Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentesima settimana: viva le campagne elettorali!

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Di cosa parliamo oggi?

1-Quattro candidati possono qualificarsi al ballottaggio. La situazione è inedita e difficilmente prevedibile. Come ci siamo arrivati?

2-Jean-Luc Mélenchon continua a recuperare nei sondaggi. Cosa rappresenta il candidato della France Insoumise?

1-Viva le campagne elettorali!

Questa newsletter, che con grande fantasia ho battezzato Présidentielle2017, è cominciata il 25 settembre 2016. Se mi avessero detto che avrei assistito in prima persona ad una delle campagne elettorali più strane e imprevedibili della quinta repubblica francese ci avrei creduto, perché le premesse per un’elezione diversa dalle altre c’erano tutte. Ma che arrivassimo al punto in cui siamo oggi, con quattro candidati in pochissimi punti a una settimana dal voto era impensabile. Guardate questo sondaggio e per una volta ignorate i numeri, ma fate attenzione ai nomi.

Sondaggio 1

La situazione attuale è invece questa

Sondaggio 2

Il sondaggio è stato condotto dall’istituto Ipsos

Sono scomparsi due ex presidenti della repubblica (Hollande e Sarkozy) e due ex primi ministri (Juppé e Valls, che non era inserito in questo sondaggio ma iniziava ad apparire in alcune simulazioni). I candidati dei due principali partiti, Benoît Hamon e François Fillon, non figuravano nemmeno tra i possibili nomi in corsa.

Ci sono due insegnamenti che possiamo trarre da queste istantanee. Il primo è che il sistema politico che ha retto il paese dal 1958 ad oggi è completamente saltato. Tra i quattro candidati che possono aspirare alla qualificazione al ballottaggio solo uno, François Fillon, è il leader di un partito tradizionale, che tra l’altro ha scalato da outsider; Marine Le Pen rappresenta il partito erede del governo collaborazionista di Vichy, quel Front national considerato fino a pochi anni fa una vergogna nazionale; Emmanuel Macron è un giovane funzionario di 39 anni, ex banchiere, che ha fondato un movimento politico un anno fa con l’esplicito proposito di andare oltre le divisioni tradizionali destra-sinistra; Jean-Luc Mélenchon è il candidato della sinistra radicale, un politico di lungo corso che ha lasciato il partito socialista dopo anni di cocenti e umilianti sconfitte ai congressi interni.

Forse non cambierà il sistema istituzionale con cui funziona la Francia, avremo ancora un Presidente della Repubblica eletto a suffragio universale e un Parlamento eletto con un maggioritario a doppio turno, ma il sistema dei partiti che vedremo affermarsi dopo il 7 maggio sarà completamente diverso. È fisiologico che gli attori politici cambino e le esperienze ideologiche arrivino ad una conclusione: probabilmente è questo che ho raccontato e visto in questi mesi, insieme a voi che come me vi siete divertiti, siete stati sorpresi dagli scandali e dai colpi di scena, e ora siete curiosi di capire come va a finire.

Sullo sfondo François Hollande, un presidente talmente impopolare da suscitare non odio, non rabbia ma indifferenza e talvolta ironia. François Hollande, primo Presidente della Repubblica a non poter difendere il suo mandato, distrutto dalla sua vanità e dalla sua incapacità di farsi comprendere dai francesi. François Hollande, che continua a dare interviste ai giornali commentando serenamente l’attualità politica come fosse un editorialista, giudicando i vari candidati e lasciando intendere qual è la sua preferenza: Emmanuel Macron, autore di una scommessa politica “coraggiosa” e dopotutto “in continuità” con la sua presidenza. François Hollande, il Capo dello Stato più impopolare della storia che ha concluso il suo mandato, ironia della sorte in una campagna segnata dagli scandali, senza essere toccato nemmeno da un’inchiesta o da un sospetto.

L’altro insegnamento, tale per la tendenza a considerare i sondaggi come degli oracoli, è che le campagne elettorali servono a modificare le preferenze dei cittadini, a imporre temi all’opinione pubblica. Il modo in cui sono gestiti i mesi precedenti allo scrutinio può far vincere o perdere un’elezione. Affrontare una campagna presidenziale è un esercizio lungo ed estenuante dove nulla è acquisito: ogni voto va conquistato e poi difeso. Esistono favoriti, non esistono vincitori designati. Sono molte le analisi sulla “società liquida”, sui punti di riferimento sempre meno validi e sulle fluttuazioni delle nostre preferenze. Le curve dei sondaggi degli ultimi due mesi ne sono una dimostrazione empirica.

Sondaggio 3

2-Cosa rappresenta il candidato della France Insoumise

Mercoledì sono andato a Lille, una piccola città del nord-est vicina al confine belga, dove ha tenuto un grande comizio Jean-Luc Mélenchon. Nella grandissima sala allestita dagli organizzatori c’erano dodicimila sedie, tutte occupate, più un migliaio di persone rimaste in piedi. Come d’abitudine ai meeting di Mélenchon in molti sono rimasti all’aperto a seguire il comizio sul maxischermo (al freddo e al vento, tra l’altro), perché non c’erano più posti all’interno, a dimostrazione di quanto il leader della France Insoumise susciti curiosità. Anche a Strasburgo, in un altro comizio che sono andato a seguire a febbraio, non tutti riuscirono a entrare ma non c’erano maxischermi. Risultato? Mélenchon parlò per un’ora da un piccolo palco di fortuna allestito nella piazza riempita dai suoi sostenitori, prima di entrare e parlare a chi lo aspettava in sala per altre due ore e mezza. Una maratona di tre ore e mezza.

Foto 1

Ecco il Maxischermo

Andare ad un comizio di Mélenchon è molto interessante e istruttivo.  La prima cosa che ho notato è la partecipazione: ci sono sempre più persone di quanto i palazzetti ne possano contenere, all’entrata i militanti della galassia che compone il cartello della sinistra distribuiscono giornali, libri e il programma del candidato. Sono tutte situazioni che agli incontri degli altri candidati si presentano molto meno, o per nulla. Durante il discorso sono tutti attentissimi, in silenzio: il leader parla per due ore di fila, senza mai fermarsi, con un foglietto dove ha scritto la scaletta che guarda di tanto in tanto,   giusto per ricordare quali sono gli argomenti che dovrà trattare. Per intenderci, Marine Le Pen e François Fillon salgono sul palco con il discorso e leggono quanto devono dire, alzando di tanto in tanto la testa per guardare l’uditorio.

La seconda cosa che ho notato mercoledì è la sorpresa. Quando andavo ai comizi di Mélenchon a febbraio trovavo un popolo di convinti, di persone che hanno sempre votato sinistra radicale e come al solito orgogliosamente rassegnate alla testimonianza. Adesso invece si respira entusiasmo, quasi incredulità: “La rivoluzione la possiamo fare davvero, nessuno ci credeva, nemmeno io che seguo la campagna da ottobre” mi ha spiegato una ragazza che lavora nello staff. E poi, sintomo della grande dinamica positiva che sta caratterizzando la campagna di Mélenchon, si incontrano i curiosi, gli indecisi.

Persone che fino a poche settimane fa non avevano nemmeno letto il programma della France Insoumise “tanto non ce la farà mai”, ora partecipano ai comizi per capire meglio cosa propone un candidato che dopotutto potrebbero votare, perché “Hamon ormai è fuori dai giochi” e Macron poteva piacere ma “Mélenchon è davvero di sinistra, e a questo punto perché non dargli una possibilità”.  Non si incontrano solo simpatizzanti di sinistra però, ma anche qualcuno che potrebbe votare Marine Le Pen, una cosa che ho trovato abbastanza sorprendente in un ambiente che a prima vista sembrava molto di sinistra.

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Il palco è sotto quel cubo che vedete al centro con gli schermi

La conversazione che ho avuto con Didier, commerciante di Lille, è stata rivelatrice su quanto spesso diamo per scontato le idee di chi abbiamo di fronte. Spesso chiedo alle persone che incontro cosa voterebbero al secondo turno; l’ho fatto anche stavolta, ma presupponendo l’avversione al Front national del mio interlocutore, chiedendo quindi “al ballottaggio andrà a votare contro il Front national o si asterrà?”. L’intervistato, venuto al comizio da solo, prima di rispondere si è guardato intorno, come impaurito che qualcuno potesse sentirlo, e poi ha detto: “guardi che al secondo turno voterei Mélenchon o Marine Le Pen. Il sistema non funziona più, voterò per chi promette di farlo saltare”.

Mélenchon rappresenta un fenomeno strano. Ha 65 anni, è in politica da quando ne ha 17, è stato ministro, funzionario di partito e leader della minoranza socialista per decenni. Non è un personaggio nuovo anzi, per certi versi potremmo definirlo “arcaico”. Eppure è riuscito a presentarsi come una vera novità, come qualcuno in grado di “sortir les sortants”, mandare a casa chi ha gestito il potere fino ad oggi. Oltre al successo nei dibattiti di cui abbiamo parlato nelle scorse puntate, Mélenchon ha dimostrato di essere molto a suo agio con le nuove tecnologie, oltre ad avere un’équipe di campagna innovativa e a tratti geniale: il 5 febbraio ha parlato da Lione e in contemporanea è apparso, in ologramma, a Parigi.

 

L’idea ha riscosso un successo notevole, tanto che per martedì prossimo sono previsti 6 “meeting in ologramma”: Mélenchon sarà quindi a Digione, di persona, e contemporaneamente a Nantes, Clermont-Ferrand, Grenoble, Nancy, Port à la Reunion e Montpellier.

Ha avuto poi la capacità di portare al centro del dibattito pubblico idee talmente superate o trascurate da apparire nuove, anche se nuove non sono. Ciò che propone Mélenchon non è rivoluzionario o utopista come il reddito universale di esistenza proposto da Benoît Hamon, è pienamente nella tradizione della “gauche de la gauche”, finora minoritaria nel paese ma sempre esistita. Nel suo programma, l’Avenir en Commun, si leggono proposte come il divieto di licenziamenti collettivi per motivi economici, l’uscita totale dall’energia nucleare, una tassa del 100 per cento sopra una determinata soglia di reddito, il ritorno della pensione a sessant’anni.

C’è infine il punto sull’Europa: Mélenchon propone di riscrivere tutti i trattati europei per chiudere definitivamente la stagione dell’austerità, eliminare l’indipendenza della BCE in modo da poter svalutare l’euro rispetto al dollaro. Se non dovesse esserci accordo sui nuovi trattati il candidato della France Insoumise ha pronto il piano b, ciò che non aveva Alexis Tsipras e che ha portato al fallimento le sue trattative con l’Europa: l’uscita unilaterale dopo un referendum. Secondo Mélenchon è questa minaccia, unita al peso politico della Francia all’interno dell’Unione, che renderà credibile la sua proposta di riforma, che altrimenti non verrebbe presa sul serio.

Il personaggio della settimana

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Nessun politico ha attirato la mia attenzione, per cui questa settimana vi segnalo Anne Nivat, giornalista freelance spesso inviata in zone di guerra (è stata in Cecenia, Iraq e Afghanistan). Nivat ha fatto un lungo viaggio in Francia cercando di capire com’è cambiata la vita quotidiana nei centri più piccoli, raccogliendo le interviste e le sue impressioni nel libro “Dans quelle France on vit”, in che Francia viviamo, uscito da poco. Se capite il francese consiglio di comprarlo perché spiega molto bene un paese che crediamo di conoscere e che invece spesso ignoriamo completamente.

Consigli di lettura

Un’interessante analisi del JDD sulle motivazioni di chi vota Front national. Secondo il settimanale si tratta ancora di un voto di “collera”;

-Secondo Contrepoints, il programma di Mélenchon è “un’aberrazione”. Hector Allain ha raccolto dieci punti particolarmente significativi, dal suo punto di vista.

-François Hollande ha rilasciato una lunga “intervista testamento” al Point in cui ha implicitamente detto che voterà per Macron. Secondo il Figaro il leader di En Marche! deve stare molto attento alle attenzioni del presidente, che porta un bilancio incoerente.

Per oggi è tutto, ma non ci sentiremo domenica prossima ché si vota. Come durante le primarie vi arriveranno due newsletter, una venerdì, per fare il punto della situazione e una lunedì, per commentare il risultato.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventinovesima settimana: a due settimane dal voto, Macron è davvero il favorito?

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1-Il settimanale L’Obs ha analizzato la composizione dell’elettorato di Macron. Lo studio è interessante e conferma, in parte, la grandissima differenza tra la Francia che vota per l’ex ministro dell’economia e la Francia che vota per Marine Le Pen.

2-Non si vota solo per le elezioni presidenziali, ma anche per quelle legislative, esattamente un mese dopo il secondo turno. Come influiscono queste elezioni sulla campagna elettorale?

3-L’elettorato resta molto indeciso, e ormai i candidati potenzialmente qualificabili al secondo turno sono quattro. La situazione è molto aperta, e diventa sempre più difficile parlare di “favoriti”.

1-L’elettorato e i rischi Emmanuel Macron

Emmanuel Macron è l’unico dei cinque maggiori candidati a non aver mai partecipato ad un’elezione e ad aver fondato un movimento dal nulla, senza alcun radicamento sul territorio. Il fenomeno è completamente nuovo ed è quindi molto interessante comprendere da chi è composto il suo elettorato, anche perché non abbiamo precedenti su cui basare le analisi. In questo primo grafico potete notare come la parte più rilevante degli elettori di Macron provenga dall’elettorato di François Hollande del 2012 ma, come analizzato la settimana scorsa, esiste una componente rilevante che alle scorse elezioni scelse Nicolas Sarkozy: un quinto di chi oggi dichiara di essere pronta a votare per Emmanuel Macron nel 2012 ha votato UMP. Infine il 15 per cento degli elettori potenziali dell’ex ministro dell’economia votò per François Bayrou, seguiti da una piccola parte che nel 2012 scelse i due estremi, Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon.

Sondaggio 1

Il leader di En Marche! ha sempre rivendicato la sua centralità nel sistema politico francese, per contrapporla al centrismo, un posizionamento che non è mai riuscito a diventare egemone: proprio François Bayrou, oggi suo alleato, nel 2007 provò a scardinare l’alternanza socialisti-gollisti ottenendo un ottimo risultato (il 18,5 per cento) ma non qualificandosi per il secondo turno. La sfida di Macron è appunto questa, presentarsi come capace di incarnare il meglio di quanto hanno proposto negli anni la destra e la sinistra per cambiare la Francia al di là delle etichette dei vecchi partiti. Può essere la sua forza, ma anche la sua debolezza, e l’indecisione del suo elettorato lo conferma: piace potenzialmente a tutti ma non convince fino in fondo.

L’analisi della sociologia elettorale, cioè delle categorie sociali da cui è composto il suo elettorato, conferma in parte la percezione di Macron come il candidato di chi ha vinto la sfida della globalizzazione.  Questo è vero, visto che Macron è il più votato nelle fasce di popolazione benestanti: il 32 per cento della classe media superiore dichiara di votare per lui. I risultati nelle parti meno benestanti dell’elettorato sono però di tutto rispetto: Macron raccoglie il 27 per cento delle classi medie inferiori e non crolla all’interno delle categorie modeste e povere che per il 19 per cento sono con il leader di En Marche!.

Sondaggio 2

Cos’è che tiene insieme queste persone con un tenore di vita così diverso? Come ha spiegato all”Obs Jérôme Fourquet, direttore dell’istituto che ha condotto il sondaggio: “la postura e il discorso molto ottimista e positivo di Emmanuel Macron sono elementi essenziali della sua performance. Al contrario, Marine Le Pen ha un risultato colossale tra i pessimisti. Ecco che abbiamo due paesi completamente diversi rappresentati dai due candidati. Non è solo la Francia che sta bene a votare Macron, ma anche la Francia che pensa che andrà bene nel futuro, che la situazione potrà migliorare. Sono gli ottimisti a votare per il leader di En Marche!”. E infatti specularmente sono le classi più pessimiste a votare per Marine Le Pen, molto popolare soprattutto tra gli operai (siamo intorno al 40 per cento), una delle classi sociali più esposte alla globalizzazione e agli effetti che produce o potrebbe produrre (delocalizzazione, abbassamento dei salari, aumento del tempo di lavoro).

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Ma, come ben sa chi segue da tempo questa newsletter, Macron ha un elettorato molto volatile: il fatto che lo ricordi a me stesso e a voi ogni settimana non è un ottimo segno e la leggera flessione osservata nelle ultime due settimane nei sondaggi ne è un sintomo. Molto del suo successo si basa sulle debolezze dei suoi avversari, specialmente di Fillon e Hamon, ma la situazione potrebbe evolvere. Mancano quindici giorni di campagna elettorale, e nulla esclude un repentino cambiamento di opinione del suo elettorato, magari affascinato dallo stile e da alcune proposte ma alla fine non troppo convinto di un’avventura piena di incognite, soprattutto per quanto riguarda le successive elezioni legislative. Infine c’è la questione astensione: tutti i gran risultati di Macron sono tarati sul 66 per cento di partecipazione, molto bassa se consideriamo i precedenti: nel 2012 votò il 79,5 per cento, nel 2007 quasi l’84 per cento, nel 2002, quando l’astensione fu considerata molto alta, votarono comunque il 71,6 per cento dei francesi. Cosa succede se l’astensione ritorna a livelli fisiologici?

