Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentasettesima settimana: è Macron il nuovo leader dell’Occidente?

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Macron ha terminato il suo primo giro di incontri internazionali. L’esercizio è riuscito molto bene al nuovo presidente francese, che dopo la decisione di Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul clima si sta ponendo come nuovo leader dell’Occidente. Ma è stato soprattutto l’incontro con Vladimir Putin a far capire che tipo di atteggiamento terrà Macron nelle relazioni diplomatiche con gli altri paesi.

Emmanuel Macron è un presidente che intende utilizzare la storia del suo paese per legittimare le sue azioni. È una questione di comunicazione, certo, ma è soprattutto un modo di “riempire” le sue posizioni politiche e, in un certo senso, spersonalizzarle: Macron parla per la Francia ed è il garante di un percorso molto più grande di lui e finora questa attitudine è stata molto apprezzata sia dalla stampa interna che da quella internazionale. Dopo aver utilizzato il Louvre per inaugurare la sua presidenza, Macron ha subito utilizzato la reggia di Versailles per sottolineare una nuova fase nelle relazioni diplomatiche franco-russe. Lunedì scorso infatti, Vladimir Putin è stato ricevuto nel palazzo immaginato da Luigi XIV per il primo incontro con il nuovo presidente francese, che ha così terminato la sua settimana internazionale dopo la visita di Donald Trump, il summit della NATO a Bruxelles e il G7 di Taormina.

Nel maggio del 1717 lo Zar Pietro il Grande visitò per la prima volta Parigi accolto dall’ancora bambino Luigi XV e dal suo reggente, il duca d’Orleans. Pietro il Grande, che aveva già visitato l’Europa una ventina d’anni prima ma non era riuscito ad ottenere un’udienza da Luigi XIV, cercava appoggi politici e logistici per ammodernare il suo impero e cercare di importare il modello culturale europeo, e in particolare francese, in Russia. Dopo la visita francese lo zar creò l’Accademia delle scienze di Russia, sul modello dell’Académie Française e si ispirò a Versailles per completare la costruzione della reggia di Peterhof. La visita di Pietro fu l’inizio della “finestra aperta sull’Europa” e l’ingresso della Russia nel concerto delle grandi potenze europee.

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Da quel momento le relazioni franco-russe sono state segnate da alti e bassi, tra l’invasione di Napoleone e l’alleanza militare tra il 1892 e il 1917 (simboleggiata dal ponte Alexandre III a Parigi), ma è evidente il fascino che i paesi esercitano reciprocamente. I due modelli politici sono molto più simili di quanto si pensi: il peso dello Stato centrale, la grande rivoluzione, l’impero, la presidenza reale, per non parlare della grandissima influenza francese nella letteratura russa e viceversa. Emmanuel Macron ha ripreso tutte queste suggestioni e ha fatto capire che con lui i rapporti saranno franchi, ma distesi.

L’occasione, l’inaugurazione della mostra sul primo viaggio dello zar, proprio a Versailles, ha aiutato Emmanuel Macron a ricordare implicitamente le posizioni politiche difese da Putin nei primi anni al Cremlino, quando la politica estera russa era guidata dalla volontà di avvicinarsi all’Unione Europea e alla Nato. Non solo, è un fatto noto che Pietro è il sovrano che Putin preferisce, come ha spiegato al Figaro Francine-Dominique Liechtenhan biografa della dinastia Romanov: “Putin è nato a San Pietroburgo, la città fondata da Pietro il Grande nel 1708. Riceve regolarmente alla reggia di Peterhof e venera questo autocrate riformatore perché è colui che ha fatto entrare la Russia nella modernità”. Il presidente russo ha infatti molto apprezzato la visita, ricordando che le relazioni tra i due paesi sono persino più antiche della visita dello zar e che ha apprezzato molto il tentativo di riavvicinamento di Macron.

