Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentaquattresima settimana: “una presidenza sensibile ai simboli e ai gesti forti”

Trentaquattresima edizione della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

1-Emmanuel Macron è stato ufficialmente proclamato Presidente della Repubblica francese.

2-Chi sono gli uomini appena nominati nei posti chiave dell’Eliseo?

1-La cerimonia e il passaggio dei poteri

Emmanuel Macron è un politico molto attento ai simboli. Ha iniziato la sua presidenza con una delle serate più simboliche della Quinta Repubblica, e durante la settimana appena passata ha continuato a far capire che le sue apparizioni pubbliche saranno studiate nei minimi dettagli. Macron è letteralmente scomparso da tv, radio e giornali e si è fatto vedere in pubblico solo in due occasioni commemorative: lunedì 8 maggio alla cerimonia della vittoria della seconda guerra mondiale e mercoledì 10 maggio alla cerimonia per l’abolizione della schiavitù. Una comunicazione antica e monarchica bilanciata dalla contemporaneità: il selfie con la sua équipe di campagna che ha fatto il giro del mondo.

Laurent Fabius, il presidente del Consiglio Costituzionale incaricato di investire ufficialmente il nuovo Presidente della Repubblica, ha trovato un’efficace sintesi: “lei è un uomo del nostro tempo, per  la sua formazione, per le sue scelte. Come ha scritto François-René de Chateaubriand, per essere l’uomo del proprio paese, bisogna essere l’uomo del proprio tempo”.

La giornata del passaggio dei poteri è stata un’altra occasione per lanciare una serie di segnali simbolici non solo alla Francia, ma anche all’Europa e al mondo intero, citato più volte come orizzonte dal nuovo presidente, consapevole che il suo paese avrà un ruolo molto rilevante dal punto di vista dei rapporti internazionali nei prossimi 5 anni.

Macron ha innanzitutto sottolineato la continuità istituzionale della sua presidenza. Nel suo primo discorso dopo la cerimonia Macron ha citato tutti i suoi predecessori con parole di elogio, sottolineando la qualità migliore di ognuno, a dimostrazione del suo rispetto per la carica e per gli uomini che l’hanno ricoperta. La volontà è, come detto più volte, presentarsi come l’uomo della Repubblica, come un presidente consapevole di essere parte di una storia che va oltre la sua persona. “Il presidente non è un uomo normale” ha ripetuto più volte negli ultimi anni, la cerimonia e il discorso ribadiscono quest’idea quasi mistica che Macron ha della sua funzione.

Il secondo segnale l’ha dato utilizzando un veicolo militare per la tradizionale sfilata all’Avenue des Champs-Élysées di cui è protagonista ogni nuovo presidente. Macron ha voluto far capire che assume pienamente il suo statuto di capo delle forze armate, che è consapevole dei tanti impegni internazionali del suo paese e che, nonostante sia giovanissimo e poco ferrato sulle questioni della “potenza pubblica”, si comporterà di conseguenza. La sfilata su un veicolo di questo tipo non ha precedenti nella storia della Quinta Repubblica, particolare molto sottolineato dagli analisti e giornalisti che hanno seguito la cerimonia in diretta.

La terza scelta simbolica di questa giornata particolare è in linea con il ruolo di capo delle forze armate. Tutti i presidenti appena insediati hanno un protocollo abbastanza rigido da seguire: arrivano all’Eliseo e hanno un colloquio privato con il presidente uscente, cui seguono la proclamazione ufficiale e il conferimento della croce di gran maestro della legione d’onore; i neo eletti tengono poi un primo discorso alla nazione dalla sala delle feste del palazzo, e passano in rassegna gli ordini militari nel cortile dell’Eliseo mentre vengono sparati 21 colpi a salve dall’Hotel des Invalides; raggiungono poi l’arco di Trionfo per deporre una corona al milite ignoto dopo aver camminato per gli Champs-Élysées. Infine è sempre prevista una visita alla Mairie, al comune, di Parigi, dove il nuovo Capo di Stato è accolto dal sindaco.

In genere c’è un fuori programma, un omaggio non previsto: François Mitterrand nel 1981 andò al Panthéon, Nicolas Sarkozy nel 2007 andò a rendere omaggio alla tomba di Georges Clemenceau e Charles de Gaulle, François Hollande nel 2012 andò a depositare dei fiori sulla tomba di Jules Ferry e Marie Curie. Macron ha scelto il mondo dei vivi: all’ospedale Percy di Clamart ha incontrato, senza telecamere e con nessun giornalista autorizzato ad assistere, i militari feriti nelle operazioni all’estero, tappa finale del suo debutto come capo delle forze armate.

Domattina Emmanuel Macron nominerà il primo ministro e volerà in Germania per incontrare Angela Merkel, martedì verrà nominato il nuovo governo e mercoledì ci sarà il primo consiglio dei ministri presieduto dal nuovo presidente. Infine, venerdì Macron dovrebbe incontrare le truppe francesi impegnate all’estero, precisamente in Mali. Poi le legislative, di cui inizieremo a parlare approfonditamente dalla prossima settimana.

2-I personaggi della settimana

Questa volta facciamo una piccola eccezione. Introduciamo gli uomini di fiducia del nuovo presidente, uomini che saranno poco mediatici ma che danno delle prime indicazioni sulla nuova “amministrazione”. Se avete visto The West Wing sapete benissimo quanto è importante lo staff del presidente, se qualcuno di voi non l’ha visto, lo faccia.

Alexis Kohler, segretario generale dell’Eliseo

È il membro più importante dello staff ed è praticamente colui che segue da vicino la politica interna del paese. Il Presidente della Repubblica è spesso impegnato tra viaggi all’estero, cerimonie e impegni ufficiali; per intenderci Hollande da gennaio ad oggi ha avuto un impegno ogni due giorni lontano dall’Eliseo. Il segretario generale resta sempre a Parigi, per non perdere di vista i dossier più importanti del presidente. Non è un ruolo tecnico, ma è il ruolo politico per eccellenza: dopo aver ricoperto questa carica sono diventati primi ministri, Édouard Balladur, Pierre Bérégovoy, e Dominique de Villepin, e ministri degli esteri lo stesso Villepin, Michel Jobert, Jean François-Poncet, Hubert Védrine.

L’ufficio del segretario generale è separato dall’ufficio del presidente solo da una piccola anticamera e può entrarvi senza essere annunciato; è inoltre il superiore gerarchico di tutto il personale dell’Eliseo. Sarà Alexis Kohler a ricoprire questa carica delicatissima. Kohler ha 44 anni, ha fatto l’ENA, la famosa scuola dell’amministrazione pubblica ed ha alle spalle una lunga carriera da funzionario. Ha lavorato al FMI, dal 2012 al 2014 è stato il consigliere del ministro dell’economia, Pierre Moscovici, ed è rimasto a Bercy dopo la nomina di Emmanuel Macron. Secondo Macron, “Kohler è la persona più intelligente che conosco, è più intelligente di me”; Brigitte Macron ha spiegato alla stampa che non ha mai visto suo marito intendersi così velocemente con nessuno, tanto che è stato il solo, secondo L’Opinion, a beneficare di una deroga speciale durante la campagna elettorale: ha potuto cumulare il suo nuovo lavoro (direttore finanziario di MSC crociere, a Ginevra) con quello di consigliere speciale di Macron, con l’obbligo di tornare ogni mercoledì (giorno della riunione dell’ufficio politico della campagna elettorale) e week-end a Parigi.

Philippe Etienne, consigliere diplomatico

È, secondo la felice definizione del Monde, il personaggio che in politica estera “dà ordini a tutti tranne al presidente”. Ha alle sue dipendenze una decina di altri consiglieri ed è, di fatto, l’uomo che ha nelle sue mani la gestione della politica estera della presidenza della Repubblica.

Il percorso personale di Etienne aiuta a capire quali saranno gli orientamenti del nuovo presidente e quali sono le priorità secondo Emmanuel Macron: ha 61 anni, ha studiato all’École Normale e poi all’ENA, è poliglotta (parla inglese, tedesco, spagnolo, russo, romeno e serbo-croato) ed è stato rappresentante permanente della Francia presso l’Unione Europea dal 2009 al 2014 e poi ambasciatore in Germania. Due ruoli molto significativi e decisivi nella sua nomina, oltre alla sua profonda conoscenza della Russia e dei paesi dell’est visto che ha lavorato anche a Belgrado e Bucarest.

Il consigliere diplomatico è anche detto “sherpa” secondo il soprannome dato dall’Economist nel 1979; il soprannome è talmente entrato nel linguaggio comune della presidenza che Sarkozy ha  iniziato ad utilizzarlo anche nei documenti ufficiali: nel 2007 l’ambasciatore Jean-David Levitte è ufficialmente denominato “consigliere diplomatico e sherpa”, come recita solennemente la “gazzetta ufficiale” dell’epoca.

Patrick Strzoda, Direttore del gabinetto

Strzoda ha 65 anni, ha studiato all’ENA ed ha alle spalle una lunga carriera al servizio del ministero dell’Interno. È stato prefetto in Bretagna, poi capo di Gabinetto del ministro dell’Interno Cazeneuve con cui ha gestito la strage di Nizza della scorsa estate, ed era stato nominato da poco prefetto di Parigi. Il suo ruolo sarà coordinare tutte le attività private e pubbliche del presidente, oltre che gestire la presidenza dal punto di vista amministrativo: Patrick Strzoda sarà alla testa di una delle amministrazioni presidenziali più complesse del mondo con più di 100 milioni di euro di budget e quasi 1000 dipendenti.

Ismaël Emelien, Consigliere speciale

Il Consigliere speciale è in genere scelto per la sua vicinanza al presidente visto che diventa automaticamente il consigliere più importante per tutte le questioni di Stato. Spesso è anche chi scrive i discorsi e, a seconda della sua personalità e della libertà lasciata dal presidente, può diventare una figura molto mediatica. È stato il caso di Henri Guiaino, consigliere di Sarkozy che diventò una sorta di portavoce del governo sino a candidarsi alle elezioni legislative del 2012.
Il ruolo è affidato ad Ismaël Emelien, giovanissimo braccio destro di Macron. Ha 30 anni, è laureato a Sciences Po, l’istituto di studi politici di Parigi, ed è stato molto vicino a Dominique Strauss Kahn nella campagna elettorale per le primarie dei socialisti del 2006. Ha conosciuto Emmanuel Macron nel 2009 ed è poi stato il suo consigliere strategico prima al ministero dell’Economia, poi durante la campagna elettorale. Il nuovo presidente si fida ciecamente di Emelien, che infatti ha lasciato il ministero dell’economia prima di Macron, per lavorare al lancio e alla struttura del movimento En Marche! nel 2016.

