Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventottesima settimana: Mélenchon decolla, Fillon rischia

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Di cosa parliamo oggi?

1-Emmanuel Macron ha ricevuto il sostegno di Manuel Valls. Perché questa scelta?

2-Mélenchon continua a salire nei sondaggi, ora è al 15 per cento e minaccia addirittura la terza posizione di Fillon;

3-A proposito di Fillon, al candidato repubblicano mancano 10 punti percentuali rispetto all’elettorato 2012 di Nicolas Sarkozy. Per chi votano queste persone?

1-Valls vota per Macron ma non lo sostiene

(chi ha letto il mio post su Facebook di mercoledì può andare al punto 2 senza perdersi granché)

Manuel Valls, che è stato primo ministro di Hollande dal 2014 sino al dicembre 2016, è il rappresentante della destra socialista, ed è stato sconfitto da Benoît Hamon alle primarie del Partito Socialista che si sono svolte a fine gennaio, ha dichiarato che voterà per Emmanuel Macron fin dal primo turno.

La sua scelta ha sicuramente delle motivazioni sincere. Manuel Valls è davvero convinto che il Front National sia “alle porte del potere” come ripete ormai da anni, e che ci sia bisogno di alleanze straordinarie per fermarlo; una scelta del genere è poi coerente con le sue idee, molto più vicine a quelle di Macron che a quelle di Hamon, più volte definito “settario” e “fuori dalla realtà”. Infine, Valls detesta personalmente Hamon (lo ha definito “microbo” in privato),  e non ha dimenticato che il candidato ha passato due anni e mezzo all’Assemblea Nazionale cercando di sabotare il suo governo, contro cui ha anche firmato e promosso una mozione di sfiducia.

I motivi sono però più profondi, e di questo è consapevole anche Macron, che ha convocato una conferenza stampa il martedì proprio per anticipare la dichiarazione di Valls, avvenuta mercoledì, fissando tre regole per il post presidenziali, cucite su misura per l’ex primo ministro. Primo: chi si candida con me lo fa sotto il mio simbolo, con la mia maggioranza presidenziale; secondo: nessuno al governo che sia già stato ministro, tranne il capo del governo che avrà esperienza politica; terzo: i sostegni valgono un voto, non un’investitura alle legislative.

Tra Valls e Macron non corre buon sangue, visto il grande scontro che hanno animato quand’erano primo ministro e ministro dell’economia: Macron era quasi riuscito a portare a casa la riforma che porta il suo nome con una maggioranza trasversale all’Assemblea Nazionale ma Valls, per evitare il successo del suo rivale interno, scelse il ricorso al 49.3, cioè la questione di fiducia, facendo cadere gli emendamenti comuni e approvando la legge così com’era, senza compromessi, mandando su tutte le furie l’inquilino di Bercy.

Quando martedì, alla conferenza stampa, ho chiesto a un deputato vicino a Macron come avrebbero gestito il sostegno di Valls mi ha risposto “ma Manuel e Emmanuel sono molto amici, non c’è nessun problema”. Momento di silenzio e poi risate sia sue che dei giornalisti che stavano ascoltando, “dovreste prendere più sul serio i vostri interlocutori” ha scherzato prima di rientrare al QG.

Con ogni probabilità quindi Valls non sarà candidato con En Marche! anche perché la prima reazione del Partito Socialista, nelle parole del suo segretario, Jean Christophe Cambadélis è stata di “tristezza per la scelta” condita da “un appello alla calma”, ma senza alcun riferimento ad un’eventuale espulsione.

Perché questa scelta, allora? La scommessa di Valls è che Macron sarà eletto presidente della Repubblica, ma non avrà una maggioranza solida all’Assemblea Nazionale, motivo per cui un gruppo social-liberale da lui guidato potrebbe rivelarsi preziosissimo, sia in Parlamento che al Governo. Insomma Valls, dopo aver archiviato definitivamente la (breve) avventura di Hamon, ormai quinto nei sondaggi e autore di una campagna elettorale poco entusiasmante, sta cercando di sabotare il progetto politico di Macron, votandolo, ma scommettendo sul suo fallimento quando dovrà formare la maggioranza parlamentare. A completamento di quest’analisi basta vedere la dichiarazione di Didier Guillaume, presidente del gruppo socialista al Senato e direttore della campagna di Valls alle scorse primarie, che ha chiarito che i vallsisti si candideranno in autonomia, ma con “vocazione” a governare in una maggioranza con Emmanuel Macron.

2-La dinamica di Mélenchon continua

Il candidato della France Insoumise è il candidato che più ha guadagnato nei sondaggi nelle ultime settimane. Jean-Luc Mélenchon, per chi non lo conoscesse, è il leader della sinistra radicale francese. Dopo essere stato uno degli animatori del trotzkismo francese nei primi anni ’70, entra nel Partito Socialista attirato dal progetto politico di François Mitterrand. Ministro dell’istruzione tra il 2000 e 2002 durante il governo di Lionel Jospin, ha rappresentato la minoranza di sinistra del socialismo post-Mitterrand sino alla decisione di abbandonarlo nel 2008 per fondare il Front de Gauche, unione delle varie anime che compongono la galassia alla sinistra del Partito Socialista. Per il Front de Gauche è stato candidato al primo turno delle presidenziali del 2012, ed è candidato anche ora ma in autonomia, sostenuto dal Partito Comunista francese.

Quando il primo febbraio l’istituto IFOP ha cominciato il suo “rolling-poll” in collaborazione con Paris Match, cioè la pubblicazione di un sondaggio quotidiano per registrare le oscillazioni e le tendenze delle intenzioni di voto, Mélenchon era stimato al 9 per cento ma scontava la grande attenzione mediatica riservata a Benoît Hamon, che aveva appena vinto le primarie e raccoglieva il 18 per cento delle intenzioni di voto. Dopo un fisiologico riavvicinamento tra i due candidati di sinistra, due settimane fa è successo qualcosa: il 17 marzo Mélenchon ha tenuto un grande comizio in Place de la Bastille, la piazza storica della sinistra francese, e soprattutto ha partecipato al dibattito tv, risultando molto efficace e a suo agio. E infatti la curva nei sondaggi si è invertita, come potete notare il leader della sinistra radicale distanzia Hamon di cinque punti ed è protagonista di una progressione che a questo punto minaccia persino la terza posizione di François Fillon.

Sondaggio 1.png

Come c’è riuscito? Innanzitutto Mélenchon beneficia del disastro che in questo momento rappresenta il Partito Socialista in sé, dilaniato dalle lotte interne e portatore di un bilancio, quello di François Hollande, complicatissimo da difendere. La campagna poco entusiasmante di Benoît Hamon, di cui abbiamo già parlato in questa puntata, ha dato il colpo di grazia all’immagine dei socialisti e reso Mélenchon il vero campione della sinistra, che per ora perde, ma quantomeno perde bene. Infine, e probabilmente cosa più importante, Jean-Luc Mélenchon, come Marine Le Pen, è alla sua seconda campagna presidenziale e parte da un ottimo risultato: nel 2012 raccolse l’11,1 per cento, una percentuale di tutto rispetto soprattutto vista la campagna di François Hollande, molto a sinistra e facilitata dalla volontà di farla finita con Sarkozy.

La scelta di dove e quando organizzare le riunioni pubbliche, di come dosare le energie e utilizzare la possibilità data dalla televisione per  crever l’écran, “bucare lo schermo”, è fondamentale per chiudere la campagna in crescendo puntando, stavolta, sulla capacità di rassicurare piuttosto che sulla postura protestataria per cui era famoso anni fa: “Jean-Luc è più forza tranquilla che rumore e furore adesso” ha spiegato all’Obs Eric Coquerel, uno dei suoi principali sostenitori; “Sono più filosofo che mai e meno impetuoso, la conflittualità ha mostrato i suoi limiti e io ho 65 anni, l’età ha avuto un’influenza su di me” ha detto oggi in una lunga intervista concessa al JDD.

3-Dove sono andati a finire gli elettori della destra gollista?

Nel 2012 Nicolas Sarkozy ha perso le elezioni ma di poco e con un risultato al primo turno che oggi gli invidierebbero tutti: il 27,1 per cento. Oggi François Fillon, che ha strappato la candidatura alle presidenziali eliminando proprio Sarkozy al primo turno delle primarie, è stimato intorno al 17 per cento, punto più punto meno: dove sono finiti i quasi dieci punti che gli mancano?

Secondo i dati elaborati dal sondaggista Yves-Marie Cann su una serie di sondaggi del suo istituto, Elabe, dal 14 al 21 marzo, solo il 52 per cento degli elettori dell’ex presidente francese è disposto a votare per il suo ex primo ministro, mentre l’altro 48 per cento è diviso tra Emmanuel Macron (18 per cento), Marine Le Pen (12 per cento), gli altri candidati (12 per cento), più un 5 per cento tra scheda bianca e astensione. Insomma il 43 per cento di chi ha votato Sarkozy nel 2012 ha intenzione di votare per il candidato di un altro partito nel 2017.

Sondaggio 2

I dati forniti da Cann evidenziano due grandi spaccature tra l’elettorato di Fillon e quello di Sarkozy. La prima è generazionale, e ce se ne può rendere conto semplicemente andando a guardare un comizio di Fillon. Al di sotto dei 50 anni solo un terzo dell’elettorato sarkozysta è ancora disposto a votare il candidato post gollista, cifra che sale alla metà tra i 50 e i 65 anni e raggiunge il suo massimo, con il 68 per cento, tra gli elettori con più di 65 anni. Fillon è molto solido negli over 65 soprattutto perché rappresentano l’elettorato storico repubblicano, ma anche perché i profili dei suoi principali avversari sono a loro volta respingenti: Emmanuel Macron parla di un futuro che i pensionati non comprendono e può risultare poco esperto e arrogante; Marine Le Pen sconta il passato del suo partito, percepito come un pericolo e come una parte vergognosa della storia di Francia. Sono infine impauriti dalle sue proposte radicali sull’Europa che rappresenta ancora una grande conquista per chi è nato nell’immediato dopoguerra e ha toccato con mano i suoi benefici.

Questo atteggiamento mi ha fatto molto riflettere su Brexit, dove invece è stato determinante il voto degli anziani mentre i giovani hanno votato in massa per rimanere in Europa: in Francia il 30 per cento dei giovani che vota per la prima volta è per il Front National che è rigettato dai pensionati (in totale solo il 16 per cento dei pensionati dichiara di voler votare per Marine Le Pen, secondo l’ultimo sondaggio IFOP). È un punto in più che va considerato nelle analisi  sull’internazionale populista che si starebbe formando in giro per il mondo: ogni paese ha il suo particolare movimento sovranista/populista con le sue specificità e le sue ragioni, ridurre tutto in un unico calderone è un errore che non aiuta a comprendere il fenomeno, secondo me.

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Il comizio di Tolone, dove sono andato venerdì: cercate qualcuno con meno di 65 anni

L’altra grande spaccatura, che riflette in parte quella generazionale, è dettata dalla sociologia elettorale. Come vedete dal prossimo grafico, Fillon raccoglie i due terzi dell’elettorato Sarkozysta già in pensione, ma è in difficoltà con i CSP+, cioè la classe media (42 per cento) e crolla tra i CSP-, cioè le classi popolari composte da impiegati meno qualificati e operai, con il 33 per cento.

Sondaggio 3

Come si posizionano questi elettori nei confronti di Emmanuel Macron e Marine Le Pen?

Come può essere abbastanza intuitivo, Macron va molto bene nella classe media, dove convince il 28 per cento degli elettori ex sarkozysti, e nel voto giovanile, visto che parla al 32 per cento degli elettori under 35 che scelsero Sarkozy nel 2012, mentre Marine Le Pen ottiene un buon risultato nelle fasce più popolari con il 25 per cento e batte Macron nella fascia d’età compresa tra i 50 e i 65 anni con il 19 per cento contro il 15. Ciononostante, come potete notare, il leader di En Marche! non è così distanziato nelle categorie popolari, essendo solo 5 punti dietro alla candidata del Front National, ma è molto in vantaggio tra i giovani e nelle classi medie. Insomma Macron ha un fortissimo ascendente sulla parte più aperta e agiata dell’elettorato di Nicolas Sarkozy, confermando, in parte, chi vede in lui un profilo non poi così distante dall’ex presidente, che d’altronde ha più volte invitato l’ex ministro dell’economia a lavorare per lui (senza risultato).

