Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentottesima settimana: Macron stravince, il vecchio sistema è annichilito

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“Se i francesi eleggono Macron è perché vogliono che governi. Se ti eleggono poi ti danno il potere, è sempre successo così. Anche se candidassimo lei che è italiano in un collegio, e il collegio è competitivo, sarebbe eletto”. Così rispondeva un deputato molto vicino a Macron ai miei dubbi sulla capacità di En Marche! di riuscire ad ottenere la maggioranza assoluta all’Assemblea. Era inizio aprile e il deputato aveva ragione da vendere.

Emmanuel Macron ha utilizzato e compreso appieno il sistema istituzionale della V Repubblica immaginato da Charles de Gaulle nel 1958 e completato con l’introduzione dell’elezione diretta del Capo dello Stato nel 1962. Ha capitalizzato la riforma del 2002 che ha equiparato il mandato dell’Assemblea e del Presidente (prima il secondo durava 7 anni, due in più del Parlamento), e ha beneficiato del “fatto maggioritario”: chi vince le presidenziali vince anche le successive elezioni legislative. Come vedete la proiezione in seggi fa quasi impressione.

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Questi invece i risultati sul piano nazionale, che vedono En Marche! ampiamente in testa ma con il 28 per cento. Nelle cifre fornite dal ministero dell’interno, da cui è catturato lo screenshot, si vede bene anche il peso dell’astensione. Che è notevole e supera il 50 per cento degli aventi diritto.

Grafico 2

Nel prossimo grafico vedete invece i duelli che si terranno al secondo turno, con un solo triangolare tra un candidato En Marche!, un repubblicano e uno del Front National; 273 duelli tra un candidato En Marche! e un repubblicano; 134 tra un candidato En Marche! e un candidato della France Insoumise; 99 duelli tra En Marche! e Front national; 20 duelli tra un repubblicano e France Insoumise; 6 duelli tra un candidato socialista e Front National; 4 duelli tra un  candidato repubblicano e Front national; 2 duelli tra un candidato socialista e Front National, un solo duello tra France insoumise e Front national.

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L’infografica è del Monde

La grandissima vittoria è senza precedenti se consideriamo il contesto, un presidente giovanissimo, a capo di un partito nato un anno fa con candidati totalmente sconosciuti nei collegi, senza alcuna struttura territoriale e senza soldi. Non è senza precedenti però rispetto ai numeri, visto che nel 1993 la destra conquistò 472 deputati su 577 (sommando i due partiti dell’epoca, l’UDF di Giscard d’Estaing e il RPR di Chirac), nel 2002 la maggioranza di Jacques Chirac, rieletto presidente contro Jean-Marie Le Pen, ottenne 398 seggi su 577.

Per Emmanuel Macron non sarà facile gestire una maggioranza così ampia, per i motivi già descritti venerdì scorso, ma è un problema che qualunque politico vorrebbe dover risolvere. Diverso è il discorso sul dibattito democratico del paese, che rischia di spostarsi al di fuori dell’Assemblea Nazionale, ma per questo vi rinvio alla newsletter di venerdì. In più, nota di colore, esiste un problema logistico: la sala più grande dei vari palazzi di proprietà dell’Assemblea Nazionale è la Victor Hugo, che però ha 350 posti. Il gruppo di En Marche! dovrà quindi trovare un posto dove riunirsi.

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La Bérézina del Partito Socialista

Il 23 novembre 1812 Napoleone si sta lentamente ritirando dopo la disastrosa campagna di Russia quando, tallonato dagli eserciti dello Zar, si trova di fronte al fiume Beresina, impossibile da attraversare velocemente perché non completamente ghiacciato. L’imperatore è dunque costretto a dare battaglia, riuscendo a vincere ma perdendo quasi 50.000 uomini tra morti, feriti e prigionieri. Insomma un disastro militare, il vero simbolo della folle spedizione in Russia, diventato paradigmatico: “c’est une Bérézina” dicono i francesi quando devono indicare una sconfitta senza appello, come la nostra Caporetto.