Con questo atteggiamento il presidente francese ha, ancora una volta, deciso di seguire le orme di Charles de Gaulle, che invitò Nikita Chruščёv proprio a Versailles nel 1960. La visita fu organizzata in un momento molto teso delle trattative della divisione di Berlino (all’epoca ancora sotto le zone di influenza francese, inglese, americana e, naturalmente, sovietica) e consentì al generale di porre le basi per i futuri rapporti con i sovietici, rapporti che furono mantenuti da tutti i presidenti successivi, in particolare da Jacques Chirac, che consegnò a Putin la legione d’onore nel 2006 (la più alta onorificenza francese) dopo averlo invitato alla commemorazione del sessantesimo anniversario dello sbarco in Normandia nel 2004.

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Chruščёv e de Gaulle a Versailles nel 1960

Il riferimento a de Gaulle non è casuale, Macron riceve Putin subito dopo aver incontrato tutti i leader della Nato, ponendosi in questo modo come portavoce delle potenze occidentali. Macron, dopo una presidenza molto ostile alla Russia e insolitamente vicina agli Stati Uniti, ha voluto ristabilire la tradizionale posizione francese in politica estera: sì alleati degli americani ma autonomi e indipendenti, capaci di avere un rapporto costruttivo con la Russia a prescindere da cosa pensa Washington. D’altronde, secondo de Gaulle, l’Europa era compresa tra l’Atlantico e gli Urali, e l’evocazione di Pietro il grande implica San Pietroburgo e non Mosca: in un momento in cui la Russia sta cercando un interlocutore in Occidente, vista la tradizionale freddezza britannica, la posizione molto dura di Angela Merkel e l’inaffidabilità di Donald Trump, la mano tesa di Macron è benvenuta.

La Francia torna quindi a discutere con la Russia dopo che Hollande aveva chiuso tutti i canali diplomatici con Putin, una relazione mai decollata che aveva trovato il suo punto più basso a novembre, quando Putin decise di non partecipare all’inaugurazione del centro culturale e spirituale ortodosso di Parigi lo scorso novembre. Molte analisi dei giorni successivi hanno sottolineato come Macron abbia capito perfettamente qual è il modo in cui ragiona Putin: il presidente russo comprende i rapporti di forza, e ha capito che con il presidente francese potrà avere un rapporto franco e diretto.

Diretto al punto da tracciare una nuova linea rossa: l’uso delle armi chimiche in Siria non sarà tollerato, la Francia è pronta ad intervenire militarmente per sanzionarne un nuovo utilizzo; i diritti della comunità LGBT in Cecenia e delle ONG in Russia vanno salvaguardati, e la Francia veglierà affinché non vengano violati in continuazione come negli ultimi mesi. Infine, uno dei momenti più tesi: l’evocazione dell’ influenza russa durante la campagna elettorale. Macron ha esplicitamente criticato le due agenzie di stampa RT e Sputnik che “non fanno giornalismo e quindi non hanno potuto avere accesso al Quartier Generale di En Marche!”, un passaggio che è stato molto ripreso dai telegiornali e dalle televisioni di tutto il mondo.

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Infine, giovedì sera è arrivata la decisione ufficiale di Donald Trump: gli Stati Uniti non onoreranno l’impegno preso dall’amministrazione Obama con il trattato Cop21, l’accordo mondiale sul contrasto ai cambiamenti climatici. Appena il presidente americano ha terminato il suo discorso alla Casa Bianca, l’Eliseo ha annunciato che il presidente Macron avrebbe reagito con un messaggio alla nazione. Macron ha prima parlato in francese, criticando la decisione degli Stati Uniti, giudicandola incomprensibile, poi in inglese, rivolgendosi direttamente agli americani e invitando tutti gli scienziati che vogliono continuare a impegnarsi per il pianeta a venire in Francia, dove avranno la possibilità di farlo (cosa che aveva già fatto, sempre in inglese, durante la campagna elettorale). La conclusione “make our planet great again” è stata un attacco diretto e quasi personale a Donald Trump, che non avrà gradito l’ennesima provocazione del giovane presidente francese.