Sondaggio 4

Le difficoltà di Fillon in questi segmenti più contendibili dell’elettorato si spiegano sicuramente con il PenelopeGate, ma ciò non è sufficiente. Il punto è che ormai la campagna si sta strutturando sui due progetti di società, radicalmente alternativi, che propongono Marine Le Pen ed Emmanuel Macron, a loro agio in uno scontro forze del bene contro forze del male, a seconda di come la si pensi. L’ho già scritto: Le Pen e Macron si sono scelti, gli argomenti dell’uno danno forza alle ragioni all’altro e i sondaggi che li vedono appaiati in testa completano il quadro. In questo contesto Fillon ha difficoltà a posizionarsi, perché si trova incastrato tra i due e non riesce più a far passare il messaggio di forte rottura che contiene il suo programma, cioè grande riduzione della spesa pubblica attraverso tagli di spesa strutturale e diminuzione dei funzionari pubblici (la famosa proposta di sopprimere 500mila posti nella pubblica amministrazione).

Consapevole di questo il candidato repubblicano ha introdotto un nuovo tema che sarà molto importante nelle prossime settimane: “sono l’unico candidato in grado di vincere le legislative e quindi governare una volta eletto presidente, mentre gli altri non ne sono in grado”. Domenica 9 aprile è previsto un grande meeting a Parigi, a porte de Versailles, dove schiererà dietro di sé i 577 candidati investiti dai repubblicani e dai centristi che si presenteranno alle elezioni legislative. Il messaggio sarà piuttosto chiaro.

Il personaggio della settimana

Alexis Corbière è il portavoce di Jean-Luc Mélenchon e uno dei suoi strateghi più importanti, è molto bravo in televisione ed è uno degli artefici del grande recupero del suo candidato. È vero che le elezioni presidenziali sono l’incontro tra un uomo e il suo popolo, come diceva de Gaulle ma per un candidato è importantissimo avere consiglieri all’altezza e persone in grado di difendere le loro idee in televisione.

Infine, alcune informazioni di servizio. Da lunedì scorso la mia newsletter è pubblicata interamente su IL-idee e lifestyle del Sole 24 Ore, che ha deciso di scommettere su questo piccolo progetto editoriale. Insomma: viva la newsletter! Per chi vuole, mercoledì sono a Napoli al Chiajatime a via Bausan 17, a parlare (novità!) di elezioni francesi.

Consigli di lettura

-Su Mediapart due economisti analizzano la crisi del modello di democrazia francese, in difficoltà per l’assenza di un blocco sociale dominante e omogeneo. Grazie a Giovanni per la segnalazione;

Una lunga intervista al filosofo Alain Finkielkraut che critica il dibattito pubblico semplificato intorno all’idea populismo e sovranismo contro progresso e mondializzazione;

-L’astensione può giocare un ruolo fondamentale nel voto del 23 e 7 maggio. Un fisico ha analizzato la possibile incidenza dell’astensione in favore di Marine Le Pen. Grazie all’utente Twitter Jack P. e Francesca per la segnalazione

I grafici del terzo punto di questa newsletter sono stati elaborati da Yves-Marie Cann, nel suo articolo su Medium.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventisettesima settimana: la settimana di Mélenchon

Ventisettesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Lunedì c’è stato il primo dibattito tra i cinque principali candidati, finalmente costretti a difendere il loro progetto politico dopo mesi passati a commentare le decisioni dei giudici e di Fillon;

2-Continua la dinamica positiva di Macron che supera per la prima volta Marine Le Pen nei sondaggi.

1-Il dibattito di lunedì e la situazione dei vari candidati

Lunedì c’è stato il primo dibattito televisivo tra i cinque principali candidati, un esercizio inedito (in genere il dibattito si organizza tra i due qualificati al ballottaggio) e molto interessante: finalmente i candidati sono stati costretti ad approfondire le loro proposte politiche, difendendole di fronte agli avversari. Il format incoraggiava gli scambi: ognuno aveva due minuti per rispondere alla domanda dei due giornalisti che hanno condotto il dibattito, ma dopo un minuto e mezzo poteva essere interrotto e incalzato dagli altri. Questo ha reso le quasi tre ore e mezza di dibattito più facile da seguire e meno noioso. Non serve a nulla che io vi faccia un riassunto dettagliato del dibattito (nel caso qui trovate un lungo articolo del Post), ma sono emerse alcune cose interessanti. Comunque, per chi vuole, qui di seguito c’è la replica integrale.

 

Cosa c’era in gioco? Ogni candidato arrivava al dibattito con aspettative  e obiettivi diversi: Emmanuel Macron doveva rassicurare sulla sua capacità di incarnare la funzione presidenziale, Marine Le Pen  doveva riuscire a imporre l’agenda politica del confronto, François Fillon era interessato a cominciare una nuova campagna, cercando di sfruttare il dibattito per sottolineare la sua esperienza e la sua capacità di “rimettere in sesto il paese” come gli era riuscito durante i dibattiti delle primarie. Mélenchon e Hamon, invece, avevano un obiettivo speculare: diventare il candidato egemone a sinistra, dopo mesi passati a sottolineare perché il proprio progetto fosse migliore e quanto l’altro candidato stesse commettendo un errore a non ritirarsi e unire le forze.

Le maggioranze variabili

Il risultato più interessante di questo dibattito è stato la formazione di maggioranze sempre diverse a seconda del tema introdotto dai giornalisti.  E così quando l’argomento affrontato era la politica estera, Mélenchon e Fillon erano d’accordo sull’atteggiamento da tenere nei confronti della Russia, mentre Hamon e Macron avevano una posizione critica sovrapponibile; in tema di spesa pubblica Macron e Fillon si trovavano d’accordo nel dire che va contenuta, Mélenchon, Le Pen e Hamon avevano una posizione uguale e contraria; sul divieto dei burkini sulle spiagge e sulla visione della laicità Marine Le Pen attaccava violentemente Macron, subito soccorso da Mélenchon.

 

Questa configurazione variabile è interessante, perché conferma la percezione generale che “destra e sinistra non esistono più”. Questo assunto è ancora più vero per la campagna elettorale francese: i due candidati favoriti per l’accesso al secondo turno e che sommati superano il 50%, rivendicano di essere “sia di destra che di sinistra” (Macron), “né di destra né di sinistra ma patriota” (Marine Le Pen). Se per Macron un’operazione del genere è semplice, visto che il suo movimento è totalmente nuovo, per Marine Le Pen accreditarsi come candidata al di sopra delle divisioni è più complicato, in teoria. Eppure la leader del Front National non ha mai usato  la parola “destra” per definire la sua proposta politica, ed ha creato, con il contributo di Macron appunto, la nuova divisione patrioti/mondialisti o progressisti/conservatori. Se questa divisione è a tratti artificiale perché rivendicata (e quindi strumentalizzata a fini elettorali), occasioni come quella del dibattito la confermano e la nutrono costringendo gli altri candidati a posizionarsi di conseguenza.

Mélenchon ha raggiunto il suo obiettivo, Hamon è sempre più in difficoltà

Nessuno “vince” un dibattito a meno di assistere ad un suicidio politico del proprio avversario, però ogni partecipante può rivendicare di aver raggiunto l’obiettivo posto prima dell’inizio della trasmissione televisiva. È il caso di Mélenchon che si è mostrato disteso e parecchio a suo agio nel ruolo di outsider. Il leader de La France Insoumise ha reso più leggero l’esercizio con continue battute e attacchi ai suoi avversari; si è ritagliato uno spazio politico definito e soprattutto facilmente difendibile: i candidati più alti nei sondaggi non avevano interesse ad attaccarlo, visto che la loro attenzione era rivolta altrove, Benoît Hamon si è concentrato come al solito ad attaccare Emmanuel Macron, senza grande successo.

Sondaggio 1

Mélenchon raccoglie subito i dividendi del suo ottimo dibattito: la percezione positiva della sua campagna balza in avanti di quasi venti punti nell’ultima settimana.

Hamon è parso al contrario stanco e poco a suo agio, non riuscendo a capitalizzare il buon discorso tenuto a Bercy il giorno prima, totalmente oscurato dalla sua negativa prestazione nel dibattito. Come vedete nel seguente sondaggio, realizzato da IFOP, solo il 3% degli intervistati pensa che sia stato il migliore, e solo il 5% è stato convinto dai suoi argomenti.

Sondaggio 2.png

Fillon è stato risparmiato, ma per poco

Per François Fillon questa appena passata era una settimana importantissima. Lunedì ha avuto, per la prima volta dall’inizio dello scandalo, la possibilità di difendere il suo progetto politico e non solo la sua persona e la sua famiglia, mentre giovedì è stato ospite dell’Émission Politique, il grande talk show che chi è iscritto da un po’ a questa newsletter conosce bene: due ore e un quarto di intervista al candidato da parte dei due conduttori, intervallate da domande di esperti in economia e sicurezza, un confronto con un invitato scomodo a sorpresa e un altro con un esponente del mondo del lavoro.

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Nonostante i due passaggi televisivi in prima serata, il 69% dei francesi ha indicato lo scandalo di Fillon come conversazione più frequente della propria settimana. Questo non è un dato incoraggiante, come capite. (il 63% dichiara di aver parlato del dibattito di lunedì, il 59% delle dimissioni del ministro dell’interno).

Proprio la partecipazione riuscita a queste due trasmissioni televisive era stata la chiave per vincere le primarie di novembre. In entrambe le occasioni Fillon si è comportato relativamente bene, mostrando come al solito grande solidità sui temi cosiddetti “regaliens”: politica estera, sicurezza, immigrazione. Evidentemente, come avrete capito dalle conversazioni dei francesi, non ha convinto abbastanza, anche perché durante l’Emission Politique c’è stato un duro scontro con l’invitata a sorpresa, la scrittrice Christine Angot. Vi lascio immaginare di cosa si sono occupati giornali e tg il giorno dopo.

 

Sul versante intenzioni di voto Fillon non fa registrare un recupero, ma da settimane resta ancorato al 17-20%. Ciò vuol dire che non è assolutamente fuori dai giochi, tenuto conto dell’indecisione e della volatilità dell’elettorato altrui, Fillon ha margini per recuperare, anche perché molte persone potrebbero decidere chi votare negli ultimi giorni. Il sondaggio che leggete in basso è stato fatto per le primarie della destra, dove evidentemente l’elettorato era più liquido (è molto meno costoso per un elettore passare da Sarkozy a Fillon che da Hamon a Marine Le Pen) ma indica quante persone possono cambiare idea all’ultimo minuto. Se una situazione del genere si ripresentasse il 23 aprile, Fillon potrebbe recuperare inaspettatamente.

Sondaggio 4

Marine Le Pen è appieno nel sistema politico francese

Il Front National è il primo partito di Francia ma resta un soggetto che suscita paura o diffidenza, come mi ha spiegato Jérôme Fourquet, direttore dell’istituto IFOP. Secondo i sondaggi che periodicamente conduce l’IFOP il 55% dei francesi ha ancora “paura” di Marine Le Pen. Certo non siamo ai livelli del padre, che era temuto dal 70% dei suoi concittadini, ma è un dato che conferma, secondo Fourquet, che il Front National è rigettato dalla maggior parte della società: “Marine Le Pen è a metà del guado, per vincere deve attraversare completamente il fiume”.

Il dibattito di lunedì, a prescindere da com’è stato giocato dalla candidata del Front National, può servire anche a questo. Sul plateau di TF1 i francesi hanno visto una candidata come un’altra, che arriva negli studi televisivi, stringe le mani a giornalisti e avversari, dibatte tranquillamente con tutti. Marine Le Pen è pienamente parte del sistema politico francese: è vero che è a metà del fiume, ma di sicuro eventi come questo aiutano a guadarlo. Tanto più se l’atteggiamento dei suoi avversari nei suoi confronti è “normale”: nessuno ha attaccato la leader del Front National per il suo progetto di società finora considerato contrario ai valori della repubblica. Jacques Chirac rifiutò di dibattere con Jean Marie Le Pen al secondo turno delle presidenziali del 2002, battendo il Front National 82%-18%. Quella Francia non esiste più.