Da questo punto in poi i sondaggi che leggete sono elaborati dall’istituto IFOP, nel riepilogo settimanale di giovedì 6 aprile

Sondaggio 4

2-La questione delle legislative

In molti mi stanno ponendo la domanda sulle elezioni legislative che si terranno a giugno, subito dopo le presidenziali, quindi è utile mettere qualche punto fermo, perché se ne parlerà sempre di più.

Cosa si vota e come si vota?

Un mese dopo le elezioni presidenziali viene rinnovata l’Assemblea Nazionale, la camera bassa francese che dà la fiducia al Governo (ma non al Presidente che, eletto direttamente dal popolo, non è legato dal rapporto di fiducia con il Parlamento). Se Assemblea e Presidente sono di un partito diverso si genera il fenomeno della cohabitation,  perché il Presidente deve convivere con un Governo impostogli da una maggioranza parlamentare ostile. Questa situazione si è presentata più volte nella storia della V Repubblica perché Assemblea e Presidente erano eletti in momenti diversi, la prima ogni 5 anni, il secondo ogni 7. Dal 2002 sono stati uniformati i due mandati, con il risultato che le elezioni legislative sono diventate un’elezione di conferma: finora la regola è sempre stata che chi vince le presidenziali vince anche le legislative.

Il territorio francese è diviso in 577 collegi uninominali a doppio turno  assegnati con il meccanismo seguente: se nessun candidato arriva al 50 per cento al primo turno si qualificano al secondo tutti i candidati che hanno ottenuto almeno il 12,5 per cento degli iscritti alle liste elettorali, il che vuol dire, con l’astensione, più o meno il 20 per cento dei voti validi. In uno scenario in tre blocchi è possibile che si creino molti  scontri “triangolari” tra un candidato di sinistra (oggi con più probabilità En Marche!), uno di destra e uno del Front National.

Qual è il problema allora? Il problema è che l’elezione legislativa non è la presidenziale, il carisma e la capacità di parlare a una parte ampia di elettorato del candidato presidente non basta a vincere nei collegi, dove i meccanismi di scelta degli elettori possono essere diversi. Storicamente le elezioni legislative, come qualunque elezione che prevede i collegi uninominali, privilegia partiti molto organizzati sul territorio con candidati che spesso sono eletti per decenni nella loro circoscrizione. Per intenderci, il Front National, che alle ultime presidenziali ha raggiunto il 17,9 per cento alle presidenziali, ha raccolto solo il 13,6 per cento alle successive legislative. Risultato? Solo due deputati eletti.

L’unico, al momento, in grado di garantire una maggioranza parlamentare solida è François Fillon, a capo di un partito strutturato e con candidature storiche e competitive in moltissimi collegi; gli altri due candidati in testa nei sondaggi non possono affermare lo stesso anche se le aspettative nei loro confronti sono diverse. Non essendo favorita per la vittoria finale, Marine Le Pen non riceve molte domande o critiche sulla sua probabile incapacità di formare una maggioranza presidenziale; la stessa cosa non si può dire per Emmanuel Macron, che invece al momento è favorito e quindi viene spesso interrogato sull’argomento.

 

Macron presenterà candidati in tutti i 577 collegi, ma per adesso ne ha investiti ufficialmente solo 14. Questo sta cominciando ad essere un problema: in moltissime circoscrizioni i candidati degli altri partiti sono già in campagna elettorale, presentare uno sconosciuto può anche andar bene ma servono tempo e risorse per conoscere il territorio, chi ci abita, quali sono i suoi problemi specifici. L’accusa mossa a Macron è di avere dei “candidati internet”, persone senza alcun radicamento territoriale, che non hanno mai fatto politica e che non riusciranno ad essere eletti.

Perché En Marche! ha impiegato così tanto tempo a scegliere i suoi candidati? Si possono trovare tre possibili risposte. La prima è il tempo: il movimento di Macron è nato esattamente un anno fa e si propone di portare al potere una nuova classe dirigente. Il movimento è sì verticale, perché non può prescindere dalla figura del suo leader, ma è (o si vuole) allo stesso tempo orizzontale, perché ha costruito il suo programma dopo una grande campagna di ascolto dei problemi del paese e ha, appunto, dato la possibilità a chiunque di proporre la propria candidatura su internet. La candidatura è stata poi selezionata da un’apposita commissione di investitura che ha lavorato a tempo pieno, “un lavoro titanico” ha spiegato Jean-Paul Delevoye, il presidente della commissione, che ha avuto bisogno di tempo e grandissimi sforzi per individuare i candidati adatti.

Il secondo motivo è che ad En Marche! sono convinti che la vittoria alle presidenziali basti per vincere alle legislative, quindi i candidati nei collegi beneficeranno automaticamente dell’affermazione di Macron senza dover fare campagna: “se i francesi eleggono Macron è perché vogliono che governi. Se ti eleggono poi ti danno il potere” mi ha detto un deputato marcheur sabato scorso a Marsiglia, “è sempre successo così. Anche se candidassimo lei che è italiano in un collegio, e il collegio è competitivo, sarebbe eletto”. Ora, non metto in dubbio il mio ascendente sull’elettorato francese, ma un atteggiamento del genere mi è parso abbastanza ingenuo: Macron ha rotto troppe regole delle presidenziali per essere così convinto che l’unica valida è quella, a lui molto conveniente, che presidenziali e legislative abbiano lo stesso risultato.
Infine e motivo più probabile, Macron è consapevole che non avrà una maggioranza monocolore all’Assemblea Nazionale e quindi sta aspettando la vittoria alle presidenziali per formare una sorta di grande coalizione. Un’ipotesi del genere è praticabile anche perché alcuni esponenti dei partiti tradizionali si sono già detti disponibili: la settimana scorsa erano stati i deputati vicini a Manuel Valls a evocare un sostegno a Macron, non è escluso che la corrente più centrista dei repubblicani possa iniziare a ragionare nello stesso modo, soprattutto se Fillon dovesse essere eliminato con una percentuale molto bassa.

3-Verso una sfida a quattro

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Chi è iscritto da un po’ a questa newsletter conosce bene la grande incertezza dell’elettorato. Questa incertezza comporta che i due candidati favoriti per l’accesso al ballottaggio siano molto fragili, Macron perché ha elettori meno motivati degli altri, seppure in aumento rispetto a due mesi fa, Marine Le Pen perché ha elettori molto motivati ma, per adesso, non è riuscita a convincere chi non ha ancora compiuto la sua scelta. Così, l’inaspettata solidità della candidatura di Fillon e la dinamica che stiamo osservando da parte di Jean-Luc Mélenchon diventano un rischio concreto che insidia la loro posizione, anche perché, come più volte detto, gli indecisi sono molti e potenzialmente decisivi, soprattutto con delle percentuali di accesso al secondo turno così basse.

Sondaggio 6

Come potete notare la volatilità è più alta nei tre candidati di sinistra che negli altri due. François Fillon ha perso quasi dieci punti da quando ha vinto le primarie, è quindi fisiologico che i suoi elettori siano più sicuri: sono di meno, più fedeli, non hanno cambiato idea durante la fase più critica dello scandalo, non lo faranno adesso. Questo è ciò che gli ha permesso di rimanere in gioco sin qui e il suo piccolo recupero si spiega con la percezione diffusa che non è un candidato spacciato, che dopotutto è ancora competitivo. Marine Le Pen ha invece un elettorato abituato a votarla, si è mobilitato alle europee del 2014 (24,8 per cento), alle regionali del 2015 (27,7 per cento) nulla indica che non lo rifarà anche alle presidenziali.

L’indecisione che invece osserviamo per i candidati di sinistra è giustificata da due motivi. Il primo è la prossimità: è meno costoso, per un elettore, passare da Hamon a Mélenchon o da Hamon a Macron che da Hamon a Marine Le Pen. Chi si ritiene di sinistra oggi in Francia ha un’offerta molto più ampia del solito nei candidati maggiori, quindi  tende a mettere più facilmente in discussione la propria scelta. A questo va aggiunta la componente “voto utile”: se fino a due settimane fa solo Macron poteva rappresentare un candidato competitivo per arrivare al ballottaggio, oggi non è più così. Mélenchon è distanziato di poco e protagonista di una dinamica molto positiva, può quindi essere percepito non solo come un voto identitario ma persino come un voto utile. Tutto questo va a detrimento di Hamon, ormai stabilmente sotto il 10 per cento e, a questo punto, pericolosamente vicino alla “soglia di scomparsa”, il 5% per cento sotto il quale le spese della campagna elettorale non sono rimborsate.

Il personaggio della settimana

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Martedì c’è stato il secondo dibattito tra i candidati, e stavolta hanno partecipato tutti. Tra i minori, quello che si è distinto di più è stato Philippe Poutou, non solo per l’abbigliamento poco convenzionale (eufemismo) ma anche per essere stato in grado di attaccare François Fillon e Marine Le Pen sui loro guai con la giustizia. È vero che per Poutou il dibattito ha rappresentato i famosi quindici minuti di celebrità warholiana, ma una campagna presidenziale vive anche di questi momenti.

 

Consigli di lettura

-Eric Dupin su slate.fr ha analizzato la sociologia elettorale di Emmanuel Macron e Marine Le Pen ed è arrivato alla conclusione che la vittoria del leader di En Marche! è meno scontata di quanto sembri. Grazie a Lorenzo per la segnalazione;

Una lunga intervista al filosofo Marchel Gauchet, che analizza l’ideologia di Emmanuel Macron;

Chi è Jean Pisani-Ferry, eminenza grigia di Emmanuel Macron? Un lungo ritratto, in inglese, di Politico;

Prima di finire un paio di errori: ho sbagliato il link del pezzo su come Marine Le Pen può vincere (qui il link) e ho scritto che Mélenchon è stato ministro dal 2002 al 2004, mentre lo è stato dal 2000 al 2002. Scusate la confusione!

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventottesima settimana: Mélenchon decolla, Fillon rischia

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Di cosa parliamo oggi?

1-Emmanuel Macron ha ricevuto il sostegno di Manuel Valls. Perché questa scelta?

2-Mélenchon continua a salire nei sondaggi, ora è al 15 per cento e minaccia addirittura la terza posizione di Fillon;

3-A proposito di Fillon, al candidato repubblicano mancano 10 punti percentuali rispetto all’elettorato 2012 di Nicolas Sarkozy. Per chi votano queste persone?

1-Valls vota per Macron ma non lo sostiene

(chi ha letto il mio post su Facebook di mercoledì può andare al punto 2 senza perdersi granché)

Manuel Valls, che è stato primo ministro di Hollande dal 2014 sino al dicembre 2016, è il rappresentante della destra socialista, ed è stato sconfitto da Benoît Hamon alle primarie del Partito Socialista che si sono svolte a fine gennaio, ha dichiarato che voterà per Emmanuel Macron fin dal primo turno.

La sua scelta ha sicuramente delle motivazioni sincere. Manuel Valls è davvero convinto che il Front National sia “alle porte del potere” come ripete ormai da anni, e che ci sia bisogno di alleanze straordinarie per fermarlo; una scelta del genere è poi coerente con le sue idee, molto più vicine a quelle di Macron che a quelle di Hamon, più volte definito “settario” e “fuori dalla realtà”. Infine, Valls detesta personalmente Hamon (lo ha definito “microbo” in privato),  e non ha dimenticato che il candidato ha passato due anni e mezzo all’Assemblea Nazionale cercando di sabotare il suo governo, contro cui ha anche firmato e promosso una mozione di sfiducia.

I motivi sono però più profondi, e di questo è consapevole anche Macron, che ha convocato una conferenza stampa il martedì proprio per anticipare la dichiarazione di Valls, avvenuta mercoledì, fissando tre regole per il post presidenziali, cucite su misura per l’ex primo ministro. Primo: chi si candida con me lo fa sotto il mio simbolo, con la mia maggioranza presidenziale; secondo: nessuno al governo che sia già stato ministro, tranne il capo del governo che avrà esperienza politica; terzo: i sostegni valgono un voto, non un’investitura alle legislative.

Tra Valls e Macron non corre buon sangue, visto il grande scontro che hanno animato quand’erano primo ministro e ministro dell’economia: Macron era quasi riuscito a portare a casa la riforma che porta il suo nome con una maggioranza trasversale all’Assemblea Nazionale ma Valls, per evitare il successo del suo rivale interno, scelse il ricorso al 49.3, cioè la questione di fiducia, facendo cadere gli emendamenti comuni e approvando la legge così com’era, senza compromessi, mandando su tutte le furie l’inquilino di Bercy.

Quando martedì, alla conferenza stampa, ho chiesto a un deputato vicino a Macron come avrebbero gestito il sostegno di Valls mi ha risposto “ma Manuel e Emmanuel sono molto amici, non c’è nessun problema”. Momento di silenzio e poi risate sia sue che dei giornalisti che stavano ascoltando, “dovreste prendere più sul serio i vostri interlocutori” ha scherzato prima di rientrare al QG.

Con ogni probabilità quindi Valls non sarà candidato con En Marche! anche perché la prima reazione del Partito Socialista, nelle parole del suo segretario, Jean Christophe Cambadélis è stata di “tristezza per la scelta” condita da “un appello alla calma”, ma senza alcun riferimento ad un’eventuale espulsione.

Perché questa scelta, allora? La scommessa di Valls è che Macron sarà eletto presidente della Repubblica, ma non avrà una maggioranza solida all’Assemblea Nazionale, motivo per cui un gruppo social-liberale da lui guidato potrebbe rivelarsi preziosissimo, sia in Parlamento che al Governo. Insomma Valls, dopo aver archiviato definitivamente la (breve) avventura di Hamon, ormai quinto nei sondaggi e autore di una campagna elettorale poco entusiasmante, sta cercando di sabotare il progetto politico di Macron, votandolo, ma scommettendo sul suo fallimento quando dovrà formare la maggioranza parlamentare. A completamento di quest’analisi basta vedere la dichiarazione di Didier Guillaume, presidente del gruppo socialista al Senato e direttore della campagna di Valls alle scorse primarie, che ha chiarito che i vallsisti si candideranno in autonomia, ma con “vocazione” a governare in una maggioranza con Emmanuel Macron.

2-La dinamica di Mélenchon continua

Il candidato della France Insoumise è il candidato che più ha guadagnato nei sondaggi nelle ultime settimane. Jean-Luc Mélenchon, per chi non lo conoscesse, è il leader della sinistra radicale francese. Dopo essere stato uno degli animatori del trotzkismo francese nei primi anni ’70, entra nel Partito Socialista attirato dal progetto politico di François Mitterrand. Ministro dell’istruzione tra il 2000 e 2002 durante il governo di Lionel Jospin, ha rappresentato la minoranza di sinistra del socialismo post-Mitterrand sino alla decisione di abbandonarlo nel 2008 per fondare il Front de Gauche, unione delle varie anime che compongono la galassia alla sinistra del Partito Socialista. Per il Front de Gauche è stato candidato al primo turno delle presidenziali del 2012, ed è candidato anche ora ma in autonomia, sostenuto dal Partito Comunista francese.

Quando il primo febbraio l’istituto IFOP ha cominciato il suo “rolling-poll” in collaborazione con Paris Match, cioè la pubblicazione di un sondaggio quotidiano per registrare le oscillazioni e le tendenze delle intenzioni di voto, Mélenchon era stimato al 9 per cento ma scontava la grande attenzione mediatica riservata a Benoît Hamon, che aveva appena vinto le primarie e raccoglieva il 18 per cento delle intenzioni di voto. Dopo un fisiologico riavvicinamento tra i due candidati di sinistra, due settimane fa è successo qualcosa: il 17 marzo Mélenchon ha tenuto un grande comizio in Place de la Bastille, la piazza storica della sinistra francese, e soprattutto ha partecipato al dibattito tv, risultando molto efficace e a suo agio. E infatti la curva nei sondaggi si è invertita, come potete notare il leader della sinistra radicale distanzia Hamon di cinque punti ed è protagonista di una progressione che a questo punto minaccia persino la terza posizione di François Fillon.

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Come c’è riuscito? Innanzitutto Mélenchon beneficia del disastro che in questo momento rappresenta il Partito Socialista in sé, dilaniato dalle lotte interne e portatore di un bilancio, quello di François Hollande, complicatissimo da difendere. La campagna poco entusiasmante di Benoît Hamon, di cui abbiamo già parlato in questa puntata, ha dato il colpo di grazia all’immagine dei socialisti e reso Mélenchon il vero campione della sinistra, che per ora perde, ma quantomeno perde bene. Infine, e probabilmente cosa più importante, Jean-Luc Mélenchon, come Marine Le Pen, è alla sua seconda campagna presidenziale e parte da un ottimo risultato: nel 2012 raccolse l’11,1 per cento, una percentuale di tutto rispetto soprattutto vista la campagna di François Hollande, molto a sinistra e facilitata dalla volontà di farla finita con Sarkozy.