Era l’uomo delle dichiarazioni durante la campagna elettorale: era lui ad avere l’ultima parola sulle dichiarazioni improvvise, prese di posizioni ufficiali e rapporti con la stampa sulle questioni delicate. È inoltre l’uomo delle nuove tecnologie: durante la campagna elettorale ha assunto e lavorato a stretto contatto con l’innovativa start up di strategia elettorale Liegey Muller Pons e con la piccola azienda di analisi semantica Proxem. È infine colui che ha coordinato la “campagna di ascolto al paese” che ha condotto En Marche! per quasi un anno raccogliendo le opinioni dei francesi su quali dovessero essere le priorità del programma presidenziale.

Consigli di lettura

-Un lungo articolo di Carl Meeus, direttore del Figaro Magazine, in cui vengono spiegate le difficoltà che deve affrontare Emmanuel Macron che sta provando a corteggiare i repubblicani senza troppo successo (per ora);

-L’Obs spiega quali sono i 25 duelli più interessanti delle prossime legislative in una bellissima mappa;

-La lunghissima intervista di Macron a Mediapart, data prima del secondo turno in cui il neo presidente parla di tutto, politica interna, politica estera e aspirazioni personali.

P.S. non ho scritto delle speculazioni sul primo ministro perché domattina sapremo. Erano battute sprecate!

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, edizione straordinaria: il terrorismo a tre giorni dal voto

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Di cosa parliamo oggi?

1-Ieri sera un poliziotto è stato ucciso in un attentato terroristico a Parigi. Cos’è successo e che impatto ha sulla campagna presidenziale?

2-“La Francia si è spostato a destra” è una frase ricorrente nelle conversazioni parigine. Eppure dai sondaggi non sembra, dove sono finiti gli elettori di destra francesi?

1-L’attentato di Parigi

I fatti

Ieri sera alle 21.00 un uomo armato con un fucile automatico è sceso dalla sua auto in Avenue des Champs-Élysées e ha aperto il fuoco verso una camionetta della polizia, uccidendo un agente e ferendone un altro. L’uomo ha provato a continuare l’attacco dirigendosi verso gli altri agenti presenti sul posto ma è stato abbattuto prima che potesse uccidere ancora. Il bilancio totale dell’attacco è di un poliziotto morto, due altri agenti in gravi condizioni oltre ad una turista lievemente ferita. Il procuratore di Parigi François Molins ha confermato che l’identità dell’attentatore è stata verificata ma non l’ha rivelata alla stampa, visto che sono in corso delle indagini per capire se l’attentatore avesse dei complici. Era stato emanato un mandato d’arresto per un presunto complice che però si è immediatamente presentato al commissariato di Anversa in Belgio. Non è chiaro se per costituirsi o per spiegare di essere totalmente estraneo all’attentato.

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L’infografica è stata realizzata da Sud-Ouest

Lo Stato Islamico ha subito rivendicato l’attacco che avviene in un momento di fortissima tensione e allerta terroristica. Il week end scorso i candidati erano stati avvertiti dal ministero dell’interno su una minaccia precisa verso la loro persona e la loro campagna, e le misure di sicurezza erano state aumentate (Fillon ha dodici agenti di scorta e il livello del protocollo della sua protezione è 2, in una scala da 1 a 4, dove 1 è il livello massimo). Martedì sono stati arrestati due sospetti terroristi a Marsiglia, e nel loro appartamento sono state trovate delle foto dei vari candidati, dei comunicati inneggianti alla “legge del taglione” in riferimento ai bombardamenti occidentali in Siria e 3 kg di esplosivo.

Il Figaro riporta che il sospetto sarebbe Karim C. un uomo francese di 39 anni residente nel dipartimento di Senna e Marna già conosciuto sia ai servizi segreti che alla polizia. Nel 2001 ha ferito due agenti a seguito di un inseguimento a bordo di un’auto rubata, una volta in commissariato ha attirato un terzo agente nella sua cella, l’ha disarmato e gli ha sparato ferendolo gravemente, prima di essere bloccato e neutralizzato. L’uomo era considerato “estremamente pericoloso e violento” dai servizi ed aveva un lungo passato giudiziario: condannato nel 2005 a 15 anni di carcere per tentato omicidio, era in libertà dal 2015, ma controllato dai servizi antiterrorismo dal dicembre scorso per alcune minacce alla polizia.  Secondo le informazioni del Monde Karim C. non sarebbe però un “fiché S” la schedatura del ministero dell’interno riservata agli individui particolarmente pericolosi per la sicurezza pubblica (che, nel caso in cui non fossero francesi o binazionali Marine Le Pen vorrebbe immediatamente espellere dal territorio francese).

La polizia come bersaglio

Il luogo dov’è avvenuto l’attacco è uno dei più turistici della città, ed uno dei più controllati dalla polizia. Nelle immediate vicinanze della grande avenue si trovano l’Eliseo, il ministero dell’interno e il commissariato del quartiere; in più è un luogo dove le misure di ordine pubblico sono rinforzate a causa della presenza di musei e negozi a grande afflusso di persone. Se l’attentatore avesse voluto compiere una strage come quella del novembre 2015 avrebbe potuto direttamente puntare verso una delle tante code che si formano ai negozi o uno degli affollati bistrot che si trovano lungo la strada. La scelta di attaccare la polizia è quindi deliberata, l’uomo si è semplicemente diretto in uno dei posti dove poteva trovare più bersagli di questo tipo.

Questo atteggiamento diverso era già stato sottolineato in occasione degli attacchi al Louvre, dov’era stato ferito un poliziotto, e ad Orly, dove una poliziotta era stata quasi disarmata da un attentatore prima che questi venisse neutralizzato dai colleghi della pattuglia. Le forze dell’ordine francesi devono non solo proteggere le persone ma anche proteggere sé stessi: è un tipo di terrorismo diverso da quello a cui siamo tristemente abituati in Francia e rende il lavoro delle forze dell’ordine più difficile e più stressante. Va tra l’altro sottolineata la professionalità degli agenti di polizia costretti ad aprire il fuoco verso l’attentatore in un ambiente molto frequentato.

A chi giova?

Non lo sappiamo, e chi scrive o sostiene il contrario mente. Quello che è certo è che la lotta al terrorismo non è stata al centro del dibattito di queste presidenziali, nemmeno in occasione delle due aggressioni citate prima. I candidati si sono concentrati sul rapporto con l’Europa, la disoccupazione, la politica estera, oltre che, come sapete bene, sui vari scandali che hanno segnato la campagna elettorale. Il terrorismo è stato oggetto di discussione molto più durante le primarie della destra che durante questi ultimi due mesi di colpi di scena, ologrammi e dibattiti televisivi inediti.

Possiamo però essere certi che il terrorismo segnerà le due settimane che ci separano dal secondo turno, essendo tornato prepotentemente al centro delle preoccupazioni dei francesi e dei candidati. Per ora ha già avuto un impatto notevole sulla logistica della campagna: François Fillon, Marine Le Pen e Emmanuel Macron hanno annullato i loro impegni pubblici previsti per oggi e hanno organizzato una conferenza stampa sull’argomento ai loro rispettivi comitati elettorali.

2-L’elettorato di destra esiste, è maggioritario e esita

Torniamo alla politica, per quanto sia complicato parlarne dopo quello che è successo. La situazione di incertezza è cosa abbastanza nota, ma è utile tenerla ben presente. Come potete vedere dal prossimo grafico sono quattro i candidati in grado di accedere al secondo turno, per quanto Emmanuel Macron conservi un relativo vantaggio e pare abbia consolidato il suo elettorato.

Sondaggio 1

 

Guardate invece i soliti dati sull’indecisione

Sondaggio 2

Ragioniamo però sull’elettorato di destra. In una puntata recente mi ero chiesto dove fosse finito l’elettorato che aveva scelto Nicolas Sarkozy nel 2012, sottolineando come François Fillon convinceva troppo poco il suo elettorato naturale per poter sperare di arrivare al secondo turno. Sono state scritte moltissime analisi su quanto la società francese si sia spostata a destra negli ultimi anni. Questa chiave di lettura non è solo data da intellettuali e editorialisti dei principali media francesi, ma anche dai politici stessi che impostano le loro campagne elettorali di conseguenza.

Nicolas Sarkozy nel 2012 ha recuperato uno svantaggio di quasi dieci punti nei confronti del suo avversario in poco meno di un mese perdendo le elezioni di poco più di un punto percentuale, proprio spostando molto a destra la sua campagna; per affrontare le primarie François Fillon è partito dalla stessa analisi della società per proporre un programma molto liberale in economia ma soprattutto durissimo sulle questioni di società e sicurezza. Il suo libro “vincere il totalitarismo islamista” è stato uno dei tasselli che gli hanno permesso di vincere la competizione interna al suo partito, e il fatto che in questa fase della campagna elettorale il terrorismo sia finito in secondo piano l’ha sicuramente penalizzato.

Il ragionamento è coerente anche e soprattutto se consideriamo i risultati delle elezioni “intermedie” che si sono svolte durante la presidenza Hollande. Se si sommano i voti dell’UMP poi LR (la destra gollista) a quelli del Front national ci si accorge che la Francia era molto più a destra di quanto sembri trasparire dagli ultimi sondaggi. Alle europee del 2014 l’UMP raccolse il 20,8 per cento e il FN il 24,8 per cento. In quel caso il centro, oggi in gran parte alleato della destra, si presentò da solo, raccogliendo il 9,9 per cento; alle dipartimentali del marzo 2015 l’unione della destra e dei centristi prese il 36 per cento, il Front national il 25 per cento; alle regionali del dicembre 2015 la destra gollista alleata con l’UDI (la coalizione attuale) e Modem arrivò al 31 per cento e il Front national al 27 per cento. In tutti questi casi la percentuale dei voti espressi al primo turno è  stata superiore al 50 per cento, nel 2015 addirittura intorno al 60 per cento.

Alla destra mancano quindi milioni di elettori che non si sono semplicemente volatilizzati ma sono dispersi. Alcuni hanno scelto senza dubbio Emmanuel Macron, ma altri sono con ogni probabilità tentati dall’astensione o non hanno ancora definito la propria scelta. Non possiamo escludere che Fillon riesca a convincerli, e che il popolo di destra scelga per il suo candidato naturale: non lo amano, li ha delusi, ha condotto una campagna sopra le righe e lontana dall’immagine proba che aveva costruito, ma resta il candidato più solido in un momento di grande sbandamento del paese.

