra il primo ed il secondo turno), mentre con ogni probabilità i candidati hanno evitato di affrontare i guai giudiziari di Sarkozy perchè dopotutto l’affaire Bygmalion mette in cattiva luce tutto il partito e non solo l’ex presidente della repubblica. L’unico momento di tensione è stato quando Le Maire ha chiesto di rendere pubblica la fedina penale a tutti i candidati e Fillon ha domandato ironicamente: “immaginate De Gaulle rinviato a giudizio”? La provocazione è stata gestita abbastanza bene da Sarkozy.

e-L’unica  vera sorpresa è stata Jean Frédéric Poisson, presidente dell’unione cristiano democratica, di cui trovate qui la descrizione insieme con gli altri 7 candidati. Poisson, unico non iscritto al partito Les Républicains, era quasi sconosciuto al grande pubblico e quindi ha suscitato un grande interesse (durante il dibattito il suo nome è stato il più cercato in Francia su Google). Ha ottenuto il  37% di opinioni favorevoli subito dopo il dibattito ed è sembrato piuttosto a suo agio e per nulla intimidito dalla notorietà dei suoi avversari. Si è distinto per le sue posizioni poco allineate agli altri (vuole abolire i matrimoni gay, ma si è detto contrario al divieto dei Burkini), e per sua fortuna non è stato costretto ad approfondire temi su cui ha posizioni piuttosto estreme: è famoso per la sua posizione di sostegno ad Assad e a Donald Trump, ritiene l’Islam non compatibile con la repubblica, è molto conservatore sui temi della famiglia. Può diventare ministro in caso di vittoria del centro-destra alle presidenziali? Questa è la domanda circolata sui social e sui giornali tra venerdì e sabato.

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Detto ciò, quanto possono essere determinanti i dibattiti? Poco, la storia insegna che le tendenze dei sondaggi difficilmente vengono invertite dai dibattiti, semmai confermate. Hollande era in vantaggio prima dei dibattiti alle primarie del PS nel 2011 e poi ha vinto; Bersani era in vantaggio rispetto a Renzi alle primarie del PD del 2012 e poi ha vinto. Insomma non dovrebbe cambiare molto. Certamente però, i dibattiti costituiscono una grande vetrina per due motivi: il partito ne esce molto rafforzato sia economicamente (d’altronde si paga 2 euro per votare e in due turni ci si aspettano 7-8 milioni di persone) che politicamente (oltre che del libro di Hollande in Francia al momento non si parla d’altro); sono poi un’occasione per i candidati più piccoli: grazie alla grande audience è facile farsi conoscere meglio dal grande pubblico, e utilizzare la notorietà acquisita in futuro. Per esempio, Manuel Valls con il suo 5% alle primarie PS del 2011 è stato prima ministro dell’interno e poi Primo Ministro. Per molti (specialmente Le Maire e Natalie Kosciusko-Morizet per ovvie ragioni d’età) c’est ne qu’un début.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

Qui trovate le puntate precedenti.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017 seconda settimana: disastro Hollande, Sarkozy è nei guai

Meno di 7 mesi al primo turno delle presidenziali, la campagna elettorale entra nel vivo!
Di cosa parliamo oggi:

1-Il disastro Hollande: il presidente non ha ancora dichiarato ufficialmente se si candida o meno, ma ha in qualche modo cominciato la campagna elettorale. Non è però aiutato dall’economia che stenta a ripartire, e i sondaggi sono un a dir poco disastrosi per lui.

2-L’ipotesi Macron: l’ex ministro dell’economia ha lasciato il governo il 30 agosto, dopo mesi di voci e di smentite. Sta cercando di capire se ci sono i margini per una sua candidatura competitiva, e i sondaggi sembrano dargli una chance. Per lasciarsi tutte le porte aperte ha dichiarato di non essere socialista, cosa che gli consente di evitare un passaggio per le primarie nel caso decidesse di correre.

3-L’affaire Bygmalion comincia ad avere ripercussioni sulle primarie dei Républicains. Sarkozy è di nuovo in svantaggio nei sondaggi, giovedì sera è andata in onda un’intervista esclusiva dell’organizzatore della sua campagna elettorale del 2012 da cui l’ex presidente esce piuttosto malmesso. Frank Attal (l’organizzatore) sostiene che l’ex presidente fosse a conoscenza dei metodi usati per ridurre illegalmente le spese della campagna elettorale ed evitare di superare il tetto massimo stabilito per legge. In altre parole, Sarkozy avrebbe speso più del doppio dei 22,5 milioni consentiti dalla legge.

4-La tranquillità di Marine Le Pen: la leader del Front National è poco presente nel dibattito pubblico di queste settimane. È una scelta ponderata, vediamo perchè.