È quanto titolano i giornali di oggi sul Partito socialista, che conosce la sua peggiore sconfitta dalla fondazione nel 1971. Nemmeno nel 1993, anno orribile nella memoria dei dirigenti socialisti, la sconfitta fu così cocente, con i socialisti che portarono a casa 57 deputati. Stavolta le proiezioni dicono che il PS otterrà tra i 15 e i 25 seggi, e il primo turno ha emesso una serie di sentenze molto dure. Sono già eliminati Jean Christophe Cambadélis, il segretario del partito; Benoit Hamon, il candidato all’elezione presidenziale, Aurelie Filippetti, ex ministro della cultura, Matthias Fekl, ex ministro degli interni, Gérard Bapt, eletto ininterrottamente dal 1978. Il partito ottiene 1.685.773 voti, cioè 10.000 in meno di Nicolas Dupont-Aignan alle presidenziali, il leader della destra indipendente alleatosi poi con Marine Le Pen.

Se è vero che il Partito socialista non esiste più, non si può dire lo stesso delle idee e dell’elettorato. Il reddito universale di esistenza ha monopolizzato il dibattito pubblico per due mesi durante la campagna presidenziale, segno che delle idee in attesa di trovare una rappresentanza politica adeguata esistono. Per la sinistra si pone quindi, come spesso accade, il problema di raccogliere le varie esperienze e federarle per proporre una reale alternativa di governo. La vittoria di Macron lascia molto tempo per riflettere sul da farsi.

La sconfitta netta del Front national

Il Front national continua il suo periodo di grande difficoltà. Dopo anni in cui sembrava “alle porte del potere” o comunque in grado di conquistare un numero di seggi sufficiente a contare parecchio nel dibattito in Assemblea, il partito di Marine Le Pen realizza un risultato assimilabile a quello del 2012, quando raggiunse il 13, 6 per cento. La differenza rispetto a cinque anni fa, a dimostrazione di come il partito sia molto cambiato, riuscendo a radicarsi in alcuni territori, specialmente nel nord-est, è la quantità di collegi in cui è presente al ballottaggio: da 61 circoscrizioni a 120, come potete vedere dalle mappe seguenti.

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L’infografica è del Figaro

Le proiezioni non stimano il Front national in grado di costituire un gruppo parlamentare, è quindi una grande sconfitta per Marine Le Pen, che ha visto i suoi elettori scomparire dopo la cocente delusione del 7 maggio. Se è vero che il marchio Le Pen è al momento impossibile da separare dal Front national (ma per le imprese impossibili bussare al temporaneo inquilino del 55 Rue du Faubourg Saint-Honoré), Marine deve almeno vincere nella sua circoscrizione per evitare di essere messa seriamente in discussione. È arrivata in testa con il 46 per cento dei voti, e affronterà la candidata di En Marche! che ha raccolto il 16,4 per cento: è favorita, ma ha raggiunto un risultato molto simile a quello del 2012 (42 per cento), quando mancò poi la vittoria per una manciata di voti al ballottaggio contro il socialista Philippe Kemel.

Chi farà l’opposizione?

I repubblicani, come previsto alla vigilia, subiscono un forte arretramento rispetto al 2012, ma non ci sono particolari notizie da segnalare, se non che moltissimi candidati di peso sono in grande difficoltà. Presente in più di 300 ballottaggi, il partito è in misura di vincerne poco più di 100, secondo tutte le proiezioni. Da lunedì prossimo le difficoltà rimarranno le stesse: come fare ad opporsi ad una maggioranza presidenziale guidata da un uomo di destra, che in materia di economia e lavoro conduce politiche da anni richieste a gran voce dalla destra e che ha due uomini di destra a Bercy?

Jean-Luc Mélenchon ha invece fallito la scommessa di diventare il primo gruppo di opposizione alle politiche di Emmanuel Macron, seppure supera definitivamente il Partito socialista, suo sogno da decenni. È favorito nel suo collegio, a Marsiglia, ma riuscirà a stento a costituire un gruppo parlamentare (servono 15 deputati), e difficilmente potrà apparire come un profilo in grado di federare una nuova forza di sinistra, visto che ha passato questo mese a insultare tutti i membri del partito socialista e ha rotto la sua alleanza con il partito comunista. Il suo partito, la France Insoumise, ha perso quasi 10 punti rispetto alle presidenziali.

Emmanuel Macron ha utilizzato a fondo gli strumenti del vecchio sistema per distruggere i partiti tradizionali, che appaiono annichiliti dalla sua proposta di centro radicale, e gli estremi, che pagano la disorganizzazione e le difficoltà di uno scrutinio a doppio turno. Il suo primo mese di presidenza è stato esemplare, e ciò ha sicuramente contribuito, se non alla vittoria in sé, all’ampiezza della stessa. Questo non vuol dire che la Francia è stata completamente sedotta. Lo sono i media, lo è Parigi, lo sono il mondo dell’arte e dello spettacolo, ma alle legislative c’è stato il record storico di astensione e la vittoria si è costruita anche e soprattutto sui difetti degli altri.