La scelta di dove e quando organizzare le riunioni pubbliche, di come dosare le energie e utilizzare la possibilità data dalla televisione per  crever l’écran, “bucare lo schermo”, è fondamentale per chiudere la campagna in crescendo puntando, stavolta, sulla capacità di rassicurare piuttosto che sulla postura protestataria per cui era famoso anni fa: “Jean-Luc è più forza tranquilla che rumore e furore adesso” ha spiegato all’Obs Eric Coquerel, uno dei suoi principali sostenitori; “Sono più filosofo che mai e meno impetuoso, la conflittualità ha mostrato i suoi limiti e io ho 65 anni, l’età ha avuto un’influenza su di me” ha detto oggi in una lunga intervista concessa al JDD.

3-Dove sono andati a finire gli elettori della destra gollista?

Nel 2012 Nicolas Sarkozy ha perso le elezioni ma di poco e con un risultato al primo turno che oggi gli invidierebbero tutti: il 27,1 per cento. Oggi François Fillon, che ha strappato la candidatura alle presidenziali eliminando proprio Sarkozy al primo turno delle primarie, è stimato intorno al 17 per cento, punto più punto meno: dove sono finiti i quasi dieci punti che gli mancano?

Secondo i dati elaborati dal sondaggista Yves-Marie Cann su una serie di sondaggi del suo istituto, Elabe, dal 14 al 21 marzo, solo il 52 per cento degli elettori dell’ex presidente francese è disposto a votare per il suo ex primo ministro, mentre l’altro 48 per cento è diviso tra Emmanuel Macron (18 per cento), Marine Le Pen (12 per cento), gli altri candidati (12 per cento), più un 5 per cento tra scheda bianca e astensione. Insomma il 43 per cento di chi ha votato Sarkozy nel 2012 ha intenzione di votare per il candidato di un altro partito nel 2017.

Sondaggio 2

I dati forniti da Cann evidenziano due grandi spaccature tra l’elettorato di Fillon e quello di Sarkozy. La prima è generazionale, e ce se ne può rendere conto semplicemente andando a guardare un comizio di Fillon. Al di sotto dei 50 anni solo un terzo dell’elettorato sarkozysta è ancora disposto a votare il candidato post gollista, cifra che sale alla metà tra i 50 e i 65 anni e raggiunge il suo massimo, con il 68 per cento, tra gli elettori con più di 65 anni. Fillon è molto solido negli over 65 soprattutto perché rappresentano l’elettorato storico repubblicano, ma anche perché i profili dei suoi principali avversari sono a loro volta respingenti: Emmanuel Macron parla di un futuro che i pensionati non comprendono e può risultare poco esperto e arrogante; Marine Le Pen sconta il passato del suo partito, percepito come un pericolo e come una parte vergognosa della storia di Francia. Sono infine impauriti dalle sue proposte radicali sull’Europa che rappresenta ancora una grande conquista per chi è nato nell’immediato dopoguerra e ha toccato con mano i suoi benefici.

Questo atteggiamento mi ha fatto molto riflettere su Brexit, dove invece è stato determinante il voto degli anziani mentre i giovani hanno votato in massa per rimanere in Europa: in Francia il 30 per cento dei giovani che vota per la prima volta è per il Front National che è rigettato dai pensionati (in totale solo il 16 per cento dei pensionati dichiara di voler votare per Marine Le Pen, secondo l’ultimo sondaggio IFOP). È un punto in più che va considerato nelle analisi  sull’internazionale populista che si starebbe formando in giro per il mondo: ogni paese ha il suo particolare movimento sovranista/populista con le sue specificità e le sue ragioni, ridurre tutto in un unico calderone è un errore che non aiuta a comprendere il fenomeno, secondo me.

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Il comizio di Tolone, dove sono andato venerdì: cercate qualcuno con meno di 65 anni

L’altra grande spaccatura, che riflette in parte quella generazionale, è dettata dalla sociologia elettorale. Come vedete dal prossimo grafico, Fillon raccoglie i due terzi dell’elettorato Sarkozysta già in pensione, ma è in difficoltà con i CSP+, cioè la classe media (42 per cento) e crolla tra i CSP-, cioè le classi popolari composte da impiegati meno qualificati e operai, con il 33 per cento.

Sondaggio 3

Come si posizionano questi elettori nei confronti di Emmanuel Macron e Marine Le Pen?

Come può essere abbastanza intuitivo, Macron va molto bene nella classe media, dove convince il 28 per cento degli elettori ex sarkozysti, e nel voto giovanile, visto che parla al 32 per cento degli elettori under 35 che scelsero Sarkozy nel 2012, mentre Marine Le Pen ottiene un buon risultato nelle fasce più popolari con il 25 per cento e batte Macron nella fascia d’età compresa tra i 50 e i 65 anni con il 19 per cento contro il 15. Ciononostante, come potete notare, il leader di En Marche! non è così distanziato nelle categorie popolari, essendo solo 5 punti dietro alla candidata del Front National, ma è molto in vantaggio tra i giovani e nelle classi medie. Insomma Macron ha un fortissimo ascendente sulla parte più aperta e agiata dell’elettorato di Nicolas Sarkozy, confermando, in parte, chi vede in lui un profilo non poi così distante dall’ex presidente, che d’altronde ha più volte invitato l’ex ministro dell’economia a lavorare per lui (senza risultato).

Sondaggio 4

Le difficoltà di Fillon in questi segmenti più contendibili dell’elettorato si spiegano sicuramente con il PenelopeGate, ma ciò non è sufficiente. Il punto è che ormai la campagna si sta strutturando sui due progetti di società, radicalmente alternativi, che propongono Marine Le Pen ed Emmanuel Macron, a loro agio in uno scontro forze del bene contro forze del male, a seconda di come la si pensi. L’ho già scritto: Le Pen e Macron si sono scelti, gli argomenti dell’uno danno forza alle ragioni all’altro e i sondaggi che li vedono appaiati in testa completano il quadro. In questo contesto Fillon ha difficoltà a posizionarsi, perché si trova incastrato tra i due e non riesce più a far passare il messaggio di forte rottura che contiene il suo programma, cioè grande riduzione della spesa pubblica attraverso tagli di spesa strutturale e diminuzione dei funzionari pubblici (la famosa proposta di sopprimere 500mila posti nella pubblica amministrazione).

Consapevole di questo il candidato repubblicano ha introdotto un nuovo tema che sarà molto importante nelle prossime settimane: “sono l’unico candidato in grado di vincere le legislative e quindi governare una volta eletto presidente, mentre gli altri non ne sono in grado”. Domenica 9 aprile è previsto un grande meeting a Parigi, a porte de Versailles, dove schiererà dietro di sé i 577 candidati investiti dai repubblicani e dai centristi che si presenteranno alle elezioni legislative. Il messaggio sarà piuttosto chiaro.

Il personaggio della settimana

Alexis Corbière è il portavoce di Jean-Luc Mélenchon e uno dei suoi strateghi più importanti, è molto bravo in televisione ed è uno degli artefici del grande recupero del suo candidato. È vero che le elezioni presidenziali sono l’incontro tra un uomo e il suo popolo, come diceva de Gaulle ma per un candidato è importantissimo avere consiglieri all’altezza e persone in grado di difendere le loro idee in televisione.

Infine, alcune informazioni di servizio. Da lunedì scorso la mia newsletter è pubblicata interamente su IL-idee e lifestyle del Sole 24 Ore, che ha deciso di scommettere su questo piccolo progetto editoriale. Insomma: viva la newsletter! Per chi vuole, mercoledì sono a Napoli al Chiajatime a via Bausan 17, a parlare (novità!) di elezioni francesi.

Consigli di lettura

-Su Mediapart due economisti analizzano la crisi del modello di democrazia francese, in difficoltà per l’assenza di un blocco sociale dominante e omogeneo. Grazie a Giovanni per la segnalazione;

Una lunga intervista al filosofo Alain Finkielkraut che critica il dibattito pubblico semplificato intorno all’idea populismo e sovranismo contro progresso e mondializzazione;

-L’astensione può giocare un ruolo fondamentale nel voto del 23 e 7 maggio. Un fisico ha analizzato la possibile incidenza dell’astensione in favore di Marine Le Pen. Grazie all’utente Twitter Jack P. e Francesca per la segnalazione

I grafici del terzo punto di questa newsletter sono stati elaborati da Yves-Marie Cann, nel suo articolo su Medium.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Qui le puntate precedenti.

 

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventisettesima settimana: la settimana di Mélenchon

Ventisettesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Lunedì c’è stato il primo dibattito tra i cinque principali candidati, finalmente costretti a difendere il loro progetto politico dopo mesi passati a commentare le decisioni dei giudici e di Fillon;

2-Continua la dinamica positiva di Macron che supera per la prima volta Marine Le Pen nei sondaggi.

1-Il dibattito di lunedì e la situazione dei vari candidati

Lunedì c’è stato il primo dibattito televisivo tra i cinque principali candidati, un esercizio inedito (in genere il dibattito si organizza tra i due qualificati al ballottaggio) e molto interessante: finalmente i candidati sono stati costretti ad approfondire le loro proposte politiche, difendendole di fronte agli avversari. Il format incoraggiava gli scambi: ognuno aveva due minuti per rispondere alla domanda dei due giornalisti che hanno condotto il dibattito, ma dopo un minuto e mezzo poteva essere interrotto e incalzato dagli altri. Questo ha reso le quasi tre ore e mezza di dibattito più facile da seguire e meno noioso. Non serve a nulla che io vi faccia un riassunto dettagliato del dibattito (nel caso qui trovate un lungo articolo del Post), ma sono emerse alcune cose interessanti. Comunque, per chi vuole, qui di seguito c’è la replica integrale.

 

Cosa c’era in gioco? Ogni candidato arrivava al dibattito con aspettative  e obiettivi diversi: Emmanuel Macron doveva rassicurare sulla sua capacità di incarnare la funzione presidenziale, Marine Le Pen  doveva riuscire a imporre l’agenda politica del confronto, François Fillon era interessato a cominciare una nuova campagna, cercando di sfruttare il dibattito per sottolineare la sua esperienza e la sua capacità di “rimettere in sesto il paese” come gli era riuscito durante i dibattiti delle primarie. Mélenchon e Hamon, invece, avevano un obiettivo speculare: diventare il candidato egemone a sinistra, dopo mesi passati a sottolineare perché il proprio progetto fosse migliore e quanto l’altro candidato stesse commettendo un errore a non ritirarsi e unire le forze.

Le maggioranze variabili

Il risultato più interessante di questo dibattito è stato la formazione di maggioranze sempre diverse a seconda del tema introdotto dai giornalisti.  E così quando l’argomento affrontato era la politica estera, Mélenchon e Fillon erano d’accordo sull’atteggiamento da tenere nei confronti della Russia, mentre Hamon e Macron avevano una posizione critica sovrapponibile; in tema di spesa pubblica Macron e Fillon si trovavano d’accordo nel dire che va contenuta, Mélenchon, Le Pen e Hamon avevano una posizione uguale e contraria; sul divieto dei burkini sulle spiagge e sulla visione della laicità Marine Le Pen attaccava violentemente Macron, subito soccorso da Mélenchon.

 

Questa configurazione variabile è interessante, perché conferma la percezione generale che “destra e sinistra non esistono più”. Questo assunto è ancora più vero per la campagna elettorale francese: i due candidati favoriti per l’accesso al secondo turno e che sommati superano il 50%, rivendicano di essere “sia di destra che di sinistra” (Macron), “né di destra né di sinistra ma patriota” (Marine Le Pen). Se per Macron un’operazione del genere è semplice, visto che il suo movimento è totalmente nuovo, per Marine Le Pen accreditarsi come candidata al di sopra delle divisioni è più complicato, in teoria. Eppure la leader del Front National non ha mai usato  la parola “destra” per definire la sua proposta politica, ed ha creato, con il contributo di Macron appunto, la nuova divisione patrioti/mondialisti o progressisti/conservatori. Se questa divisione è a tratti artificiale perché rivendicata (e quindi strumentalizzata a fini elettorali), occasioni come quella del dibattito la confermano e la nutrono costringendo gli altri candidati a posizionarsi di conseguenza.

Mélenchon ha raggiunto il suo obiettivo, Hamon è sempre più in difficoltà

Nessuno “vince” un dibattito a meno di assistere ad un suicidio politico del proprio avversario, però ogni partecipante può rivendicare di aver raggiunto l’obiettivo posto prima dell’inizio della trasmissione televisiva. È il caso di Mélenchon che si è mostrato disteso e parecchio a suo agio nel ruolo di outsider. Il leader de La France Insoumise ha reso più leggero l’esercizio con continue battute e attacchi ai suoi avversari; si è ritagliato uno spazio politico definito e soprattutto facilmente difendibile: i candidati più alti nei sondaggi non avevano interesse ad attaccarlo, visto che la loro attenzione era rivolta altrove, Benoît Hamon si è concentrato come al solito ad attaccare Emmanuel Macron, senza grande successo.

Sondaggio 1

Mélenchon raccoglie subito i dividendi del suo ottimo dibattito: la percezione positiva della sua campagna balza in avanti di quasi venti punti nell’ultima settimana.

Hamon è parso al contrario stanco e poco a suo agio, non riuscendo a capitalizzare il buon discorso tenuto a Bercy il giorno prima, totalmente oscurato dalla sua negativa prestazione nel dibattito. Come vedete nel seguente sondaggio, realizzato da IFOP, solo il 3% degli intervistati pensa che sia stato il migliore, e solo il 5% è stato convinto dai suoi argomenti.

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Fillon è stato risparmiato, ma per poco

Per François Fillon questa appena passata era una settimana importantissima. Lunedì ha avuto, per la prima volta dall’inizio dello scandalo, la possibilità di difendere il suo progetto politico e non solo la sua persona e la sua famiglia, mentre giovedì è stato ospite dell’Émission Politique, il grande talk show che chi è iscritto da un po’ a questa newsletter conosce bene: due ore e un quarto di intervista al candidato da parte dei due conduttori, intervallate da domande di esperti in economia e sicurezza, un confronto con un invitato scomodo a sorpresa e un altro con un esponente del mondo del lavoro.

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Nonostante i due passaggi televisivi in prima serata, il 69% dei francesi ha indicato lo scandalo di Fillon come conversazione più frequente della propria settimana. Questo non è un dato incoraggiante, come capite. (il 63% dichiara di aver parlato del dibattito di lunedì, il 59% delle dimissioni del ministro dell’interno).

Proprio la partecipazione riuscita a queste due trasmissioni televisive era stata la chiave per vincere le primarie di novembre. In entrambe le occasioni Fillon si è comportato relativamente bene, mostrando come al solito grande solidità sui temi cosiddetti “regaliens”: politica estera, sicurezza, immigrazione. Evidentemente, come avrete capito dalle conversazioni dei francesi, non ha convinto abbastanza, anche perché durante l’Emission Politique c’è stato un duro scontro con l’invitata a sorpresa, la scrittrice Christine Angot. Vi lascio immaginare di cosa si sono occupati giornali e tg il giorno dopo.

 

Sul versante intenzioni di voto Fillon non fa registrare un recupero, ma da settimane resta ancorato al 17-20%. Ciò vuol dire che non è assolutamente fuori dai giochi, tenuto conto dell’indecisione e della volatilità dell’elettorato altrui, Fillon ha margini per recuperare, anche perché molte persone potrebbero decidere chi votare negli ultimi giorni. Il sondaggio che leggete in basso è stato fatto per le primarie della destra, dove evidentemente l’elettorato era più liquido (è molto meno costoso per un elettore passare da Sarkozy a Fillon che da Hamon a Marine Le Pen) ma indica quante persone possono cambiare idea all’ultimo minuto. Se una situazione del genere si ripresentasse il 23 aprile, Fillon potrebbe recuperare inaspettatamente.

Sondaggio 4

Marine Le Pen è appieno nel sistema politico francese

Il Front National è il primo partito di Francia ma resta un soggetto che suscita paura o diffidenza, come mi ha spiegato Jérôme Fourquet, direttore dell’istituto IFOP. Secondo i sondaggi che periodicamente conduce l’IFOP il 55% dei francesi ha ancora “paura” di Marine Le Pen. Certo non siamo ai livelli del padre, che era temuto dal 70% dei suoi concittadini, ma è un dato che conferma, secondo Fourquet, che il Front National è rigettato dalla maggior parte della società: “Marine Le Pen è a metà del guado, per vincere deve attraversare completamente il fiume”.