 

È chiaro che Macron, in questo momento di campagna elettorale, stia sfruttando la scena internazionale per consolidare il proprio vantaggio nei sondaggi, che lo danno già tranquillo vincitore delle elezioni legislative in programma la settimana prossima. Ma c’è qualcosa di più: il presidente ha deciso di raccogliere il testimone di Barack Obama e accreditarsi come nuovo leader mondiale, un ruolo che ha sempre rivendicato di voler esercitare, per se stesso e per il suo paese. Per ora l’obiettivo sembra riuscito, ma le sfide più grandi sono ancora davanti a lui.

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Il sondaggio è stato effettuato dall’istituto Ipsos

Il personaggio della settimana

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Nathalie Kosciusko-Morizet è una delle figure politiche di primo piano più a rischio in queste elezioni legislative. È candidata nella seconda circoscrizione di Parigi, un collegio considerato blindato dalla destra gollista ed ex circoscrizione di François Fillon. Si dice che questo sia uno dei motivi per cui non ha mai abbandonato la campagna presidenziale nemmeno nei momenti più critici, nonostante avesse poco in comune con toni e programma. NKM, come viene spesso abbreviato il suo nome, ha infatti difeso una posizione liberale-libertaria durante le primarie della destra di novembre, e ha sostenuto Alain Juppé al secondo turno. Nonostante la posizione conciliante nei confronti di Emmanuel Macron deve affrontare un candidato di En Marche! oltre a due candidati vicini ai repubblicani (tra cui Henri Guaino, ex consigliere di Sarkozy). I sondaggi dicono che perderà le elezioni (al ballottaggio il candidato di En Marche!, Gilles Le Gendre, la batterebbe 68 per cento a 32 per cento): se dovesse accadere il collegio sarebbe uno dei simboli della “caduta del vecchio mondo”. Peccato che a farne le spese sia uno dei volti più interessanti della destra repubblicana.

Consigli di lettura

-Ne ho già scritto la settimana scorsa, ma qui trovate un utilissimo riassunto dell’affaire Ferrand, lo scandalo che sta mettendo in discussione la posizione del ministro per la coesione territoriale;

Secondo il New Statesman il discorso con cui Emmanuel Macron ha reagito all’annuncio di Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dalla Cop21 è quello che tutti noi attendevamo da un giovane leader progressista. Però potrebbe non essere il miglior modo di trattare con Trump, e quindi essere controproducente;

La lunga intervista concessa da Vladimir Putin al Figaro, il giorno dopo l’incontro di Versailles. Vale l’abbonamento, così come vale l’abbonamento il racconto di come si prepara un’intervista del genere;

-La cronaca della visita di Pietro il Grande a Parigi nel 1917, in un bellissimo articolo scritto dal Monde Diplomatique nel 1959, alla vigilia della visita di Chruščёv.

Per oggi è tutto, noi ci sentiamo venerdì mattina per fare il punto prima del voto di domenica!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ottava settimana: no, Marine Le Pen non è la Donald Trump francese

Ottava settimana della newsletter sulle presidenziali francesi del 2017, domenica c’è il primo turno delle primarie del centro-destra. Se vuoi ricevere la newsletter sulla tua email puoi iscriverti cliccando qui

Parliamo un attimo di noi: domenica i repubblicani votano per il primo turno delle primarie quindi non serve a niente che io vi invii la newsletter. Avrete dunque il privilegio, a scapito della mia vita privata, di riceverne due: sabato faremo il punto della situazione e lunedì commenteremo i risultati.

Di cosa parliamo oggi?

1-Come potete immaginare la vittoria di Donald Trump è stato l’argomento più dibattuto in settimana: i politici hanno fatto dichiarazioni di rito, tutte rispettose del risultato elettorale, per quanto sorprese; i giornali si sono chiesti come e se uno shock del genere possa avere ripercussioni sulle elezioni del prossimo anno. Vi risparmio le varie reazioni, se vi interessano le trovate in questo video montato dal Figaro.