Ne abbiamo parlato a sufficienza durante le presidenziali, e alle legislative è accaduto più o meno lo stesso: in un ballottaggio con la sinistra, la destra vota per En Marche!, in un ballottaggio con la destra, la sinistra vota per En Marche!, in un ballottaggio con il Front national, tutti gli altri votano per En Marche!. È il premio al radical center, ad un messaggio radicale, coerente, che non è mai cambiato durante la campagna elettorale e che non si smentisce nemmeno in queste prime settimane di governo.

L’adesione però è un’altra cosa, e nelle nostre società così indecise e liquide non è assolutamente scontato che arriverà durante i cinque anni. Emmanuel Macron ha dimostrato di essere un talento puro nel conquistare il potere e per ora anche nel saper gestire degli incontri internazionali. Avrà talento anche nel governare? Questo non lo sappiamo ancora e mi asterrei da valutazioni precoci, vedremo cosa farà. E con questa maggioranza non ha scuse.

Il personaggio della settimana

Laetitia Avia è candidata con En Marche! nell’ottava circoscrizione di Parigi. È arrivata in testa con il 39,59 e affronterà Valérie Montandon, repubblicana, arrivata al 15,43 per cento. Intervistata stamattina da Franceinfo ha fatto capire che per alcuni deputati di En Marche! non è affatto scontato sostenere tutte le leggi che proporrrà il governo: “abbiamo una personalità, sfideremo il governo perché questo è il nostro ruolo, abbiamo il dovere di controllarlo. Potremmo opporci ad una legge, siamo eletti per fare l’interesse della Nazione, dopotutto”. Potrebbe essere una dichiarazione di circostanza, ma non è detto. Abbiamo di fronte il primo accenno di fronda?

Consigli di lettura

-Dopo le legislative il Partito socialista potrebbe perdere quasi 100 milioni di finanziamento pubblico ai partiti;

-Matthieu Croissandeau, direttore dell’Obs, spiega quali sono i problemi di una maggioranza troppo ampia per Macron, e quali le insidie dello stato di grazia di inizio impero;

-Come sarebbe l’Assemblea Nazionale con la proporzionale? E con un sistema come il Mattarellum? Ha provato a rispondere FranceInfo, con delle mappe interessanti;

I ballottaggi da tenere d’occhio domenica prossima, secondo il JDD.

Noi ci sentiamo direttamente lunedì prossimo, se non ci sono particolari novità durante questa settimana. Se dovesse succedere qualcosa di veramente interessante mi farò vivo!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentunesima settimana: Macron/Le Pen al ballottaggio

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Risultati

È il febbraio del 2016, Emmanuel Macron è il giovane e brillante ministro dell’economia di François Hollande, unico volto popolare in un governo al capolinea e in conflitto continuo con la società francese. Il giovane ministro è ambizioso e comprende che esiste un vuoto politico da colmare: la Francia è pronta per un grande cambiamento, per una nuova avventura politica al di fuori delle logiche dei due principali partiti, stanchi e sfibrati da anni di faide interne. Così Macron inizia discretamente a organizzare incontri con politologi e sondaggisti: vuole valutare quanto una sua candidatura alle presidenziali sia praticabile.

In quel febbraio è ricevuto da molti esperti, come mi ha raccontato uno di loro, tutti con la medesima lista di “motivi per cui è impossibile farcela”, motivi che chi segue questa newsletter da un po’ conosce bene: mai eletto, senza partito, senza esperienza, senza soldi, rappresentante di una posizione politica, quella centrista, mai stata maggioranza nel paese. Alla lista a lui opposta Macron esclama, quasi sorpreso: “sì, ma tutte queste cose le sapevo già!”, e allo stupore del politologo di turno replica subito, con un lampo di follia nello sguardo “mais c’est le moment”, è il momento, o lo faccio adesso o non lo faccio più, il 2022 è troppo lontano. C’est le moment per fondare un partito nuovo, candidarsi in autonomia e conquistare l’Eliseo contro ogni pronostico e contro ogni ragionevolezza.