Il dibattito di lunedì, a prescindere da com’è stato giocato dalla candidata del Front National, può servire anche a questo. Sul plateau di TF1 i francesi hanno visto una candidata come un’altra, che arriva negli studi televisivi, stringe le mani a giornalisti e avversari, dibatte tranquillamente con tutti. Marine Le Pen è pienamente parte del sistema politico francese: è vero che è a metà del fiume, ma di sicuro eventi come questo aiutano a guadarlo. Tanto più se l’atteggiamento dei suoi avversari nei suoi confronti è “normale”: nessuno ha attaccato la leader del Front National per il suo progetto di società finora considerato contrario ai valori della repubblica. Jacques Chirac rifiutò di dibattere con Jean Marie Le Pen al secondo turno delle presidenziali del 2002, battendo il Front National 82%-18%. Quella Francia non esiste più.

Infine, Marine Le Pen è stata ricevuta personalmente da Vladimir Putin, con cui ha discusso di politica estera. Non è il primo capo di stato che riceve la leader del Front National (già ricevuta dal presidente libanese) ma è chiaro che Putin non è un presidente qualsiasi e che il Front National ha dei legami abbastanza stretti con la Russia. Oggi ero a Lille al suo comizio e ho chiesto a più simpatizzanti cosa pensassero di Putin, la risposta abbastanza unanime è stata “è un leader forte, che fa gli interessi del suo paese. Anche noi dovremmo fare così”. Poi, durante il discorso, Marine Le Pen ha duramente attaccato la Germania “l’Unione Europea fa gli interessi della Germania, non ne possiamo più. Non prendiamo ordini da Berlino”, ha gridato tra gli applausi dei suoi militanti, dopodiché ha citato Putin come esempio da seguire, e la sala è esplosa in un boato e in un lungo applauso.

2-Macron è in testa nei sondaggi

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Secondo il sondaggio effettuato subito dopo il dibattito di lunedì, è stato Emmanuel Macron il più convincente secondo i telespettatori. Io, ma qui si tratta della mia interpretazione, non ho avuto la stessa impressione: il leader di En Marche! non è andato male, ma era spesso a disagio con i tempi (molto brevi), che non gli hanno consentito di essere particolarmente incisivo. Ha mostrato di essere in grado di difendersi, visto che ha risposto duramente e bene agli attacchi ricevuti in particolare da Marine Le Pen e Benoît Hamon, ma ha molto sofferto l’ultima parte del dibattito, quella consacrata alla sicurezza e alla politica estera, temi su cui è stato abbastanza vago e poco chiaro – Marine Le Pen l’ha preso in giro per non aver detto nulla: “lei è il vuoto siderale M. Macron”.

Ciononostante, i pochi numeri su cui possiamo fare affidamento raccontano che la sua dinamica positiva continua, anche e soprattutto nella percezione. Oltre ai sondaggi sulle intenzioni di voto che come avete appena visto lo danno per la prima volta stabilmente davanti a Marine Le Pen, è interessante notare come Macron faccia dei progressi anche nel pronostico di vittoria che esprime chi viene contattato, come vedete dal prossimo sondaggio. Se notate, la sua curva va verso l’alto quando quella di chi non è in grado di rispondere scende verso il basso, segno che la percezione è abbastanza diffusa in tutto l’elettorato. Questo indicatore può essere importante dal punto di vista del voto utile, che è sicuramente ciò che guida una parte dell’elettorato, specialmente quello che ad oggi si esprimerebbe per Fillon o Hamon, ma comincia a capire che il proprio candidato non ha chances di arrivare al secondo turno.

Sondaggio 6Infine, Macron ha incassato il sostegno dell’apprezzato ministro della difesa Jean-Yves Le Drian, esponente della destra del partito socialista. Le Drian, oltre ad essere il primo membro di peso del governo a rendere pubblico il suo sostegno, è molto utile perché dà credibilità al candidato sulla sicurezza e la politica estera, come detto temi su cui Macron è meno credibile degli altri, specialmente di Fillon. Ma non sono solo i socialisti che iniziano a raggiungere la campagna di Macron: dieci senatori centristi, tra cui Michel Merchier, ex ministro di Nicolas Sarkozy, hanno annunciato il loro sostegno a En Marche! e potrebbe farlo a breve anche Dominique de Villepen ex primo ministro di Chirac e politico molto celebre in Francia (tenne il famoso discorso all’ONU con cui la Francia si schierò contro la guerra in Iraq voluta da Bush) che non ha mai nascosto la sua simpatia per l’ex ministro dell’economia.

Il personaggio della settimana

Uno dei piccoli candidati, Nicolas Dupont-Aignan, sta lentamente risalendo nei sondaggi. Al momento è stimato al 5% (partiva sotto il 2%) ma sta facendo una campagna abbastanza “udibile” pur non essendo invitato ai grandi dibattiti (anzi ha fatto molto parlare di sé per aver abbandonato una trasmissione televisiva, come potete vedere dal sondaggio sugli “argomenti  più dibattuti della settimana” all’inizio di questa newsletter). Per i temi che difende (è un candidato di destra, sovranista) potrebbe essere un problema per Fillon, alcune persone di destra da lui deluse ma allo stesso tempo impaurite da Marine Le Pen potrebbero votare per lui, abbandonando il candidato repubblicano.

Consigli di lettura

-Chi è iscritto da un po’ alla newsletter conosce bene Florian Philippot, il braccio destro di Marine Le Pen, che sta lentamente perdendo la sua influenza. Hugo Domenach, del Point, ha chiesto perché a Marie Labat, autrice di Philippot Ier, le nouveau visage du Front national;

-Marianne ha raccontato com’è stato concepito e scritto il bel discorso pronunciato da Benoît Hamon a Bercy;

-Ghislaine Ottenheimer, caporedattrice di Challanges, ragiona sul dibattito di lunedì sera e sulla qualità che secondo i francesi manca a tutti i candidati alla presidenza della repubblica: la statura presidenziale.

Tutti i sondaggi di questa puntata sono stati realizzati dall’Istituto IFOP per Paris Match.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Qui le puntate precedenti.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, venticinquesima settimana: la nuova strategia di Marine Le Pen

 

Venticinquesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Fillon ha vinto il suo braccio di ferro, ma ciò che è successo nelle ultime settimane sarà molto difficile da ricomporre;

2-La campagna di Benoît Hamon non decolla, e la destra del partito comincia ad abbandonarlo;

3-Marine Le Pen ha cambiato il tema portante della sua campagna elettorale: non più sovranismo ma identità.

1-Fillon ha vinto il suo braccio di ferro

Dopo la difficilissima settimana passata, Fillon ha vinto il suo braccio di ferro. Rimarrà candidato, ormai senza alcun dubbio. I suoi problemi però non sono finiti, la spaccatura esiste ed è profonda, a dimostrazione di come queste presidenziali 2017 siano un momento storico per la politica francese, a prescindere di come finiranno.

Partiamo dalla spaccatura personale. Tra Alain Juppé e François Fillon non c’è mai stato un rapporto profondo, i due hanno sempre militato in correnti diverse nel partito e si sono spesso divisi su scelte importanti. Esisteva però una stima reciproca. Dopo la sconfitta alle primarie Juppé è tornato a Bordeaux e ha sostenuto a distanza il candidato del suo partito, non era impegnato in prima persona ma tutti i suoi “luogotenenti” erano in prima fila ai comizi e ampiamente rappresentati nell’organigramma. Ciò che invece è successo nell’ultimo mese ha in qualche misura turbato Alain Juppé, che non conosceva questa versione più radicale e quasi trumpiana di Fillon. E infatti nella breve conferenza stampa di lunedì mattina il sindaco di Bordeaux ha duramente criticato il candidato per la sua “ostinazione” e per aver radicalizzato l’elettorato di destra. Un elettorato che evidentemente non riconosce più, e forse non ha mai riconosciuto.

Sarebbe però un errore interpretare questa frase legandola solo al contesto della manifestazione del Trocadero. In piazza, a Parigi, si è mobilitato il cuore dell’elettorato fillonista, in particolare la galassia che ha partecipato alle sfilate della Manif Pour Tous, le manifestazioni contro i matrimoni omosessuali, e in particolare il suo movimento militante, Sens Commun (per approfondire l’influenza del voto cattolico per Fillon durante le primarie potete leggere questa edizione della newsletter). Ma non è questo l’elettorato “radicalizzato”  di cui parla Alain Juppé.

Qual è il punto? Il punto è che Nicolas Sarkozy aveva cominciato a cambiare  gli elettori di riferimento del movimento post-gollista, riuscendo ad ampliarne la base. La vittoria di François Fillon, per quanto conseguita in rottura personale con l’ex presidente, andava nella stessa direzione; gli elettori hanno deciso che sarebbe stato Fillon a rappresentarli, ma ideologicamente tra i due non c’erano enormi differenze, anzi. La diagnosi è la stessa, ed è la seguente: la società francese si è spostata a destra, le classi popolari anticomuniste che votavano ampiamente de Gaulle negli anni ’60 sono state attirate dal messaggio di rottura del Front National. Per vincere bisogna rivolgersi a loro ma, poiché la società è molto cambiata rispetto agli anni d’oro del gollismo, bisogna farlo con una retorica nazional-popolare.

Alle primarie si sono affrontate questa visione, che è risultata maggioritaria, e quella della destra gollista più “gestionale” o “elitaria”, nata con Jacques Chirac e divenuta egemone con la conversione al liberalismo operata negli anni ’80. Juppé, il più anziano del gruppo, era stato uno dei protagonisti di quella stagione. Al contrario Fillon non aveva aderito a questa svolta, essendo cresciuto politicamente nella corrente del gollismo sociale di Philippe Séguin, grande rivale di Chirac e del primo ministro liberal-gollista, Eduard Balladur. Fillon aveva vinto le primarie, partecipate da più di 4 milioni di elettori, con un discorso sì liberale ma soprattutto conservatore e identitario.

Le due visioni avevano un seguito diverso: il cuore della destra di Jacques Chirac era molto più ristretta di quella di de Gaulle o di quella di Sarkozy.  Basti vedere i risultati al primo turno nelle varie elezioni: Sarkozy nel 2007 arrivò a 11,5 milioni di voti con il 31%, nel 2012 a 9,7 con il 27%. Chirac nel 2002 prese solo 5,6 milioni di voti con il 19%, e nel 1995 6,3 con il 20%. È chiaro che si tratta di due basi elettorali molto diverse. Alain Juppé non è riuscito a presentarsi come credibile piano b anche perché nei repubblicani la sua posizione è in minoranza, probabilmente negli ultimi anni lo è sempre stata e nemmeno dopo un terremoto del genere è parsa in grado di salvare la sua famiglia politica. La rinuncia e l’amara conferenza stampa del sindaco di Bordeaux constata questo, oltre all’atteggiamento sconsiderato di François Fillon.
C’è però un tassello che manca a Fillon e che invece votava con convinzione per Sarkozy: l’elettorato popolare. Secondo l’ultimo sondaggio Ifop solo il 9% delle categorie popolari al momento si dichiara per Fillon, troppo poco per vincere le elezioni.

La continuità tra Sarkozy e Fillon si nota anche con il peso orami egemone che hanno assunto i sarkozysti nella campagna elettorale di Fillon. È chiaro che in molti non hanno abbandonato la barca per un calcolo di opportunità, ma è altrettanto vero che ritengono in ogni caso il messaggio di Fillon del tutto valido, cosa che invece non riteneva Alain Juppé.

2-La campagna di Hamon non decolla

Il fattore essenziale delle campagne elettorali di successo è la capacità di mostrare una dinamica, di riuscire a trasmettere entusiasmo e far credere possibile il successo.

Come si misura?

Innanzitutto mostrando una progressione nelle intenzioni di voto com’è capitato a Macron, o consolidando una posizione già molto alta e molto stabile, come capita ormai da anni a Marine Le Pen. I sondaggi da soli non bastano chiaramente, e per evitare le accuse di rappresentare solo una “bolla mediatica” il candidato dev’essere in grado di tenere delle riunioni pubbliche molto partecipate, che dimostrino l’esistenza di un movimento di cittadini che si muovono per ascoltare il proprio leader. Sono molto importanti anche le dichiarazioni di sostegno da parte di personaggi conosciuti della politica: magari non spostano voti, ma mostrano, appunto, una dinamica, una progressione. Infine, cosa più importante, una candidatura di successo deve essere incentrata su un messaggio molto forte e riconoscibile, che possa dare un’identità precisa a chi decide di impegnarsi per sostenerla.

Tutti questi ingredienti mancano alla campagna elettorale di Benoît Hamon, che stenta nei sondaggi (è ormai costantemente sotto il 15%, a pochissima distanza dal suo vero rivale: Jean-Luc Mélenchon), non ha fatto ancora un grande comizio (finora ha scelto posti abbastanza piccoli e venerdì a Le Havre metà palazzetto era vuoto), e al posto di ricevere sostegni da parte del suo partito inizia a perdere pezzi. Come detto le defezioni degli “elefanti” del partito socialista non spostano voti, ma fanno parte della dinamica; essere abbandonato dai tuoi non è un bel segnale.

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Come vedete, la percentuale di chi pensa che Benoît Hamon sta conducendo una buona campagna è crollata di 20 punti dalla sua vittoria alle primarie. Qualcosa non va.

In più, la proposta del reddito universale di esistenza (750 euro mensili da versare a tutti i cittadini senza condizioni) si è trasformata:  già a dicembre il candidato aveva detto che in una prima fase l’assegno sarebbe stato di 535 euro e solo ai giovani dai 18 ai 25 anni. Ne sarebbe poi seguita una seconda con l’attribuzione dei 750 euro in maniera incondizionata. Fin qui una semplice presa di coscienza che una misura del genere avrebbe necessitato di varie fasi per potere essere applicata. Giovedì scorso però, interrogato in televisione, Hamon ha completamente cambiato posizione: il reddito universale di esistenza sarà versato solo ai giovani tra i 18 e i 25 anni e in maniera decrescente rispetto al reddito ai lavoratori che guadagnano meno di 1,9 volte lo SMIC (il salario minimo). Tutti gli altri ne sono esclusi. Ecco che le parole “universale di esistenza” non esistono più, ed è rimasto solo il “reddito” (qui un approfondimento del Monde).

Per la cronaca, Hamon aveva vinto le primarie proprio grazie a tutti questi ingredienti: moltissimi giovani si erano impegnati per lui e avevano costruito una bella campagna, partecipata, piena di speranza e di cambiamento, con sale piene ovunque, e media sinceramente incuriositi dalla proposta nuova e inattesa.

Infine, Hamon ha individuato in Emmanuel Macron il suo avversario più importante. È strano, non sono moltissimi gli elettori indecisi tra Hamon e Macron, anche perché il messaggio e i suoi destinatari sono abbastanza diversi. Gli elettori che Hamon dovrebbe sedurre sono quelli di Mélenchon, che hanno aspirazioni molto più simili a quelle del candidato socialista. Non lo ha fatto finora perché probabilmente non vuole inimicarsi chi vota sinistra radicale, ma per fare cosa? Per facilitare un accordo dopo le elezioni? Probabile, ma a quel punto le elezioni si sono svolte: se si rivelano un disastro Hamon rischia di perdere anche il Partito Socialista – e infatti uno dei motivi per cui Manuel Valls non raggiunge Emmanuel Macron è che spera di riprendere il comando del partito dopo le elezioni.

3-Marine Le Pen sta cambiando il suo messaggio

Ieri sono andato a Chateauroux, un paese di quarantamila abitanti al centro della Francia. È il quinto comizio/discorso di Marine Le Pen che vado a vedere e ho notato un’evoluzione, specialmente rispetto al messaggio che sembrava dovesse caratterizzare la campagna elettorale a settembre. A Brachay, il paesino dove Marine aveva cominciato la lunga maratona, lo slogan era “La France apaisée” la Francia pacificata, ed erano molti i riferimenti al Generale de Gaulle. Sembrava che Marine Le Pen volesse caratterizzare la sua campagna elettorale con un messaggio sovranista e meno identitario. In altre parole, sembrava avesse vinto la linea Florian Philippot piuttosto che la linea Marion Maréchal Le Pen.

Mi spiego meglio: nel Front National convivono due idee, che sembrano sovrapponibili ma non lo sono. L’ala sovranista, quella di Philippot per intenderci, mette al primo piano l’uscita dall’euro e dall’Europa ma ha a cuore anche un discorso sociale ed economico, con delle proposte simili a quelle della sinistra radicale (per esempio il ritorno della pensione a 60 anni). L’ala identitaria, quella di Marion Maréchal, spinge invece sulle radici cattoliche, sul conservatorismo di una Francia più rurale e più anziana, sulla paura dei migranti non tanto dal punto di vista economico, quanto dal punto di vista culturale; è una Francia che ha paura del “grand remplacement”, del  rischio di diventare minoranza a casa propria. Ieri un racconto comune che ho sentito da più simpatizzanti frontisti era il seguente: “sono andato ad abitare in campagna dopo la pensione, quando torno al centro città dove sono cresciuto non lo riconosco più, è in mano agli immigrati. Sembra di non essere più in Francia”.