2-Sono usciti dei sondaggi interessanti sulle primarie dei repubblicani. La partita è apertissima

3-In settimana arriverà forse l’annuncio della candidatura di Emmanuel Macron. Ed è, in parte, un colpo di scena

1-No, Marine Le Pen non è la Donald Trump francese

Quindi dopo Trump dobbiamo aspettarci Marine Le Pen? La risposta non può essere netta, e colgo l’occasione per ricordare che i giornalisti non fanno gli aruspici, ma cercano di raccontare (chi meglio, chi peggio) ciò che vedono. Quindi se leggete previsioni sbilanciate in un senso o nell’altro prendetele per quello che sono: scommesse.

La vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali del prossimo anno è molto difficile e Donald Trump non cambia l’assunto. Senza dubbio la tendenza storica è affascinante: prima Brexit, poi Donald Trump infine Marine Le Pen. Un cerchio che si chiude. La storia però non è lineare, né già scritta (e infatti chi immaginava Trump?), per cui prima di vedere movimenti mondiali inevitabili, analizzerei i contesti profondamente diversi in cui questi fenomeni si manifestano. Ne consegue che una sconfitta di Marine Le Pen non necessariamente scongiura un collasso dell’area euro e un arretramento della globalizzazione e allo stesso tempo un suo successo non sarebbe spiegabile solo come parte di una tendenza mondiale, e quindi ineluttabile, non riferita alla realtà francese.

Mi concentrerei su due aspetti fondamentali che, secondo me, allontanano molto i due fenomeni, che pure hanno innegabilmente dei tratti in comune.

A-Il sistema elettorale e politico

I sistemi dei due paesi sono radicalmente diversi: negli Stati Uniti vige un sistema maggioritario a turno unico (qui trovate una spiegazione, fatta bene) che favorisce due partiti principali. Trump si è inserito in questo contesto, ha vinto le primarie di uno dei due partiti principali, ne è diventato il leader e ha quindi giocato le sue carte da candidato tradizionale (contro le élites, certo, ma questo è un altro discorso). Il nuovo presidente americano non ha fondato un partito terzo con l’ambizione di prenderne il posto, ma ha avuto dalla sua uno dei principali e legittimi partiti americani. In Francia invece, il contesto prevede una moltitudine di partiti, e in un certo senso favorisce avventure personali: sono molti i candidati che partecipano al primo turno, perché gli elettori tendono a votare chi sentono più vicino alla propria sensibilità. Così i primi due partiti superano il 20% e generalmente tre/quattro si attestano tra il 10 e il 15.  Se nessuno dei candidati al primo turno raggiunge il  50% (cosa mai successa, sinora) i due più votati si affrontano al ballottaggio.

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I candidati al primo turno delle presidenziali del 2012

Il Front National è dunque da sempre (dagli anni ’70, come il Partito Socialista) presente alle elezioni presidenziali, ma non è mai stato competitivo per la vittoria finale. Il sistema è pensato proprio per evitare fenomeni come quello di Marine Le Pen. Basta guardare le ultime elezioni regionali: il partito ha schierato i migliori candidati possibili in tutta la Francia. Il primo turno sembrava la consacrazione definitiva: tutti i candidati più forti del Fronte erano in testa, addirittura Marine Le Pen e Marion Maréchal (la nipote, astro nascente del partito) con il 40%. Due settimane dopo però, Il FN ha perso tutti i ballottaggi, non riuscendo ad andare oltre i risultati del primo turno. Al momento della verità gli altri partiti si alleano e riescono a contenere i frontisti, evidentemente non capaci di allargare la propria base elettorale, fondamentale in un’elezione a due turni. Con ciò non voglio dire che alle elezioni presidenziali sarà così, anzi credo che questo continuo ostracismo possa portare ulteriori argomenti al Front National; di questo abbiamo parlato la settimana scorsa e ne parleremo nei prossimi mesi. Però al momento il comportamento degli elettori ci dice che il sistema elettorale non favorisce Marine Le Pen.