François Fillon ha perso il suo più grande e gradito avversario: François Hollande. In genere le campagne presidenziali si costruiscono intorno al bilancio del presidente uscente, perché è su questo che si misurano il progetto di continuità e quello di rottura. Il candidato dei repubblicani non ha potuto strutturare la sua campagna in questo senso, ha avuto difficoltà a trovare un avversario privilegiato (anzi è stato schiacciato dal dualismo globalizzazione/chiusura rappresentato da Macron e Le Pen) e ha passato mesi a difendersi in maniera scomposta dagli scandali e dagli attacchi della stampa.
Nei momenti più difficili però François Fillon ha mostrato una resistenza e una caparbietà fuori dal comune, prima pretendendo e ottenendo che la sua candidatura venisse mantenuta e poi riuscendo a restare a galla nei sondaggi. Il repubblicano non è mai sceso al di sotto del 17 per cento, e ciò indica che il cuore del suo elettorato è rimasto fedele, tanta è la voglia di riprendere il potere dopo cinque anni di odiato hollandismo. Resta da capire quanto questa voglia di rivalsa spinga le persone ai seggi domenica. Fillon ha dimostrato di aver capito cosa sta succedendo, visto il tono di uno dei suoi ultimi appelli: “non chiedo di essere amato ma di essere sostenuto. Non si elegge un presidente per amarlo, ma perché risponda ai problemi dei francesi. All’elezione si sceglie un capo di Stato, un comandante dell’esercito, un presidente che mantenga i suoi impegni, non si sceglie un amico”. Insomma gli elettori esistono, bisogna capire se il candidato è, nonostante tutto, quello giusto. E se poi la vera destra apparisse quella di Marine Le Pen?

Momento pubblicità: in settimana sono in Italia per un piccolo tour, mercoledì a Torino al circolo dei lettori con Lorenzo Pregliasco di Youtrend, giovedì a Milano alle 18.30 alla libreria Temporibus Illis con Lia Quartapelle e Giuliano da Empoli, venerdì a Roma alle 17 al LOFT della Luiss con Simone Massi. Infine il sito “Il caffè geopolitico” mi ha intervistato sulle presidenziali francesi.

Il personaggio della settimana

Dominique de Villepin è stato ministro degli esteri, dell’interno e primo ministro durante la seconda presidenza di Jacques Chirac dal 2005 al 2007. È molto famoso in Francia anche per aver tenuto il discorso alle Nazioni Unite con cui ha annunciato la decisione del suo paese di non partecipare alla guerra in Iraq. Ieri sera ha annunciato il suo sostegno ad Emmanuel Macron che, a più riprese, aveva dichiarato alla stampa la sua stima e la sua considerazione per l’ex primo ministro.

Consigli di lettura

Una lunga e dettagliata analisi di Youtrend per agi.it su cosa dicono i sondaggi e come vanno interpretati, anche alla luce della demografia;

-Il programma di Macron analizzato da Andrea Goldstein per Lavoce.info

-Marine Le Pen ha avuto un relativo crollo nelle intenzioni di voto, e secondo il politologo e sondaggista Brice Teinturier (che ormai chi è iscritto alla mia newsletter conosce bene) bisogna smetterla di dire che “tutto è possibile” perché “Marine Le Pen non sarà presidente”;

Settimana scorsa ho scritto che Lille è una piccola città del nord-ovest, ma è al nord-est. Scusate la distrazione!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentesima settimana: viva le campagne elettorali!

Ventinovesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Quattro candidati possono qualificarsi al ballottaggio. La situazione è inedita e difficilmente prevedibile. Come ci siamo arrivati?

2-Jean-Luc Mélenchon continua a recuperare nei sondaggi. Cosa rappresenta il candidato della France Insoumise?

1-Viva le campagne elettorali!

Questa newsletter, che con grande fantasia ho battezzato Présidentielle2017, è cominciata il 25 settembre 2016. Se mi avessero detto che avrei assistito in prima persona ad una delle campagne elettorali più strane e imprevedibili della quinta repubblica francese ci avrei creduto, perché le premesse per un’elezione diversa dalle altre c’erano tutte. Ma che arrivassimo al punto in cui siamo oggi, con quattro candidati in pochissimi punti a una settimana dal voto era impensabile. Guardate questo sondaggio e per una volta ignorate i numeri, ma fate attenzione ai nomi.

Sondaggio 1

La situazione attuale è invece questa

Sondaggio 2

Il sondaggio è stato condotto dall’istituto Ipsos

Sono scomparsi due ex presidenti della repubblica (Hollande e Sarkozy) e due ex primi ministri (Juppé e Valls, che non era inserito in questo sondaggio ma iniziava ad apparire in alcune simulazioni). I candidati dei due principali partiti, Benoît Hamon e François Fillon, non figuravano nemmeno tra i possibili nomi in corsa.

Ci sono due insegnamenti che possiamo trarre da queste istantanee. Il primo è che il sistema politico che ha retto il paese dal 1958 ad oggi è completamente saltato. Tra i quattro candidati che possono aspirare alla qualificazione al ballottaggio solo uno, François Fillon, è il leader di un partito tradizionale, che tra l’altro ha scalato da outsider; Marine Le Pen rappresenta il partito erede del governo collaborazionista di Vichy, quel Front national considerato fino a pochi anni fa una vergogna nazionale; Emmanuel Macron è un giovane funzionario di 39 anni, ex banchiere, che ha fondato un movimento politico un anno fa con l’esplicito proposito di andare oltre le divisioni tradizionali destra-sinistra; Jean-Luc Mélenchon è il candidato della sinistra radicale, un politico di lungo corso che ha lasciato il partito socialista dopo anni di cocenti e umilianti sconfitte ai congressi interni.

Forse non cambierà il sistema istituzionale con cui funziona la Francia, avremo ancora un Presidente della Repubblica eletto a suffragio universale e un Parlamento eletto con un maggioritario a doppio turno, ma il sistema dei partiti che vedremo affermarsi dopo il 7 maggio sarà completamente diverso. È fisiologico che gli attori politici cambino e le esperienze ideologiche arrivino ad una conclusione: probabilmente è questo che ho raccontato e visto in questi mesi, insieme a voi che come me vi siete divertiti, siete stati sorpresi dagli scandali e dai colpi di scena, e ora siete curiosi di capire come va a finire.

Sullo sfondo François Hollande, un presidente talmente impopolare da suscitare non odio, non rabbia ma indifferenza e talvolta ironia. François Hollande, primo Presidente della Repubblica a non poter difendere il suo mandato, distrutto dalla sua vanità e dalla sua incapacità di farsi comprendere dai francesi. François Hollande, che continua a dare interviste ai giornali commentando serenamente l’attualità politica come fosse un editorialista, giudicando i vari candidati e lasciando intendere qual è la sua preferenza: Emmanuel Macron, autore di una scommessa politica “coraggiosa” e dopotutto “in continuità” con la sua presidenza. François Hollande, il Capo dello Stato più impopolare della storia che ha concluso il suo mandato, ironia della sorte in una campagna segnata dagli scandali, senza essere toccato nemmeno da un’inchiesta o da un sospetto.

L’altro insegnamento, tale per la tendenza a considerare i sondaggi come degli oracoli, è che le campagne elettorali servono a modificare le preferenze dei cittadini, a imporre temi all’opinione pubblica. Il modo in cui sono gestiti i mesi precedenti allo scrutinio può far vincere o perdere un’elezione. Affrontare una campagna presidenziale è un esercizio lungo ed estenuante dove nulla è acquisito: ogni voto va conquistato e poi difeso. Esistono favoriti, non esistono vincitori designati. Sono molte le analisi sulla “società liquida”, sui punti di riferimento sempre meno validi e sulle fluttuazioni delle nostre preferenze. Le curve dei sondaggi degli ultimi due mesi ne sono una dimostrazione empirica.

Sondaggio 3

2-Cosa rappresenta il candidato della France Insoumise

Mercoledì sono andato a Lille, una piccola città del nord-est vicina al confine belga, dove ha tenuto un grande comizio Jean-Luc Mélenchon. Nella grandissima sala allestita dagli organizzatori c’erano dodicimila sedie, tutte occupate, più un migliaio di persone rimaste in piedi. Come d’abitudine ai meeting di Mélenchon in molti sono rimasti all’aperto a seguire il comizio sul maxischermo (al freddo e al vento, tra l’altro), perché non c’erano più posti all’interno, a dimostrazione di quanto il leader della France Insoumise susciti curiosità. Anche a Strasburgo, in un altro comizio che sono andato a seguire a febbraio, non tutti riuscirono a entrare ma non c’erano maxischermi. Risultato? Mélenchon parlò per un’ora da un piccolo palco di fortuna allestito nella piazza riempita dai suoi sostenitori, prima di entrare e parlare a chi lo aspettava in sala per altre due ore e mezza. Una maratona di tre ore e mezza.

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Ecco il Maxischermo

Andare ad un comizio di Mélenchon è molto interessante e istruttivo.  La prima cosa che ho notato è la partecipazione: ci sono sempre più persone di quanto i palazzetti ne possano contenere, all’entrata i militanti della galassia che compone il cartello della sinistra distribuiscono giornali, libri e il programma del candidato. Sono tutte situazioni che agli incontri degli altri candidati si presentano molto meno, o per nulla. Durante il discorso sono tutti attentissimi, in silenzio: il leader parla per due ore di fila, senza mai fermarsi, con un foglietto dove ha scritto la scaletta che guarda di tanto in tanto,   giusto per ricordare quali sono gli argomenti che dovrà trattare. Per intenderci, Marine Le Pen e François Fillon salgono sul palco con il discorso e leggono quanto devono dire, alzando di tanto in tanto la testa per guardare l’uditorio.

La seconda cosa che ho notato mercoledì è la sorpresa. Quando andavo ai comizi di Mélenchon a febbraio trovavo un popolo di convinti, di persone che hanno sempre votato sinistra radicale e come al solito orgogliosamente rassegnate alla testimonianza. Adesso invece si respira entusiasmo, quasi incredulità: “La rivoluzione la possiamo fare davvero, nessuno ci credeva, nemmeno io che seguo la campagna da ottobre” mi ha spiegato una ragazza che lavora nello staff. E poi, sintomo della grande dinamica positiva che sta caratterizzando la campagna di Mélenchon, si incontrano i curiosi, gli indecisi.

Persone che fino a poche settimane fa non avevano nemmeno letto il programma della France Insoumise “tanto non ce la farà mai”, ora partecipano ai comizi per capire meglio cosa propone un candidato che dopotutto potrebbero votare, perché “Hamon ormai è fuori dai giochi” e Macron poteva piacere ma “Mélenchon è davvero di sinistra, e a questo punto perché non dargli una possibilità”.  Non si incontrano solo simpatizzanti di sinistra però, ma anche qualcuno che potrebbe votare Marine Le Pen, una cosa che ho trovato abbastanza sorprendente in un ambiente che a prima vista sembrava molto di sinistra.