Nelle ultime settimane la retorica anti euro è passata relativamente in secondo piano, Marine Le Pen non ha detto esplicitamente che vuole uscire dall’euro e ha trasformato l’Unione in un effetto collaterale del “mondialismo”, la globalizzazione senza volto che distrugge la Francia rurale, i posti di lavoro dell’industria francese e consente l’arrivo di centinaia di migliaia di migranti – e che ha in Emmanuel Macron il suo massimo rappresentante. Questo spostamento ha una ragione: parlare all’elettorato più radicale di Fillon, sia al primo che al secondo turno. Chi è più anziano e conservatore non necessariamente vede di buon occhio un’uscita traumatica dall’euro e anzi ne è spaventato, ma può essere d’accordo con un discorso identitario come quello che sta cercando di portare avanti Marine Le Pen. Meno economia, più identità.

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Come vedete da questo sondaggio, solo il 28% dei francesi è d’accordo con il ritorno al franco (ultima domanda) ma il 51% è d’accordo con l’uscita da Schengen (penultima domanda) e soprattutto il 54% è favorevole ad un referendum per rimanere o meno nell’Unione Europea (terzultima domanda).

Il personaggio della settimana

Bertrand Delanoë è stato il sindaco socialista di Parigi dal 2001 al 2014. È un politico molto conosciuto, chiaramente, molto stimato e molto popolare. Una sorta di vecchio saggio che non ha mai avuto particolari ambizioni nazionali, o se le ha avute non le ha mai concretizzate, e che fino a poco tempo fa si era ritirato. Ha detto in radio che voterà per Emmanuel Macron perché si riconosce nel suo progetto, e perché bisogna dar forza a chi affronterà “madame Le Pen” al secondo turno. Un sostegno non scontato e tendenzialmente senza contropartita che consente all’ex sindaco di tornare a pesare soprattutto nel dibattito pubblico.

consigli di lettura

-Secondo Marine Le Pen è Macron è il miglior avversario per il Front National. Lo spiega il JDD;

-Yves-Marie Cann e Chloé Marine spiegano come sono composti gli elettorati dei candidati di sinistra. L’articolo è sul sito della fondazione Jean Jaurès;

-Secondo Guillaume Tabard la vera chiave del prossimo scrutinio sono gli indecisi. Può succedere di tutto;

-L’analisi di slate.fr su cosa sta succedendo nei repubblicani francesi. Questo articolo è stato fondamentale per scrivere il primo punto di questa newsletter.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventiquattresima settimana: la settimana più lunga di François Fillon

Ventiquattresima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-François Fillon ha passato la settimana più difficile da quando è candidato alla presidenza. Ormai il PenelopeGate tiene in ostaggio tutta la politica francese;

2-Emmanuel Macron ha presentato il suo programma giovedì mattina, ci sono cose interessanti ma a causa del punto 1 è passato in secondo piano.

1-Fillon è al capolinea?

“Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!”, è quanto grida Riccardo III  in una delle ultime scene dell’omonima tragedia di Shakespeare. Disarcionato e indifeso con la battaglia che infuria, il re inglese è pronto a rinunciare a quanto di più prezioso ha ottenuto dopo menzogne, inganni e assassinii pur di tornare in sella e evitare la sconfitta: vuole sfidare a duello Enrico Tudor conte di Richmond, sbarcato dalla Francia per reclamare il trono inglese. I due si scontrano sul campo di battaglia, ed è proprio Riccardo ad essere ucciso, diventando l’ultimo plantageneto a regnare sull’isola britannica.

Possiamo paragonare ciò che è successo a François Fillon negli ultimi mesi ad una tragedia in tre atti. Il primo atto chiuso con la rivincita dell’eterno numero due, trionfante alle primarie del suo partito dopo essere stato a lungo trattato con disprezzo da Nicolas Sarkozy e preso in giro dalla stampa e dalla politica francese per il suo scarso carisma. La victoire de Mr. Nobody titolano i giornali il giorno dopo il suo trionfo.

Il secondo atto comincia il 24 gennaio, con la rivelazione dell’impiego fittizio della moglie da parte del Canard Enchainé. Fillon reagisce in televisione difendendo la propria innocenza, indignandosi per un complotto mirato ad eliminare politicamente la sua persona e il suo programma, ponendo una sola condizione al suo ritiro: la messa in esame da parte della magistratura.

Mercoledì si apre il terzo atto, con l’annuncio in conferenza stampa di ciò che sembrava impossibile poche settimane prima: “il 15 marzo sono stato convocato dai giudici in vista della mia messa sotto esame, ma non mi ritirerò, non mi consegnerò, il mio unico giudice è adesso il popolo francese.” L’ultimo atto svela infine la vera natura del protagonista, diviso tra due scelte: redimersi o andare avanti fino in fondo, trascinando con sé nell’abisso la sua famiglia politica e i suoi elettori, convinti di aver trovato il giusto campione per riconquistare il potere dopo cinque anni di odiato hollandismo.

Il repubblicano ha riunito i suoi sostenitori in una grande manifestazione di piazza, per dimostrare di non essere solo, di avere ancora un popolo dalla sua parte. Non essendoci né regni né cavalli, oggi al Trocadero Fillon ha gridato: “la candidatura, la candidatura, la mia immagine pubblica per la candidatura!”.

Ma andiamo ai fatti, abbandonando le suggestioni teatrali.

Venerdì 24 febbraio, come sa chi ha letto l’ultima newsletter, Fillon aveva ricevuto la notizia dell’apertura di un’informazione giudiziaria e il contestuale insediamento dei tre giudici di istruzione che avrebbero dovuto decidere il prosieguo della sua inchiesta. Il candidato aveva però ignorato la notizia, cercando di imporre i suoi temi: pochi minuti dopo ha tenuto un discorso a Parigi non citando nemmeno una volta i suoi guai con la giustizia, e l’agenda comunicata alla stampa per la settimana successiva si concentrava sull’agricoltura, con dei sopralluoghi previsti in alcune importanti realtà agricole francesi e soprattutto con una passerella al Salone dell’Agricoltura -importante esposizione che si tiene a Parigi, a Porte de Versailles -, prevista per mercoledì mattina.

La visita al Salone dell’Agricoltura è però stata annullata all’ultimo momento, senza spiegazioni, con la contestuale convocazione di una conferenza stampa a mezzogiorno. Persino le persone più vicine al candidato non avevano idea del motivo; in molti, invitati nei talk show o nelle radio, hanno appreso la decisione in diretta, sembrando in evidente imbarazzo nel commentarla. Dopo voci incontrollate su una perquisizione in corso al suo domicilio – smentita – e un fermo di polizia per sua moglie – smentito anche quello -, Fillon ha preso la parola per 8 minuti, cambiando completamente strategia rispetto allo scandalo: ha preso di petto la situazione annunciando di essere stato convocato dai giudici il 15 marzo per essere messo sotto esame. Ha continuato dicendo che non si sarebbe ritirato, che non si sarebbe “consegnato” visto che è in corso un assassinio politico della sua persona e dell’elezione presidenziale, falsata visto il risultato della campagna di stampa e giudiziaria contro di lui.

Alla conferenza stampa sono seguite una valanga di dimissioni, in particolare quelle di tre pesi massimi della sua campagna: Bruno Le Maire, candidato alle primarie dello scorso autunno che si era subito schierato al fianco di Fillon al ballottaggio, Thierry Solére, organizzatore delle primarie e suo portavoce, Patrick Stefanini, direttore della sua campagna elettorale e principale artefice della vittoria di Fillon alle primarie (i due lavoravano insieme dal 2013). Nei giorni successivi si sono aggiunti Christian Estrosi, sarkozysta di peso presidente della regione PACA, Nadine Morano, ex ministro e parlamentare europeo, Jean Christophe Lagarde, presidente del partito di centro UDI con cui Fillon aveva appena chiuso un accordo per le elezioni legislative. Se volete potete conoscere i nomi di chi mollato Fillon in questo contatore costantemente aggiornato da Libération.

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Cosa si dice en coulisses, dietro le quinte? Molti giornalisti con cui ho parlato mi hanno spiegato che le defezioni più pesanti sono avvenute in privato: Valerie Pécresse, presidente della regione Ile de France (la regione parigina), onnipresente in tv a difendere il candidato in questo mese e sempre al suo fianco fino alla conferenza stampa di mercoledì, non si è presentata alla manifestazione; Gerard Larcher, presidente del Senato e fillonista da molti anni, era anch’egli assente. Entrambi non hanno rilasciato dichiarazioni, ma hanno con ogni probabilità deciso di lasciare la campagna con discrezione. La situazione al quartier generale repubblicano è surreale, dei 50 impiegati ne sono rimasti solo 10, come visto non c’è più il direttore della campagna, non c’è più il tesoriere, metà dei responsabili del suo comitato si sono dimessi.  Tutto ciò rende difficile mandare avanti la campagna anche dal punto di vista materiale.

Quello che complica ancor di più le cose è che la manifestazione di oggi è stata un relativo successo, Fillon ha mostrato di essere ancora in grado di mobilitare il suo elettorato, tra l’altro in un posto simbolico: il Trocadero è la piazza che riempì Nicolas Sarkozy nel 2012, nella sua grande rimonta contro François Hollande. Fillon ha parlato in maniera molto più moderata rispetto a mercoledì, non una parola contro i giudici, nessun attacco istituzionale al Presidente della Repubblica. In più, contrariamente a quanto aveva sbandierato finora, non ha detto che andrà fino in fondo, costi quel che costi. Il suo è stato un discorso fiero, ha ringraziato la parte della Francia che in queste ore si è stretta al suo fianco, ha ripetuto che il suo programma è il solo in grado di raddrizzare il paese. Stasera è poi intervenuto al TG delle 20.00 concedendo che la sua reazione di mercoledì è stata forse eccessiva, ma commisurata alla violenza degli attacchi. Ha confermato che non intende ritirarsi, ma ha ammesso che terrà in considerazione ciò che chiede il suo partito.

Cosa può succedere nelle prossime ore? Ci sono due piani da considerare, quello organizzativo, quello personale.

A-I problemi organizzativi

I repubblicani sono davanti a due difficoltà. Innanzitutto, per strano che possa sembrare, nel regolamento delle primarie non è previsto il caso in cui il candidato sia incapace di condurre la campagna elettorale fino in fondo. Questo non solo a causa di problemi politici, ma anche in caso di morte, malattia o qualunque altro fatto che ne impedisca la candidatura. Semplicemente il piano b non esiste. Questo vuol dire che una candidatura sostitutiva a quella di Fillon passa per un accordo tra le varie correnti molto litigiose dei repubblicani e, paradosso, le primarie sono state organizzate proprio per evitare un accordo molto difficile e scongiurare una frattura e due candidature della destra.

La seconda grande difficoltà è rappresentata dalle date. Le candidature si chiudono ufficialmente il 17 marzo, ultimo giorno utile per consegnare le firme al Consiglio Costituzionale. Fillon è stato convocato dai giudici di istruzione il 15 marzo per, come ha detto, essere messo sotto esame. Ma questa decisione non è scontata, i giudici potrebbero non ritenere necessario un passo del genere, che interviene solo se esistono “indizi gravi e concordanti”. Potrebbero addirittura archiviare la sua posizione, sembra improbabile al momento, ma è comunque una possibilità. Immaginiamo che domani il partito decide di sostituirlo con Juppé e il 15 marzo Fillon viene prosciolto da tutte le accuse: come si gestisce una situazione del genere? Immaginiamo anche la situazione inversa, Fillon è messo sotto esame in maniera ufficiale: non c’è tempo per trovare un altro candidato.

B-La personalità di Fillon

Il proprio vissuto in politica conta: siamo abituati a pensare che gli uomini politici agiscano razionalmente sulla base dell’interesse del paese o del proprio, a seconda dell’opinione personale che ne abbiamo. Ma non è solo e sempre così. Fillon ha quasi chiuso la sua carriera politica nel 2012 quando ha vissuto come un furto il congresso dell’allora UMP: sia lui che il suo avversario Jean François Copé reclamarono la vittoria a pochi minuti dalla chiusura dei seggi accusandosi reciprocamente di brogli. La situazione precipitò e Fillon fondò addirittura un gruppo parlamentare autonomo, prima di accettare una reggenza congiunta e tornare nel partito, anche grazie alla mediazione di Nicolas Sarkozy. Le primarie del 2016, quelle che ha vinto, sono state organizzate anche per sanare quella frattura ed evitarne un’altra: il suo atteggiamento è quindi influenzato dal fatto che pensa di essere derubato di quanto ha ottenuto per la seconda volta. L’uomo è testardo e sta dimostrando di avere una resilienza fuori dal comune, uno dei motivi per cui Nicolas Sarkozy non ha ancora parlato pubblicamente e ha calmato i suoi, nei limiti del possibile. L’ex presidente, conoscendo il carattere di François Fillon, sta cercando di evitare di metterlo all’angolo, dandogli la possibilità di decidere in autonomia il ritiro.

E in tutto questo Alain Juppé? Quello che sappiamo è che Juppé aveva detto categoricamente di non essere disponibile, sia in pubblico ma anche in privato. Dopo aver ricevuto moltissime pressioni a quanto sembra il sindaco di Bordeaux ha cambiato idea, e sarebbe disponibile a subentrare, a due condizioni: la prima è che gli venga chiesto esplicitamente da Fillon e la seconda è che Sarkozy sia d’accordo. Sappiamo che Sarkozy e Juppé hanno parlato a lungo a telefono sabato sera, ma non cosa si siano detti e soprattutto se abbiano iniziato a trattare su un nome alternativo. Probabilmente avremo più informazioni domattina, siccome Juppé ha appena convocato una conferenza stampa per le 10.30.

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Insomma l’unico ad avere veramente in mano il destino della candidatura di Fillon, è Fillon stesso.

Infine un piccolo esercizio, siccome molti di voi mi hanno posto la domanda in questa settimana: cosa succede se Fillon viene eletto? La situazione sarebbe politicamente molto difficile da gestire. Il presidente della repubblica gode dell’immunità, qualunque procedimento viene quindi sospeso fino alla fine del mandato – è già successo con Jacques Chirac, presidente dal 1995 al 2002 che è stato condannato per dei fatti commessi quand’era sindaco di Parigi, dal 1977 al 1995.

Però il processo non riguarda solo Fillon, ma anche la moglie, i figli e il suo supplente. Per queste persone la procedura continua, se dovessero essere condannate durante il suo mandato sarebbe un colpo durissimo per una presidenza cominciata già molto male. Se a ciò aggiungiamo un Front National con un nutrito numero di parlamentari e con un risultato molto alto al secondo turno (ad oggi i sondaggi dicono che con Fillon finirebbe 55 a 45) ecco che il quadro per il 2022 sarebbe molto favorevole per il Front National. La domanda “cosa succede se Fillon viene eletto, nonostante tutto” circola molto sulla stampa in questi giorni, aprendo un altro dibattito che visibilmente non aiuta il candidato.

2-Macron ha presentato il suo programma

Non ho spazio per parlarne, a conferma di quanto lo scandalo di Fillon abbia sequestrato persino questa newsletter. La conferenza stampa che ha tenuto giovedì sarebbe stata il momento della settimana in condizioni normali, ma è stata oscurata dalla giornata di mercoledì, per i motivi che avete appena letto. Tra l’altro questo problema è stato denunciato da tutti i candidati, Mélenchon ha detto che è assurdo non poter discutere con il candidato della destra, Marine Le Pen ha fatto un ragionamento simile e Hamon si è lamentato dicendo che le sue proposte sono inascoltate a causa del PenelopeGate.

La cosa più semplice è quindi scrivere un articolo a parte sul programma di Macron, che troverete giovedì pomeriggio sul mio profilo Facebook. Alle 19, se vi va, faccio una diretta in cui ne parliamo in maniera più approfondita.

Bruno Le Maire è il personaggio della settimana

Pochi minuti dopo la conferenza stampa di mercoledì Bruno Le Maire si è dimesso dall’équipe di campagna di Fillon dicendo di non sentirsi a suo agio con chi non rispetta la parola data ai francesi. Non era facile prendere questa decisione per primo, senza aspettare nemmeno una reazione. Una scelta del genere è anche motivata dalla volontà di accreditarsi come uomo in grado di ricostruire la destra dopo la possibile sconfitta alle elezioni. Personalmente e politicamente una scelta azzeccata.