La scommessa era ardita, perfino incosciente per un trentottenne ai primi passi in politica, all’inizio di una promettente carriera vista la capacità di tessere relazioni, il brillante percorso nel settore privato, la notorietà acquisita grazie ai ruoli pubblici. La scommessa era già stata persa da François Bayrou, oggi al suo fianco, che nel 2007 aveva dato l’impressione di poter spezzare il bipolarismo socialisti-gollisti ma alla fine si era dovuto arrendere ad un ottimo quanto inutile 18,5 per cento; la scommessa era cominciata senza grande clamore nell’aprile del 2016 in una piccola sala con 500 persone ad Amiens, la sua città natale, una sorta di riunione di famiglia, con gli amici di sempre, qualche compagno di scuola, qualche curioso per “il figlio dei Macron che oggi è ministro e domani chissà”, e oggi continua a Porte de Versailles, con 1000 giornalisti accreditati, migliaia di persone in festa, gli occhi del mondo su di lui. La scommessa è stata vinta, EM, Emmanuel Macron, En Marche! è al secondo turno, è favorito, può vincere, può conquistare l’Eliseo dopo aver rotto tutte le regole della quinta repubblica tranne, forse, una: la presidenziale è l’incontro di un uomo con il popolo, non un affare tra partiti. Non esiste elezione più verticale di questa, Macron l’ha interpretata alla perfezione.

Sullo sfondo, il disastro dei socialisti, al 6,3 per cento, pericolosamente vicini al “piccolo candidato” Nicolas Dupont-Aignan che sfiora il 5 per cento, e il naufragio dei repubblicani, traghettati verso la disfatta da François Fillon e vicini all’implosione, stretti come sono tra l’estrema destra di Marine Le Pen e il “grand rassemblement” che animerà Emmanuel Macron per governare. E, infine: siamo sicuri che le primarie siano una buona idea?

(Dei tanti punti deboli di Macron ne parliamo domenica, ché qui non c’è spazio!)

Marine Le Pen è nella storia

Forse non vincerà Marine Le Pen, forse è vero che, come ha spiegato Brice Teinturier, è matematicamente e politicamente impossibile che il Front national vinca le elezioni il 7 maggio. Eppure Marine, la candidata della rose bleue, è l’altra grande trionfatrice di questo primo turno incerto e imprevedibile. Ieri sera si è chiusa la prima fase di un cammino cominciato nel 2011, l’anno zero del frontismo depurato, della dédiabolisation: lo sdoganamento è compiuto, un fatto epocale come il Front national al ballottaggio è derubricato a non-notizia, nessun grande giornale titola con sorpresa tranne l’Humanité, il duello con Marine Le Pen è un fatto, scontato. Marine Le Pen è legittimamente all’interno del sistema politico francese, detta i temi del dibattito, si appoggia sull’altra rivoluzione, quella macronista, antagonista perfetta per caratterizzare il suo progetto.

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La candidata del Front national ha partecipato ai dibattiti tv senza che nessuno sottolineasse la sua estraneità ai valori comuni della République; ha reso ineluttabile e quasi normale essere lì, a giocarsi il ballottaggio per la carica che fu di de Gaulle, Giscard d’Estaing e Pompidou; può sorridere vedendo la debolezza del barrage repubblicano cui volta le spalle Jean-Luc Mélenchon, che non dichiara il proprio voto mettendo sullo stesso piano il Front national e En Marche!, lo stesso Mélenchon che dopo il disastro del Partito Socialista di Lionel Jospin e l’arrivo di Jean Marie Le Pen al ballottaggio nel 2002, chiese di votare per Chirac, andò in depressione e smise di fumare; lui che di pacchetti al giorno ne consumava non uno, non due, ma tre.

È per questo che ieri, nel feudo di Hénin-Beaumont, i frontisti festeggiavano come se avessero vinto nonostante i risultati non eccezionali che vedono un sostanziale arretramento rispetto alle regionali 2015, quando il partito arrivò al 27 per cento sulla scia di una dinamica elettorale senza precedenti. Si festeggia la legittimità, la capacità di essere stati al centro del dibattito, di averlo a tratti dettato, di aver, tra le altre cose, preteso e ottenuto che venisse rimossa la bandiera europea dallo sfondo dell’intervista “istituzionale” di Marine Le Pen a TF1. L’ambizione, nemmeno troppo nascosta, è prendere il posto della destra tradizionale; è diventare la nuova destra, nazionalista e sociale, che può avere come punto di riferimento il nume tutelare di quella quinta repubblica che ieri sera è crollata senza appello: de Gaulle, il generale sempre presente nei discorsi di Marine, e presente anche ieri nel suo commento a caldo dei risultati.