1-La presidenza di Hollande è sempre più un disastro

Chi vi ricorda?

Come è stato notato dalla stampa francese Hollande ha cominciato ufficiosamente la campagna elettorale. Il presidente non ha ancora chiarito se si candiderà o meno, ma sta intensificando la sua agenda per cercare di occupare il più possibile i media e invertire la tendenza nei sondaggi. In settimana ha tenuto almeno cinque discorsi importanti prima di volare a Gerusalemme per partecipare ai funerali di Shimon Peres. Martedì i suoi sostenitori hanno pubblicato un sito intitolato “Notre idée de la France” che nelle intenzioni dovrebbe far da megafono alla futura candidatura di Hollande. Ma la settimana è iniziata molto male su due versanti:

A-L’economia stenta a decollare, agosto ha fatto registrare un aumento di 52.400 disoccupati, mentre il governo aveva previsto a inizio anno che la situazione sarebbe lentamente migliorata nel corso dei mesi. Hollande in più, ha promesso che si candiderà solo in caso di un aumento dei posti di lavoro. Ora, è vero che le promesse sono fatte per essere infrante, ma arrivare alle presidenziali con queste cifre vuol dire sottoporsi ad un bombardamento continuo da parte di tutti gli avversari.

B- Secondo un sondaggio pubblicato da Ipsos il presidente in carica non solo non arriverebbe in nessun caso al secondo turno, ma sarebbe alla pari con Jean Luc Mélanchon (leader della sinistra radicale) e addirittura alle spalle di Emmanuel Macron. Anche i sondaggi sulle primarie sono sconfortanti: se Hollande al primo turno è stimato al 43% contro il 31% et 16% rispettivamente di Arnaud Montebourg e Benoît Hamon, al secondo turno si profilerebbe un testa a testa con Montebourg. È chiaro che per il presidente le primarie hanno un senso se riescono a costituire un momento di trionfo e legittimazione forte per arrivare competitivo alle presidenziali. Un testa a testa sarebbe un’umiliazione, un modo di arrivare alle elezioni ancora più debole di quanto già non sia. In ultimo, l’80% dei francesi giudica negativamente l’azione del governo.

Insomma una catastrofe

2-L’ipotesi Macron

Di Emmanuel Macron parleremo meglio nelle prossime settimane. Qualche accenno può però essere utile: è l’ex ministro dell’economia del governo Valls, è molto giovane (ha 38 anni) e ha lasciato l’esecutivo ad agosto dicendo che non c’erano più le condizioni per andare avanti. In primavera ha lanciato il suo movimento “En Marche” con cui sta raccogliendo le idee per cambiare il paese; al momento l’ipotesi di una sua candidatura piace molto, considerato che fino a tre anni fa era totalmente sconosciuto al pubblico francese. Macron ha però una serie di problemi: viene spesso accusato di essere compromesso con l’establishment bancario, siccome ha lavorato per anni con la banca d’investimento Rothschild; è relativamente inesperto: se da un lato è gradito perché incarna un bisogno di rinnovamento che esiste nella società, allo stesso tempo, come visto settimana scorsa, i francesi sono piuttosto restii a consegnare il paese nelle mani di qualcuno che ha pochissima esperienza di governo; il terzo problema è che si sa ancora poco della sua piattaforma politica e infatti ha un consenso abbastanza distribuito in tutto l’elettorato (pesca poco agli estremi, a dir la verità).

Al momento può parlare e anche bene di economia, cultura, società ma ciò che pensa rispetto a temi fondamentali come sicurezza e identità non è chiaro. Sta cercando di accreditarsi come colui che parla alla Francia che non ha paura, che vuole stare nella globalizzazione, che ha speranza. Il punto è che questi temi non sembrano essere al centro del dibattito, almeno per ora. Ultimo problema: i fondi. Macron ha raccolto solo 9 milioni di euro, pochi per sostenere una campagna alle presidenziali. Finché l’ex inquilino di Bercy non ufficializza la sua candidatura avrà difficoltà a raccogliere la cifra necessaria.
Va chiarito che non ha fretta, non si sa ancora se Hollande decide di candidarsi, né chi sarà il candidato dei repubblicani. È probabile che anche in base a questo l’ex ministro dell’economia prenderà una decisione: con Juppé in campo per lui è dura, visto che in parte si rivolgono allo stesso elettorato. Con Sarkozy ed Hollande invece la partita può essere aperta. Ufficializzare una candidatura adesso non servirebbe, mentre i prossimi mesi saranno utilizzati per strutturare la piattaforma e cercare sostegno tra la classe politica francese. Ad oggi, solo il sindaco di Lione, Gérard Collomb, si è schierato apertamente per Macron. 