Consigli di lettura

-Jannick Vely racconta su Paris Match la sofferta decisione di Patrick Stefanini, direttore della campagna di François Fillon che ha dato le dimissioni venerdì mattina;

Le scuse di Michel Délean, giornalista di Mediapart, che aveva dato la notizia della perquisizione e del fermo di polizia di Penelope Fillon, poi rivelatasi falsa;

-Quando e come gli elettori decidono di votare il proprio candidato? Lo spiega Martial Foucault, direttore del CEVIPOF, in una bella intervista;

-Florian Philippot è uno dei principali artefici del successo di Marine Le Pen, ma ultimamente sta perdendo la sua influenza. Il retroscena del JDD;

-Siamo abituati a pensare che le elezioni si vincono al centro. Secondo il politologo e sondaggista Jérôme Fourquet non è più così, e anzi non lo è mai stato.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventiduesima settimana: Fillon chiama Sarkozy risponde

Ventiduesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Fillon chiama, Sarkozy risponde

Il candidato dei repubblicani ha definitivamente mutato il suo atteggiamento e la sua strategia rispetto al PenelopeGate. Il Parquet National Financier, la procura che si sta occupando dello scandalo sull’impiego della moglie e dei figli come assistenti parlamentari (qui trovate un mio riassunto in italiano, ma è un po’ datato, qui il riassunto dell’Obs, che è di ieri ma in francese), ha dichiarato che allo stato degli atti non ci sono le condizioni per l’archiviazione. Gli scenari sono quindi due: l’apertura di un’indagine ufficiale, con la consegna del dossier a una sorta di giudice per le indagini preliminari (che deciderà se proseguire l’iter con la famosa “messa sotto esame”) o addirittura un rinvio a giudizio diretto, visto che gli elementi raccolti sono tali e tanti da sostenere il processo. Fillon ha subito attaccato l’azione della procura in un’intervista rilasciata al Figaro, sostenendo che sarebbe “scandaloso” privare la destra del suo candidato: “ormai mi rimetto al giudizio del suffragio universale” ha concluso. L’avverbio è importante: Fillon, durante il suo intervento al TG di TF1 il giorno dopo la pubblicazione delle prime rivelazioni (parliamo ormai di tre settimane fa), aveva promesso che si sarebbe ritirato in caso di “messa in esame”. La retromarcia è quindi completa.

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Il sondaggio è dell’istituto Ifop

La decisione, avallata da gran parte dei repubblicani, si spiega anche con la relativa stabilità nei sondaggi. Come vedete, dopo il grande crollo François Fillon è rimasto stabile: “l’operazione salvataggio” del suo elettorato è andata a buon fine, pur con mille dubbi e qualche disagio il centrodestra francese si turerà il naso e voterà per lui. Per preservare i suoi elettori Fillon continuerà a spostare la sua campagna verso destra, parlando di sicurezza, immigrazione, esperienza: il passaggio ai temi storici della destra gollista, soprattutto da Sarkozy in poi, è compiuto. Ecco, Sarkozy. Battuto alle primarie, uscito di scena e quasi dimenticato, è diventato improvvisamente un’ancora di salvataggio per François Fillon. Mercoledì i due hanno pranzato assieme senza farsi vedere in pubblico ma avvisando la stampa dell’incontro. Fillon è andato a trovare Sarkozy per avere dei consigli su come comportarsi rispetto allo scandalo (Sarkozy ha una certa esperienza in materia) ma anche per spingerlo a calmare i deputati che hanno più volte messo in discussione l’opportunità della sua candidatura alla luce del PenelopeGate.

Il risultato del pranzo è stato visibile nei toni e nelle nuove idee che Fillon ha proposto durante il suo comizio di mercoledì sera, a Compiègne: il repubblicano ha detto di essere favorevole all’abbassamento dell’età per cui si può essere penalmente perseguiti dai 18 ai 16 anni, uno dei cavalli di battaglia classici di Nicolas Sarkozy. Infine va notato il ruolo sempre più importante nella campagna elettorale di François Baroin. Fedelissimo dell’ex presidente della Repubblica, il sindaco di Troyes è ormai il braccio destro di Fillon. Bruno Jeudy, acuto editorialista di Paris Match e uno dei giornalisti più esperti di François Fillon (lo segue da quand’era ministro con Chirac), ha scritto che Baroin rappresenta il “cavallo di Troia” di Sarkozy per rientrare in campagna elettorale.

In ogni caso è presto per considerare Fillon fuori dai giochi.

2-Macron ha innescato due polemiche

La settimana di Macron è stata segnata da due polemiche. Dall’Algeria, paese in cui era in viaggio (Macron sta strutturando la campagna elettorale con almeno una visita all’estero a settimana per coltivare la sua immagine presidenziale), il leader di En Marche! ha dichiarato che la colonizzazione francese è stata un “crimine contro l’umanità” e una “barbarie”. La dichiarazione è stata criticata soprattutto da parte della destra: Fillon ha detto che Macron non ha “colonna vertebrale”, dal Front National è arrivata un’accusa simile, “non dobbiamo vergognarci del nostro passato” visto che la Francia ha condiviso la sua cultura nel mondo grazie alla colonizzazione (permettete l’intrusione, ma è un argomento simile all’elogio della bonifica delle paludi pontine da parte del fascismo, che dopotutto “ha fatto anche cose buone”).

 

Per spiegare bene il senso della sua dichiarazione, che è stata vissuta male anche dai “pieds-noirs” cioè i francesi che vivevano in Algeria (e dai loro figli e nipoti) e furono costretti a lasciare il Nord Africa per evitare di finire trucidati durante la guerra civile, Macron ha prima pubblicato un video sui suoi social e poi ha ripreso la questione al meeting di ieri, a Tolone, scusandosi per aver inavvertitamente ferito alcune persone, e ribadendo che la sua era una presa di coscienza della responsabilità dello Stato francese e non degli individui.

 

Passaggio notevole del discorso: Macron ha concluso, dopo essersi scusato, con la frase “je vous ai compris et je vous aime”, citando il famoso discorso che il Generale De Gaulle tenne proprio ad Algeri davanti ai cittadini francesi in Algeria nel 1958. Appena ha pronunciato queste parole i giornalisti di fianco a me sono letteralmente impazziti: “mais c’est le General!”, sottolineando come quella fase della storia francese sia importante. La guerra d’Algeria è stata per lungo tempo un argomento tabù, tanto che fino a pochi anni fa i documenti ufficiali riferiti al decennio 1955-1964 parlavano degli “avvenimenti d’Algeria”, senza mai ammettere che in quel periodo è stata combattuta una guerra d’indipendenza. Insomma un terreno minato che tra l’altro divide molto l’opinione pubblica. Come vedete nel sondaggio, il 51% dei francesi è d’accordo con quanto detto da Macron, e i suoi propositi sono molto più condivisi dagli elettori di sinistra che da quelli di destra.

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L’altra polemica è stata scatenata da una lunga intervista rilasciata all’Obs, quando Macron ha criticato il modo in cui i socialisti hanno approvato la legge sul “mariage pour tous” la legge sui matrimoni omosessuali: “uno degli errori fondamentali di questi cinque anni è stato quello di ignorare una parte del paese che ha buone ragioni per vivere in risentimento e preda di passioni tristi. È quello che è successo con i matrimoni omosessuali, quando abbiamo umiliato quella parte di Francia. Non bisogna mai umiliare, bisogna parlare, bisogna “condividere” i disaccordi. In caso contrario, alcune parti del paese diventeranno dei bastioni dell’irredentismo”. In questo caso le critiche sono arrivate dalle associazioni LGBT. Insomma una settimana complicata dove Macron ha ricevuto critiche sia da destra che da sinistra.

Queste posizioni e i relativi attacchi fanno capire quanto la campagna elettorale di Emmanuel Macron sia diventata più difficile: se sei un outsider puoi permetterti di essere vago perché sei trattato in maniera più indulgente, soprattutto quando la tua dinamica è nettamente in progressione; da favorito però la tua campagna cambia, diventi il principale bersaglio delle critiche e anche la stampa tende a metterti in difficoltà. Matthieu Croissandeau, direttore dell’Obs, ha efficacemente paragonato En Marche! ad una start up di successo cresciuta troppo in fretta. Il movimento ha bisogno di una struttura seria per competere fino in fondo.

Se è vero che Macron ha avuto nei sondaggi una straordinaria crescita da quando ha lasciato il governo ad agosto, non c’è stato il boom che la vittoria di Benoît Hamon e il contestuale scandalo di François Fillon potevano far prevedere. È per questo che ha bisogno di un programma, o meglio di una serie di proposte concrete che gli consentano di delineare con chiarezza il suo progetto di società: Hamon lo ha costruito intorno al reddito universale di esistenza; Marine Le Pen vuole uscire dall’euro e dall’Europa al grido di prima la Francia (priorità ai francesi nelle cure mediche, priorità alle imprese francesi negli appalti, eccetera); Mélenchon propone una sorta di socialismo reale ed ecologico, mettendo addirittura un tetto ai redditi massimi (una tassa del 100% per i redditi sopra i 400mila euro); Fillon ha un programma molto liberale (la famosa proposta di 500.000 dipendenti pubblici in meno) e molto conservatore in tema di società. Macron che progetto ha? È ancora tutto un po’ vago, ne sapremo di più il 2 marzo, quando le proposte verranno pubblicate.

Un’ultima cosa: ieri durante il comizio a Tolone, Macron ha attaccato più volte Fillon chiamandolo per nome, finora non lo aveva mai fatto. Questo è il segnale che il leader di En Marche! è entrato pienamente nella dinamica politica della campagna elettorale, il gioco si fa più duro e ha deciso di non sottrarvisi.

3-La variabile astensione

La settimana scorsa abbiamo analizzato il potenziale elettorale di Marine Le Pen. La conclusione del ragionamento era che seppure il Front National arriverà a delle percentuali mai viste prima, in un’elezione normale la sua vittoria è improbabile. Aggiungiamo una variabile al ragionamento: e se alle presidenziali non votassero 36/38 milioni di francesi ma molti di meno? Cosa succederebbe se l’affluenza avesse una flessione notevole, arrivando tra il 50 e il 60% al secondo turno? Ecco che l’elettorato molto motivato di Marine Le Pen potrebbe fare la differenza pur non essendo maggioranza in condizioni normali. In altre parole, la chiave di queste elezioni potrebbero essere gli elettori che Brice Teinturier, politologo e direttore dell’istituto di sondaggi Ipsos, chiama i PRAF-attitude: plus rien à faire (quelli che non hanno più niente a che fare con la politica) nella versione moderata, plus rien à foutre (quelli che se ne fottono della politica) nella versione più radicale. Chi sono queste persone?

“Le due presidenze di Nicolas Sarkozy e François Hollande costituiscono per i francesi un decennio di delusione. Ma quello che è in gioco è anche il ruolo delle reti sociali, le mutazioni dell’informazione, l’individualizzazione crescente della società, la crisi della morale pubblica e dell’esemplarità. Davanti a questi sconvolgimenti la politica, che non sa come affrontarli, si è chiusa in un gioco di posture che aumentano la rabbia. E una parte crescente dei francesi non si fa più ingannare.”

Queste persone non sono necessariamente nell’astensione, secondo Teinturier i PRAF rappresentano circa un terzo dell’elettorato, diviso a sua volta tra disgustati, indifferenti, delusi, in collera. Le prime due categorie preoccupano il politologo: la collera o la delusione sono comunque una forma di relazione politica. Invece, sentimenti come il disgusto e la disillusione indicano che la relazione è finita, il divorzio è quasi irreversibile. I vari scandali che stanno mettendo in crisi la candidatura di Fillon, ad esempio, non danneggiano solo i repubblicani, ma alimentano la percezione che “così fan tutti”.

Sarà interessante capire quanto i PRAF peseranno sul secondo turno delle presidenziali: andranno a votare per qualcuno che promette di rovesciare il tavolo oppure rimarranno semplicemente a casa? A questi elettori io aggiungerei gli ideologici: qui entra in gioco la mia percezione che come tale è parziale e si basa sulle conversazioni che sto avendo con le persone che partecipano ai comizi, alle manifestazioni e anche con i miei amici e conoscenti francesi. Quando ipotizzo lo scenario al secondo turno Macron/Marine Le Pen agli elettori più di sinistra, molti mi rispondono che resteranno a casa, perché un ballottaggio del genere sarebbe un’alternativa tra la “peste e il colera”. In quanti la pensano così? Se lo dicono i più attivi, cioè quelli che partecipano ai comizi, leggono i giornali e guardano i talk show, come si schiererà la parte di popolazione che nemmeno partecipa?

Il personaggio della settimana

Nicolas Sarkozy ha sempre sognato di  diventare il padre nobile della destra gollista. Quando nel 2012 i repubblicani si spaccarono a seguito di un congresso a quanto pare truccato tra Jean François Copé e François Fillon, che abbandonò il partito, fu proprio grazie alla sua mediazione e al suo ritorno che la crisi rientrò. Aver ricevuto prima la chiamata e poi la visita di Fillon (che a seguito della vittoria alle primarie non aveva risposto alle sue per mesi), riabilita Sarkozy come “patron des républicains”.

La figura dell’ex presidente esce molto rafforzata dal pranzo di mercoledì e sarà forse fondamentale per raggiungere il secondo turno. Almeno è quanto ipotizzano alcune trasmissioni televisive.

Letture consigliate

Un bellissimo dialogo tra il filosofo Michel Onfray e lo storico Marcel Gauchet su chi è e cosa rappresenta Emmanuel Macron. Lo trovate sull’Obs, è in abbonamento ma vale la pena.

L’articolo di Internazionale (che traduce l’Economist) che mi ha fatto ragionare sulla possibile astensione. E grazie a Francesca per la segnalazione.

L’intervista completa di Brice Teinturier sulla PRAF-attidude.

Un’analisi di Mediapart sulle difficoltà di Hamon, stretto tra Mélenchon e Macron. Lo so ragazzi, è in abbonamento, ma in Francia i giornali funzionano così (e giustamente, direi).

-Martial Foucault, ricercatore di Sciences Po, analizza la dispersione dell’elettorato storico della gauche. Sul Monde.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventunesima settimana: Marine Le Pen vola

Ventunesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Marine Le Pen ha cominciato la campagna elettorale. Commentiamo alcuni dati interessanti sullo share del talk show cui ha partecipato e analizziamo qual è davvero il suo potenziale elettorale.

2-Ancora una settimana complicata per François Fillon, che però ha raggiunto il suo principale obiettivo: continuare ad essere il candidato repubblicano alle presidenziali.

3-Due nuove sezioni, suggerite da amici e lettori.

1-Marine Le Pen è davvero competitiva?

È stata la prima settimana di campagna della leader del Front National. Domenica scorsa vi avevo raccontato a caldo il suo comizio, qui trovate un reportage che ho scritto per Gli Stati Generali (e qui ne ho parlato a Radio24 con Oscar Giannino). Marine Le Pen aveva un appuntamento mediatico molto importante: era invitata all’Émission Politique, uno dei talk show più seguiti della televisione francese. Chi è iscritto da un po’ conosce il programma, ma vale la pena ricordarne le modalità.

La trasmissione dura due ore, è presentata da due volti noti della televisione francese, Léa Salamé e David Pujadas, ed è strutturata in varie interviste su temi specifici condotte da giornalisti invitati appositamente. Si susseguono quindi esperti del mondo del lavoro (sindacalisti/imprenditori), cittadini comuni, un politico della parte avversa e un invitato a sorpresa. L’esercizio è molto duro, i conduttori hanno una reputazione di giornalisti abbastanza aggressivi, specialmente Léa Salamé, e il programma viene commentato sui giornali del giorno dopo e in televisione nei giorni successivi.

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Marine Le Pen ha polverizzato tutti i record: secondo il sondaggio realizzato dall’istituto Harris Interactive su commissione di France 2 e del programma, che diffonde i risultati in diretta, il 41% dei telespettatori si è detto convinto dagli argomenti di Marine. Come vedete, la leader del Front National fa meglio di Benoît Hamon, che aveva cominciato a crescere davvero nei sondaggi anche grazie alla sua buona prova televisiva, e François Fillon, per cui avevamo registrato una dinamica simile.

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L’altro record raggiunto da Marine Le Pen riguarda i dati di ascolto. Con 3,5 milioni di telespettatori e quasi il 17% di share distanzia nettamente Alain Juppé, che come vedete era stato seguito da “solo” 2,75 milioni (13,2% di share). Per comprendere il contesto, all’epoca il sindaco di Bordeaux era considerato praticamente il prossimo Presidente della Repubblica, capirete dunque che l’interesse nei suoi confronti era piuttosto alto.

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Tutto ciò va aggiunto al positivo quadro politico che si sta delineando. Abbiamo parlato nelle scorse settimane della solidità del suo elettorato, sottolineando come un voto molto identitario al primo turno può essere sintomo della difficoltà di allargare la propria base elettorale al secondo. A dicembre le primarie del centro-destra avevano in più designato un candidato molto difficile da affrontare per lei: Fillon era un concorrente ostico vista la sua popolarità tra gli elettori più radicali per la sua durezza in materia di sicurezza e immigrazione; la statura presidenziale indubbiamente superiore del repubblicano poneva a Marine Le Pen il problema di lavorare sulla sua immagine di eterna perdente; infine le posizioni conservatrici in tema di società piacevano molto all’elettorato cattolico più conservatore che negli ultimi anni invece guardava con interesse al Front National, grazie anche al profilo di Marion Maréchal Le Pen (se volete approfondire, qui trovate l’analisi della vittoria di Fillon a novembre). Le difficoltà di Fillon sono quindi benvenute.