B-Donald Trump in Francia ha già perso

L’altro aspetto su cui vale la pena soffermarsi è quello del linguaggio. Il marchio di fabbrica di Donald Trump è stato presentarsi come il campione del politicamente scorretto: dire tutto e il contrario di tutto, prendere in giro un disabile, insultare i genitori di un marine morto in servizio perché musulmani, dire di poter avere qualunque donna in quanto personaggio famoso. Detto chiaramente: Donald Trump è un troglodita, e piaceva anche per questo, perché percepito come più vero, più sincero, meno costruito. Il magnate americano è il prodotto più puro della società post-fattuale descritta dall’Economist. Qui c’è una differenza nettissima con Marine Le Pen, che lavora da anni per rendere più accettabile l’immagine del partito.

La sua strategia, detta di dédiabolisation, si basa sull’assunto contrario: la pubblicità a mezzo di dichiarazioni scandalose è ciò che impedisce al Front National di arrivare al potere. Jean-Marie Le Pen, padre di Marine e fondatore del Front National, assomiglia moltissimo a Donald Trump. Per capirci, sostiene sostiene che “ i rom sono come degli uccelli, volano naturalmente” (in francese il verbo voler vuol dire sia volare appunto, che rubare), “Monsieur Ebola può risolvere il problema dell’immigrazione in tre mesi“  e ha dichiarato più volte alla stampa che le camere a gas siano un dettaglio della storia (l’ultima volta un mese fa). E infatti, subito dopo la vittoria di Trump sia lui che i suoi fedelissimi hanno subito fatto capire quanto (a loro modo di vedere) la strategia di Marine Le Pen sia perdente: le elezioni americane lo dimostrano.

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Dal canto loro invece, i sostenitori della leader frontista hanno chiarito alla stampa quanto ripulire il messaggio e eliminare le dichiarazioni fuori posto non sia solo una strategia ma proprio il modo di essere di Marine Le Pen. Funziona? Sì, ma non fino in fondo. Le regionali lo dimostrano e questo sondaggio secondo cui il 55% dei francesi considera l’europarlamentare “razzista” è piuttosto indicativo di quanto sia difficile allontanarsi da stereotipi formatisi in anni di atteggiamenti e dichiarazioni piuttosto spinte.

Per concludere: è vero che il sentimento anti-establishment esiste anche in Francia ma, come sa chi è iscritto a questa newsletter da un po’,  a seguito delle presidenza disastrosa di un “président normal”  i francesi vogliono che qualcuno di serio sia capace di prendere in mano le redini del paese. Lo dicono i sondaggi e lo si percepisce abbastanza. La chiave per l’Eliseo passa da qui, e Marine Le Pen ne è perfettamente consapevole: se, oltre a cavalcare la protesta riuscirà a presentarsi come un politico in grado di garantire l’ordine e di fare gli interessi del suo paese, può giocarsela davvero. In questo senso è interessante notare il continuo riferimento a Charles De Gaulle, non proprio un trumpista della prima ora; intervistata da Tf1 ha detto che per lei l’ex presidente è un modello “anche il generale era accusato di essere fascista o bolscevico, ma la Francia non è né di destra né di sinistra, è la Francia. Non credo di dovermi rivolgere in maniera diversa a un patriota di sinistra rispetto a un patriota di destra. Io parlo in nome del popolo francese”.

Insomma Donald Trump, così come la Brexit, sono coincidenze e fattori esterni molto utili alla retorica del Front National, ma non possono, da soli, rappresentare il punto di svolta di una rincorsa che appare, al momento, piena di ostacoli. Sono due, benvenuti, regali per Marine.

2-Giovedì c’è il terzo dibattito dei repubblicani e domenica il primo turno

Settimana scorsa avevo spiegato come Sarkozy potrebbe essere sottostimato nei sondaggi. Si era detto, infatti, che per i sondaggisti è particolarmente complicato essere precisi nelle previsioni delle intenzioni di voto alle primarie del centro-destra: è la prima volta che si tengono, sono aperte a tutti ed è quindi difficile prevedere in quanti andranno a votare. Il numero di partecipanti può fare un’enorme differenza, perché tra i simpatizzanti del partito Sarkozy è molto popolare, mentre in altri settori dell’elettorato è piuttosto respingente. Il sondaggio che segue è stato realizzato tra il 9 e l’11 novembre, e come potete notare il punteggio dell’ex presidente è sensibilmente diverso a seconda che si intervisti “l’insieme dei francesi” oppure “i simpatizzanti del partito Les Républicains”

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Questo sondaggio è riferito a tutti i francesi intervistati

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Questo sondaggio invece ai soli simpatizzanti della destra

La differenza per Alain Juppé e Nicolas Sarkozy è quindi notevole e la si nota ancor di più nelle rilevazioni che ipotizzano un secondo turno tra i due.