3-Sarkozy è in difficoltà

Settimana durissima per l’ex presidente che ha visto in un sol colpo svanire la rimonta nei sondaggi e aumentare la pressione mediatica a causa dei suoi problemi con la giustizia. Ma andiamo con ordine:

A-Per la prima volta da mesi la tendenza nei sondaggi si è invertita, perché Juppé è tornato a crescere: il sindaco di Bordeaux sarebbe in testa al primo turno delle primarie col 40% mentre Sarkozy resterebbe fermo al 33/34%. Hervé Mariton, candidato alle primarie dei Repubblicani e poi ritiratosi, ha ufficializzato il suo sostegno a Alain Juppé e i sondaggi hanno evidenziato una generale mobilitazione dell’elettorato centrista a suo favore. Sarkozy non sembra andare oltre il suo zoccolo duro, e anzi la sua onnipresenza mediatica sembra aver motivato gli elettori che non lo sopportano a sostenere attivamente Juppé. Questo per lui è un grande problema, arrivare secondo al primo turno è un rischio: in questo caso è probabile che gli altri candidati appoggino Juppé per non dividere il partito, come accadde con François Hollande alle primarie del partito socialista nel 2011. Se così fosse le sue speranze sarebbero davvero ridotte.

B-Giovedì sera è andata in onda una puntata di “Envoyé Special” una sorta di Presa Diretta francese. La puntata è basata sulle dichiarazioni di Franck Attal, uno degli organizzatori della campagna elettorale di Sarkozy nel 2012. Attal è uno dei personaggi chiave nell’affaire Bygmalion, l’inchiesta che sta facendo luce sul finanziamento poco chiaro della campagna elettorale di Sarkozy nel 2012. In breve: la società Bygmalion si occupa di logistica di eventi, ed ha gestito tutti i grandi eventi elettorali dell’allora presidente in carica. Sarkozy è accusato di aver superato il tetto massimo di spesa per la campagna: secondo la legge francese i candidati non possono spendere più di 22,5 milioni di euro; l’accusa è che ne abbia spesi il doppio. Per aggirare i controlli sulle fatture, la società Bygmalion e l’UMP (il partito di Sarkozy), si sarebbero accordati per un pagamento in due momenti diversi. Il partito avrebbe pagato ufficialmente alla società Bygmalion delle cifre molto più basse rispetto al reale valore delle prestazioni durante la campagna, in modo da rimanere al di sotto del tetto di 22,5 milioni di euro. Dopo le elezioni L’UMP avrebbe saldato il conto, commissionando e pagando eventi inesistenti. La puntata è stata vista da 3,5 mln di spettatori.

Per questi fatti la procura di Parigi ha richiesto il rinvio a giudizio di Sarkozy, e la decisione del tribunale è prevista per la settimana prossima. La domanda a cui devono rispondere i giudici è: il presidente era a conoscenza delle modalità con cui si stava finanziando la sua campagna elettorale? Attal sostiene che Sarkozy non poteva non sapere, così come gran parte della stampa. Dal canto suo il presidente nega, facendo notare che l’organizzazione della sua campagna era in mano al partito, e non alla sua persona.

Questo affare, che si trascina avanti da tempo, si somma all’inchiesta sui fondi libici; secondo un documento di cui ha avuto visione il sito d’inchieste Mediapart, Sarkozy avrebbe rievuto 1,5 milioni di euro dal regime Libico di Gheddafi per la campagna presidenziale del 2007. Infine, per non farsi mancare nulla, in settimana è uscito il libro di Patrick Buisson, consigliere politico di Sarkozy durante la presidenza. Il libro è un lungo racconto dell’ex presidente basato su una serie di conversazioni registrate e di testimonianze dirette. Ne viene fuori un ritratto di Sarko poco lusinghiero: è descritto come un uomo influenzabile, molto meno duro di quanto lascia trasparire, emotivo e volubile. Il suo sistema di potere è definito “Cesarismo senza Cesare”.

4-Marine la silenziosa 

Per quanto riguarda Marine Le Pen, ho scritto un suo lungo ritratto che trovate qui. Al momento la leader del Front National sta conducendo una campagna molto sobria: poche e mirate uscite pubbliche, toni rassicuranti. Questo perchè la dirigenza del FN è convinta che i fatti parlino per lei. Quanto evocato da anni dal Front National (disoccupazione, terrorismo, crisi del debito), si sta materializzando e non c’è bisogno che venga continuamente sottolineato. In più, secondo il politologo Pascal Perrineau, gli avversari in campagna continua e in lotta fra loro producono “cacofonia” tutta a suo vantaggio. Marine le Pen ha buon gioco a rimanere in silenzio, dandosi un tono presidenziale.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Qui invece la puntata precedente.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017: la guida alle elezioni francesi. Prima puntata

Per prima cosa, ringrazio i miei 15 lettori per la fiducia, non mi aspettavo che la politica francese potesse interessare così tanto. Ho quindi pensato che una newsletter può essere uno strumento utile sia per me che per voi: ogni domenica mattina vi arriverà una email con gli argomenti della giornata, nel caso vi siate dimenticati o non abbiate tempo di leggere tutto ma almeno avere un’idea della situazione. Ci si iscrive qui. (La mail di conferma potrebbe finire in “posta indesiderata”, a me è successo quindi controllate).