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Il palco è sotto quel cubo che vedete al centro con gli schermi

La conversazione che ho avuto con Didier, commerciante di Lille, è stata rivelatrice su quanto spesso diamo per scontato le idee di chi abbiamo di fronte. Spesso chiedo alle persone che incontro cosa voterebbero al secondo turno; l’ho fatto anche stavolta, ma presupponendo l’avversione al Front national del mio interlocutore, chiedendo quindi “al ballottaggio andrà a votare contro il Front national o si asterrà?”. L’intervistato, venuto al comizio da solo, prima di rispondere si è guardato intorno, come impaurito che qualcuno potesse sentirlo, e poi ha detto: “guardi che al secondo turno voterei Mélenchon o Marine Le Pen. Il sistema non funziona più, voterò per chi promette di farlo saltare”.

Mélenchon rappresenta un fenomeno strano. Ha 65 anni, è in politica da quando ne ha 17, è stato ministro, funzionario di partito e leader della minoranza socialista per decenni. Non è un personaggio nuovo anzi, per certi versi potremmo definirlo “arcaico”. Eppure è riuscito a presentarsi come una vera novità, come qualcuno in grado di “sortir les sortants”, mandare a casa chi ha gestito il potere fino ad oggi. Oltre al successo nei dibattiti di cui abbiamo parlato nelle scorse puntate, Mélenchon ha dimostrato di essere molto a suo agio con le nuove tecnologie, oltre ad avere un’équipe di campagna innovativa e a tratti geniale: il 5 febbraio ha parlato da Lione e in contemporanea è apparso, in ologramma, a Parigi.

 

L’idea ha riscosso un successo notevole, tanto che per martedì prossimo sono previsti 6 “meeting in ologramma”: Mélenchon sarà quindi a Digione, di persona, e contemporaneamente a Nantes, Clermont-Ferrand, Grenoble, Nancy, Port à la Reunion e Montpellier.

Ha avuto poi la capacità di portare al centro del dibattito pubblico idee talmente superate o trascurate da apparire nuove, anche se nuove non sono. Ciò che propone Mélenchon non è rivoluzionario o utopista come il reddito universale di esistenza proposto da Benoît Hamon, è pienamente nella tradizione della “gauche de la gauche”, finora minoritaria nel paese ma sempre esistita. Nel suo programma, l’Avenir en Commun, si leggono proposte come il divieto di licenziamenti collettivi per motivi economici, l’uscita totale dall’energia nucleare, una tassa del 100 per cento sopra una determinata soglia di reddito, il ritorno della pensione a sessant’anni.

C’è infine il punto sull’Europa: Mélenchon propone di riscrivere tutti i trattati europei per chiudere definitivamente la stagione dell’austerità, eliminare l’indipendenza della BCE in modo da poter svalutare l’euro rispetto al dollaro. Se non dovesse esserci accordo sui nuovi trattati il candidato della France Insoumise ha pronto il piano b, ciò che non aveva Alexis Tsipras e che ha portato al fallimento le sue trattative con l’Europa: l’uscita unilaterale dopo un referendum. Secondo Mélenchon è questa minaccia, unita al peso politico della Francia all’interno dell’Unione, che renderà credibile la sua proposta di riforma, che altrimenti non verrebbe presa sul serio.

Il personaggio della settimana

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Nessun politico ha attirato la mia attenzione, per cui questa settimana vi segnalo Anne Nivat, giornalista freelance spesso inviata in zone di guerra (è stata in Cecenia, Iraq e Afghanistan). Nivat ha fatto un lungo viaggio in Francia cercando di capire com’è cambiata la vita quotidiana nei centri più piccoli, raccogliendo le interviste e le sue impressioni nel libro “Dans quelle France on vit”, in che Francia viviamo, uscito da poco. Se capite il francese consiglio di comprarlo perché spiega molto bene un paese che crediamo di conoscere e che invece spesso ignoriamo completamente.

Consigli di lettura

Un’interessante analisi del JDD sulle motivazioni di chi vota Front national. Secondo il settimanale si tratta ancora di un voto di “collera”;

-Secondo Contrepoints, il programma di Mélenchon è “un’aberrazione”. Hector Allain ha raccolto dieci punti particolarmente significativi, dal suo punto di vista.

-François Hollande ha rilasciato una lunga “intervista testamento” al Point in cui ha implicitamente detto che voterà per Macron. Secondo il Figaro il leader di En Marche! deve stare molto attento alle attenzioni del presidente, che porta un bilancio incoerente.

Per oggi è tutto, ma non ci sentiremo domenica prossima ché si vota. Come durante le primarie vi arriveranno due newsletter, una venerdì, per fare il punto della situazione e una lunedì, per commentare il risultato.

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Qui le puntate precedenti.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventiseiesima settimana: un mese al voto!

Ventiseiesima settimana della newsletter sulle elezioni presidenziali francesi

1-François Fillon è stato infine messo sotto esame dalla magistratura, ma c’è una nuova rivelazione scomoda (stavolta del JDD).

2-Il 17 marzo il consiglio costituzionale ha chiuso le candidature, un piccolo punto delle situazione con i candidati ai blocchi di partenza

3-Emmanuel Macron ha dettagliato le sue proposte in materia di difesa ed è stato toccato da un piccolo scandalo

1-Caro Fillon timeo Danaos et dona ferentes

L’espressione è ciò che fa dire Virgilio a Laocoonte nell’Eneide, e vuol dire letteralmente “temo gli Achei anche quando portano doni”. Laocoonte si riferisce al grande cavallo di legno lasciato dai greci come regalo sulle spiagge di Troia subito dopo la finta ritirata. Il sacerdote di Poseidone, dopo aver cercato invano di persuadere i troiani a non portare il cavallo dentro le mura, finisce per essere divorato da due serpenti marini inviati da Minerva, che parteggiava per i greci.

Il paragone è calzante perché Fillon ha ricevuto l’equivalente di 13.000 euro in vestiti dal suo amico Robert Bourgi (la rivelazione è del Monde), avvocato molto ricco e conosciuto negli ambienti politici per i rapporti con Sarkozy e per essere uno degli animatori del gruppo Francafrique, una sorta di lobby che cura gli interessi francofoni in Africa. Ora, se a ricevere una liberalità del genere è una persona normale non c’è nulla di male, se il destinatario è invece un candidato alla massima magistratura dello Stato il dono può assumere un carattere sospetto. Non perché c’è necessariamente un accordo dietro, ma perché chi ti fa un regalo del genere potrebbe bussare alla tua porta dopo l’elezione per chiedere un favore, o ancora potresti dover essere costretto a prendere una decisione (legittima e normale) che indirettamente avvantaggia il tuo benefattore. Insomma, un uomo politico deve sempre considerare i regali fuori scala come dei potenziali cavalli di Troia da cui è meglio stare alla larga.

I 13.000 euro sono una parte dei 48.500 euro che Fillon ha speso in 4 anni nella stessa boutique, Arnys, come ha rivelato il JDD, il settimanale che ha condotto l’inchiesta. Il problema ulteriore di questa storia sono le date: i vestiti pagati 13000 euro sono stati ordinati da Robert Bourgi il 7 dicembre 2016 e poi pagati il 20 febbraio. Il 20 febbraio, ricordiamo, il PenelopeGate era scoppiato da quasi un mese, Fillon era un candidato più che in bilico e la sua vita privata era (ed è tuttora) passata al setaccio da tutti i media nazionali. Come poteva pensare che un assegno di 13.000 euro nella boutique più ricercata della rive gauche parigina potesse passare inosservato alla stampa? Era tanto difficile chiamare l’amico e dirgli di evitare? Questa gestione dimostra che François Fillon non ha ben compreso la portata dello scandalo che lo ha investito, uno dei motivi per cui non è stato in grado di reagire in maniera efficace.

Torniamo alla cronaca: com’era prevedibile e previsto François Fillon è stato messo sotto esame dai giudici d’istruzione. Com’era prevedibile e previsto Fillon resta il candidato dei repubblicani, anche perché le candidature sono ormai chiuse.  Non è una pessima notizia per il candidato nella misura in cui un esito del genere era scontato, e tra l’altro visti i tempi molto stretti (si vota il 23 aprile) è difficile che i giudici possano ancora interferire con il calendario della campagna elettorale. Va chiarito che Fillon non è condannato, quello che cambia è la conoscenza completa del dossier e la possibilità di ricorrere contro gli atti del giudice istruttore in questa fase del procedimento. Quanto politicamente tutto ciò sia stato dannoso lo sapete bene, visto che l’abbiamo ampiamente analizzato nelle settimane scorse.

2- Com’è la situazione generale, a candidature chiuse

Dopo due mesi di dibattito monopolizzato dal PenelopeGate le candidature sono chiuse. Oltre alle cinque candidature maggiori, di cui ci siamo occupati nei mesi scorsi, sono anche candidati François Asselineau, Nicolas Dupont-Aignan, Jacques Cheminade, Nathalie Arthaud, Philippe Poutou e Jean Lassalle.

Se è vero che le candidature minori sono spesso poco interessanti sia politicamente che mediaticamente (e infatti molti giornalisti televisivi si lamentano, perché da oggi il tempo televisivo concesso ad ogni candidato dev’essere uguale), va fatto notare che le candidature dei “piccoli” possono portare nel dibattito pubblico temi interessanti e poco considerati dai candidati maggiori. Un esempio è l’ecologia, un tema poco trattato storicamente dai grandi partiti e oggi invece al centro di gran parte dei programmi elettorali. Chissà che anche stavolta non sarà così.

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Come vedete da questo grafico, realizzato dall’Ipsos per il CEVIPOF e Le Monde, l’interesse per le presidenziali è molto alto. I francesi sono un popolo molto appassionato alla politica, come dimostrano le cifre dei talk show e le grandi riunioni pubbliche che riescono ad organizzare i candidati in tutta la Francia: il 94% degli intervistati si dice molto o mediamente interessato alle elezioni presidenziali.

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Questo grafico indica invece quanti francesi pensano di andare a votare.  Come vedete l’astensione potrebbe essere piuttosto alta (nel 2007 votò l’83% nel 2012 il 79,5%), cosa che non necessariamente contrasta con il grafico precedente ma segnala che l’offerta elettorale non soddisfa, al momento, i cittadini. Visti i precedenti dati sull’affluenza però le cose potrebbero cambiare notevolmente nelle prossime settimane.

Cosa dicono i sondaggi

Prendendo come riferimento sempre l’inchiesta dell’Ipsos, ci sono una serie di cose da notare. Marine Le Pen guida ancora una volta la graduatoria, ma ha uno scarto molto ridotto con Macron (è nel margine d’errore statistico, cioè la fisiologica possibilità che un sondaggio non sia accurato). La tendenza va avanti da quasi due settimane, nel senso che Macron ha avuto una crescita notevole nei sondaggi subito dopo il sostegno di François Bayrou, e poi si è stabilizzato intorno al 25% (in tutti i sondaggi è sempre un punto dietro Marine Le Pen, a prescindere dalla percentuale in sé).