Infine, Marine Le Pen è stata ricevuta personalmente da Vladimir Putin, con cui ha discusso di politica estera. Non è il primo capo di stato che riceve la leader del Front National (già ricevuta dal presidente libanese) ma è chiaro che Putin non è un presidente qualsiasi e che il Front National ha dei legami abbastanza stretti con la Russia. Oggi ero a Lille al suo comizio e ho chiesto a più simpatizzanti cosa pensassero di Putin, la risposta abbastanza unanime è stata “è un leader forte, che fa gli interessi del suo paese. Anche noi dovremmo fare così”. Poi, durante il discorso, Marine Le Pen ha duramente attaccato la Germania “l’Unione Europea fa gli interessi della Germania, non ne possiamo più. Non prendiamo ordini da Berlino”, ha gridato tra gli applausi dei suoi militanti, dopodiché ha citato Putin come esempio da seguire, e la sala è esplosa in un boato e in un lungo applauso.

2-Macron è in testa nei sondaggi

Sondaggio 5.png

Secondo il sondaggio effettuato subito dopo il dibattito di lunedì, è stato Emmanuel Macron il più convincente secondo i telespettatori. Io, ma qui si tratta della mia interpretazione, non ho avuto la stessa impressione: il leader di En Marche! non è andato male, ma era spesso a disagio con i tempi (molto brevi), che non gli hanno consentito di essere particolarmente incisivo. Ha mostrato di essere in grado di difendersi, visto che ha risposto duramente e bene agli attacchi ricevuti in particolare da Marine Le Pen e Benoît Hamon, ma ha molto sofferto l’ultima parte del dibattito, quella consacrata alla sicurezza e alla politica estera, temi su cui è stato abbastanza vago e poco chiaro – Marine Le Pen l’ha preso in giro per non aver detto nulla: “lei è il vuoto siderale M. Macron”.

Ciononostante, i pochi numeri su cui possiamo fare affidamento raccontano che la sua dinamica positiva continua, anche e soprattutto nella percezione. Oltre ai sondaggi sulle intenzioni di voto che come avete appena visto lo danno per la prima volta stabilmente davanti a Marine Le Pen, è interessante notare come Macron faccia dei progressi anche nel pronostico di vittoria che esprime chi viene contattato, come vedete dal prossimo sondaggio. Se notate, la sua curva va verso l’alto quando quella di chi non è in grado di rispondere scende verso il basso, segno che la percezione è abbastanza diffusa in tutto l’elettorato. Questo indicatore può essere importante dal punto di vista del voto utile, che è sicuramente ciò che guida una parte dell’elettorato, specialmente quello che ad oggi si esprimerebbe per Fillon o Hamon, ma comincia a capire che il proprio candidato non ha chances di arrivare al secondo turno.

Sondaggio 6Infine, Macron ha incassato il sostegno dell’apprezzato ministro della difesa Jean-Yves Le Drian, esponente della destra del partito socialista. Le Drian, oltre ad essere il primo membro di peso del governo a rendere pubblico il suo sostegno, è molto utile perché dà credibilità al candidato sulla sicurezza e la politica estera, come detto temi su cui Macron è meno credibile degli altri, specialmente di Fillon. Ma non sono solo i socialisti che iniziano a raggiungere la campagna di Macron: dieci senatori centristi, tra cui Michel Merchier, ex ministro di Nicolas Sarkozy, hanno annunciato il loro sostegno a En Marche! e potrebbe farlo a breve anche Dominique de Villepen ex primo ministro di Chirac e politico molto celebre in Francia (tenne il famoso discorso all’ONU con cui la Francia si schierò contro la guerra in Iraq voluta da Bush) che non ha mai nascosto la sua simpatia per l’ex ministro dell’economia.

Il personaggio della settimana

Uno dei piccoli candidati, Nicolas Dupont-Aignan, sta lentamente risalendo nei sondaggi. Al momento è stimato al 5% (partiva sotto il 2%) ma sta facendo una campagna abbastanza “udibile” pur non essendo invitato ai grandi dibattiti (anzi ha fatto molto parlare di sé per aver abbandonato una trasmissione televisiva, come potete vedere dal sondaggio sugli “argomenti  più dibattuti della settimana” all’inizio di questa newsletter). Per i temi che difende (è un candidato di destra, sovranista) potrebbe essere un problema per Fillon, alcune persone di destra da lui deluse ma allo stesso tempo impaurite da Marine Le Pen potrebbero votare per lui, abbandonando il candidato repubblicano.

Consigli di lettura

-Chi è iscritto da un po’ alla newsletter conosce bene Florian Philippot, il braccio destro di Marine Le Pen, che sta lentamente perdendo la sua influenza. Hugo Domenach, del Point, ha chiesto perché a Marie Labat, autrice di Philippot Ier, le nouveau visage du Front national;

-Marianne ha raccontato com’è stato concepito e scritto il bel discorso pronunciato da Benoît Hamon a Bercy;

-Ghislaine Ottenheimer, caporedattrice di Challanges, ragiona sul dibattito di lunedì sera e sulla qualità che secondo i francesi manca a tutti i candidati alla presidenza della repubblica: la statura presidenziale.

Tutti i sondaggi di questa puntata sono stati realizzati dall’Istituto IFOP per Paris Match.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventiseiesima settimana: un mese al voto!

Ventiseiesima settimana della newsletter sulle elezioni presidenziali francesi

1-François Fillon è stato infine messo sotto esame dalla magistratura, ma c’è una nuova rivelazione scomoda (stavolta del JDD).

2-Il 17 marzo il consiglio costituzionale ha chiuso le candidature, un piccolo punto delle situazione con i candidati ai blocchi di partenza

3-Emmanuel Macron ha dettagliato le sue proposte in materia di difesa ed è stato toccato da un piccolo scandalo

1-Caro Fillon timeo Danaos et dona ferentes

L’espressione è ciò che fa dire Virgilio a Laocoonte nell’Eneide, e vuol dire letteralmente “temo gli Achei anche quando portano doni”. Laocoonte si riferisce al grande cavallo di legno lasciato dai greci come regalo sulle spiagge di Troia subito dopo la finta ritirata. Il sacerdote di Poseidone, dopo aver cercato invano di persuadere i troiani a non portare il cavallo dentro le mura, finisce per essere divorato da due serpenti marini inviati da Minerva, che parteggiava per i greci.

Il paragone è calzante perché Fillon ha ricevuto l’equivalente di 13.000 euro in vestiti dal suo amico Robert Bourgi (la rivelazione è del Monde), avvocato molto ricco e conosciuto negli ambienti politici per i rapporti con Sarkozy e per essere uno degli animatori del gruppo Francafrique, una sorta di lobby che cura gli interessi francofoni in Africa. Ora, se a ricevere una liberalità del genere è una persona normale non c’è nulla di male, se il destinatario è invece un candidato alla massima magistratura dello Stato il dono può assumere un carattere sospetto. Non perché c’è necessariamente un accordo dietro, ma perché chi ti fa un regalo del genere potrebbe bussare alla tua porta dopo l’elezione per chiedere un favore, o ancora potresti dover essere costretto a prendere una decisione (legittima e normale) che indirettamente avvantaggia il tuo benefattore. Insomma, un uomo politico deve sempre considerare i regali fuori scala come dei potenziali cavalli di Troia da cui è meglio stare alla larga.

I 13.000 euro sono una parte dei 48.500 euro che Fillon ha speso in 4 anni nella stessa boutique, Arnys, come ha rivelato il JDD, il settimanale che ha condotto l’inchiesta. Il problema ulteriore di questa storia sono le date: i vestiti pagati 13000 euro sono stati ordinati da Robert Bourgi il 7 dicembre 2016 e poi pagati il 20 febbraio. Il 20 febbraio, ricordiamo, il PenelopeGate era scoppiato da quasi un mese, Fillon era un candidato più che in bilico e la sua vita privata era (ed è tuttora) passata al setaccio da tutti i media nazionali. Come poteva pensare che un assegno di 13.000 euro nella boutique più ricercata della rive gauche parigina potesse passare inosservato alla stampa? Era tanto difficile chiamare l’amico e dirgli di evitare? Questa gestione dimostra che François Fillon non ha ben compreso la portata dello scandalo che lo ha investito, uno dei motivi per cui non è stato in grado di reagire in maniera efficace.

Torniamo alla cronaca: com’era prevedibile e previsto François Fillon è stato messo sotto esame dai giudici d’istruzione. Com’era prevedibile e previsto Fillon resta il candidato dei repubblicani, anche perché le candidature sono ormai chiuse.  Non è una pessima notizia per il candidato nella misura in cui un esito del genere era scontato, e tra l’altro visti i tempi molto stretti (si vota il 23 aprile) è difficile che i giudici possano ancora interferire con il calendario della campagna elettorale. Va chiarito che Fillon non è condannato, quello che cambia è la conoscenza completa del dossier e la possibilità di ricorrere contro gli atti del giudice istruttore in questa fase del procedimento. Quanto politicamente tutto ciò sia stato dannoso lo sapete bene, visto che l’abbiamo ampiamente analizzato nelle settimane scorse.

2- Com’è la situazione generale, a candidature chiuse

Dopo due mesi di dibattito monopolizzato dal PenelopeGate le candidature sono chiuse. Oltre alle cinque candidature maggiori, di cui ci siamo occupati nei mesi scorsi, sono anche candidati François Asselineau, Nicolas Dupont-Aignan, Jacques Cheminade, Nathalie Arthaud, Philippe Poutou e Jean Lassalle.

Se è vero che le candidature minori sono spesso poco interessanti sia politicamente che mediaticamente (e infatti molti giornalisti televisivi si lamentano, perché da oggi il tempo televisivo concesso ad ogni candidato dev’essere uguale), va fatto notare che le candidature dei “piccoli” possono portare nel dibattito pubblico temi interessanti e poco considerati dai candidati maggiori. Un esempio è l’ecologia, un tema poco trattato storicamente dai grandi partiti e oggi invece al centro di gran parte dei programmi elettorali. Chissà che anche stavolta non sarà così.

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Come vedete da questo grafico, realizzato dall’Ipsos per il CEVIPOF e Le Monde, l’interesse per le presidenziali è molto alto. I francesi sono un popolo molto appassionato alla politica, come dimostrano le cifre dei talk show e le grandi riunioni pubbliche che riescono ad organizzare i candidati in tutta la Francia: il 94% degli intervistati si dice molto o mediamente interessato alle elezioni presidenziali.

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Questo grafico indica invece quanti francesi pensano di andare a votare.  Come vedete l’astensione potrebbe essere piuttosto alta (nel 2007 votò l’83% nel 2012 il 79,5%), cosa che non necessariamente contrasta con il grafico precedente ma segnala che l’offerta elettorale non soddisfa, al momento, i cittadini. Visti i precedenti dati sull’affluenza però le cose potrebbero cambiare notevolmente nelle prossime settimane.

Cosa dicono i sondaggi

Prendendo come riferimento sempre l’inchiesta dell’Ipsos, ci sono una serie di cose da notare. Marine Le Pen guida ancora una volta la graduatoria, ma ha uno scarto molto ridotto con Macron (è nel margine d’errore statistico, cioè la fisiologica possibilità che un sondaggio non sia accurato). La tendenza va avanti da quasi due settimane, nel senso che Macron ha avuto una crescita notevole nei sondaggi subito dopo il sostegno di François Bayrou, e poi si è stabilizzato intorno al 25% (in tutti i sondaggi è sempre un punto dietro Marine Le Pen, a prescindere dalla percentuale in sé).

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François Fillon è invece fermo al 17,5%. La progressione registrata subito dopo la sua dimostrazione di forza al Trocadero (era salito sino al 19,5 proprio in una rilevazione Ipsos) probabilmente non era indicativa di un recupero vero e proprio, e il candidato gollista si trova sempre nello stesso vicolo cieco: ha mantenuto la parte più fedele del suo elettorato ma non riesce a convincere un numero sufficiente di persone meno entusiaste della sua candidatura. La sua forza, cioè la grandissima voglia di alternanza che anima gran parte dell’elettorato repubblicano, è anche la sua più grande debolezza: non c’è Hollande candidato di fronte a lui, e tutti gli altri avversari non sono facilmente riconducibili all’esperienza degli ultimi cinque anni. Marine Le Pen per ovvi motivi, Benoît Hamon ha votato contro moltissimi provvedimenti del governo ed è stato identificato come il leader della “fronda interna” al Partito Socialista, Emmanuel Macron ha fatto il ministro dell’economia, è vero, ma se n’è andato sbattendo la porta e ha fondato un suo movimento. Insomma è complicato giocare questa carta per vincere.