Veniamo a noi: di cosa parliamo oggi:

1-I candidati alle primarie del partito di centro-destra Les Républicains, chi sono, cosa pensano, cosa dobbiamo aspettarci da loro. Una lunga guida, chi li conosce può scorrere sino al punto 2. Fino a fine novembre le primarie saranno l’argomento al centro del dibattito pubblico francese: è bene metterli a fuoco. Le primarie sono a doppio turno, come le elezioni presidenziali, se nessuno arriva al 50% i primi due candidati si sfidano al ballottaggio. Questo conta moltissimo nella strategia dei candidati, perché l’elettorato da convincere può cambiare molto tra primo e secondo turno. Di questo parleremo approfonditamente nelle prossime puntate;

2-Come se la passano i socialisti (male è un eufemismo);

3-Un piccolo accenno a Calais, “La Giungla” e il muro che stanno costruendo i francesi con l’aiuto del Regno Unito. Sarà uno dei temi centrali della campagna elettorale, perché è collegato al tema dell’immigrazione e il Front National sta cominciando ad utilizzarlo per mettere in difficoltà il governo;

4-C’è stata una polemica dopo una dichiarazione di Sarkozy. L’ex presidente, parlando dei cittadini naturalizzati francesi, ha detto che devono considerarsi discendenti dei Galli, evidentemente rinunciando alle loro radici. Tra l’altro Sarkozy discende da una famiglia di ebrei sefarditi di Salonicco. Molto poco Gallo, insomma.

1-I candidati alle primarie dei Repubblicani, chi sono e quante speranze hanno.

1-Nicolas Sarkozy è di sicuro il più famoso. È stato Presidente della Repubblica dal 2007 al 2012, ma prima di diventare presidente ha avuto una lunga carriera politica. Entra all’Assemblea Nazionale nel 1988; è sindaco di Neully sur Seine, una delle banlieues più ricche di Parigi, dal 1983 al 2002, ruolo che lascia nel 2002 per diventare prima ministro dell’interno, poi dell’economia. Dal 2014 è leader dell’opposizione, e dal 2015 segretario de “Les Républicains” il partito che sostituisce la vecchia formazione di destra UMP.

Le sue idee: Sarkozy nasce liberale, nel 2007 fu eletto proprio grazie alla promessa di portare la Francia nella globalizzazione; grazie a lui la Francia è anche entrata nella NATO. Negli anni si è spostato a destra, cercando di contendere la base elettorale più conservatrice al Fronte Nazionale. La sua strategia è questa: da un lato sta cercando di battere molto sulla sua esperienza passata, è già stato presidente e sa cosa vuol dire gestire i rapporti con l’Europa e con la comunità internazionale. D’altro canto si è mostrato negli anni molto sensibile ai problemi che evoca il Front National e ha usato parole molto dure sull’immigrazione e molto poco ortodosse sull’integrazione dei migranti. Una delle sue proposte, ad esempio, è ristabilire provvisoriamente il controllo alle frontiere: formula sufficientemente vaga da poter attirare i sostenitori del FN e allo stesso tempo non irritare troppo i moderati (come potrebbe fare se dicesse esplicitamente di voler superare Schengen). È schierato contro i matrimoni omosessuali.

I punti di forza: è il segretario del partito che organizza le primarie e questo chiaramente lo avvantaggia dal punto di vista organizzativo, ha un grande sostegno interno (lo sostengono 103 parlamentari tra Assemblea Nazionale e Senato) e delle strutture burocratiche. Sta puntando molto sulla retorica del lavoro cominciato e da portare a termine, oltre alla sua esperienza. È alla pari con Juppé nei sondaggi, ma è da marzo che cresce costantemente: nei sondaggi conta più la tendenza che l’aritmetica.

I punti deboli: il primo è speculare al punto di forza: l’“esperienza”. Senza dubbio esperto, ma è sempre e comunque un presidente che ha perso le elezioni dopo aver governato. I suoi fallimenti al governo gli vengono continuamente ricordati dalla stampa, dall’opposizione (socialista e frontista) e dai suoi avversari. Scrollarsi di dosso l’immagine di perdente sarà complicato. L’altro suo grande problema è il suo coinvolgimento nell’affaire Bygmalion, di cui parleremo sicuramente nelle prossime settimane.