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François Fillon è invece fermo al 17,5%. La progressione registrata subito dopo la sua dimostrazione di forza al Trocadero (era salito sino al 19,5 proprio in una rilevazione Ipsos) probabilmente non era indicativa di un recupero vero e proprio, e il candidato gollista si trova sempre nello stesso vicolo cieco: ha mantenuto la parte più fedele del suo elettorato ma non riesce a convincere un numero sufficiente di persone meno entusiaste della sua candidatura. La sua forza, cioè la grandissima voglia di alternanza che anima gran parte dell’elettorato repubblicano, è anche la sua più grande debolezza: non c’è Hollande candidato di fronte a lui, e tutti gli altri avversari non sono facilmente riconducibili all’esperienza degli ultimi cinque anni. Marine Le Pen per ovvi motivi, Benoît Hamon ha votato contro moltissimi provvedimenti del governo ed è stato identificato come il leader della “fronda interna” al Partito Socialista, Emmanuel Macron ha fatto il ministro dell’economia, è vero, ma se n’è andato sbattendo la porta e ha fondato un suo movimento. Insomma è complicato giocare questa carta per vincere.

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Infine, i due candidati di sinistra sono incredibilmente vicini. Anch’essi con un solo punto di distacco, e quindi nel margine d’errore, hanno organizzato due grandi eventi questo week end a Parigi. Mélenchon ha riempito sabato place de la Bastille per una “sesta repubblica”, la grande riforma delle istituzioni che propone in caso di sua elezione: fine del sistema presidenziale “monarchico”, proporzionale in Parlamento e maggiori strumenti di democrazia diretta o più partecipativa. Benoît Hamon ha invece tenuto un grande comizio al palazzetto dello sport di Bercy, cercando di mostrare che la sua campagna può ancora dire qualcosa. Il problema è che, come già avevamo analizzato la settimana scorsa, Hamon ha avuto molta difficoltà ad essere al centro del dibattito, cosa che invece gli era riuscita durante la campagna per le primarie.

Abbiamo parlato per mesi dell’elettorato volatile di Macron, ma Hamon è ormai l’ultimo candidato per sicurezza nella scelta, mentre il leader di En Marche comincia a cristallizzare il suo consenso. A un mese dal voto è un problema. Se il socialista dovesse essere superato da Mélenchon nei sondaggi si potrebbe verificare una fuga dei suoi elettori verso la proposta più massimalista del suo vero avversario, e a quel punto la sua posizione sarebbe tendenzialmente irrecuperabile. Infine, è arrivata la decisione definitiva di Manuel Valls, suo sfidante al secondo turno: l’ex primo ministro non sosterrà Benoît Hamon, nonostante l’impegno preso pubblicamente durante le primarie. Per adesso però non risulta che possa avvicinarsi ad Emmanuel Macron, anche perché la possibilità è stata smentita dallo stesso Valls.

A questo punto saranno importantissimi i dibattiti tv, che vedranno un confronto tra i primi cinque candidati maggiori e rischiano di essere decisivi, visto quanto sono vicini i vari candidati secondo i sondaggi. Il primo va in onda domani sera, quando i cinque principali candidati si affronteranno su TF1, la principale televisione francese. Per commentarlo insieme vi do appuntamento a martedì alle 18.30 per una diretta Facebook dal mio profilo.

3-Emmanuel Macron, una sua nuova proposta e un piccolo (per ora) guaio

Ieri mattina Emmanuel Macron ha presentato il suo punto di vista sulla politica estera e sulla difesa francese. Durante la conferenza stampa ha proposto una cosa nuova, ossia il servizio militare obbligatorio mensile per tutti. La ratio è aumentare la coesione nazionale e il senso di identità, oltre ad abituare i giovani ad una forma di disciplina e mettere a disposizione una riserva complementare per la guardia nazionale in caso di crisi.

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La notizia di questa settimana è che la procura di Parigi ha aperto un’inchiesta preliminare per dei fatti risalenti a gennaio 2016, quando Macron era ministro dell’economia. Business France l’organismo del ministero che si occupa della promozione degli eventi, ha conferito l’organizzazione di un grande evento a Las Vegas alla società di comunicazione Havas senza gara d’appalto. Business France si è difesa dicendo che non c’erano i tempi per organizzare un’offerta pubblica, e si è rivolta ad Havas perché aveva bisogno di una società in grado organizzare in poco tempo un evento del genere. Il Canard Enchaîné, che ha raccontato per primo la storia, ha stimato il costo dell’evento in 380.000 euro, di cui più di 100.000 spesi per gli invitati.

Sebbene i giornali italiani abbiano titolato “Macron è indagato” l’inchiesta non riguarda in prima persona il leader di En Marche! ma, appunto, Business France e la societ Havas. E infatti non è stato un argomento al centro del dibattito degli ultimi giorni.

Infine Macron ha ricevuto importanti sostegni dalla Germania. Giovedì ha incontrato Angela Merkel a Berlino), mentre oggi al congresso della SPD Sigmar Gabriel ha esplicitamente detto che Schulz e Macron possono cambiare insieme l’Europa.

L’attentato (sventato) di Orly

Ieri mattina, all’aeroporto di Orly, un francese di 39 anni è stato abbattuto dalla polizia francese dopo aver provato a rubare un fucile d’assalto ad una militare. Il procuratore di Parigi, François Molins ha dichiarato che l’assalitore era pronto a “morire nel nome di Allah”, ed era conosciuto dalle forze dell’ordine e di intelligence come persona radicalizzata. È difficile dire un fatto del genere come potrà influire sulla campagna elettorale (probabilmente non in maniera decisiva, trattandosi di un attentato sventato), ma si può notare una nuova tipologia di attacchi.

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Come nota Stefano Montefiori, corrispondente del Corriere da Parigi, è la seconda volta che un militare viene preso di mira dai terroristi. Una cosa del genere avviene da lungo tempo in Israele, sola altra democrazia ad essere in stato d’emergenza, dove spesso i militari sono vittime di attentati dei cosiddetti lupi solitari (essendo un bersaglio riconoscibile). Finora la Francia non aveva conosciuto episodi del genere con continuità; questo potrebbe rappresentare una nuova minaccia alla già difficile situazione di equilibrio del paese che, ricordo, è in stato d’emergenza dal novembre del 2015.

Il personaggio della settimana

Questa volta in negativo. Interrogato in radio Vincent Peillon, candidato alle primarie del Partito Socialista a gennaio, ha detto che Macron è il candidato dell’UMPS (un acronimo che mette insieme PS, partito socialista, e UMP, il partito post-gollista poi trasformatosi in Les Républicains), e che questo sia un fatto noto e certo così come lo sono le camere a gas. La mia reazione è stata quella che vedete in questa Gif.

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Consigli di lettura

-Una lunga critica dell’economista Thomas Porcher, che demolisce il programma di Macron in 20 tweet;

-Un resoconto della giornata di Mélenchon a place de la Bastille, scritto dal JDD;

-Come sarebbe la Francia se Marine Le Pen vincesse le elezioni il 7 maggio? Se lo chiede Mediapart in un lungo articolo;

Un lungo ritratto di Bertrand Dutheil de la Rochère, lo “stalinista” di Marine Le Pen, secondo slate.fr.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, diciottesima settimana: Hamon è in testa al primo turno

Diciottesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui. 

 Dunque: ieri i socialisti hanno votato al primo turno delle primarie per scegliere il loro candidato alle presidenziali.

Cos’è successo?

I due qualificati al secondo turno sono Benoît Hamon e Manuel Valls. Alcuni giornali italiani hanno scritto di “risultato a sorpresa” ma, come analizzato nella newsletter di sabato e nelle settimane precedenti, un secondo turno del genere era piuttosto probabile. Il fatto che questo risultato fosse impossibile da pronosticare solo a dicembre conferma un dato forse banale, di cui va tenuto conto quando si criticano i sondaggi e i giornalisti incapaci di raccontare quello che sta succedendo: le campagne elettorali spostano voti. È stato così per François Fillon alle primarie dei repubblicani, sarà così anche per le elezioni di maggio. 

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Come vedete Benoît Hamon è in testa con il 36% dei consensi, mentre Valls si è fermato al 31%. Lo scarto non è molto largo, ma Arnaud Montebourg, arrivato terzo, ha dichiarato che voterà per Hamon, vista la vicinanza dei loro progetti e le tante battaglie comuni condotte in passato. Dopotutto i due fondarono una corrente per rinnovare il partito (il nuovo PS) e insieme lasciarono il Governo per contrasti con il primo ministro Valls nel 2014, meritandosi l’appellativo di “frondisti” per quasi tutta la presidenza Hollande.

 

1-La partecipazione

Una delle incognite più importanti riguardava il numero dei votanti. Sabato avevamo spiegato che la soglia minima per considerare la partecipazione “onorevole” era due milioni di votanti. Non abbiamo ancora dati certi (e infatti ci sono già le prime polemiche) ma sul 90% dei seggi scrutinati la cifra è piuttosto bassa: al momento si contano 1,56 milioni di persone, e dall’organizzazione spiegano che probabilmente la cifra totale sarà di 1,65 milioni. Se è forse esagerato parlare di “catastrofe”, l’affluenza è di certo deludente: senza azzardare un impietoso paragone con le primarie della destra, a cui hanno partecipato 4,2 milioni di elettori, nel 2011 alle primarie socialiste votarono in 2,7 milioni al primo turno. Più di un milione di differenza.

Questo, oltre al problema politico evidente di un candidato che non potrà sfruttare una vera e propria dinamica, vista la poca legittimazione popolare, è una pessima notizia per le casse del partito. I socialisti con una partecipazione del genere riusciranno a stento a finanziare il voto di ieri, mentre come abbiamo visto i repubblicani non solo hanno coperto le spese, ma addirittura finanziato l’intera campagna per le presidenziali.

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Come potete notare, Hamon ha preso poco più della metà dei voti di Sarkozy in novembre

2-Per cosa hanno votato gli elettori socialisti?

Questa la domanda chiave delle primarie di ieri, due le risposte possibili. La prima: mobilitarsi per il candidato con più possibilità di arrivare al secondo turno delle elezioni presidenziali, scegliendo il profilo più vicino alla figura di uomo di Stato, Manuel Valls. La seconda: scegliere il candidato capace di rappresentare al meglio i valori di sinistra e dare un forte segnale di discontinuità con la politica della presidenza Hollande, votando per Benoît Hamon o Arnaud Montebourg. Sommando i voti dei due candidati della sinistra PS arriviamo al 54%: un messaggio piuttosto chiaro.

D’altronde un sondaggio condotto dall’istituto Elabe sulle motivazioni degli elettori lascia pochi dubbi rispetto a questa interpretazione.