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Infine, i due candidati di sinistra sono incredibilmente vicini. Anch’essi con un solo punto di distacco, e quindi nel margine d’errore, hanno organizzato due grandi eventi questo week end a Parigi. Mélenchon ha riempito sabato place de la Bastille per una “sesta repubblica”, la grande riforma delle istituzioni che propone in caso di sua elezione: fine del sistema presidenziale “monarchico”, proporzionale in Parlamento e maggiori strumenti di democrazia diretta o più partecipativa. Benoît Hamon ha invece tenuto un grande comizio al palazzetto dello sport di Bercy, cercando di mostrare che la sua campagna può ancora dire qualcosa. Il problema è che, come già avevamo analizzato la settimana scorsa, Hamon ha avuto molta difficoltà ad essere al centro del dibattito, cosa che invece gli era riuscita durante la campagna per le primarie.

Abbiamo parlato per mesi dell’elettorato volatile di Macron, ma Hamon è ormai l’ultimo candidato per sicurezza nella scelta, mentre il leader di En Marche comincia a cristallizzare il suo consenso. A un mese dal voto è un problema. Se il socialista dovesse essere superato da Mélenchon nei sondaggi si potrebbe verificare una fuga dei suoi elettori verso la proposta più massimalista del suo vero avversario, e a quel punto la sua posizione sarebbe tendenzialmente irrecuperabile. Infine, è arrivata la decisione definitiva di Manuel Valls, suo sfidante al secondo turno: l’ex primo ministro non sosterrà Benoît Hamon, nonostante l’impegno preso pubblicamente durante le primarie. Per adesso però non risulta che possa avvicinarsi ad Emmanuel Macron, anche perché la possibilità è stata smentita dallo stesso Valls.

A questo punto saranno importantissimi i dibattiti tv, che vedranno un confronto tra i primi cinque candidati maggiori e rischiano di essere decisivi, visto quanto sono vicini i vari candidati secondo i sondaggi. Il primo va in onda domani sera, quando i cinque principali candidati si affronteranno su TF1, la principale televisione francese. Per commentarlo insieme vi do appuntamento a martedì alle 18.30 per una diretta Facebook dal mio profilo.

3-Emmanuel Macron, una sua nuova proposta e un piccolo (per ora) guaio

Ieri mattina Emmanuel Macron ha presentato il suo punto di vista sulla politica estera e sulla difesa francese. Durante la conferenza stampa ha proposto una cosa nuova, ossia il servizio militare obbligatorio mensile per tutti. La ratio è aumentare la coesione nazionale e il senso di identità, oltre ad abituare i giovani ad una forma di disciplina e mettere a disposizione una riserva complementare per la guardia nazionale in caso di crisi.

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La notizia di questa settimana è che la procura di Parigi ha aperto un’inchiesta preliminare per dei fatti risalenti a gennaio 2016, quando Macron era ministro dell’economia. Business France l’organismo del ministero che si occupa della promozione degli eventi, ha conferito l’organizzazione di un grande evento a Las Vegas alla società di comunicazione Havas senza gara d’appalto. Business France si è difesa dicendo che non c’erano i tempi per organizzare un’offerta pubblica, e si è rivolta ad Havas perché aveva bisogno di una società in grado organizzare in poco tempo un evento del genere. Il Canard Enchaîné, che ha raccontato per primo la storia, ha stimato il costo dell’evento in 380.000 euro, di cui più di 100.000 spesi per gli invitati.

Sebbene i giornali italiani abbiano titolato “Macron è indagato” l’inchiesta non riguarda in prima persona il leader di En Marche! ma, appunto, Business France e la societ Havas. E infatti non è stato un argomento al centro del dibattito degli ultimi giorni.

Infine Macron ha ricevuto importanti sostegni dalla Germania. Giovedì ha incontrato Angela Merkel a Berlino), mentre oggi al congresso della SPD Sigmar Gabriel ha esplicitamente detto che Schulz e Macron possono cambiare insieme l’Europa.

L’attentato (sventato) di Orly

Ieri mattina, all’aeroporto di Orly, un francese di 39 anni è stato abbattuto dalla polizia francese dopo aver provato a rubare un fucile d’assalto ad una militare. Il procuratore di Parigi, François Molins ha dichiarato che l’assalitore era pronto a “morire nel nome di Allah”, ed era conosciuto dalle forze dell’ordine e di intelligence come persona radicalizzata. È difficile dire un fatto del genere come potrà influire sulla campagna elettorale (probabilmente non in maniera decisiva, trattandosi di un attentato sventato), ma si può notare una nuova tipologia di attacchi.

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Come nota Stefano Montefiori, corrispondente del Corriere da Parigi, è la seconda volta che un militare viene preso di mira dai terroristi. Una cosa del genere avviene da lungo tempo in Israele, sola altra democrazia ad essere in stato d’emergenza, dove spesso i militari sono vittime di attentati dei cosiddetti lupi solitari (essendo un bersaglio riconoscibile). Finora la Francia non aveva conosciuto episodi del genere con continuità; questo potrebbe rappresentare una nuova minaccia alla già difficile situazione di equilibrio del paese che, ricordo, è in stato d’emergenza dal novembre del 2015.

Il personaggio della settimana

Questa volta in negativo. Interrogato in radio Vincent Peillon, candidato alle primarie del Partito Socialista a gennaio, ha detto che Macron è il candidato dell’UMPS (un acronimo che mette insieme PS, partito socialista, e UMP, il partito post-gollista poi trasformatosi in Les Républicains), e che questo sia un fatto noto e certo così come lo sono le camere a gas. La mia reazione è stata quella che vedete in questa Gif.

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Consigli di lettura

-Una lunga critica dell’economista Thomas Porcher, che demolisce il programma di Macron in 20 tweet;

-Un resoconto della giornata di Mélenchon a place de la Bastille, scritto dal JDD;

-Come sarebbe la Francia se Marine Le Pen vincesse le elezioni il 7 maggio? Se lo chiede Mediapart in un lungo articolo;

Un lungo ritratto di Bertrand Dutheil de la Rochère, lo “stalinista” di Marine Le Pen, secondo slate.fr.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventitreesima settimana: François Bayrou è la chiave della presidenziale?

Ventitreesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Ventiduesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. 

1- François Bayrou, leader del partito di centro Modem e già candidato tre volte alle presidenziali, ha deciso che stavolta non si presenterà e ha proposto un’alleanza a Emmanuel Macron che ha accettato.

2-François Fillon continua a dover fare i conti con lo scandalo che ha coinvolto sua moglie. Venerdì sera la procura di Parigi ha trasmesso gli atti ai giudici che seguono la fase istruttoria.

3-Marine Le Pen, che ha tenuto un grande comizio a Nantes, ha anch’essa problemi con la giustizia ma questo non sembra intaccare il suo consenso.

4-C’è stato un accordo tra Benoît Hamon, candidato del Partito Socialista, e Yannick Jadot, leader dei Verdi Europeisti. È possibile che anche Jean Luc Mélenchon decida di partecipare ad una grande unione della sinistra o è fantapolitica?

1-Macron guadagna un sostegno molto importante

La notizia della settimana è che François Bayrou sosterrà Emmanuel Macron alle prossime presidenziali. Bayrou, che aveva sostenuto Alain Juppé alle primarie della destra, aveva occupato lo spazio mediatico francese -ha partecipato a 12 trasmissioni televisive in due settimane – per aumentare la suspence sul suo annuncio, che è stato dato mercoledì pomeriggio.

Prima di analizzare cosa implica l’alleanza, chi è François Bayrou?

Ha 65 anni ed è sindaco di Pau, una piccola città del sud. È un politico molto stimato e di grande esperienza, è stato ministro dell’istruzione durante la presidenza Mitterrand e Chirac e si è candidato tre volte alle elezioni presidenziali da centrista nel 2002 nel 2007 e nel 2012. Nel 2007 ottenne il suo risultato migliore, arrivando molto vicino alla qualificazione per il secondo turno con il 18%. Sembrava dovesse arrivare al ballottaggio, ma la sua campagna si affossò quando apparve chiaro ai francesi che non aveva una vera squadra per governare il paese – uno dei principali difetti di Macron, tra l’altro. Alle ultime primarie della destra ha sostenuto Alain Juppé ed è piuttosto malvisto dall’elettorato repubblicano: nel 2012 ha invitato a votare François Hollande al secondo turno contro Nicolas Sarkozy che infatti lo detesta – e ha più volte detto di ritenerlo in parte responsabile della sua sconfitta.

Emmanuel Macron beneficia dell’apporto di Bayrou da due punti di vista.

Il primo è intuitivo: quello elettorale. Bayrou era stimato intorno al 5% e molti dei suoi elettori voteranno per Macron che infatti ha subito beneficiato del suo sostegno nei sondaggi, arrivando al suo massimo storico. È chiaro che avere Bayrou non solo non candidato, ma anche dalla propria parte, è un grande aiuto per Macron che vede consolidare la sua presenza al centro dello schieramento.

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Dei sondaggi poi parleremo meglio, ma come vedete la progressione di Emmanuel Macron è incontestabile. L’analisi è del Figaro.

Il secondo è politico. Il leader di En Marche! è giovane e inesperto, due caratteristiche che ha sfruttato sinora a suo vantaggio (e più volte rivendicato) vista la voglia di rinnovamento che c’è oggi in Francia. Allo stesso tempo avere i consigli e la disponibilità di qualcuno con tre campagne elettorali alle spalle rappresenta un’arma da non sottovalutare. Macron è consapevole di aver bisogno di consigli, vista la frequenza con cui telefona a Ségolène Royal – la candidata del partito socialista nel 2007. Infine Bayrou risolve – o meglio comincia a risolvere – uno dei problemi maggiori di Macron: il fatto di essere un leader piuttosto solitario. Bayrou, come avrete capito, non è un tipo facile, ha una spiccata autonomia e non ha mai esitato a criticare le politiche dei suoi alleati quando lo riteneva giusto.

L’altro sostegno ricevuto in settimana è quello di François de Rugy, segretario del partito Les Ecologistes e candidato alle primarie dei socialisti. De Rugy che aveva sostenuto Manuel Valls al secondo turno delle primarie e finora non aveva partecipato alla campagna di Benoit Hamon, ha deciso di raggiungere Macron.

Infine, il leader di En Marche! ha iniziato a pubblicare il suo programma. Giovedì ha fatto una lunga intervista con Les Echos ed è stato ospite da Jean Jacques Bourdin su RMC per commentare in diretta le sue proposte. Del suo programma mi occuperò meglio nelle prossime settimane, per adesso è interessante la sua proposta sulla disoccupazione, visto che sul mercato del lavoro ci sono molti spunti in questa campagna elettorale, e gran merito va a Benoît Hamon che con la sua proposta di reddito universale ha imposto un tema fondamentale che la politica dovrà affrontare nel prossimo futuro. Macron ha proposto un sussidio di disoccupazione universale, che si applica per tutti – quindi anche per i professionisti e i lavoratori autonomi, non solo per i dipendenti – e in tutti i casi, anche in caso di dimissioni. Il sistema attuale si basa sul fatto che una parte dello stipendio del lavoratore dipendente è trattenuta (si tratta delle cotisations sociales) e serve a pagare appunto la previdenza, Macron propone di abolire le trattenute – e quindi abbassare il costo del lavoro – e creare un sussidio apposito a carico dello Stato. È una proposta forte e innovativa di cui sapremo di più nelle prossime settimane.