2-Alain Juppé: è il sindaco di Bordeaux, ed è il più anziano e navigato dei candidati. È stato più volte ministro tra il 1986 e il 2012, due volte degli esteri, Primo Ministro durante il settennato di Chirac dal 1995 al 1997. Ha inoltre avuto parecchi guai con la giustizia ed è stato coinvolto in qualche scandalo. 

È però considerata una persona molto seria, ed è abbastanza stimato anche tra i giovani. A inizio anno ha tenuto una conferenza nell’aula magna della mia università a Parigi; l’incontro era riservato agli iscritti ma la sala, che ha circa mille posti, era talmente piena che moltissimi (me compreso) si sono seduti a terra e tanta gente è rimasta fuori.

Le sue idee: è uno dei candidati più moderati, esplicitamente contro la posizione neutrale rispetto al FN assunta della dirigenza del partito e cioè il “ni-ni”: né con i socialisti né con il Fronte in caso di ballottaggio. Nel febbraio 2015 ha invitato a votare il socialista Frédéric Barbier al secondo turno di un’elezione per un seggio all’assemblea nazionale contro il candidato del FN. Ha inoltre fatto capire di essere favorevole, nel caso fosse necessario, a un governo di unità nazionale. Sostiene da diversi anni che il modello di assimilazione degli immigrati è superato, e si è schierato a favore di un modello di integrazione più aperto, all’opposto di Sarkozy. Al settimanale Les Inrockuptibles ha spiegato che c’è una sovrarappresentazione delle popolazioni di origine straniera negli individui criminali, e che questo non è colpa delle loro origini ma della loro esclusione sociale. È  contro la procreazione assistita per le coppie omosessuali ma a favore delle adozioni.

I punti di forza: è un politico molto esperto, e sindaco amatissimo. Da noi può sembrare strano, ma in Francia non c’è stata alcuna campagna di rottamazione. In generale i francesi tendono ad affidarsi all’uomo forte, esperto. De Gaulle, Mitterrand e Chirac lo dimostrano. l suo punto di forza, oltre al profilo “expertise”, è la capacità di aggregare una formazione più ampia di quella di Sarkozy, suo rivale principale. Si sono espressi già a suo favore i leader centristi François Bayrou et Jean-Pierre Raffarin. In particolare Bayrou ha dichiarato che in caso di sua vittoria non si presenterà al primo turno delle presidenziali, e lo sosterrà. Bayrou nel 2012 prese il 9,1% al primo turno.

I punti deboli: Il suo principale punto debole è l’età. Se eletto avrà 72 anni; non sono pochi. La politica a questi livelli è usurante ed è un argomento che stampa e rivali sottolineano spesso. In più viene molto attaccato per il suo profilo moderato, probabilmente più efficace nelle elezioni vere che nelle primarie di un partito e per la sua visione “antica” della società: la Francia non è più quella degli anni ’80-’90.

3-Jean Francois Copé: è nato nel ’64, deputato e sindaco di Meaux. Discendente di ebrei romeni e algerini, è stato capogruppo dell’UMP sino al 2010 quando ne è diventato segretario. Deputato dal ’95 al ’97, e poi nuovamente dal 2002 sino ad ora. È stato portavoce del governo durante la presidenza di Chirac, è stato più volte sottosegretario ma non ha mai avuto incarichi governativi di peso.

Le sue idee: si propone come candidato “di rottura”, vuole portare avanti la “rivoluzione liberale” (sic!) che Sarkozy aveva promesso e non ha fatto. Spinge molto sul fatto di non aver avuto responsabilità di governo nel passato, e non perde occasione per ricordare che quasi tutti gli altri candidati: Fillon, Juppé, Kosciusko-Morizet e Le Maire sono stati già battuti dai socialisti. È molto critico sugli accordi di Touquet, che definisce vergognosi (su Calais vedi al punto 3). È uno dei candidati più duri sulla questione immigrazione e sicurezza: è favorevole alla soppressione dello ius soli, da rimpiazzare con la cittadinanza per “adesione” al compimento dei 18 anni; propone un progetto nazionale di mobilitazione con il servizio allo Stato (civile o militare) per cui stanzierebbe 3 miliardi di euro. Insomma vuole introdurre in Francia ciò che egli stesso definisce un “virage sécuritaire”. Infine spinge per una grande riforma del settore pubblico, da portare avanti imponendo la settimana lavorativa di 39 ore e introducendo il principio che la funzione pubblica non può essere un incarico a vita. Ha dichiarato che in Francia esiste un “razzismo anti bianco”, suscitando moltissime polemiche.