 

Finora non avevamo affrontato questo discorso ma è utile dare uno sguardo ai sondaggi più recenti che iniziano a registrare le intenzioni di voto al ballottaggio. Il Front National fa un notevole balzo in avanti: stimato al 25/26% al primo turno, al secondo è capace di raggiungere un risultato tra il 35 e il 40% (dipende dell’avversario). Ciò vuol dire che una parte consistente dell’elettorato è pronto a spostarsi su Marine Le Pen, fino a questo punto non è mai successo. Il precedente che possiamo utilizzare sono le elezioni regionali del 2015: dopo un risultato francamente impressionante in alcune regioni al primo turno, solo in PACA (Provence-Alpes-Côte d’Azur) il partito è stato capace di incrementare sensibilmente la propria percentuale passando dal 40% al 45%. La candidata in quel caso era Marion Maréchal Le Pen.

Questo vuol dire che il Front National è potenzialmente in grado di allargare la propria base elettorale, seppure non in maniera decisiva visto che per ora parliamo di 1/10 dell’elettorato. Il problema è sempre lo stesso: per vincere devi convincere il 50%+1 dei francesi, molto complicato se non fai alleanze, tra l’altro al momento non in agenda. Fino ad oggi l’idea di condividere il potere o fare dei compromessi con altre forze politiche è rimasta estranea al DNA del Front National, che al contrario gioca sul concetto di “cittadella assediata”: noi da soli contro tutti.

Però guardate i (supposti) flussi nel grafico successivo: in caso di ballottaggio contro Emmanuel Macron (che vincerebbe 63-37) il 10% degli elettori di Mélenchon voterebbero per lei così come il 29% degli elettori di François Fillon. Sembra poco, non lo è. Controllate il risultato del padre, Jean Marie, alle presidenziali del 2002. Già un risultato del genere sarebbe una rivoluzione.

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Il sondaggio è stato realizzato da Ifop

2-François Fillon è, con fatica, ancora in sella

Il candidato repubblicano non sta passando un bel momento, come sapete bene. Ha però salvato il salvabile, cosa non scontata sino al week end scorso.

Lunedì ha organizzato una conferenza stampa al suo comitato. Dopo aver ribadito l’effettività dell’impiego di sua moglie e lanciato una sorta di “operazione trasparenza”, pubblicando online il suo patrimonio completo, ha chiesto scusa ai francesi.

“Lavorando con mia moglie e i miei figli ho privilegiato questa collaborazione di fiducia che oggi suscita sospetto. È stato un errore, lo rimpiango profondamente, e presento le mie scuse ai francesi.” 

Poi ha chiarito che non sta al “tribunale mediatico” giudicarlo, compito che spetta solo gli elettori.  Ha infine concluso la conferenza sostenendo che da quel momento sarebbe cominciata un’altra campagna, e che avrebbe imposto il suo programma e la sua agenda politica al dibattito pubblico.

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Come vedete il crollo comincia a inizio gennaio, quando i francesi hanno iniziato ad approfondire il programma molto duro sul piano economico e sociale. Dalla fine del mese diventa un’emorragia seria. Il grafico è de L’Express.

La sua è stata l’unica linea di difesa possibile: non si è rivolto davvero ai francesi, come ha detto, ma ha parlato al proprio campo. Se il crollo nei sondaggi è notevole, allo stesso tempo il 17/18% delle intenzioni di voto al momento attribuitegli è molto vicino alla percentuale storica della destra francese al primo turno, stimata intorno al 20%. La volontà di chiudere definitivamente il capitolo PenelopeGate gli consente di ricominciare a far campagna e rassicurare chi ha deciso di votare per lui.

Vi avevo raccontato dei dubbi sempre più consistenti di una parte del partito sull’opportunità di mantenere la sua candidatura. Martedì, alla riunione con i parlamentari, una parte di essi sembrava orientata a chiedere formalmente un passo indietro al candidato. Non è successo, perché? Perché sia i deputati più vicini a Juppé che i sarkozysti non sono stati in grado di imporre un proprio candidato: provarci avrebbe significato spaccare irrimediabilmente i repubblicani. L’atteggiamento di Fillon (che secondo alcuni ha peraltro preso in ostaggio la sua famiglia politica) ha ri-compattato i repubblicani dietro la sua candidatura;  le varie voci su una sua sostituzione sono cessate di colpo da lunedì sera, una volta terminata la conferenza stampa. Martedì è stato ospite di François Baroin, fedelissimo di Sarkozy, a Troyes; giovedì, a Poitiers, Jean-Pierre Raffarin, ex primo ministro sotto Chirac e gran sostenitore di Alain Juppé alle primarie, ha introdotto il comizio del candidato con un discorso molto appassionato e leale. Segnali inequivocabili.

Il discorso di Fillon a Poitiers è stato abbastanza incentrato su sicurezza e immigrazione, strategia che probabilmente verrà tenuta nelle prossime settimane: la sua proposta economica è quasi brutale (500.000 funzionari pubblici in meno, grande riduzione delle spese pubbliche, interventi anche sulla sanità), e chiedere sacrifici ai francesi dopo uno scandalo che ha messo in luce una relazione “interessata” con il denaro non è molto credibile. Fillon cercherà quindi di evitare una fuga del suo elettorato più radicale verso Marine Le Pen e allo stesso tempo blandirà gli indecisi che guardano a Macron, giocando sulla sua solidità internazionale e sulla sua innegabile esperienza di governo.

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Come notate la caduta di consenso di Fillon è avvenuta anche all’interno dei simpatizzanti repubblicani. È a loro che il candidato si rivolge principalmente in questo momento.

La retorica contro la stampa e il potere socialista, che starebbe cercando di sabotare la sua candidatura, completano questa “trasformazione”: da candidato con ambizioni maggioritarie Fillon ha in questo momento la preoccupazione di salvare il suo elettorato storico. Chi si riconosce nel progetto politico repubblicano ha necessità di essere convinto che Fillon è ancora il candidato giusto, ha bisogno di una retorica che gli consenta di camminare a testa alta. Sono anni che aspetta di riprendere il potere e di liberarsi di Hollande e potrebbe serrare i ranghi dietro al suo candidato, paradossalmente pensando che sia perseguitato. Il problema è che, appunto, parliamo dell’elettore di destra. Basta?

Al momento no. Lo ha spiegato bene il politologo Bernard Sananés: noi ci soffermiamo chiaramente sui sondaggi di intenzione di voto, ma guardando il barometro di opinione che misura la popolarità dei singoli politici su tutto l’elettorato, notiamo che tra i primi dieci non c’è nessun repubblicano tranne Juppé, ormai però alla fine della sua carriera politica. Questo indica che al momento la destra non si inserisce più nella dinamica dell’alternanza, non ha – per ora – un personaggio in grado di unire il paese dietro di sé.

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Il primo politico repubblicano è Xavier Bertrand, tredicesimo.

Speciale: chi ha vinto la settimana?

Questa volta era facile: Marine Le Pen, vista la sua capacità di convincere nell’Emission Politique e occupare quasi tutto lo spazio mediatico soprattutto a scapito di Macron, visto e sentito poco e quasi solo per le critiche sempre più forti alla vaghezza del suo programma.

Devo però citare Jean Luc Mélenchon, autore di un comizio geniale settimana scorsa: non voglio lo perdiate. Parlava da Lione (anche lui), ma ha organizzato un altro comizio in contemporanea a Parigi, dov’è apparso in ologramma. Coup de théâtre.

 

L’idea di aggiungere questa rubrica alla fine di ogni puntata è di Giovanni Diamanti cui vanno i doverosi credits.

Letture consigliate

Una lunga intervista di Thomas Piketty a FranceInter. L’economista è stato appena nominato responsabile della questione europea e della revisione dei trattati nella squadra di Benoît Hamon.

Chi sono i francesi che sostengono Emmanuel Macron? Un’analisi del sondaggista Jérôme Fourquet su slate.fr.

Il Front National è diventato un vero partito nazionale. Splendida intervista dellObs a Pascal Perrineau, politologo tra i riferimenti preferiti di questa newsletter.

François Fillon è messo meglio di quanto crediamo. Un’analisi controcorrente di Eric Dupin.

Perché la difesa di François Fillon non funziona, visto dall’Italia. Daniele Bellasio sul suo blog, Danton.

Grazie a Giulio, che ha suggerito questa nuova sezione.

Momento pubblicità: per il Foglio ho intervistato Christophe Castaner, portavoce di Emmanuel Macron. L’intervista la trovate qui.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventesima settimana: i comizi paralleli di Macron e Le Pen

Ventesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Marine Le Pen e Emmanuel Macron si sono affrontati a distanza a Lione, dove hanno parlato ai propri sostenitori. Sono andato a sentirli entrambi e vi racconto le prime impressioni a caldo;

2-François Fillon è sempre più in difficoltà e nel suo partito si sta formando un fronte che gli chiederà di rinunciare alla candidatura;

3-Una piccola riflessione sui sondaggi, e sulla “volatilità” che evidenziano.

1-Comizi paralleli, dall’Europa di Macron alla Francia di Marine Le Pen

Come sapete sono a Lione per seguire i due comizi principali di questa settimana. Ieri ha parlato Macron ed è da poco finito il discorso di Marine Le Pen che ha chiuso i due giorni delle assises présidentielles, la convention organizzata dal Front National per inaugurare la campagna elettorale.

In settimana racconterò meglio ciò che ho visto – ché ho bisogno di ragionarci un po’ su. Per ora, a caldo, posso dirvi che i candidati rappresentano e vogliono rappresentare due mondi completamente diversi. Al comizio di Macron la coreografia era pensata per esaltare l’Unione Europea: pannelli, bandiere dell’unione ogni 3-4 persone, un podio interattivo che s’illuminava con le famose stelle in campo blu ogni volta che il leader di En Marche! citava l’Europa o un tema di respiro europeo (immigrazione, difesa e posto della Francia nel mondo, in particolare). Marine Le Pen, che dall’Unione e dall’euro vuole uscire, ha parlato con tre bandiere della Francia dietro di sé e con un pubblico che la interrompeva continuamente gridando on est chez nous, siamo a casa nostra. Il coro era intonato con particolare passione quando la leader frontista attaccava l’Unione o denunciava il lassismo delle élites nei confronti dell’immigrazione.

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La curva per Emmanuel Macron

Il discorso di Macron è stato incentrato intorno all’idea che la Francia ha un senso solo all’interno di una storia comune e non può e non deve bastare a sé stessa. Anzi, in questo momento storico di ritirata e chiusura degli Stati Uniti la sua funzione è quella di costruire ponti ed attrarre i migliori cervelli per diventare il nuovo paese del “sapere franco”. Al contrario quella di Marine è una retorica di chiusura rispetto ad una globalizzazione che non funziona e che ha due facce: la prima, più conosciuta, è quella economica e finanziaria, ma la seconda è quella che ha creato il terrorismo jihadista, che al momento non può essere sconfitto perché non controlliamo le nostre frontiere.

Il pubblico era difficilmente sovrapponibile: quasi quindicimila persone (tra chi è riuscito ad entrare e chi è rimasto fuori) sono andate a sentire Macron, un pubblico eterogeneo per quanto molto giovane. Oltre ai sostenitori entusiasti, molte persone con cui ho parlato erano semplicemente incuriosite dal personaggio, dalla sua retorica e dal suo successo; è una parte di elettorato che ascolta con interesse i discorsi del leader di En Marche! ma non è ancora convinta, cerca quindi di farsi un’idea. Macron si è posto al di sopra delle parti: ogni volta che il pubblico iniziava a fischiare un avversario veniva interrotto dall’oratore: “i fischi non ci portano da nessuna parte, noi dobbiamo presentare il nostro progetto per la Francia, non andare contro qualcun altro”.

L’ambiente era completamente diverso da Marine Le Pen, composto da meno giovani e soprattutto meno curiosi: tutte le persone da me intervistate erano forziste convinte da un po’, anche perché il comizio chiudeva una convention di due giorni dove i militanti hanno lavorato a dei tavoli tematici; un ambiente più di partito, fisiologicamente. Il discorso è stato interrotto più volte da fischi e ululati nei confronti degli avversari fisici (gli altri candidati) o concettuali (l’Europa, la globalizzazione).

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Il palco di Marine Le Pen, poco prima che cominciasse a parlare

Insomma, cedendo ad una semplificazione giornalistica, ho visto una Francia che ha vinto la sfida della globalizzazione e una Francia che invece l’ha persa. Una Francia che vuole competere nel mondo globalizzato e una Francia che chiede protezione e pretende solidarietà per chi è rimasto indietro. È chiaro che il racconto è più complicato di così, e andrà approfondito nelle prossime settimane. Allo stesso tempo semplificare queste profonde divisioni aiuta ad avere una bussola: la campagna delle prossime settimane sarà impostata sempre di più attorno a questi temi.

2-Come se la passa Fillon

La settimana scorsa era terminata con il suo grande comizio a Porte de La Villette. Fillon sperava che la dimostrazione di forza e di unità potesse dare nuovo slancio alla campagna elettorale: una sorta di rincorsa per lasciarsi alle spalle gli affaires. Ma, come spiega Guillaume Tabard sul Figaro, l’effet la Villette, la diga politica che sembrava essersi costruita intorno a Fillon, mostra già le prime crepe. Il motivo è che eletti, antichi e futuri ministri non pensano solo alla sorte del candidato ma anche alla propria. E quindi si sono moltiplicate le dichiarazioni ambigue, inviti alla responsabilità e qualche fuga in avanti che parla di piano B. Mentre stavo scrivendo in sala stampa ho ascoltato una telefonata di una giornalista seduta accanto a me con un deputato repubblicano sostenitore di Juppé: apparentemente alla riunione del candidato con i parlamentari, martedì, i juppeisti faranno pressione affinché si ritiri.

Al momento c’è molta confusione, l’agenda provvisoria di Fillon prevede martedì un discorso a Troyes con François Baroin, un ex fedelissimo di Nicolas Sarkozy, mentre giovedì un meeting a Poitiers, con Jean-Pierre Raffarin, ex primo ministro sotto Chirac. Il fatto che l’agenda sia provvisoria e che per avere conferme ci sia una sorta di passaparola tra i giornalisti vi fa capire quanto al momento i repubblicani vivano alla giornata.

Infine una riflessione più generale sulla sua campagna elettorale, che già prima degli scandali stentava a decollare: abbiamo raccontato la retromarcia sulle assicurazioni sanitarie, i problemi con le investiture dei candidati nei collegi per le elezioni legislative, l’oscuramento mediatico dovuto al fenomeno Macron e alle primarie del Partito Socialista. Ritornare alla ribalta a causa degli scandali è stato un imprevisto molto difficile da gestire: se questo può aver compattato la cosiddetta “fan-zone” allo stesso tempo può aver irrimediabilmente limitato la capacità di espansione dell’elettorato fillonista, che era quello su cui i repubblicani puntavano per vincere.

La linea di difesa scelta dai Fillon è tra l’altro molto pericolosa, e con ogni probabilità perdente. Fillon era stato votato anche per un rigetto nei confronti di Nicolas Sarkozy: gli elettori repubblicani erano stanchi di essere rappresentati da un leader opaco e ambiguo, continuamente colpito da scandali e incapace di incarnare quella sobrietà del potere che ha sempre ispirato Charles De Gaulle. François Fillon era quindi un nuovo candidato finalmente al di sopra di ogni sospetto. Impostare la propria difesa gridando al complotto, cercando di far leva sulle emozioni presentandosi come vittima, era esattamente la strategia di Sarkozy. Al di là della sua efficacia o meno, faceva parte del personaggio: Sarkozy era fatto in quel modo, nel bene e nel male. Al contrario Fillon non ha niente a che vedere con questo profilo, e persino gli elettori di sinistra con cui sto parlando in queste settimane si dichiarano sorpresi: “Fillon era una persona seria, questo modo di difendersi è abbastanza deludente.”

3-Come leggere i sondaggi

Oggi non citerò alcun sondaggio rispetto alle intenzioni di voto, ma commenteremo solo questa tabella.