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Un voto del genere, accompagnato da motivazioni così nette, significa che la svolta liberale di Hollande, messa in opera da Jean-Marc Ayrault (primo ministro dal 2012 al 2014) e Manuel Valls (primo ministro dal 2014 sino a dicembre scorso), è stata sonoramente bocciata dagli elettori socialisti. Con ogni probabilità chi è andato a votare ieri non vedeva l’ora di esprimere il proprio dissenso rispetto ad una presidenza giudicata deludente e molto lontana dalle roboanti promesse della campagna elettorale. Per capirci François Hollande iniziò la sua corsa all’Eliseo con un discorso quasi di sinistra radicale, dichiarando che l’avversario della sua presidenza sarebbe stato “il mondo della finanza”. Cinque anni dopo, di quel discorso non è rimasto nulla.

 

La “révolte” rispetto alla politica di Hollande e Valls è d’altronde la chiave di lettura fornita da Arnaud Montebourg, che sosterrà Hamon al secondo turno per chiudere definitivamente con l’esperienza rappresentata da Valls e Hollande. Chi ha votato domenica, ha detto commentando i risultati, ha condannato questi cinque anni di governo, rifiutando di apportare il proprio sostegno a coloro che hanno messo in opera le politiche “di austerità e di deriva liberale”. Al di là dei toni da tribuno per cui è famoso Montebourg, possiamo dire che l’analisi è sostanzialmente corretta. Aggiungerei che la forte polarizzazione prodotta da queste primarie ha come conseguenza un forte rigetto della famosa “sintesi” tra le due anime dei socialisti immaginata da Mitterrand nel 1971, portata avanti da Lionel Jospin negli anni ’90 e raccolta da Hollande nel 2011, quando l’allora segretario del partito vinse le primarie proprio con questa piattaforma. Ora ci troviamo di fronte a due progetti di società completamente diversi: entrambi i candidati hanno fatto i complimenti all’avversario auspicando un dibattito di alto livello tra due visioni “della società” opposte. “Della società” non “della sinistra”. I candidati avevano accuratamente evitato di assumere le profondissime divisioni politiche che fratturano il Partito Socialista, gli elettori li hanno costretti a farsene carico.

 

3-I meriti di Hamon

Se Hamon dovesse vincere domenica prossima, com’è probabile, sarà un candidato alle presidenziali abbastanza debole. Di questo parleremo, nel caso, lunedì prossimo. Per ora, è utile capire perché la sua proposta ha convinto la maggioranza relativa dell’elettorato socialista.

Nelle ultime settimane abbiamo raccontato come il profilo dell’ex ministro dell’istruzione stesse acquisendo solidità, per una serie di ragioni. (Se volete approfondire potete leggere le puntate dall’8 gennaio in poi, quando abbiamo cominciato a osservare la dinamica favorevole di Hamon)

È stato molto bravo a marcare una differenza con Arnaud Montebourg, l’altro candidato della sinistra PS che sino a dicembre doveva essere lo sfidante principale prima di Hollande, quando sembrava certa la sua candidatura, e poi di Valls. Mentre Montebourg ha presentato un programma di sinistra classica, individuando – semplifico – in grandi investimenti pubblici la chiave per far ripartire l’occupazione, Hamon ha avuto il coraggio di proporre un’alternativa reale e molto forte: il reddito universale. La sua diagnosi è che l’economia digitale distruggerà più posti di lavoro di quanti ne creerà anche sul lungo periodo, va quindi totalmente ripensato il welfare, senza temere di ammettere che l’idea del lavoro al centro della vita degli esseri umani potrebbe diventare un concetto superato. Questa proposta, costosissima e stando così le cose inapplicabile senza un innalzamento deciso della tassazione, ha avuto due meriti.

Il primo, come visto, è stato identificare il candidato con un messaggio nuovo, facile da comunicare, quasi rivoluzionario – per quanto la sinistra francese abbia un rapporto particolare con il lavoro, e di questo parleremo senz’altro sabato, alla vigilia del voto. Il secondo è stato dare una speranza e un’utopia a un popolo che stentava a riconoscersi nel partito che ha governato la Francia negli ultimi cinque anni. Avevo sottolineato come il successo delle primarie è in genere determinato dall’entusiasmo, dalla capacità che ha questo strumento di accelerare un processo di cambiamento politico già in atto. Se è vero che ciò non si può dire per questa consultazione in sé, visti i problemi ampiamente affrontati nelle scorse settimane, certamente la candidatura e la vittoria di Hamon un minimo di entusiasmo l’hanno suscitato. Ieri sera, dopo la vittoria, il suo comitato elettorale è stato trasformato in una discoteca: sembrava di essere ad una festa organizzata dai Socialisti Gaudenti più che al quartier generale di un partito.

Benoît Hamon ha poi capito perfettamente per cosa sarebbero andati a votare gli elettori: non per un eventuale presidente della repubblica, ma per un personaggio in grado di difendere i valori di sinistra. Non ha mai cercato di assumere posizioni a lui poco congeniali, è stato autentico e coerente con le sue proposte e con la sua storia. Avere un profilo poco presidenziale era un suo limite, ma alla fine questo non ha contato.

 

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Come vedete, le qualità necessarie per essere presidente non sono nemmeno citate

4-Valls può ancora vincere?

La posizione di Manuel Valls è molto difficile. Lo è numericamente, perché come visto, stando così le cose, la linea antigovernativa Hamon-Montebourg è maggioritaria. Ma ci sono almeno tre motivi politici per cui la strada verso una sua rimonta è piuttosto impervia.

Il primo sta nella dinamica: dalla sua entrata in campagna Manuel Valls ha costantemente perso consensi. Abbiamo assistito e raccontato l’erosione del consenso dell’ex primo ministro che si faceva più forte dopo ogni dibattito e dopo ogni comizio contestato, interrotto o poco partecipato. Recuperare uno svantaggio partendo da sfavorito è molto più semplice che partire da favorito e vedere il proprio consenso sgretolarsi passo dopo passo. 

Il secondo è rappresentato dalle sue posizioni storiche. L’abbiamo ripetuto più volte, Manuel Valls è un esponente dell’ala destra del Partito Socialista, è tendenzialmente liberale in economia e molto duro sulle questioni di immigrazione, sicurezza e laicità. Alle ultime primarie, quelle del 2011, la sua candidatura raccolse solo il 5,6% dei consensi. Dovendo per forza di cose porsi come candidato in grado di unire tutto il partito, ha dovuto assumere una postura a lui poco congeniale: gli estimatori di Valls hanno sempre apprezzato la sua capacità di prendere posizioni eterodosse (schierarsi contro le 35 ore lavorative settimanali), radicali (proporre e difendere a spada tratta il progetto sulla déchéance de nationalité, cioè la possibilità di privare della cittadinanza francese i condannati per terrorismo) decisioniste (utilizzare l’articolo 49.3 della Costituzione, l’equivalente della nostra questione di fiducia, per approvare delle riforme anche senza il consenso della minoranza del suo partito). Appena entrato in campagna Valls ha invece rinnegato tutte queste posizioni (tranne quella sulla déchéance de nationalité), dichiarando più volte di essere cambiato. Poi, resosi conto che la strategia non pagava, ha ricominciato a “fare il Valls”, probabilmente peggiorando la situazione. 

L’ultimo motivo è che la campagna elettorale è stata condizionata, con grande merito, dal suo avversario principale, bravissimo a dettare l’agenda su temi e proposte a lui poco congeniali. Specularmente si può notare una sostanziale indifferenza degli elettori rispetto ai temi dove Valls è più credibile e suo agio: la sicurezza, l’Europa, la gestione del fenomeno migratorio. Questo grafico, sempre dal sondaggio Elabe citato prima, è piuttosto eloquente.

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Per recuperare Valls ha solo una speranza: attirare molte persone che non sono andate a votare ieri, puntando sul suo profilo presidenziale e sulla sua (presunta) capacità di ottenere un miglior risultato alle elezioni di aprile. Il suo messaggio sarà piuttosto chiaro: domenica prossima i socialisti sceglieranno, definitivamente, tra la sinistra di governo e “la sinistra dalle proposte irrealizzabili”. Il problema è che, a corpo elettorale immutato, gli elettori hanno già scelto per la seconda sinistra.

5-Emmanuel Macron incassa l’ennesima ottima notizia

Abbiamo analizzato più volte il fenomeno di Emmanuel Macron in questi mesi. Tra le varie ragioni del suo successo c’era quella della mancanza di un candidato del Partito Socialista. Fino ad oggi il leader di En Marche! ha avuto gioco facile a occupare lo spazio politico che va dalla destra del partito socialista ai repubblicani. Per tutta l’ultima parte del 2016 i socialisti sono rimasti sospesi aspettando l’annuncio di François Hollande, che alla fine ha deciso di non ripresentarsi; poi si sono gettati in una campagna per le primarie frenetica e poco chiara dal punto di vista politico (ancora, per cosa avrebbero votato gli elettori? Ce lo siamo chiesti per settimane).

È chiaro che dal risultato di ieri Emmanuel Macron esce piuttosto rafforzato. Innanzitutto per la partecipazione: con poco più di 1,5 milioni di elettori queste primarie non consegneranno alcuna dinamica favorevole al vincitore, chiunque egli sia. Avere alla sua sinistra un candidato legittimato da una forte investitura popolare avrebbe rappresentato un problema; dopotutto Macron si è candidato da indipendente alla testa di un movimento nato pochi mesi fa, e non può rivendicare alcun “popolo” in grado di mobilitarsi concretamente per sostenerlo. In secondo luogo, dal punto di vista politico un candidato come Hamon è l’ideale: le loro due proposte sono incompatibili, la visione liberale-libertaria della società e la sensibilità per il mondo delle imprese e dell’economia digitale rappresentata da Macron è lontanissima da quella del favorito alle primarie del PS. Un candidato come Valls, magari distante su alcuni temi (lotta al terrorismo, laicità) ma molto simile su economia e lavoro, sarebbe stato più competitivo nei suoi confronti, e avrebbe suscitato una domanda spontanea: “se non siete poi così lontani, perché non riuscite a mettervi d’accordo”?

Di tutto questo continueremo a parlare nella puntata speciale di sabato prossimo. Come per questo week end ci sentiamo prima del voto per fare un punto della situazione e lunedì mattina, per commentarlo.

Per oggi è tutto, a sabato prossimo!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, quindicesima settimana: le primarie del PS non decollano

Quattordicesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Questa settimana ci sono poche notizie, ed è comprensibile: la pausa natalizia è stata usata dai candidati per ricaricare le pile. È da settimana prossima che comincerà la maratona, per tutti i candidati e anche un po’ per me.

Di cosa parliamo oggi?

1-Emmanuel Macron ha inviato agli iscritti del suo movimento una prima bozza del programma. Le proposte però sono vaghe.

2-Le primarie del Partito Socialista non decollano: secondo un ultimo sondaggio solo il 10% dei francesi è convinto che l’elezione migliorerà l’immagine del partito.

3-François Fillon dovrà a breve scegliere i candidati alle elezioni legislative. La scelta sarà complicata e difficilmente indolore, vediamo perché.