Punti di forza: le sue poche responsabilità di governo potrebbero giocare a suo favore se fossimo in Italia, ma abbiamo già visto che in Francia le cose non stanno proprio così. È però un buon oratore, e potrebbe sfruttare la sua aggressività nei tre dibattiti che si terranno a breve.

Punti di debolezza: un candidato ancorato al 2% in tutti i sondaggi, per quanto poco contino, ne ha di sicuro parecchi. Rischia di essere percepito come la brutta copia di Sarkozy, cui era molto legato in passato.

4-Francois Fillon: è stato Primo Ministro di Sarkozy durante tutto il quinquennat. Ciononostante è considerato suo avversario da tempo per le tensioni che hanno avuto durante il quinquennio. Ha anch’egli una lunga carriera politica alle spalle, ministro dell’istruzione dal ’93 al ’95, poi delle telecomunicazioni, del lavoro e “numero due del governo” (colui che esercita le funzioni del Primo Ministro in caso di assenza o impedimento) dal 2004 al 2007.

Le sue idee: Anche Fillon vuole presentarsi come vero candidato di rottura, dice di ispirarsi alla Thatcher quando propone un taglio della spesa pubblica di 110 miliardi, alzare l’età pensionabile a 65 anni e riportare la settimana lavorativa a 39 ore. È stato uno dei primi a dire di volersi candidare, siccome lo ha annunciato nel 2013, poco dopo la sconfitta dell’allora UMP alle presidenziali. È molto critico con Juppé per la troppa moderazione, sostiene che il sindaco di Bordeaux è portatore di una sintesi “molle” di idee che non hanno nulla a che fare tra loro. È molto duro sull’immigrazione, è contro lo ius soli e vorrebbe che i servizi sociali fossero garantiti solo agli stranieri legalmente presenti sul territorio da anni.  Si è dichiarato d’accordo con la provocazione di Copé, sul razzismo anti-bianco. È uno dei sostenitori della linea “ni-ni” rispetto al Front National.

I punti di forza: si gioca la terza posizione nei sondaggi con Bruno Le Maire, ha avuto molto tempo per strutturare la sua candidatura ed è molto sostenuto dall’establishment del partito, è il secondo candidato più sostenuto tra i parlamentari, sono 78 i membri del Congresso dalla sua parte.

I punti di debolezza: ha due grandi problemi: il primo è che ha fatto il Primo Ministro per 5 anni sotto Sarkozy, e gran parte della sua campagna è incentrata sulla critica alle promesse mancate dell’ex presidente. Appare quindi poco credibile. Il secondo problema è che non è mai stato percepito come leader, nella sua carriera politica Fillon è sempre stato il numero due, il braccio destro di qualcun altro. Passare da numero 2 a numero 1 nella percezione degli elettori sarà complicato per lui.

5-Natalie Kosciusko-Morizet è nata nel 1973, in una famiglia da sempre impegnata in politica. Nota di colore, è una discendente di Lucrezia Borgia. È stata consigliere regionale dell’Ile de France (la piccola regione parigina), vicepresidente dell’UMP, sottosegretario e poi ministro dell’ambiente. Ha perso le elezioni al comune di Parigi contro Anne Hidalgo, ora sindaco socialista della capitale. Portavoce di Sarkozy alle elezioni del 2012 ha anch’essa, come Fillon, trovato modo di distanziarsi dalla figura ingombrante dell’ex presidente all’indomani della disfatta elettorale.

Le sue idee: è forse la candidata più progressista tra quelli in campo, e si è distinta per una serie di prese di posizione molto critiche alla “droitisation” del suo partito. Ha quindi fatto della libertà di parola e della capacità di prendere posizioni coraggiose un suo marchio distintivo. Molto liberale sulle questioni economiche (contraria alle 35 ore e favorevole all’innalzamento dell’età pensionabile), molto aperta sulle questioni sociali: favorevole al matrimonio omosessuale e alla procreazione assistita. Si è anche opposta alla posizione “ni-ni” e ha tentato di capeggiare la fronda contro la proposta di togliere la cittadinanza ai condannati per terrorismo (anche se in possesso della sola nazionalità francese, su questo torneremo). Uno dei punti del suo programma per il comune di Parigi era la liberalizzazione dei servizi, apertura dei negozi la domenica, aumento dell’orario notturno del metrò.  Ha persino sostenuto il movimento Nuit Debout, all’inizio.

Punti di forza: non ha alcuna speranza di vincere, quindi il suo obiettivo è cercare di indirizzare il dibattito sui temi che le stanno più a cuore. Si vedrà soprattutto durante i dibattiti televisivi se riuscirà a imporre la sua agenda.

Punti di debolezza: ha perso malamente le elezioni a Parigi quando la popolarità dei socialisti era già ai minimi. Rischia di essere presa poco sul serio.