 

2-Purtroppo per Fillon il PenelopeGate è tutt’altro che archiviato

Venerdì Fillon ha tenuto un comizio in banlieue parigina (precisamente a Maisons-Alfort) alle 19 (l’orario è importante). L’obiettivo del comizio era lasciarsi definitivamente alle spalle gli scandali: a tutti i giornalisti è stato distribuito il testo del discorso un’ora prima dell’inizio, deduco per farci notare che non conteneva alcun riferimento ai suoi problemi giudiziari. Alle 18.30 il Parisien ha comunicato che la procura avrebbe aperto un’informazione giudiziaria rimettendo le carte dell’inchiesta ai giudici che seguono la fase istruttoria, una decisione inaspettata (solo il 3% degli affari di questo tipo passa al vaglio di quello che può essere accostato al nostro giudice per le indagini preliminari).

Incurante della notizia Fillon non ha fatto cenno all’indagine, confermando la propria volontà di andare oltre gli scandali e concentrarsi sul programma. La strategia non è andata a buon fine: nel week end giornali e televisioni hanno parlato solo degli sviluppi del caso, confermando ancora una volta la difficoltà che sta incontrando il candidato repubblicano nel far campagna “Fillon est inaudible” è il commento ricorrente “Fillon non riesce a farsi ascoltare”. Idea condivisa anche da Marine Le Pen, che in un’intervista pubblicata stamattina ha effettivamente ammesso che a causa degli scandali è difficile far campagna elettorale per tutti: “È Fillon che deve decidere se mantenere o meno la sua candidatura. Ma lo ripeto, è necessario che ci sia data la possibilità di tornare a un dibattito sui nostri progetti per il paese”.

Cosa comporta dal punto di vista giudiziario? La procura aveva tre scelte: rinviare direttamente Fillon a giudizio, archiviare il caso o trasmettere le carte al juge d’instruction. La procura ha scelto di trasmettere le carte al juge d’instruction, lasciando che sia un giudice a decidere se ci sono elementi sufficienti per andare a processo. Se volete approfondire il JDD ha scritto un bel riassunto.

Veniamo ai problemi politici: la settimana scorsa avevamo analizzato come Nicolas Sarkozy avesse trovato il modo di influenzare la campagna del suo ex primo ministro. Ecco, ora anche Alain Juppé ha reclamato il suo spazio. Il sindaco di Bordeaux, che aveva evitato qualunque dichiarazione pubblica articolata dalla sconfitta alle primarie, e soprattutto aveva rifiutato di esprimersi da quando è cominciato lo scandalo, ha pubblicato un lungo post sul suo sito chiedendo, tra le righe, maggior considerazione per i suoi uomini e le sue idee. È probabilmente anche per questo che Fillon ha definitivamente addolcito le sue proposte in tema di sanità: aveva vinto le primarie dichiarando di voler rendere a pagamento le cure per le malattie meno gravi, costretto a correggere il tiro a gennaio ora la misura è definitivamente scomparsa, così come i tagli di forniture e di posti di lavoro.

3-Gli altri scandali di Marine Le Pen

Anche Marine Le Pen ha i suoi problemi con la giustizia: è accusata di aver fatto lavorare per il partito in Francia i suoi assistenti parlamentari pagati con i fondi del Parlamento Europeo (la pratica è illegale). Su questi fatti la procura di Parigi ha aperto un’indagine e la polizia l’aveva convocata in settimana per interrogarla. La candidata del Front National non si è presentata all’interrogatorio, motivando il suo rifiuto con il fatto che il periodo elettorale non garantirebbe la “serenità” necessaria alla conduzione dell’indagine. Marine Le Pen può rifiutare di rispondere ad una convocazione della polizia in virtù dell’immunità parlamentare di cui beneficia in quanto deputata europea, ciò non toglie che questo fantomatico periodo di “tregua elettorale” non esista, come ha chiarito il ministro della giustizia interrogato sull’argomento dalla stampa. I suoi due presunti assistenti sono stati posti in “garde à vue” (cioè sono obbligati di restare a disposizione degli inquirenti), e Catherine Grisetè, il suo capo di gabinetto, è in stato di messa in esame (una sorta di status di imputato).

Più volte mi avete chiesto come mai Marine Le Pen non viene travolta dai problemi giudiziari come Fillon. La risposta è che al suo elettorato non importa nulla degli scandali e anzi, le inchieste della magistratura sono considerati parte del gioco, uno dei modi in cui “il sistema” cerca di mettere i bastoni tra le ruote a Marine Le Pen. Gli elettori che sto incontrando ai comizi di François Fillon sono arrabbiati con i magistrati per quella che considerano una “persecuzione” ma in molti ammettono che il comportamento del loro leader è stato tutt’altro che trasparente, lo sostengono ma non nascondono la loro delusione. Al contrario chi incontro ai meeting di Marine Le Pen il più delle volte non sa di cosa sto parlando perché non legge i giornali, altrimenti mi spiega che gli assistenti di Marine hanno fatto bene a lavorare per il partito e non per il Parlamento Europeo.

In questo il fenomeno ricorda quello di Donald Trump, non è su questi fatti che Marine Le Pen viene valutata, niente del genere è in grado di intaccare il suo consenso (ricordiamo ancora una volta che l’elettorato lepenista è il più sicuro della sua scelta). Al suo meeting di Nantes dove sono stato oggi ha attaccato duramente la stampa: ha prima detto che il Monde è l’organo di propaganda di Emmanuel Macron, poi che BFMTV è contro di lei (però trasmetteva in diretta il comizio) infine ricordato che i media sono parte del sistema da abbattere. Per farvi capire il clima basta leggere questo tweet di Eric Domard, responsabile comunicazione del partito.

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Eccellente attacco di Marine Le Pen contro i media, arma nella guerra al Front National. Ora bisogna designare chiaramente il nemico.

4-Le divisioni della sinistra

Benoît Hamon ha vissuto un mese abbastanza difficile. Dopo il relativo boom nei sondaggi a seguito della sua vittoria è scomparso dai radar (non ha ancora fatto un grande comizio come tutti gli altri candidati), e ha dedicato parte del suo tempo a cercare un accordo con gli altri due candidati di sinistra: Jean Luc Mélenchon, leader della sinistra radicale, e Yannick Jadot, candidato dei verdi europei. La trattativa con Jadot è andata a buon fine: l’ecologista ha deciso di ritirarsi dopo aver ottenuto importanti concessioni sul programma (ad esempio sulla rinuncia del nucleare) e sui seggi alle prossime legislative (apparentemente tra i 40 e i 50 collegi).

Con Mélenchon invece le trattative sono ancora in corso, ma è molto difficile che i due riescano a trovare un accordo (anche perché entrambi pongono come condizione il ritiro e il sostegno dell’altro). Molti di voi mi chiedono cosa  lo impedisce, visto che sono entrambi di sinistra e hanno un elettorato abbastanza simile (ma non così tanto e ne parleremo nelle prossime settimane).

Le ragioni sono principalmente due.

La prima è politica, ci sono comunque delle divergenze di programma tra il candidato della France Insoumise e quello del Partito Socialista. Il progetto di reddito universale è stato più volte criticato ferocemente da Mélenchon, perché comporterebbe una compressione dei salari da parte delle imprese, consapevoli che il lavoratore avrebbe diritto a un sostegno abbastanza sostanzioso a prescindere (Hamon ha proposto un reddito di 750 euro al mese). L’Europa è un altro tema dove le divisioni sono profonde: Hamon non è un leader anti-europeista (anche se ha votato no all’adozione della costituzione europea nel 2005) e ha più volte detto che in caso di elezione cercherà di cambiare le politiche europee senza, come spesso si dice, “battere i pugni sul tavolo” (altra espressione odiosa che non userò mai più). Mélenchon al contrario minaccia di lasciare l’Unione europea, fa parte del gruppo di sinistra radicale al parlamento e ha denunciato più volte il sistema di potere incarnato dai socialisti europei.

Le divergenze politiche però possono essere appianate, come dimostra l’esperienza portoghese, dove la sinistra radicale sostiene il governo del socialista Antonio Costa che proprio Benoît Hamon è andato a trovare nella settimana passata. La seconda e più rilevante divergenza è personale. Mélenchon pensa che il Partito Socialista abbia esaurito la sua funzione (l’ha lasciato nel 2008 per questo), ha dei pessimi rapporti personali con quasi tutta la dirigenza storica socialista e soprattutto adora fare campagna. Può sembrare una cosa infantile, ma la politica è anche fatta di ego, Mélenchon è un tribuno, si ispira esplicitamente a Fidel Castro (i suoi comizi durano non meno di due ore e mezza) e difficilmente rinuncerà ad un evento che capita ogni cinque anni e che potrebbe per lui essere l’ultimo.

Il personaggio della settimana

François Bayrou poteva scegliere un’ultima passerella per concludere la sua carriera politica, e ha invece scelto di sostenere Emmanuel Macron. Mi sembra che la sua scelta sia motivata dalla volontà di servire meglio il suo paese, anche perché i due hanno subito chiarito che nell’accordo non è previsto che Bayrou faccia il primo ministro, in caso di elezione. Se è vero, e se i due hanno concluso un accordo sulla base di una linea politica comune mi sembra un’ottima notizia in un mondo che è spesso cinico e pieno di opportunisti.

Consigli di lettura

-Bruno Cautres, ricercatore del CEVIPOF, il centro di studi politici di Sciences Po ragiona sulla divisione destra-sinistra;

-Il sondaggista Yves Marie Cann analizza in un lungo post su Medium la composizione sociale degli elettorati dei candidati;

-Cosa succede se la Francia esce dall’euro? L’analisi del Sole 24 Ore riprendendo un post di Keynes Blog;

-Il JDD racconta le difficoltà che Benoît Hamon, prima frondista e poi candidato, sta incontrando nel tenere insieme le diverse anime del suo partito;

Un utile punto della situazione sugli affaires che riguardano il Front National, scritto dall’Obs

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventiduesima settimana: Fillon chiama Sarkozy risponde

Ventiduesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Fillon chiama, Sarkozy risponde

Il candidato dei repubblicani ha definitivamente mutato il suo atteggiamento e la sua strategia rispetto al PenelopeGate. Il Parquet National Financier, la procura che si sta occupando dello scandalo sull’impiego della moglie e dei figli come assistenti parlamentari (qui trovate un mio riassunto in italiano, ma è un po’ datato, qui il riassunto dell’Obs, che è di ieri ma in francese), ha dichiarato che allo stato degli atti non ci sono le condizioni per l’archiviazione. Gli scenari sono quindi due: l’apertura di un’indagine ufficiale, con la consegna del dossier a una sorta di giudice per le indagini preliminari (che deciderà se proseguire l’iter con la famosa “messa sotto esame”) o addirittura un rinvio a giudizio diretto, visto che gli elementi raccolti sono tali e tanti da sostenere il processo. Fillon ha subito attaccato l’azione della procura in un’intervista rilasciata al Figaro, sostenendo che sarebbe “scandaloso” privare la destra del suo candidato: “ormai mi rimetto al giudizio del suffragio universale” ha concluso. L’avverbio è importante: Fillon, durante il suo intervento al TG di TF1 il giorno dopo la pubblicazione delle prime rivelazioni (parliamo ormai di tre settimane fa), aveva promesso che si sarebbe ritirato in caso di “messa in esame”. La retromarcia è quindi completa.

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Il sondaggio è dell’istituto Ifop

La decisione, avallata da gran parte dei repubblicani, si spiega anche con la relativa stabilità nei sondaggi. Come vedete, dopo il grande crollo François Fillon è rimasto stabile: “l’operazione salvataggio” del suo elettorato è andata a buon fine, pur con mille dubbi e qualche disagio il centrodestra francese si turerà il naso e voterà per lui. Per preservare i suoi elettori Fillon continuerà a spostare la sua campagna verso destra, parlando di sicurezza, immigrazione, esperienza: il passaggio ai temi storici della destra gollista, soprattutto da Sarkozy in poi, è compiuto. Ecco, Sarkozy. Battuto alle primarie, uscito di scena e quasi dimenticato, è diventato improvvisamente un’ancora di salvataggio per François Fillon. Mercoledì i due hanno pranzato assieme senza farsi vedere in pubblico ma avvisando la stampa dell’incontro. Fillon è andato a trovare Sarkozy per avere dei consigli su come comportarsi rispetto allo scandalo (Sarkozy ha una certa esperienza in materia) ma anche per spingerlo a calmare i deputati che hanno più volte messo in discussione l’opportunità della sua candidatura alla luce del PenelopeGate.