1-Il programma di Emmanuel Macron

Poco prima di Natale Emmanuel Macron ha inviato a tutti gli aderenti di En Marche!, il suo movimento (sono circa 120.000) un piccolo libretto con i primi orientamenti sulla politica economica e sociale che porterà avanti in caso di elezione. Non è ancora il programma, e le proposte sono quindi piuttosto vaghe e poco innovative, come ad esempio quella sulle 35 ore, che verranno mantenute ma sarà possibile trovare degli accordi a livello aziendale o per categoria. Nulla di nuovo o di diverso rispetto a quanto affermato dal candidato nelle sue interviste. Sono ormai mesi che Macron rinvia la pubblicazione di un programma dettagliato, anche perché non ha dovuto partecipare a delle primarie, e se finora c’erano state poche critiche a riguardo, adesso la situazione potrebbe cambiare.

Le Figaro ha criticato l’atteggiamento del leader di En Marche!, accusandolo di adottare la stessa politica che porta avanti la Apple ogni volta che vende un nuovo iPhone: far circolare pochissime notizie per aumentare l’attesa e riservarsi qualche colpo di scena per la presentazione del nuovo prodotto. Insensibile alle critiche (dal suo entourage ripetono che la campagna elettorale comincia davvero a febbraio), Macron continua a preoccupare parecchio i socialisti, che hanno ufficialmente avvertito che i parlamentari uscenti che sosterranno Macron non avranno l’appoggio del partito nel loro collegio di appartenenza alle elezioni legislative.

I Socialisti e le primarie che non decollano

I socialisti sono ormai rassegnati all’impossibilità di dialogo con Jean Luc Mélenchon, stabilmente tra il 10 e il 15% nei sondaggi e confortevolmente abbigliato da “unica vera alternativa di sinistra al ballottaggio Le Pen-Fillon”, ma non sembrano esserlo nei confronti di Emmanuel Macron, che  cercano in tutti i modi di coinvolgere. Dopo che Jean Cristophe Cambadelis negli ultimi mesi ha più volte chiarito che per l’ex ministro dell’economia ci sarebbe posto nella competizione anche all’ultimo minuto, ogni giorno un deputato socialista va in televisione o alla radio e rivolge un appello al “cher Emmanuel” per trovare un accordo ed evitare di consegnare il paese alla destra. La risposta è sempre la stessa “il problema può essere senz’altro risolto se il vincitore delle primarie deciderà di votare per Macron”, come ha spiegato a RTL Richard Ferrand, delegato generale di En Marche!.

I timori di un flop delle elezioni primarie, di cui abbiamo abbondantemente parlato settimana scorsa, sono aumentati anche a seguito di un sondaggio Ifop appena pubblicato. Secondo il sondaggio, i francesi sono molto interessati alle primarie del Partito Socialista, anche più di quanto lo erano dalle primarie della destra (il che conferma però solo la passione politica dei francesi, ma non che andranno a votare). E questa, se vogliamo, è una buona notizia.

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La cattiva notizia è che solo il 10% dei francesi crede che queste primarie possano migliorare l’immagine del Partito Socialista, cifra che migliora di pochissimo (20%) se la domanda viene posta ai soli simpatizzanti del PS. Questo conferma l’impressione che le primarie siano più una resa di conti interna tra differenti ego che un vero confronto tra diversi progetti di sinistra per la Francia. In questo senso trovate un bellissimo e lungo articolo di Mediapart sui quattro favoriti di queste primarie: Hamon, Montebourg, Valls e Peillon. Il pezzo è in abbonamento, ma ne vale la pena.

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Tra le varie particolarità di queste primarie, che abbiamo ampiamente analizzato, ne va ritenuta una, di cui abbiamo già parlato ma è meglio aver chiara: erano pensate per Hollande. La tempistica così a ridosso delle presidenziali, il candidato della destra già noto da mesi, gran parte della campagna elettorale che va avanti durante il periodo natalizio; tutti punti di debolezza di un’elezione vera (come stiamo notando) ma perfetti per un presidente uscente. Queste primarie dovevano essere il modo per François Hollande di entrare “dolcemente” in campagna elettorale, magari con qualche buona notizia sul fronte economico, avendo anche tempo per preparare il suo programma conoscendo il profilo del suo avversario. Un vestito su misura sta bene a chi lo ha ordinato, non necessariamente al fratello o addirittura al cugino di secondo grado.

3-Fillon e le legislative

Come visto settimana scorsa (se avete perso l’ultima newsletter vi consiglio di riguardarla, se non avete ben presente il meccanismo delle elezioni legislative), Fillon è alle prese con la necessità di mettere insieme le diverse personalità del suo partito. E questo potrebbe portare a ben due “marce indietro” su questioni piuttosto rilevanti, dopo quella fatta registrare sul suo programma in materia di sanità. A  breve dovrà presentare la lista dei candidati alle prossime elezioni legislative (la data prevista per le “investiture” è il 14 gennaio, al Consiglio Nazionale). La questione è meno scontata di quello che sembra, perché oltre alle alleanze necessarie in alcuni collegi, Fillon deve selezionare, nei limiti del possibile, un gruppo di parlamentari coeso e leale. La difficilissima vita parlamentare di Hollande, eletto presidente con un gruppo socialista avverso praticamente sin dal primo giorno, fa da esempio. E quindi Fillon dovrà capire cosa fare con alcuni parlamentari che gli sono esplicitamente ostili, saranno candidati o meno? (caso emblematico in questo senso è Henri Guaino, deputato di Yveline e vicino a Sarkozy che ha battezzato il programma di Fillon “un naufragio”).

In più c’è la questione del cumulo dei mandati. Tradizionalmente la maggioranza dei parlamentari francesi esercita più di un mandato elettivo. Nel 2012 476 deputati su 577 (82%) si trovava in questa situazione, in gran parte cumulando la carica di parlamentare con quella di capo di un esecutivo locale: 261 deputati (45%) e 166 senatori (48%).  Con una nuova legge, approvata dai socialisti in questa legislatura, non sarà più possibile cumulare un mandato locale con quello di parlamentare, e quindi moltissimi eletti repubblicani dovranno scegliere quale dei due seggi mantenere. Anche se dichiaratamente ostile alla legge come tutto il suo partito, Fillon non si è mai impegnato ad abrogarla, anche perché dovrebbe essere uno dei suoi primi atti, visto che le elezioni legislative si tengono un mese dopo le presidenziali: “il mio mandato avrà altre priorità” ha chiarito più volte. Potrebbe però ricevere moltissime pressioni nei prossimi giorni, e la riunione con i parlamentari uscenti, prevista per il 10 gennaio, si preannuncia molto tesa: vista la quantità di parlamentari repubblicani in questa situazione (su 199 deputati più di un centinaio cumula diversi mandati), sarà difficile resistere.

Infine, la squadra di governo. Nel suo progetto per le primarie François Fillon si era impegnato a “designare i principali ministri chiamati a condurre le riforme subito dopo le primarie, cioè quattro mesi prima delle elezioni presidenziali”, ma la lista non è stata ancora resa nota. E un primo cambio di rotta in effetti si è visto, siccome alla domanda di Bruno Jeudy, giornalista di Paris Match, su chi potrebbe essere il suo primo ministro, Fillon ha risposto che il nome del capo del governo e gli altri ministri saranno progressivamente resi noti qualche settimana prima del primo turno. Che Fillon stia temporeggiando per allargare il più possibile i suoi sostenitori? I più maligni hanno ipotizzato che ci sia un accordo segreto tra Bayrou e il candidato repubblicano non per un ministero, ma per dei candidati alle legislative. In un caso del genere è però evidente che in quanto alleato Bayrou avrebbe anche un potere contrattuale rispetto all’esecutivo, cui dovrà poi votare la fiducia. L’accordo è stato smentito dal diretto interessato, ma senza una lista ipotesi del genere potrebbero moltiplicarsi.

Per oggi è tutto, ci sentiamo domenica!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, undicesima settimana: Hollande non si ricandida

Undicesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Hollande non si candiderà. Vediamo perché il presidente, sorprendendo un po’ tutti, ha deciso di non difendere il suo bilancio e non chiedere un secondo mandato ai francesi.

2-Manuel Valls sarà finalmente candidato alle primarie del Partito Socialista? E se sì, quante sono le sue possibilità e i suoi problemi?

1-La decisione di Hollande 

A-I motivi immediati della decisione

Come sapete François Hollande ha scelto di non ricandidarsi alle presidenziali. La decisione è storica, mai era successo che un presidente in carica decidesse di non difendere il proprio operato e chiedere un secondo mandato ai francesi. Giovedì sera, dopo aver convocato una conferenza stampa con pochissimo preavviso, Hollande ha comunicato ai francesi la sua decisione di cui, secondo quanto ricostruito dai giornali nei giorni successivi, nessuno era al corrente, nemmeno i consiglieri dell’Eliseo. Il presidente ha scritto da solo il suo discorso, e ha tenuto tutti in sospeso sino alla fine della dichiarazione.

 

Prima di capire i motivi che hanno spinto François Hollande verso questa decisione va notata una cosa: dichiarare le proprie intenzioni così presto è insolito per il presidente della repubblica in carica. Storicamente le elezioni si tengono ad inizio primavera, e la maggior parte dei presidenti si è sempre dichiarata piuttosto tardi e in maniera poco studiata. Per fare un esempio, Jacques Chirac si ricandidò l’11 febbraio durante una conferenza ad Avignone rispondendo candidamente “sì” alla domanda posta dal sindaco che ospitava l’evento. François Mitterrand si ricandidò a marzo, Nicolas Sarkozy il 15 febbraio. C’è un motivo abbastanza semplice: fare campagna elettorale per chi è al governo può essere piuttosto logorante, visto che in genere le elezioni si giocano sul cambiamento. Entrare in campagna molto presto può tra l’altro essere mal visto dagli elettori: un presidente impegnato per lunghi mesi nelle attività di propaganda dà l’impressione di occuparsi più della sua rielezione che della guida del paese.

 

La decisione di tenere le primarie del Partito Socialista ha senz’altro accelerato i tempi. Così come in Italia, in Francia questo strumento non è disciplinato per legge, adottarle è dunque una scelta autonoma delle formazioni politiche. Ora, sappiamo bene che possono essere uno strumento virtuoso, lo sono state per Prodi, per Matteo Renzi, e abbiamo notato come sulle primarie sta costruendo il suo grande successo François Fillon, che senza questo passaggio con ogni probabilità non sarebbe il candidato dei repubblicani per il 2017. Per Hollande invece hanno rappresentato uno scenario da incubo visti i sondaggi. Il presidente si è trovato di fronte a tre ipotesi: perdere alle primarie, trovandosi da gennaio a maggio praticamente senza alcun potere, potendo addirittura essere costretto a dimettersi; vincere le primarie dopo una campagna molto dura e di pochissimo, dando in ogni caso un segnale di estrema debolezza, perché isolato nel suo partito e senza alcun sostegno di peso viste le divisioni nel governo; in ultimo, non partecipare alle primarie e presentarsi direttamente al primo turno, causando l’esplosione del Partito Socialista e con ogni probabilità una candidatura autonoma della sinistra socialista che mai avrebbe accettato uno scenario del genere.