Il secondo turno resta per il Fronte una prova molto difficile, come alle regionali del 2015, quando arrivò in testa al primo turno in moltissime regioni, ma perse tutti i ballottaggi. Arrivarci rincorrendo, con una dinamica in flessione, rende il tutto ancor più complicato. Per vincere ha una sola strada: rendere il ballottaggio un referendum anti-establishment. La regola delle elezioni a due turni in Francia è la seguente: al primo turno si sceglie, al secondo si elimina. Questo ha voluto dire l’eliminazione costante del Front national, al secondo turno sempre penalizzato dal famoso barrage repubblicano, la coalizione di tutti i partiti contro il mostro lepenista. L’occasione, per Marine Le Pen, è presentare Macron come la quintessenza di quel sistema che una parte dei francesi vuole abbattere. Popolo contro élite, piccolo agricoltore contro banchiere, globalizzazione contro Francia, questa è l’unica strada che può tentare Marine Le Pen. Ne parleremo meglio, anche e soprattutto dopo i dibattiti televisivi che si terranno in queste due settimane. Dibattiti che, en passant, Jacques Chirac e Jean Marie Le Pen non animarono mai, perché nel 2002 con il Front national non si discuteva, perché non si legittima ciò che non si riconosce: “non si può accettare la banalizzazione dell’intolleranza e dell’odio”.

Veniamo ai numeri

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Queste sono le mappe (elaborate dal Point) divise per dipartimento che confrontano i risultati del 2012 con quelli del 2017. Come potete notare c’è una sostanziale sovrapposizione del risultato di Hollande con quello di Macron e di Sarkozy con quello di Marine Le Pen con la rilevante eccezione del nord est, dove il Front national è agilmente sopra il 30 per cento. In questo contesto è interessante il voto di Parigi che, come vedete, ha premiato Macron ed ha visto l’arretramento di Marine Le Pen, che addirittura fa peggio del 2012.

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Pazzesca la percentuale identica Hollande/Macron

I primi studi sulla sociologia del voto (la referenza è il sondaggio Ipsos) confermano la differenza marcata tra gli elettorati dei due candidati che si affronteranno al ballottaggio. Emmanuel Macron è il candidato degli ottimisti, di chi ha vinto la sfida della globalizzazione, di chi è più agiato e vive nelle grandi città; Marine Le Pen risponde invece alla Francia che è rimasta indietro e chiede protezione, ha un livello di reddito e di istruzione meno elevato, è pessimista su quanto succederà domani.

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La domanda vuol dire, letteralmente, “come ve la passate con ciò che guadagnate?” Come vedete il 43 per cento di chi arriva a fine mese “difficilmente”, ha votato Marine Le Pen, il 32 per cento di chi arriva a fine mese “facilmente”, ha votato per Emmanuel Macron. Una spaccatura netta e profonda.

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La domanda è “rispetto alla vostra generazione, come credete che vivranno le giovani generazioni future?” Anche qui c’è una grande spaccatura tra chi pensa che le cose andranno meglio e vota per Macron, 35 per cento, e chi pensa che invece andranno peggio e vota per Marine Le Pen, 25 per cento.

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In questo ultimo grafico potete vedere il voto per categoria. Marine Le Pen fa il pieno tra gli operai, 37 per cento, e gli impiegati, 32 per cento, mentre Macron è il più votato tra i quadri, 33 per cento, e nelle professioni intermedie, 26 per cento.

-Breve punto della situazione alle 9.30, ora in cui invio la newsletter, i candidati sconfitti si sono espressi così: Fillon, Hamon e Arthaud voteranno e faranno votare per Macron, Poutou, Mélenchon e Dupont-Aignan non si sono espressi.

Fatemi chiudere con una considerazione personale. Se sono riuscito a raccontarvi queste elezioni in modo utile è perché ho studiato moltissimo, ho letto, chiesto pareri, ascoltato conferenze su youtube, guardato talk show e interviste senza smettere mai. Ma soprattutto ho parlato con le persone, ho ascoltato le loro paure e le loro aspirazioni, le loro ossessioni e le loro speranze; ho litigato con parecchi militanti, qualche addetto stampa un po’ stronzo, con i ritardi della SNCF e i miei, ché sono una frana con le scadenze; ho preso i fischi a quasi ogni comizio di Fillon e Le Pen, con candidato e sostenitori che urlavano contro la “stampa di regime”. In tutto ciò, ma lo sapete e lo avete capito, mi sono divertito moltissimo.