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Il sondaggio è dell’istituto Elabe ed è di giovedì

Come potete notare l’elettorato di alcuni candidati (soprattutto di Macron) è molto volatile, ciò vuol dire che un buon numero di elettori non ha ancora definito la propria scelta. Se per Macron la volatilità più pronunciata si può spiegare con il fatto che En Marche! è una formazione politica nuova e quindi l’elettorato non ha consuetudine con nome, simbolo e leader, la tendenza è generale tranne che per Marine Le Pen. Analizziamo questo cosa vuol dire:

A-Il Front National ha l’elettorato più solido. Questo è chiaramente un dato molto positivo, il discorso di Marine Le Pen ha pochi concorrenti, persino gli scandali sui falsi assistenti che abbiamo raccontato nelle scorse settimane non sembrano aver sorpreso più di tanto i simpatizzanti frontisti. Questo si spiega col fatto che l’onestà e la rettitudine non sono mai stati un cavallo di battaglia del Front National, che anzi marcia molto sulle presunte persecuzioni dell’establishment (e a volte ha anche ragione visto il comportamento delle banche che non concedono crediti al partito). La seconda ragione è che, banalmente, il partito non ha mai esercitato il potere. Se non hai mai governato fare l’anti-sistema è più facile e in qualche modo anche giusto. Questo dato positivo però contiene in sé anche il problema: come allarghi un elettorato molto identitario in un secondo turno dove vince chi riesce a parlare alla maggioranza dei francesi? Alle elezioni presidenziali votano tra i 36 e i 38 milioni di francesi, convincerne almeno 18 non è cosa da poco. Il Front National ha già dimostrato alle ultime regionali di non riuscire a sfondare le plafond de verre, la barriera invisibile, la capacità del sistema politico di allearsi e far fronte comune contro la minaccia lepenista. Ecco perché oggi durante il discorso Marine Le Pen ha detto una frase che tutti i giornalisti hanno subito sottolineato sui taccuini per due volte: “faremo un governo di unione nazionale”. Per ora la proposta è vaga e va interpretata, ma il segnale è che nelle prossime settimane Marine comincerà a tenere dei discorsi più inclusivi per iniziare ad ampliare il proprio campo già da ora.

C-Perché ogni sondaggio racconta una storia diversa? Come detto prima, l’opinione non si è ancora cristallizzata, e nel panorama politico mutato questo può avere un’incidenza notevole. Il politologo e sondaggista Bernard Sananès ha fatto una riflessione interessante in tal senso: “fino a pochi anni fa il sistema francese era tripolare quindi il “biglietto” per accedere al secondo turno si acquistava tra il 25 e il 27%. Adesso, se consideriamo anche la risalita di Benoît Hamon, i poli sono quattro, ciò vuol dire che “il biglietto” per il ballottaggio può essere acquistato tra il 20% e il 22%.” Stando così le cose le oscillazioni sono ancor più rilevanti: in termini di voti assoluti un aumento o una diminuzione del 1,5% equivale a  500.000 elettori e conta infinitamente di più. Se a questo aggiungiamo la “volatilità” è chiaro che risulta difficile avere dei sondaggi precisi ed univoci.

Momento pubblicità: giovedì sera ho parlato dello scandalo Fillon e della situazione generale a 80 giorni dalle elezioni a Zapping, su Radio 1, con Giancarlo Loquenzi. Qui trovate il podcast. Sul mio profilo Facebook trovate invece le due dirette, quella di sabato da Emmanuel Macron e quella di stasera da Marine Le Pen.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, diciannovesima settimana: Hamon ha vinto le primarie!

Diciannovesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Prima di cominciare un annuncio importante: da ieri sono in Francia e seguirò tutta la campagna elettorale per le presidenziali sul campo. Sono davvero contento di questa possibilità e spero di potervi offrire un servizio ancora più preciso e più “vero” di quanto fatto sinora. Infine, stamattina sono stato ospite di Le Voci del Mattino, su Radio 1. Qui trovate il podcast, io parlo dal minuto 30 in poi.

Veniamo a noi: di cosa parliamo oggi?

1-Come sapete, Hamon ha vinto le primarie del Partito Socialista. Non è una sorpresa, ma è comunque un momento storico per il partito egemone della sinistra francese: per la prima volta sarà un esponente della minoranza a guidare i socialisti alle presidenziali.

2-È stato pubblicato un sondaggio molto interessante, ma da prendere con cautela

3-Mentre la sinistra sceglieva il suo candidato François Fillon ha parlato di fronte a 13.000 persone a Porte de la Villette, a nord di Parigi. Il candidato ha provato a reagire allo scandalo che abbiamo analizzato la settimana scorsa con un discorso molto accorato.

1-Hamon è il candidato socialista all’Eliseo

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Benoît Hamon ha vinto le primarie del partito socialista con il 58% dei voti, una vittoria netta e chiara. Sapevamo che per Valls era quasi impossibile recuperare lo svantaggio, viste le sue difficoltà in campagna elettorale e la dinamica favorevole al suo avversario, sempre crescente nei sondaggi dall’inizio della competizione. A giocare un ruolo decisivo però è stata la capacità di Hamon di presentare un progetto credibile rispetto ai temi più sentiti dagli elettori: ci aiuta questo grafico di Elabe, che mette in evidenza come la situazione economica e il bisogno di protezione sociale fossero in cima alle preoccupazioni degli elettori di sinistra, temi su cui Hamon ha evidentemente presentato un progetto ed una visione credibili e vicini alla sensibilità del suo elettorato.

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Come vedete, uno degli argomenti classici di Manuel Valls, la sicurezza e il terrorismo, è solo terzo, considerato prioritario dal 26% dei votanti. La credibilità internazionale, terreno in genere molto rilevante in un’elezione presidenziale, è l’ultimo tema citato dagli intervistati: solo il 7% degli elettori ha ritenuto le posizioni in materia di relazioni internazionali come una priorità nella scelta del candidato. Questo conferma quanto spiegato nelle settimane precedenti allo scrutinio: in massima parte i socialisti non hanno votato per un potenziale presidente della repubblica, quanto per il candidato che meglio incarnasse i valori di sinistra.

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Come potete notare il 56% ha votato per chi può rappresentare meglio i valori di sinistra, mentre solo il 44% ha votato per chi potrebbe far meglio il presidente della repubblica. Uno score quasi identico alle percentuali reali di voto.

Ieri sera sono stato al comitato di Benoît Hamon per attendere i risultati, e ho quindi parlato con moltissime persone. Su Left ho raccontato la serata, per cui se vi diverte un piccolo reportage lo trovate qui, ma voglio condividere con voi alcune impressioni. Mi ha molto colpito l’età media dei militanti/simpatizzanti, quasi tutti tra i venti e i trent’anni, universitari e molto entusiasti. Un segmento di elettorato composto da, direbbero qui in Francia, Bobo (bourgeois-bohème, l’equivalente del nostro radical chic), e non dalle classi che stanno pagando la crisi economica e le politiche di austerità, classi che il candidato ha più volte detto di voler rappresentare. Questo è forse in parte vero, ma andando a guardare i risultati nei quartieri popolari di Lille si nota come Hamon abbia ricevuto praticamente un plebiscito.

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Alla luce del sondaggio che commentiamo nel punto 2, e con tutte le cautele del caso, la dinamica è interessante perché potrebbe rendere Hamon molto competitivo nei confronti di Jean Luc Mélenchon: quello che è rimasto dell’elettorato popolare (ormai quasi tutto propenso a votare Front National) è per adesso affascinato dal messaggio da tribuno di Mélenchon; un candidato più “simpatico” e conciliante, con una proposta nuova e innovativa (il reddito universale) e spinto da due milioni di elettori che lo hanno legittimato alle primarie come Hamon, potrebbe però essere altrettanto attraente.

Ciò detto, Hamon deve affrontare due sfide, come individua il Monde:

-La prima è riunire intorno alla sua candidatura tutte le anime del partito.  Il compito è molto complesso: per capirci Manuel Valls venerdì aveva dichiarato di non poter difendere il programma di Hamon durante la campagna elettorale in caso di sua vittoria (e non parteciperà all’investitura ufficiale del candidato, domenica, perché in vacanza). Bisogna tener presente che Hamon è uno dei leader dei frondeurs, i ministri che hanno lasciato il governo Valls sbattendo la porta e hanno causato non pochi problemi all’esecutivo in Parlamento. Da un lato quindi Hamon dovrà trattare con alcuni deputati che chiederanno il “diritto di ritiro dalla campagna” nella tradizionale riunione del martedì all’Assemblea Nazionale, dall’altro dovrà far fronte agli eletti (deputati ma non solo) che saranno tentati da Emmanuel Macron, e potrebbero aggregarsi al suo movimento.

-La seconda è prepararsi a difendere il suo programma. Ne avevamo parlato già sabato: la sua proposta è da molti considerata inapplicabile perché costosissima e con serie implicazioni dal punto di vista sociale per la messa in discussione del lavoro come elemento fondante della nostra società. In questo senso sono interessanti le opinioni delle persone che erano ieri al comitato: tutti i militanti cui facevo notare le contraddizioni della proposta, la sua difficile applicabilità e la vaghezza in termini di coperture finanziarie, mi rispondevano allo stesso modo, che si riassume in quello che ha detto una ragazza, Clotilde: “in questi cinque anni abbiamo smesso di sognare, Hamon rappresenta la riconciliazione con le nostre idee. Il punto non è se le sue proposte sono realizzabili o meno: sinistra vuol dire anche utopia, avere il coraggio di proporre un cambiamento radicale”. Ecco, questo atteggiamento un po’ ingenuo difficilmente si riprodurrà nei dibattiti televisivi. Hamon è avvisato.

2-Un sondaggio, da prendere con molta cautela

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Il sondaggio è stato effettuato da Kantar Safres-One Point per Le Figaro dal 26 al 27 gennaio. Come vedete Macron ne esce rafforzato, visto che vincerebbe un eventuale ballottaggio in scioltezza sia contro Fillon che contro Marine Le Pen. La seconda notizia che ricaviamo è che Hamon sorpassa per la prima volta Jean Luc Mélenchon nelle intenzioni di voto al primo turno. Il terzo dato interessante è la percezione di Fillon, mentre a dicembre il 54% degli intervistati riteneva il candidato repubblicano di avere una statura presidenziale (il sondaggio è del JDD), oggi solo il 40% (in basso a destra) risponde in questo modo. Sono due sondaggi diversi, condotti con campioni e metodi non identici, ma uno scarto di 14 punti è comunque notevole.

Questa rilevazione va comunque presa con molta cautela: il campione intervistato è molto ristretto e non misura appieno l’effetto del Penelope Gate, lo scandalo che ha colpito François Fillon. Sta di fatto che al quartier generale dei repubblicani cominciano ad essere seriamente preoccupati per la crescita di Emmanuel Macron, che infatti è stato oggetto di numerosi attacchi durante il comizio tenuto da François Fillon a Porte de la Villette.

3-Fillon riempie La Villette, ma ci sono altri scandali

Ieri François Fillon ha tenuto un grande meeting a Porte de la Vilette con quasi 15.000 partecipanti. L’incontro, previsto da tempo per dare il via alla campagna elettorale, era diventato molto atteso a causa dello scandalo che ha coinvolto il candidato e sua moglie. Ne abbiamo parlato sabato, qui la puntata.

Fillon ha tenuto un ottimo discorso, duro in alcuni passaggi, e capace di trascinare le migliaia di simpatizzanti repubblicani venuti ad ascoltarlo. Dopo aver ribadito, davanti a tutti, la sua fiducia e il suo amore verso la moglie, ha arringato la sala affermando che non si lascerà intimidire: “per resistere a questa impresa di demolizione vi dico, dal fondo del cuore, grazie di essere qui, con me, con noi”. Il comizio ha rappresentato da un lato una dimostrazione di forza da parte di un candidato che nelle ultime settimane – al di là dello scandalo – non aveva brillato, dall’altro l’occasione per mostrare l’unità della famiglia politica repubblicana alle prese con una serie di polemiche interne rispetto alle scelte dei candidati nelle 577 circoscrizioni delle elezioni legislative.

Come detto però, uno dei motivi ricorrenti del discorso di François Fillon è stato l’attacco a Macron:

“Esiste una terza sinistra, che conosciamo poco. È Macron. Dice di avere un progetto; io lo attendo! Dice di essere riformatore; a priori, lo è meno di me! Fa credere di essere solo e di venire dal nulla; in realtà ha scritto il programma di Monsieur Hollande e ha messo in atto una gran parte del suo programma politico. È partito per una spedizione solitaria, ma i suoi sostenitori non sono tanto lontani come vuol far credere. Chi sono? Eh bene, è tutta la squadra di governo di Monsieur Hollande. Buongiorno novità! Macron è un uscente, è il bilancio di Hollande, è soprattutto il prototipo delle élites che non conoscono la realtà profonda del nostro paese”. 

Finora Fillon non aveva mai dedicato così tanta attenzione al leader di En Marche! e questo atteggiamento sarà con ogni probabilità mantenuto anche nelle prossime settimane se i sondaggi dovessero confermare la tendenza di Macron.

Veniamo, però, ai guai. Sabato abbiamo approfondito il presunto rapporto di lavoro fittizio tra Fillon e sua moglie Penelope. Per chi arriva adesso qui la puntata precedente. Durante il suo intervento televisivo di giovedì, pensato per difendersi dalle accuse, ad un certo punto il candidato repubblicano ha detto: “Quando ero senatore ho remunerato due dei miei figli come avvocati in ragione della loro competenza.” La dichiarazione, che ha sorpreso un po’ tutti perché resa spontaneamente, senza che il giornalista avesse chiesto informazioni al riguardo, è stata subito passata al setaccio dalla stampa, che ha scoperto, grazie all’inchiesta di Mediapart e del Journal du Dimanche, che i due figli di Fillon all’epoca non erano avvocati ma solo studenti di giurisprudenza.

Il settimanale L’Obs , dopo aver provocatoriamente notato che “tra i Fillon si ama lavorare in famiglia” ha spiegato che quando il candidato repubblicano era senatore, cioè tra il 2004 e il 2007, sua figlia Marie aveva tra i 22 e i 25 anni, mentre suo figlio Charles tra 20 e 23. Entrambi hanno passato l’esame e cominciato ad esercitare la professione quando il padre aveva già lasciato Palais du Luxembourg (il palazzo dove ha sede il Senato): Marie nel 2007, Charles nel 2010.

Accortosi dell’incongruenza il candidato ha dovuto fare marcia indietro, spiegando che la sua dichiarazione era stata imprecisa a causa dell’emozione. L’entourage ha chiarito ad AFP (l’equivalente della nostra Ansa) che Fillon intendeva dire che i due figli sono avvocati oggi, non che lo fossero all’epoca. Tra l’altro in Francia non è così raro che gli studenti universitari, specie durante gli ultimi anni, comincino già a lavorare e ad essere pagati per piccole consulenze legali. Sta di fatto che questa dichiarazione potrebbe portare ulteriori danni alla credibilità di Fillon.

Gli scandali che riguardano il periodo che Fillon ha passato al Senato non sono però finiti. Secondo un articolo di Mathilde Mathieu di Mediapart, il candidato repubblicano avrebbe ricevuto “dei crediti riservati alla remunerazione degli assistenti parlamentari con un sistema di commissioni occulte” dal 2005 al 2007. Il tutto grazie a uno stratagemma apparentemente piuttosto comune. I senatori, come i deputati, beneficiano di un assegno con cui pagano i loro collaboratori ma spesso non lo spendono completamente, dovendo quindi restituirne una parte. Per evitare di doversi occupare di queste questioni burocratiche molti parlamentari delegano la gestione del fondo al loro gruppo politico.

Ma, spiega la giornalista, tra il 2003 e il 2014 alcuni senatori dell’UMP (il vecchio partito di Fillon poi trasformatosi in Les Républicains) hanno recuperato quasi un terzo della cifra assegnatagli tramite un sistema detto “il ristorno”: questi fondi sarebbero transitati prima in un’associazione fantoccio chiamata Union républicaine du Sénat (URS) che si sarebbe poi occupata di distribuirli con assegni a suo nome.

Per questo affare sono indagati due senatori abbastanza importanti come Henri de Raincourt e René Garrec, ma per dei fatti posteriori al 2009. Il caso di François Fillon non sarebbe dunque al vaglio dei giudici ma la situazione rischia di metterlo in serio imbarazzo. L’entourage del candidato, raggiunto telefonicamente da Mediapart, ha dichiarato di non voler commentare un’indagine in corso, senza confermare né negare un suo eventuale coinvolgimento.

Infine, ancora un probabile incarico fittizio di Penelope Fillon, sua moglie. Penelope è stata pagata 5.000 euro lordi al mese per un anno e mezzo, tra maggio 2012 e dicembre 2013, in quanto redattrice della Revue des deux mondes. Anche in questo caso non si capisce bene se l’impiego fosse reale o meno: Michel Crépu, direttore della rivista, interrogato dal Canard Enchainé, ha spiegato che Penelope “ha firmato due o forse tre note di lettura” ma “in alcun momento […] ho avuto la minima impressione di quello che potrebbe somigliare a un lavoro di consigliere letterario”. Sul tema è stata aperta un’inchiesta preliminare, venerdì la procura ha perquisito gli uffici della rivista e i rapporti molto stretti tra François Fillon e l’editore della rivista Marc Ladreit de Lacharrière non aiutano a placare i sospetti.

Mentre scrivo i coniugi Fillon sono in procura a parlare con i magistrati, vedremo come andrà a finire. Per qualunque aggiornamento non esitate a scrivermi o a controllare i miei social (specialmente Twitter).

Per oggi è tutto, ci sentiamo domenica! (Per chi vuole, sabato pomeriggio farò una diretta Facebook da Lione, dove Emmanuel Macron terrà un grande comizio).

P.S. Mi è stato fatto notare che nella scorsa newsletter ho mancato il link all’editoriale di Emmanuel Macron sull’Europa, pubblicato in Italia dal Sole 24 Ore. Lo trovate qui.

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