6-Bruno Le Maire,ha 46 anni ed è il candidato più giovane. È stato segretario di stato agli esteri e poi ministro dell’agricoltura durante la presidenza Sarkozy. È appassionato di letteratura e ha raccontato la sua esperienza di governo in un libro.

Le sue idee: è molto critico con il modello della classe dirigente francese: quasi tutti i politici francesi hanno fatto l’ENA, la scuola di amministrazione pubblica, lui compreso. Ha spiegato che proprio perché ha visto come vanno le cose è consapevole della necessità di un cambiamento; ha definito gli “enarchistes” come delle “mummie”.
Tiene fede alla sua posizione di terzo incomodo, criticando sia Sarkozy che Juppé. Ha dichiarato che la sfida non può essere tra “le retour du Kärcher” e “l’immobilismo felice”. Il primo riferimento è a Sarkozy, che nel 2004 aveva dichiarato di voler ripulire un campo profughi con una pompa ad alta pressione della Kärcher, l’azienda tedesca che le produce. Il secondo allo slogan di Juppé: “l’identité heureuse”, l’identità felice. Ha presentato un programma di 1000 pagine, roba che fa sembrare il programma della fu Unione di Prodi una piccola raccolta di buoni propositi; la sua proposta più forte è la riduzione di un milione di funzionari pubblici in 10 anni. Vuole poi organizzare un referendum sulla modifica dei trattati europei, Schengen in primis. Ha anche detto che Matteo Renzi deve essere un esempio, soprattutto per la fermezza che ha avuto nell’imporre il jobs act senza negoziazioni interminabili con i sindacati. 

Punti di forza: Le Figaro ha scritto che il suo obiettivo è arrivare terzo con un risultato tale da accreditarsi come il miglior primo ministro sulla scena in caso di vittoria del suo partito, non ha quindi la pressione della vittoria, e grazie al doppio turno potrebbe avere un buon successo, visto il profilo molto autonomo che si sta creando.

Punti di debolezza: il suo principale concorrente è Fillon, che come visto ha un sostegno molto più strutturato nell’establishment del partito (Le Maire conta su una trentina di deputati e senatori). In più, almeno sinora, i francesi hanno mostrato di preferire i candidati esperti.

7-Jean-Frédéric Poisson è l’unico candidato esterno ai repubblicani perché leader del partito cristiano-democratico, non ha avuto bisogno quindi di raccogliere firme o sostegno dai parlamentari.

Le sue idee: è una sorta di Pierferdinando Casini d’oltralpe, vista anche la recente comune passione per la politica estera, e si è fatto conoscere per la visita a Bachar Al Asad nel luglio 2015. Nell’occasione ha risposto a chi gli chiedeva un parere sulla decisione del regime di bombardare anche i quartieri civili di Aleppo, che dopotutto la guerra è guerra. Ecco forse Casini questo non lo direbbe. Contrario ai matrimoni gay e euroscettico, rappresenta la branca sovranista della destra francese. È convinto bisogni difendere le prerogative dello Stato contro le intrusioni dell’Europa. Ha molto criticato l’atlantismo di Francois Hollande e di Sarkozy. Vorrebbe invece degli accordi privilegiati con la Russia, e l’eliminazione delle sanzioni.

Punti di forza: è molto indietro nei sondaggi, in alcuni non arriva nemmeno all’1%, ciò che gli interessa è quindi dare visibilità al suo piccolo partito, e i tre dibattiti televisivi in programma gli consentiranno di farlo.

Punti di debolezza: la campagna ruoterà intorno all’identità francese, alla lotta al terrorismo, al ruolo dell’Europa e alla gestione del fenomeno migratorio. Viste le sue idee, avrà senz’altro qualcosa da dire. Il problema è che non è un grande oratore ed è, al momento, un perfetto sconosciuto per la maggioranza dei francesi.

Piccola precisazione: va subito chiarito che i sondaggi sono ancora largamente inaffidabili, sia perché sino a mercoledì non era disponibile la lista completa dei candidati, sia perché la base elettorale è molto complicata da individuare. Come in Italia per il PD, le primarie sono aperte a tutti, e questo rende le rilevazioni difficili e con un gran margine d’errore. In ogni modo Juppé e Sarkozy si contendono la prima posizione, entrambi dati intorno ai 37 punti percentuali. La tendenza è però favorevole al secondo, che ha recuperato 15 punti dalle rilevazioni di marzo. Il terzo posto è conteso tra Fillon e Le Maire, ma a meno di colpi di scena è tra i primi due che si gioca la partita.

2-E i socialisti? Esistono ancora? Hanno qualche speranza?

Perchè non c’è una guida dei candidati per le primarie del Partito Socialista? Perché il partito è in forte crisi per le divisioni interne e per l’emorragia di voti alla sua sinistra. E quindi ufficialmente non abbiamo ancora i candidati.