Il risultato del pranzo è stato visibile nei toni e nelle nuove idee che Fillon ha proposto durante il suo comizio di mercoledì sera, a Compiègne: il repubblicano ha detto di essere favorevole all’abbassamento dell’età per cui si può essere penalmente perseguiti dai 18 ai 16 anni, uno dei cavalli di battaglia classici di Nicolas Sarkozy. Infine va notato il ruolo sempre più importante nella campagna elettorale di François Baroin. Fedelissimo dell’ex presidente della Repubblica, il sindaco di Troyes è ormai il braccio destro di Fillon. Bruno Jeudy, acuto editorialista di Paris Match e uno dei giornalisti più esperti di François Fillon (lo segue da quand’era ministro con Chirac), ha scritto che Baroin rappresenta il “cavallo di Troia” di Sarkozy per rientrare in campagna elettorale.

In ogni caso è presto per considerare Fillon fuori dai giochi.

2-Macron ha innescato due polemiche

La settimana di Macron è stata segnata da due polemiche. Dall’Algeria, paese in cui era in viaggio (Macron sta strutturando la campagna elettorale con almeno una visita all’estero a settimana per coltivare la sua immagine presidenziale), il leader di En Marche! ha dichiarato che la colonizzazione francese è stata un “crimine contro l’umanità” e una “barbarie”. La dichiarazione è stata criticata soprattutto da parte della destra: Fillon ha detto che Macron non ha “colonna vertebrale”, dal Front National è arrivata un’accusa simile, “non dobbiamo vergognarci del nostro passato” visto che la Francia ha condiviso la sua cultura nel mondo grazie alla colonizzazione (permettete l’intrusione, ma è un argomento simile all’elogio della bonifica delle paludi pontine da parte del fascismo, che dopotutto “ha fatto anche cose buone”).

 

Per spiegare bene il senso della sua dichiarazione, che è stata vissuta male anche dai “pieds-noirs” cioè i francesi che vivevano in Algeria (e dai loro figli e nipoti) e furono costretti a lasciare il Nord Africa per evitare di finire trucidati durante la guerra civile, Macron ha prima pubblicato un video sui suoi social e poi ha ripreso la questione al meeting di ieri, a Tolone, scusandosi per aver inavvertitamente ferito alcune persone, e ribadendo che la sua era una presa di coscienza della responsabilità dello Stato francese e non degli individui.

 

Passaggio notevole del discorso: Macron ha concluso, dopo essersi scusato, con la frase “je vous ai compris et je vous aime”, citando il famoso discorso che il Generale De Gaulle tenne proprio ad Algeri davanti ai cittadini francesi in Algeria nel 1958. Appena ha pronunciato queste parole i giornalisti di fianco a me sono letteralmente impazziti: “mais c’est le General!”, sottolineando come quella fase della storia francese sia importante. La guerra d’Algeria è stata per lungo tempo un argomento tabù, tanto che fino a pochi anni fa i documenti ufficiali riferiti al decennio 1955-1964 parlavano degli “avvenimenti d’Algeria”, senza mai ammettere che in quel periodo è stata combattuta una guerra d’indipendenza. Insomma un terreno minato che tra l’altro divide molto l’opinione pubblica. Come vedete nel sondaggio, il 51% dei francesi è d’accordo con quanto detto da Macron, e i suoi propositi sono molto più condivisi dagli elettori di sinistra che da quelli di destra.

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L’altra polemica è stata scatenata da una lunga intervista rilasciata all’Obs, quando Macron ha criticato il modo in cui i socialisti hanno approvato la legge sul “mariage pour tous” la legge sui matrimoni omosessuali: “uno degli errori fondamentali di questi cinque anni è stato quello di ignorare una parte del paese che ha buone ragioni per vivere in risentimento e preda di passioni tristi. È quello che è successo con i matrimoni omosessuali, quando abbiamo umiliato quella parte di Francia. Non bisogna mai umiliare, bisogna parlare, bisogna “condividere” i disaccordi. In caso contrario, alcune parti del paese diventeranno dei bastioni dell’irredentismo”. In questo caso le critiche sono arrivate dalle associazioni LGBT. Insomma una settimana complicata dove Macron ha ricevuto critiche sia da destra che da sinistra.

Queste posizioni e i relativi attacchi fanno capire quanto la campagna elettorale di Emmanuel Macron sia diventata più difficile: se sei un outsider puoi permetterti di essere vago perché sei trattato in maniera più indulgente, soprattutto quando la tua dinamica è nettamente in progressione; da favorito però la tua campagna cambia, diventi il principale bersaglio delle critiche e anche la stampa tende a metterti in difficoltà. Matthieu Croissandeau, direttore dell’Obs, ha efficacemente paragonato En Marche! ad una start up di successo cresciuta troppo in fretta. Il movimento ha bisogno di una struttura seria per competere fino in fondo.

Se è vero che Macron ha avuto nei sondaggi una straordinaria crescita da quando ha lasciato il governo ad agosto, non c’è stato il boom che la vittoria di Benoît Hamon e il contestuale scandalo di François Fillon potevano far prevedere. È per questo che ha bisogno di un programma, o meglio di una serie di proposte concrete che gli consentano di delineare con chiarezza il suo progetto di società: Hamon lo ha costruito intorno al reddito universale di esistenza; Marine Le Pen vuole uscire dall’euro e dall’Europa al grido di prima la Francia (priorità ai francesi nelle cure mediche, priorità alle imprese francesi negli appalti, eccetera); Mélenchon propone una sorta di socialismo reale ed ecologico, mettendo addirittura un tetto ai redditi massimi (una tassa del 100% per i redditi sopra i 400mila euro); Fillon ha un programma molto liberale (la famosa proposta di 500.000 dipendenti pubblici in meno) e molto conservatore in tema di società. Macron che progetto ha? È ancora tutto un po’ vago, ne sapremo di più il 2 marzo, quando le proposte verranno pubblicate.

Un’ultima cosa: ieri durante il comizio a Tolone, Macron ha attaccato più volte Fillon chiamandolo per nome, finora non lo aveva mai fatto. Questo è il segnale che il leader di En Marche! è entrato pienamente nella dinamica politica della campagna elettorale, il gioco si fa più duro e ha deciso di non sottrarvisi.

3-La variabile astensione

La settimana scorsa abbiamo analizzato il potenziale elettorale di Marine Le Pen. La conclusione del ragionamento era che seppure il Front National arriverà a delle percentuali mai viste prima, in un’elezione normale la sua vittoria è improbabile. Aggiungiamo una variabile al ragionamento: e se alle presidenziali non votassero 36/38 milioni di francesi ma molti di meno? Cosa succederebbe se l’affluenza avesse una flessione notevole, arrivando tra il 50 e il 60% al secondo turno? Ecco che l’elettorato molto motivato di Marine Le Pen potrebbe fare la differenza pur non essendo maggioranza in condizioni normali. In altre parole, la chiave di queste elezioni potrebbero essere gli elettori che Brice Teinturier, politologo e direttore dell’istituto di sondaggi Ipsos, chiama i PRAF-attitude: plus rien à faire (quelli che non hanno più niente a che fare con la politica) nella versione moderata, plus rien à foutre (quelli che se ne fottono della politica) nella versione più radicale. Chi sono queste persone?

“Le due presidenze di Nicolas Sarkozy e François Hollande costituiscono per i francesi un decennio di delusione. Ma quello che è in gioco è anche il ruolo delle reti sociali, le mutazioni dell’informazione, l’individualizzazione crescente della società, la crisi della morale pubblica e dell’esemplarità. Davanti a questi sconvolgimenti la politica, che non sa come affrontarli, si è chiusa in un gioco di posture che aumentano la rabbia. E una parte crescente dei francesi non si fa più ingannare.”

Queste persone non sono necessariamente nell’astensione, secondo Teinturier i PRAF rappresentano circa un terzo dell’elettorato, diviso a sua volta tra disgustati, indifferenti, delusi, in collera. Le prime due categorie preoccupano il politologo: la collera o la delusione sono comunque una forma di relazione politica. Invece, sentimenti come il disgusto e la disillusione indicano che la relazione è finita, il divorzio è quasi irreversibile. I vari scandali che stanno mettendo in crisi la candidatura di Fillon, ad esempio, non danneggiano solo i repubblicani, ma alimentano la percezione che “così fan tutti”.

Sarà interessante capire quanto i PRAF peseranno sul secondo turno delle presidenziali: andranno a votare per qualcuno che promette di rovesciare il tavolo oppure rimarranno semplicemente a casa? A questi elettori io aggiungerei gli ideologici: qui entra in gioco la mia percezione che come tale è parziale e si basa sulle conversazioni che sto avendo con le persone che partecipano ai comizi, alle manifestazioni e anche con i miei amici e conoscenti francesi. Quando ipotizzo lo scenario al secondo turno Macron/Marine Le Pen agli elettori più di sinistra, molti mi rispondono che resteranno a casa, perché un ballottaggio del genere sarebbe un’alternativa tra la “peste e il colera”. In quanti la pensano così? Se lo dicono i più attivi, cioè quelli che partecipano ai comizi, leggono i giornali e guardano i talk show, come si schiererà la parte di popolazione che nemmeno partecipa?

Il personaggio della settimana

Nicolas Sarkozy ha sempre sognato di  diventare il padre nobile della destra gollista. Quando nel 2012 i repubblicani si spaccarono a seguito di un congresso a quanto pare truccato tra Jean François Copé e François Fillon, che abbandonò il partito, fu proprio grazie alla sua mediazione e al suo ritorno che la crisi rientrò. Aver ricevuto prima la chiamata e poi la visita di Fillon (che a seguito della vittoria alle primarie non aveva risposto alle sue per mesi), riabilita Sarkozy come “patron des républicains”.

La figura dell’ex presidente esce molto rafforzata dal pranzo di mercoledì e sarà forse fondamentale per raggiungere il secondo turno. Almeno è quanto ipotizzano alcune trasmissioni televisive.

Letture consigliate

Un bellissimo dialogo tra il filosofo Michel Onfray e lo storico Marcel Gauchet su chi è e cosa rappresenta Emmanuel Macron. Lo trovate sull’Obs, è in abbonamento ma vale la pena.

L’articolo di Internazionale (che traduce l’Economist) che mi ha fatto ragionare sulla possibile astensione. E grazie a Francesca per la segnalazione.

L’intervista completa di Brice Teinturier sulla PRAF-attidude.

Un’analisi di Mediapart sulle difficoltà di Hamon, stretto tra Mélenchon e Macron. Lo so ragazzi, è in abbonamento, ma in Francia i giornali funzionano così (e giustamente, direi).

-Martial Foucault, ricercatore di Sciences Po, analizza la dispersione dell’elettorato storico della gauche. Sul Monde.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventesima settimana: i comizi paralleli di Macron e Le Pen

Ventesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Marine Le Pen e Emmanuel Macron si sono affrontati a distanza a Lione, dove hanno parlato ai propri sostenitori. Sono andato a sentirli entrambi e vi racconto le prime impressioni a caldo;

2-François Fillon è sempre più in difficoltà e nel suo partito si sta formando un fronte che gli chiederà di rinunciare alla candidatura;

3-Una piccola riflessione sui sondaggi, e sulla “volatilità” che evidenziano.

1-Comizi paralleli, dall’Europa di Macron alla Francia di Marine Le Pen

Come sapete sono a Lione per seguire i due comizi principali di questa settimana. Ieri ha parlato Macron ed è da poco finito il discorso di Marine Le Pen che ha chiuso i due giorni delle assises présidentielles, la convention organizzata dal Front National per inaugurare la campagna elettorale.

In settimana racconterò meglio ciò che ho visto – ché ho bisogno di ragionarci un po’ su. Per ora, a caldo, posso dirvi che i candidati rappresentano e vogliono rappresentare due mondi completamente diversi. Al comizio di Macron la coreografia era pensata per esaltare l’Unione Europea: pannelli, bandiere dell’unione ogni 3-4 persone, un podio interattivo che s’illuminava con le famose stelle in campo blu ogni volta che il leader di En Marche! citava l’Europa o un tema di respiro europeo (immigrazione, difesa e posto della Francia nel mondo, in particolare). Marine Le Pen, che dall’Unione e dall’euro vuole uscire, ha parlato con tre bandiere della Francia dietro di sé e con un pubblico che la interrompeva continuamente gridando on est chez nous, siamo a casa nostra. Il coro era intonato con particolare passione quando la leader frontista attaccava l’Unione o denunciava il lassismo delle élites nei confronti dell’immigrazione.