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La copertina de L’Express di aprile, profetica

B-La lunga crisi del “Président Normal”

Detto ciò, i motivi del fallimento della sua presidenza sono più profondi e lontani nel tempo. Appena eletto François Hollande ha visto la sua popolarità decrescere costantemente, ed è stato subito messo in discussione dalla minoranza di sinistra del Partito Socialista. Questo nonostante le difficoltà dei repubblicani (che allora si chiamavano UMP), in piena crisi a seguito delle accuse di brogli nel congresso del 2012 tra François Fillon e Jean François Copé. Anche durante i momenti più difficili per la Francia come gli attentati, quando il presidente incarna naturalmente l’unità nazionale, la fiducia in Hollande non ha mai superato il 35%.

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La bassissima popolarità di Hollande, secondo un sondaggio TNS

La crisi della presidenza ha probabilmente trovato un punto di non ritorno nel progetto di déchéance de nationalité. Con questo progetto il Presidente aveva dato via ad una revisione costituzionale per inserire nel testo la possibilità di privare della cittadinanza francese i cittadini condannati per i reati di terrorismo. All’interno della maggioranza e del parlamento si è consumato uno scontro tra chi voleva che la disposizione si applicasse solo ai cittadini con doppia cittadinanza e chi, invece, aveva intenzione di estendere la pena indiscriminatamente a tutti. In questo modo la Costituzione francese avrebbe concesso la possibilità alle autorità della Repubblica di rendere apolidi i condannati per reati connessi al terrorismo. Dopo un lungo e durissimo dibattito che ha dilaniato la maggioranza stessa (Emmanuel Macron, all’epoca ministro dell’economia, mentre il Primo Ministro Manuel Valls era all’Assemblea Nazionale a difendere il progetto, è andato in televisione a esprimere pubblicamente il suo dissenso) Il progetto di revisione è stato affossato vista l’impossibilità di raggiungere un accordo.

La proposta e il fallimento della déchéance de nationalité ha avuto un costo politico molto alto. Il ministro della giustizia Christiane Taubira si è dimesso e i toni utilizzati tra gli esponenti della maggioranza hanno creato delle fratture insanabili. François Hollande è parso incapace non solo di unire i francesi, ma addirittura la sua famiglia politica che ha anzi contribuito a disperdere.

C-Il presidente è stato costretto dalla realtà a non ripresentarsi

Nonostante tutto Hollande ha deciso di non candidarsi nelle ultime ore, visto che, come abbiamo analizzato nelle ultime settimane, era sembrato piuttosto propenso a difendere il bilancio della sua presidenza.

Possiamo quindi affermare che Hollande non ha deciso di non ripresentarsi, piuttosto che gli è stato impedito dalla realtà. Il suo bilancio politico è tutt’altro che limpido e positivo. Persino una delle sue iniziative migliori, ovvero il Mariage Pour Tous (i matrimoni omosessuali), è stata foriera di grandissime divisioni ed ha risvegliato una parte dell’attivismo del mondo cattolico che in Francia era politicamente ai margini da tempo, e che ha pesato tantissimo sia nelle piazze che nella scelta di François Fillon come candidato dei repubblicani. La presidenza Hollande ha poi definitivamente allontanato le classi popolari dalla sinistra, da tempo la Francia in difficoltà non vota più per la gauche ed è passata in massa al Front National. Il presidente non è mai stato in grado di tenere unita la sua maggioranza, tanto da dover utilizzare spesso meccanismi di parlamentarismo razionalizzato per legiferare (in particolare l’articolo 49-3, l’equivalente della nostra fiducia), cosa che in Francia è un evento eccezionale.

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Un peso nella decisione l’ha senz’altro avuto il suo entourage: i figli e l’ex moglie Ségolène Royal lo hanno pregato di non sottoporsi ad un’umiliazione personale e politica mai affrontata da un presidente. Infine vanno ricordati i danni causati dall’incapacità di tener fede all’immagine di Président Normal eletto per portare sobrietà all’Eliseo, dopo la presidenza “bling bling” di Nicolas Sarkozy, e invece protagonista di fughe amorose in scooter per andare a trovare le sue varie amanti, e soprattutto di dichiarazioni avventate che hanno distrutto la sacralità della sua funzione. Il punto di non ritorno è stato infatti la pubblicazione del libro “Un président ne devrait pas dire ça” .

Riassunto, per chi arriva adesso (ne avevamo parlato qui): il libro è un’intervista molto lunga (quasi 700 pagine), scritta dai giornalisti del Monde Gérard Davet et Fabrice Lhomme e frutto di un lavoro congiunto tra il presidente e i due giornalisti durato più di quattro anni. Da inizio 2012 Hollande ha incontrato una volta al mese Davet e Lhomme in maniera informale: all’Eliseo, al ristorante, più volte a cena a casa dei giornalisti. Per contratto gli incontri sono avvenuti senza testimoni, interamente registrati (si parla di 60 incontri e più di 100 ore di registrazioni utilizzate) e il presidente non ha avuto diritto di leggere il libro prima della sua pubblicazione. Nel libro Hollande ha insultato e  preso in giro praticamente tutta la classe politica francese: ha detto che la magistratura è “lassista” , che il Partito Socialista deve essere “liquidato” che l’Islam “è un problema, nessuno ne dubita”, che i calciatori sono “dei bambini viziati”  e così via. Ha anche ammesso candidamente di aver autorizzato assassinii mirati, motivo per cui i partiti di opposizione hanno provato a promuovere l’impeachment e la procura di Parigi ha aperto un’inchiesta. Insomma, un disastro.

Cosa farà adesso? Con ogni probabilità vedremo la sua popolarità crescere nei prossimi mesi, e potrà guidare il paese al riparo da dibattiti televisivi e attacchi quotidiani che sarebbero stati difficili da gestire per un presidente già altamente impopolare. Dopo le elezioni Hollande avrà di sicuro un ruolo nella ricostruzione del Partito Socialista o di quello che ne resterà dopo il drammatico passaggio elettorale di aprile.

2-E adesso?

Non voglio rendere la newsletter troppo lunga che siamo già oltre le 1400 parole, e in ogni caso nelle prossime settimane ci occuperemo di sicuro di cosa sta succedendo a sinistra, archiviata la competizione interna dei repubblicani. Le candidature si chiudono il 15 dicembre c’è quindi ancora un po’ di tempo prima di avere i candidati ufficiali.

Ragioniamo però brevemente di Manuel Valls, che con ogni probabilità sarà candidato al posto di Hollande.

Valls, Primo Ministro dal 31 marzo 2014, nelle ultime settimane aveva aumentato di molto la pressione su François Hollande, dopo che per mesi aveva invece giocato la carta della lealtà, almeno sin quando sembrava scontato che il presidente sarebbe stato ricandidato. Domenica scorsa ha rilasciato una lunga intervista al Journal du Dimanche in cui aveva chiarito di “essere pronto” e a seguito della pubblicazione del libro di Davet e Lhomme aveva in più occasioni preso le distanze dalle dichiarazioni avventate del presidente.

È nella logica che sia candidato: sinora si sono dichiarati disposti a partecipare alle primarie solo candidati che avversano la linea del governo, è dunque normale che un rappresentate della linea governativa partecipi alla competizione interna. La candidatura di Valls ha però due grandi problemi, che avevamo in parte già analizzato nelle scorse settimane.

Il primo è intuitivo: è stato un primo ministro molto contestato e poco incline ai compromessi con la minoranza interna, che ha chiesto e ottenuto le primarie proprio per poter presentare una proposta alternativa a quella incarnata da Valls e Hollande. La campagna delle primarie sarà quindi incentrata sulla critica all’azione governativa, visto che Benoît Hamon e Arnaud Montebourg, i due candidati di peso della sinistra del PS di cui parleremo nelle prossime settimane, sono ex ministri di Hollande che hanno lasciato il governo in aperto dissenso con il presidente e Manuel Valls. Valls potrebbe trovarsi isolato nel difendere il bilancio del presidente:  difficilmente avrà dietro di sé la maggioranza del governo, che dovrebbe rimanere fuori dalla contesa, e non può (almeno al momento) contare su moltissimi appoggi all’interno del partito.

Il secondo problema è che su molti temi può soffrire la concorrenza di Emmanuel Macron: se parliamo di rinnovamento e cambiamento l’ex ministro dell’economia è molto più credibile, Valls ha 54 anni e Macron 39; Valls ha cominciato a fare politica con Michel Rocard sotto la presidenza di Mitterrand nel 1981, Macron sino a 2 anni fa era uno sconosciuto consigliere politico dell’Eliseo; Valls ha già partecipato e perso alle primarie della sinistra del 2011, Macron porta avanti delle idee che non sono state ancora giudicate minoritarie dagli elettori della sinistra francese. Lo spazio cui punterebbe naturalmente Valls in tema di economia è allo stesso tempo già monopolizzato dal giovane leader di En Marche!: la riforma dello Stato in senso più liberale è uno degli argomenti su cui Emmanuel Macron è più credibile, non solo per il suo passato di successo nel privato e per la sua competenza innegabile ma anche per la coerenza del percorso politico. Macron ha infatti lasciato il suo posto di Ministro dell’Economia dichiarando che non c’erano le condizioni per applicare le riforme che aveva in mente per la Francia, apparendo quindi come una persona interessata più alle idee che alla poltrona.

Il miglior discorso della carriera di Manuel Valls, il 13 gennaio 2015

Ciò spingerà il primo ministro a fare una campagna molto repubblicana, incentrata sulla sicurezza e su una visione radicale della laicità. In questi anni Manuel Valls ha costruito una solida piattaforma in tal senso: ha pubblicato più libri sull’identità francese ed il rapporto con le religioni, ha preso posizioni molto dure dal punto di vista della sicurezza e della lotta al terrorismo (Valls ha apertamente sostenuto i sindaci che quest’estate avevano vietato il Burkini sulle spiagge). Ha però più volte detto che in Francia ci sono “due sinistre irreconciliabili”, non in riferimento alla divisione tra il Partito Socialista e la formazione radicale di Jean Luc Mélenchon ma proprio in riferimento al suo partito. Insomma, Valls ha finora avuto un atteggiamento che renderà molto difficile presentare la sua candidatura come capace di tenere insieme una pluralità di posizioni all’interno dei socialisti.

Per oggi è tutto, ci sentiamo, tornando alla normalità, domenica prossima!

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