Di questo parleremo meglio nelle prossime settimane, per adesso basta che sappiate che le primarie si terranno in gennaio (forse), e che le notizie sono poche e contraddittorie. Hollande è molto impopolare, al momento non ha chiarito se si candiderà o meno, non arriva al secondo turno in nessun sondaggio. Da questo dipende un’eventuale candidatura di Valls, il Primo Ministro: dopo mesi di voci sulle sue ambizioni presidenziali Valls ha dichiarato di sostenere il presidente. Se corre Hollande si farà da parte. I candidati che si sono dichiarati disponibili a partecipare per adesso sono cinque, tendenzialmente sconosciuti. L’unico politico di relativo peso che ha fatto capire di voler sfidare Hollande è Arnaud Montebourg che rappresenta l’ala sinistra del Partito, ma stenta nei sondaggi (come candidato socialista al primo turno delle presidenziali non supera il 10% in nessun sondaggio).

3-Calais, la Giungla e il nuovo muro anti migranti

Quello che sta succedendo a Calais inciderà fortemente sulla campagna elettorale, e anche di questo ci occuperemo nelle prossime settimane, perché sarà un argomento ricorrente. In breve, Calais è una piccola città nel nord della Francia, uno dei porti principali sull’Oceano Atlantico e quello da dove i treni e i bus entrano nel tunnel della Manica. Vicino Calais esiste da tempo una baraccopoli, anche detta “la Giungla”, formatasi dopo la chiusura del campo profughi di Sangatte e abitata dai migranti che cercano di raggiungere la Gran Bretagna. “La Giungla” si è sviluppata ai lati dell’autostrada attraversata dai TIR per entrare nel tunnel; a causa dei controlli di frontiera si formano lunghe code e i migranti cercano di approfittarne per salire di nascosto sui mezzi pesanti. Per evitarlo, Francia e Regno Unito si sono accordati per costruire un muro che protegga l’autostrada e impedisca il passaggio ai migranti. Al momento più di 10mila rifugiati sono ammassati in condizioni precarie intorno a Calais, e a breve si porrà la questione di dove collocarli. La proposta del governo è accoglierli su tutto il territorio nazionale, ma questa proposta ha due problemi: il primo è che una volta smantellato il campo ci vorrà poco perché se ne crei uno nuovo, il flusso di migranti che cerca di arrivare in Inghilterra è continuo, e quindi questo non risolverà il problema nel medio termine; il secondo è che per distribuire i migranti in tutti i comuni francesi bisogna convincere i sindaci, e il Front National ha già dichiarato che i suoi sindaci si rifiuteranno di farlo. 

4-“Au moment où vous devenez français, vos ancêtres ce sont les Gaulois”

Letteralmente vuol dire “appena diventate francesi, i vostri antenati sono i Galli”, e si riferisce evidentemente all’idea di assimilazione che ha portato avanti per un certo periodo la Francia rispetto agli immigrati. Chi viene in Francia diventa francese, non esiste identità possibile che non sia questa. La dichiarazione è stata molto criticata, sia da sinistra (il ministro dell’istruzione ha consigliato Sarkozy di rileggere i libri di storia) che dai repubblicani stessi. Juppé ha chiesto di non abbassare il livello del dibattito, Le Maire ha fatto notare che le sue origini (nonno pied-noir, nonna brasiliana), come quelle di Sarkozy, sono tutt’altro che galliche. Molti commentatori hanno sottolineato che questa dichiarazione non è casuale, Sarkozy non è uno stupido e ogni sua uscita è ponderata: sa a chi rivolgersi e ha una strategia precisa. L’ex presidente ha ben chiaro che in questo momento è candidato alle primarie del centro destra, non alle presidenziali. Si rivolge quindi a una parte dell’elettorato, e questo gli consente di osare di più su alcuni temi. I suoi obiettivi sono due:

1-Spingere Alain Juppé sempre più nel campo centrista e farlo spostare il più possibile su posizioni vicini a quelle della sinistra, in modo da attaccarlo con più efficacia. Juppé così rischia di essere il campione di una parte dell’elettorato certamente disposta a votarlo al secondo turno delle presidenziali, ma che alle primarie del centro destra sicuramente non parteciperà.

2-Cercare di orientare il dibattito su temi meno concreti e più adatti ad uno scontro verbale, arte in cui il l’ex presidente è molto abile. In più questo consentirebbe a Sarkozy di oscurare Marine Le Pen o comunque costringerla a prendere posizioni ancora più estreme (tranquilli, anche sulla strategia del Front National ci torniamo). La cosa per ora ha funzionato, è da martedì che in Francia non si parla d’altro.

Spero sia stato un buon inizio; a domenica prossima!

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