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Il sondaggio è effettuato sull’insieme dei francesi

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Questo sondaggio invece solo sui simpatizzanti del partito

A complicare ancora di più il quadro c’è, come avrete visto, una rimonta abbastanza robusta di François Fillon, che ha evidentemente capitalizzato le buone performance televisive nei dibattiti e nelle interviste in prima serata a cui ha partecipato; in più sta vendendo benissimo il suo libro (si parla di 80.000 copie) e riempie teatri senza difficoltà. Insomma, la sensazione è che i giochi siano aperti, per tutti e tre.

Sabato ne parleremo meglio.

3-Macron potrebbe anticipare l’annuncio della sua candidatura

L’ex ministro dell’economia continua a far parlare di sé, intervistato di nuovo dalla rivista L’Obs ha dettagliato il suo programma aggiungendo un altro tassello alla costruzione della sua candidatura. Alcuni giornalisti hanno fatto notare che potrebbe essere un segnale verso l’atteso annuncio: previsto per dicembre o gennaio, Macron potrebbe comunicare le sue intenzioni già questo mercoledì, un giorno prima del dibattito dei Repubblicani.

Perché? Inizialmente si pensava che Macron volesse attendere il risultato delle primarie, perché con Sarkozy avrebbe avuto più spazio, mentre con Alain Juppé, più centrista e unitario, lo spazio si sarebbe ridotto. Ma una delle forze della sua candidatura è stata la mancanza di riguardo a ciò che pensassero o facessero i suoi avversari politici: dichiararsi mercoledì aumenterebbe ancora di più il suo profilo autonomo. In più, costringerebbe i repubblicani a parlare di lui durante il dibattito di giovedì consentendogli una copertura mediatica gratuita e probabilmente molto proficua. D’altronde dopo le primarie della destra, l’attenzione su Macron si ridurrà inevitabilmente, il vincitore godrà di una grande attenzione e di una grande investitura popolare; la stampa comincerà a chiedersi con insistenza se il presidente Hollande sarà dei giochi o meno.

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Anche questo secondo elemento va considerato. Mentre finora la domanda che ci ponevamo era quanto spazio il fondatore di En Marche! potesse avere a sinistra in caso di candidatura di Hollande, adesso la questione, come nota Guillaume Tabard sul Figaro, potrebbe ribaltarsi: Hollande si candiderà ora che il suo ex ministro è in campo? A ciò si aggiunga un’ultima considerazione: perché le interviste più approfondite vengono rilasciate al settimanale L’Obs? Possiamo immaginare che Macron sia molto amico del direttore, Matthieu Croissandeau, ma con ogni probabilità la risposta è che, tradizionalmente, L’Obs è il settimanale di sinistra più letto del paese, segno di quanto Macron abbia ben presente la parte dell’elettorato a cui vuole rivolgersi.

Oggi è passato un anno dall’attentato al Bataclan e ai ristoranti del X e XI arrondissement. Ho pensato a lungo su come scrivere qualcosa che non suonasse retorico. Quindi dirò solo che ero lì, in una casa a 50 metri dal Petit Cambodge, uno dei ristoranti attaccati dagli assassini, e che ricorderò sempre lo sgomento e poi la grandissima paura. Aver visto così da vicino una cosa del genere è uno dei motivi che mi ha spinto a raccontare quello che sta succedendo in Francia, perché mi riguarda, perché ci riguarda.

Per oggi è tutto, ci sentiamo, eccezionalmente, sabato prossimo!

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