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La curva per Emmanuel Macron

Il discorso di Macron è stato incentrato intorno all’idea che la Francia ha un senso solo all’interno di una storia comune e non può e non deve bastare a sé stessa. Anzi, in questo momento storico di ritirata e chiusura degli Stati Uniti la sua funzione è quella di costruire ponti ed attrarre i migliori cervelli per diventare il nuovo paese del “sapere franco”. Al contrario quella di Marine è una retorica di chiusura rispetto ad una globalizzazione che non funziona e che ha due facce: la prima, più conosciuta, è quella economica e finanziaria, ma la seconda è quella che ha creato il terrorismo jihadista, che al momento non può essere sconfitto perché non controlliamo le nostre frontiere.

Il pubblico era difficilmente sovrapponibile: quasi quindicimila persone (tra chi è riuscito ad entrare e chi è rimasto fuori) sono andate a sentire Macron, un pubblico eterogeneo per quanto molto giovane. Oltre ai sostenitori entusiasti, molte persone con cui ho parlato erano semplicemente incuriosite dal personaggio, dalla sua retorica e dal suo successo; è una parte di elettorato che ascolta con interesse i discorsi del leader di En Marche! ma non è ancora convinta, cerca quindi di farsi un’idea. Macron si è posto al di sopra delle parti: ogni volta che il pubblico iniziava a fischiare un avversario veniva interrotto dall’oratore: “i fischi non ci portano da nessuna parte, noi dobbiamo presentare il nostro progetto per la Francia, non andare contro qualcun altro”.

L’ambiente era completamente diverso da Marine Le Pen, composto da meno giovani e soprattutto meno curiosi: tutte le persone da me intervistate erano forziste convinte da un po’, anche perché il comizio chiudeva una convention di due giorni dove i militanti hanno lavorato a dei tavoli tematici; un ambiente più di partito, fisiologicamente. Il discorso è stato interrotto più volte da fischi e ululati nei confronti degli avversari fisici (gli altri candidati) o concettuali (l’Europa, la globalizzazione).

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Il palco di Marine Le Pen, poco prima che cominciasse a parlare

Insomma, cedendo ad una semplificazione giornalistica, ho visto una Francia che ha vinto la sfida della globalizzazione e una Francia che invece l’ha persa. Una Francia che vuole competere nel mondo globalizzato e una Francia che chiede protezione e pretende solidarietà per chi è rimasto indietro. È chiaro che il racconto è più complicato di così, e andrà approfondito nelle prossime settimane. Allo stesso tempo semplificare queste profonde divisioni aiuta ad avere una bussola: la campagna delle prossime settimane sarà impostata sempre di più attorno a questi temi.

2-Come se la passa Fillon

La settimana scorsa era terminata con il suo grande comizio a Porte de La Villette. Fillon sperava che la dimostrazione di forza e di unità potesse dare nuovo slancio alla campagna elettorale: una sorta di rincorsa per lasciarsi alle spalle gli affaires. Ma, come spiega Guillaume Tabard sul Figaro, l’effet la Villette, la diga politica che sembrava essersi costruita intorno a Fillon, mostra già le prime crepe. Il motivo è che eletti, antichi e futuri ministri non pensano solo alla sorte del candidato ma anche alla propria. E quindi si sono moltiplicate le dichiarazioni ambigue, inviti alla responsabilità e qualche fuga in avanti che parla di piano B. Mentre stavo scrivendo in sala stampa ho ascoltato una telefonata di una giornalista seduta accanto a me con un deputato repubblicano sostenitore di Juppé: apparentemente alla riunione del candidato con i parlamentari, martedì, i juppeisti faranno pressione affinché si ritiri.

Al momento c’è molta confusione, l’agenda provvisoria di Fillon prevede martedì un discorso a Troyes con François Baroin, un ex fedelissimo di Nicolas Sarkozy, mentre giovedì un meeting a Poitiers, con Jean-Pierre Raffarin, ex primo ministro sotto Chirac. Il fatto che l’agenda sia provvisoria e che per avere conferme ci sia una sorta di passaparola tra i giornalisti vi fa capire quanto al momento i repubblicani vivano alla giornata.

Infine una riflessione più generale sulla sua campagna elettorale, che già prima degli scandali stentava a decollare: abbiamo raccontato la retromarcia sulle assicurazioni sanitarie, i problemi con le investiture dei candidati nei collegi per le elezioni legislative, l’oscuramento mediatico dovuto al fenomeno Macron e alle primarie del Partito Socialista. Ritornare alla ribalta a causa degli scandali è stato un imprevisto molto difficile da gestire: se questo può aver compattato la cosiddetta “fan-zone” allo stesso tempo può aver irrimediabilmente limitato la capacità di espansione dell’elettorato fillonista, che era quello su cui i repubblicani puntavano per vincere.

La linea di difesa scelta dai Fillon è tra l’altro molto pericolosa, e con ogni probabilità perdente. Fillon era stato votato anche per un rigetto nei confronti di Nicolas Sarkozy: gli elettori repubblicani erano stanchi di essere rappresentati da un leader opaco e ambiguo, continuamente colpito da scandali e incapace di incarnare quella sobrietà del potere che ha sempre ispirato Charles De Gaulle. François Fillon era quindi un nuovo candidato finalmente al di sopra di ogni sospetto. Impostare la propria difesa gridando al complotto, cercando di far leva sulle emozioni presentandosi come vittima, era esattamente la strategia di Sarkozy. Al di là della sua efficacia o meno, faceva parte del personaggio: Sarkozy era fatto in quel modo, nel bene e nel male. Al contrario Fillon non ha niente a che vedere con questo profilo, e persino gli elettori di sinistra con cui sto parlando in queste settimane si dichiarano sorpresi: “Fillon era una persona seria, questo modo di difendersi è abbastanza deludente.”

3-Come leggere i sondaggi

Oggi non citerò alcun sondaggio rispetto alle intenzioni di voto, ma commenteremo solo questa tabella.

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Il sondaggio è dell’istituto Elabe ed è di giovedì

Come potete notare l’elettorato di alcuni candidati (soprattutto di Macron) è molto volatile, ciò vuol dire che un buon numero di elettori non ha ancora definito la propria scelta. Se per Macron la volatilità più pronunciata si può spiegare con il fatto che En Marche! è una formazione politica nuova e quindi l’elettorato non ha consuetudine con nome, simbolo e leader, la tendenza è generale tranne che per Marine Le Pen. Analizziamo questo cosa vuol dire:

A-Il Front National ha l’elettorato più solido. Questo è chiaramente un dato molto positivo, il discorso di Marine Le Pen ha pochi concorrenti, persino gli scandali sui falsi assistenti che abbiamo raccontato nelle scorse settimane non sembrano aver sorpreso più di tanto i simpatizzanti frontisti. Questo si spiega col fatto che l’onestà e la rettitudine non sono mai stati un cavallo di battaglia del Front National, che anzi marcia molto sulle presunte persecuzioni dell’establishment (e a volte ha anche ragione visto il comportamento delle banche che non concedono crediti al partito). La seconda ragione è che, banalmente, il partito non ha mai esercitato il potere. Se non hai mai governato fare l’anti-sistema è più facile e in qualche modo anche giusto. Questo dato positivo però contiene in sé anche il problema: come allarghi un elettorato molto identitario in un secondo turno dove vince chi riesce a parlare alla maggioranza dei francesi? Alle elezioni presidenziali votano tra i 36 e i 38 milioni di francesi, convincerne almeno 18 non è cosa da poco. Il Front National ha già dimostrato alle ultime regionali di non riuscire a sfondare le plafond de verre, la barriera invisibile, la capacità del sistema politico di allearsi e far fronte comune contro la minaccia lepenista. Ecco perché oggi durante il discorso Marine Le Pen ha detto una frase che tutti i giornalisti hanno subito sottolineato sui taccuini per due volte: “faremo un governo di unione nazionale”. Per ora la proposta è vaga e va interpretata, ma il segnale è che nelle prossime settimane Marine comincerà a tenere dei discorsi più inclusivi per iniziare ad ampliare il proprio campo già da ora.

C-Perché ogni sondaggio racconta una storia diversa? Come detto prima, l’opinione non si è ancora cristallizzata, e nel panorama politico mutato questo può avere un’incidenza notevole. Il politologo e sondaggista Bernard Sananès ha fatto una riflessione interessante in tal senso: “fino a pochi anni fa il sistema francese era tripolare quindi il “biglietto” per accedere al secondo turno si acquistava tra il 25 e il 27%. Adesso, se consideriamo anche la risalita di Benoît Hamon, i poli sono quattro, ciò vuol dire che “il biglietto” per il ballottaggio può essere acquistato tra il 20% e il 22%.” Stando così le cose le oscillazioni sono ancor più rilevanti: in termini di voti assoluti un aumento o una diminuzione del 1,5% equivale a  500.000 elettori e conta infinitamente di più. Se a questo aggiungiamo la “volatilità” è chiaro che risulta difficile avere dei sondaggi precisi ed univoci.

Momento pubblicità: giovedì sera ho parlato dello scandalo Fillon e della situazione generale a 80 giorni dalle elezioni a Zapping, su Radio 1, con Giancarlo Loquenzi. Qui trovate il podcast. Sul mio profilo Facebook trovate invece le due dirette, quella di sabato da Emmanuel Macron e quella di stasera da Marine Le Pen.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, diciannovesima settimana: Hamon ha vinto le primarie!

Diciannovesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Prima di cominciare un annuncio importante: da ieri sono in Francia e seguirò tutta la campagna elettorale per le presidenziali sul campo. Sono davvero contento di questa possibilità e spero di potervi offrire un servizio ancora più preciso e più “vero” di quanto fatto sinora. Infine, stamattina sono stato ospite di Le Voci del Mattino, su Radio 1. Qui trovate il podcast, io parlo dal minuto 30 in poi.

Veniamo a noi: di cosa parliamo oggi?

1-Come sapete, Hamon ha vinto le primarie del Partito Socialista. Non è una sorpresa, ma è comunque un momento storico per il partito egemone della sinistra francese: per la prima volta sarà un esponente della minoranza a guidare i socialisti alle presidenziali.

2-È stato pubblicato un sondaggio molto interessante, ma da prendere con cautela

3-Mentre la sinistra sceglieva il suo candidato François Fillon ha parlato di fronte a 13.000 persone a Porte de la Villette, a nord di Parigi. Il candidato ha provato a reagire allo scandalo che abbiamo analizzato la settimana scorsa con un discorso molto accorato.

1-Hamon è il candidato socialista all’Eliseo

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Benoît Hamon ha vinto le primarie del partito socialista con il 58% dei voti, una vittoria netta e chiara. Sapevamo che per Valls era quasi impossibile recuperare lo svantaggio, viste le sue difficoltà in campagna elettorale e la dinamica favorevole al suo avversario, sempre crescente nei sondaggi dall’inizio della competizione. A giocare un ruolo decisivo però è stata la capacità di Hamon di presentare un progetto credibile rispetto ai temi più sentiti dagli elettori: ci aiuta questo grafico di Elabe, che mette in evidenza come la situazione economica e il bisogno di protezione sociale fossero in cima alle preoccupazioni degli elettori di sinistra, temi su cui Hamon ha evidentemente presentato un progetto ed una visione credibili e vicini alla sensibilità del suo elettorato.

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Come vedete, uno degli argomenti classici di Manuel Valls, la sicurezza e il terrorismo, è solo terzo, considerato prioritario dal 26% dei votanti. La credibilità internazionale, terreno in genere molto rilevante in un’elezione presidenziale, è l’ultimo tema citato dagli intervistati: solo il 7% degli elettori ha ritenuto le posizioni in materia di relazioni internazionali come una priorità nella scelta del candidato. Questo conferma quanto spiegato nelle settimane precedenti allo scrutinio: in massima parte i socialisti non hanno votato per un potenziale presidente della repubblica, quanto per il candidato che meglio incarnasse i valori di sinistra.

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Come potete notare il 56% ha votato per chi può rappresentare meglio i valori di sinistra, mentre solo il 44% ha votato per chi potrebbe far meglio il presidente della repubblica. Uno score quasi identico alle percentuali reali di voto.

Ieri sera sono stato al comitato di Benoît Hamon per attendere i risultati, e ho quindi parlato con moltissime persone. Su Left ho raccontato la serata, per cui se vi diverte un piccolo reportage lo trovate qui, ma voglio condividere con voi alcune impressioni. Mi ha molto colpito l’età media dei militanti/simpatizzanti, quasi tutti tra i venti e i trent’anni, universitari e molto entusiasti. Un segmento di elettorato composto da, direbbero qui in Francia, Bobo (bourgeois-bohème, l’equivalente del nostro radical chic), e non dalle classi che stanno pagando la crisi economica e le politiche di austerità, classi che il candidato ha più volte detto di voler rappresentare. Questo è forse in parte vero, ma andando a guardare i risultati nei quartieri popolari di Lille si nota come Hamon abbia ricevuto praticamente un plebiscito.

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Alla luce del sondaggio che commentiamo nel punto 2, e con tutte le cautele del caso, la dinamica è interessante perché potrebbe rendere Hamon molto competitivo nei confronti di Jean Luc Mélenchon: quello che è rimasto dell’elettorato popolare (ormai quasi tutto propenso a votare Front National) è per adesso affascinato dal messaggio da tribuno di Mélenchon; un candidato più “simpatico” e conciliante, con una proposta nuova e innovativa (il reddito universale) e spinto da due milioni di elettori che lo hanno legittimato alle primarie come Hamon, potrebbe però essere altrettanto attraente.

Ciò detto, Hamon deve affrontare due sfide, come individua il Monde:

-La prima è riunire intorno alla sua candidatura tutte le anime del partito.  Il compito è molto complesso: per capirci Manuel Valls venerdì aveva dichiarato di non poter difendere il programma di Hamon durante la campagna elettorale in caso di sua vittoria (e non parteciperà all’investitura ufficiale del candidato, domenica, perché in vacanza). Bisogna tener presente che Hamon è uno dei leader dei frondeurs, i ministri che hanno lasciato il governo Valls sbattendo la porta e hanno causato non pochi problemi all’esecutivo in Parlamento. Da un lato quindi Hamon dovrà trattare con alcuni deputati che chiederanno il “diritto di ritiro dalla campagna” nella tradizionale riunione del martedì all’Assemblea Nazionale, dall’altro dovrà far fronte agli eletti (deputati ma non solo) che saranno tentati da Emmanuel Macron, e potrebbero aggregarsi al suo movimento.

-La seconda è prepararsi a difendere il suo programma. Ne avevamo parlato già sabato: la sua proposta è da molti considerata inapplicabile perché costosissima e con serie implicazioni dal punto di vista sociale per la messa in discussione del lavoro come elemento fondante della nostra società. In questo senso sono interessanti le opinioni delle persone che erano ieri al comitato: tutti i militanti cui facevo notare le contraddizioni della proposta, la sua difficile applicabilità e la vaghezza in termini di coperture finanziarie, mi rispondevano allo stesso modo, che si riassume in quello che ha detto una ragazza, Clotilde: “in questi cinque anni abbiamo smesso di sognare, Hamon rappresenta la riconciliazione con le nostre idee. Il punto non è se le sue proposte sono realizzabili o meno: sinistra vuol dire anche utopia, avere il coraggio di proporre un cambiamento radicale”. Ecco, questo atteggiamento un po’ ingenuo difficilmente si riprodurrà nei dibattiti televisivi. Hamon è avvisato.

2-Un sondaggio, da prendere con molta cautela

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Il sondaggio è stato effettuato da Kantar Safres-One Point per Le Figaro dal 26 al 27 gennaio. Come vedete Macron ne esce rafforzato, visto che vincerebbe un eventuale ballottaggio in scioltezza sia contro Fillon che contro Marine Le Pen. La seconda notizia che ricaviamo è che Hamon sorpassa per la prima volta Jean Luc Mélenchon nelle intenzioni di voto al primo turno. Il terzo dato interessante è la percezione di Fillon, mentre a dicembre il 54% degli intervistati riteneva il candidato repubblicano di avere una statura presidenziale (il sondaggio è del JDD), oggi solo il 40% (in basso a destra) risponde in questo modo. Sono due sondaggi diversi, condotti con campioni e metodi non identici, ma uno scarto di 14 punti è comunque notevole.

Questa rilevazione va comunque presa con molta cautela: il campione intervistato è molto ristretto e non misura appieno l’effetto del Penelope Gate, lo scandalo che ha colpito François Fillon. Sta di fatto che al quartier generale dei repubblicani cominciano ad essere seriamente preoccupati per la crescita di Emmanuel Macron, che infatti è stato oggetto di numerosi attacchi durante il comizio tenuto da François Fillon a Porte de la Villette.

3-Fillon riempie La Villette, ma ci sono altri scandali

Ieri François Fillon ha tenuto un grande meeting a Porte de la Vilette con quasi 15.000 partecipanti. L’incontro, previsto da tempo per dare il via alla campagna elettorale, era diventato molto atteso a causa dello scandalo che ha coinvolto il candidato e sua moglie. Ne abbiamo parlato sabato, qui la puntata.

Fillon ha tenuto un ottimo discorso, duro in alcuni passaggi, e capace di trascinare le migliaia di simpatizzanti repubblicani venuti ad ascoltarlo. Dopo aver ribadito, davanti a tutti, la sua fiducia e il suo amore verso la moglie, ha arringato la sala affermando che non si lascerà intimidire: “per resistere a questa impresa di demolizione vi dico, dal fondo del cuore, grazie di essere qui, con me, con noi”. Il comizio ha rappresentato da un lato una dimostrazione di forza da parte di un candidato che nelle ultime settimane – al di là dello scandalo – non aveva brillato, dall’altro l’occasione per mostrare l’unità della famiglia politica repubblicana alle prese con una serie di polemiche interne rispetto alle scelte dei candidati nelle 577 circoscrizioni delle elezioni legislative.

Come detto però, uno dei motivi ricorrenti del discorso di François Fillon è stato l’attacco a Macron:

“Esiste una terza sinistra, che conosciamo poco. È Macron. Dice di avere un progetto; io lo attendo! Dice di essere riformatore; a priori, lo è meno di me! Fa credere di essere solo e di venire dal nulla; in realtà ha scritto il programma di Monsieur Hollande e ha messo in atto una gran parte del suo programma politico. È partito per una spedizione solitaria, ma i suoi sostenitori non sono tanto lontani come vuol far credere. Chi sono? Eh bene, è tutta la squadra di governo di Monsieur Hollande. Buongiorno novità! Macron è un uscente, è il bilancio di Hollande, è soprattutto il prototipo delle élites che non conoscono la realtà profonda del nostro paese”. 

Finora Fillon non aveva mai dedicato così tanta attenzione al leader di En Marche! e questo atteggiamento sarà con ogni probabilità mantenuto anche nelle prossime settimane se i sondaggi dovessero confermare la tendenza di Macron.

Veniamo, però, ai guai. Sabato abbiamo approfondito il presunto rapporto di lavoro fittizio tra Fillon e sua moglie Penelope. Per chi arriva adesso qui la puntata precedente. Durante il suo intervento televisivo di giovedì, pensato per difendersi dalle accuse, ad un certo punto il candidato repubblicano ha detto: “Quando ero senatore ho remunerato due dei miei figli come avvocati in ragione della loro competenza.” La dichiarazione, che ha sorpreso un po’ tutti perché resa spontaneamente, senza che il giornalista avesse chiesto informazioni al riguardo, è stata subito passata al setaccio dalla stampa, che ha scoperto, grazie all’inchiesta di Mediapart e del Journal du Dimanche, che i due figli di Fillon all’epoca non erano avvocati ma solo studenti di giurisprudenza.

Il settimanale L’Obs , dopo aver provocatoriamente notato che “tra i Fillon si ama lavorare in famiglia” ha spiegato che quando il candidato repubblicano era senatore, cioè tra il 2004 e il 2007, sua figlia Marie aveva tra i 22 e i 25 anni, mentre suo figlio Charles tra 20 e 23. Entrambi hanno passato l’esame e cominciato ad esercitare la professione quando il padre aveva già lasciato Palais du Luxembourg (il palazzo dove ha sede il Senato): Marie nel 2007, Charles nel 2010.

Accortosi dell’incongruenza il candidato ha dovuto fare marcia indietro, spiegando che la sua dichiarazione era stata imprecisa a causa dell’emozione. L’entourage ha chiarito ad AFP (l’equivalente della nostra Ansa) che Fillon intendeva dire che i due figli sono avvocati oggi, non che lo fossero all’epoca. Tra l’altro in Francia non è così raro che gli studenti universitari, specie durante gli ultimi anni, comincino già a lavorare e ad essere pagati per piccole consulenze legali. Sta di fatto che questa dichiarazione potrebbe portare ulteriori danni alla credibilità di Fillon.

Gli scandali che riguardano il periodo che Fillon ha passato al Senato non sono però finiti. Secondo un articolo di Mathilde Mathieu di Mediapart, il candidato repubblicano avrebbe ricevuto “dei crediti riservati alla remunerazione degli assistenti parlamentari con un sistema di commissioni occulte” dal 2005 al 2007. Il tutto grazie a uno stratagemma apparentemente piuttosto comune. I senatori, come i deputati, beneficiano di un assegno con cui pagano i loro collaboratori ma spesso non lo spendono completamente, dovendo quindi restituirne una parte. Per evitare di doversi occupare di queste questioni burocratiche molti parlamentari delegano la gestione del fondo al loro gruppo politico.

Ma, spiega la giornalista, tra il 2003 e il 2014 alcuni senatori dell’UMP (il vecchio partito di Fillon poi trasformatosi in Les Républicains) hanno recuperato quasi un terzo della cifra assegnatagli tramite un sistema detto “il ristorno”: questi fondi sarebbero transitati prima in un’associazione fantoccio chiamata Union républicaine du Sénat (URS) che si sarebbe poi occupata di distribuirli con assegni a suo nome.

Per questo affare sono indagati due senatori abbastanza importanti come Henri de Raincourt e René Garrec, ma per dei fatti posteriori al 2009. Il caso di François Fillon non sarebbe dunque al vaglio dei giudici ma la situazione rischia di metterlo in serio imbarazzo. L’entourage del candidato, raggiunto telefonicamente da Mediapart, ha dichiarato di non voler commentare un’indagine in corso, senza confermare né negare un suo eventuale coinvolgimento.

Infine, ancora un probabile incarico fittizio di Penelope Fillon, sua moglie. Penelope è stata pagata 5.000 euro lordi al mese per un anno e mezzo, tra maggio 2012 e dicembre 2013, in quanto redattrice della Revue des deux mondes. Anche in questo caso non si capisce bene se l’impiego fosse reale o meno: Michel Crépu, direttore della rivista, interrogato dal Canard Enchainé, ha spiegato che Penelope “ha firmato due o forse tre note di lettura” ma “in alcun momento […] ho avuto la minima impressione di quello che potrebbe somigliare a un lavoro di consigliere letterario”. Sul tema è stata aperta un’inchiesta preliminare, venerdì la procura ha perquisito gli uffici della rivista e i rapporti molto stretti tra François Fillon e l’editore della rivista Marc Ladreit de Lacharrière non aiutano a placare i sospetti.

Mentre scrivo i coniugi Fillon sono in procura a parlare con i magistrati, vedremo come andrà a finire. Per qualunque aggiornamento non esitate a scrivermi o a controllare i miei social (specialmente Twitter).

Per oggi è tutto, ci sentiamo domenica! (Per chi vuole, sabato pomeriggio farò una diretta Facebook da Lione, dove Emmanuel Macron terrà un grande comizio).

P.S. Mi è stato fatto notare che nella scorsa newsletter ho mancato il link all’editoriale di Emmanuel Macron sull’Europa, pubblicato in Italia dal Sole 24 Ore. Lo trovate qui.

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