Insomma, se questa newsletter ha avuto un piccolo successo è perché mi ha consentito di fare quello che i giornali tradizionali non fanno più e non fanno fare ai loro corrispondenti, alcuni bravissimi e sprecati. In quasi tutti i comizi dove sono andato (ne ho contati ventisei, da gennaio ad oggi) ero l’unico italiano, stessa cosa alle conferenze stampa, alle riunioni pubbliche dei militanti. In televisione a parlare di Francia ci sono persone che hanno messo piede solo al Marais (magari dieci anni fa) e utilizzano ciò che sta accadendo qui per parlare di Italia, del tweet di Salvini sull’attentato e #ForzaMarine, di Renzi che copia En Marche! e fa In Cammino. Succede perché è sempre stato così, nessuno si è mai posto il problema e se nessuno lo pone il dibattito resta noioso e inutile così com’è. Mi pare giusto che questa piccola comunità di 1324 persone cominci a porselo e ad essere più esigente con chi fa informazione così come lo è, giustamente, con me, che la settimana scorsa ho sbagliato a scrivere de Villepin e sono stato, giustamente, redarguito. So che sono iscritti parecchi direttori di giornali, radio e tv: il problema ponetevelo anche voi.

Infine il tweet geniale della serata, con i sondaggi che ci hanno preso al millimetro. A Gabriele, che cura una newsletter sulla politica inglese (e iscrivetevi no? Che tra due mesi si vota!), è venuta l’idea geniale di usare l’hashtag #maratonamaselli per la serata di ieri. Siamo finiti in Trend Topic, quindi grazie davvero a tutti!

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Ah, ultima cosa: il 28 aprile esce il nuovo numero di IL-Idee e lifestyle del Sole 24 Ore. Ci trovate anche un mio pezzo, ci vediamo in edicola!

Per oggi è tutto, noi ci vediamo mercoledì a Torino al circolo dei lettori con Lorenzo Pregliasco di Youtrend, giovedì a Milano alle 18.30 alla libreria Temporibus Illis con Lia Quartapelle e Giuliano da Empoli, venerdì a Roma alle 17 al LOFT della Luiss con Simone Massi.

La newsletter torna, come sempre, domenica!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventinovesima settimana: a due settimane dal voto, Macron è davvero il favorito?

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Ventinovesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

1-Il settimanale L’Obs ha analizzato la composizione dell’elettorato di Macron. Lo studio è interessante e conferma, in parte, la grandissima differenza tra la Francia che vota per l’ex ministro dell’economia e la Francia che vota per Marine Le Pen.

2-Non si vota solo per le elezioni presidenziali, ma anche per quelle legislative, esattamente un mese dopo il secondo turno. Come influiscono queste elezioni sulla campagna elettorale?

3-L’elettorato resta molto indeciso, e ormai i candidati potenzialmente qualificabili al secondo turno sono quattro. La situazione è molto aperta, e diventa sempre più difficile parlare di “favoriti”.

1-L’elettorato e i rischi Emmanuel Macron

Emmanuel Macron è l’unico dei cinque maggiori candidati a non aver mai partecipato ad un’elezione e ad aver fondato un movimento dal nulla, senza alcun radicamento sul territorio. Il fenomeno è completamente nuovo ed è quindi molto interessante comprendere da chi è composto il suo elettorato, anche perché non abbiamo precedenti su cui basare le analisi. In questo primo grafico potete notare come la parte più rilevante degli elettori di Macron provenga dall’elettorato di François Hollande del 2012 ma, come analizzato la settimana scorsa, esiste una componente rilevante che alle scorse elezioni scelse Nicolas Sarkozy: un quinto di chi oggi dichiara di essere pronta a votare per Emmanuel Macron nel 2012 ha votato UMP. Infine il 15 per cento degli elettori potenziali dell’ex ministro dell’economia votò per François Bayrou, seguiti da una piccola parte che nel 2012 scelse i due estremi, Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon.

Sondaggio 1

Il leader di En Marche! ha sempre rivendicato la sua centralità nel sistema politico francese, per contrapporla al centrismo, un posizionamento che non è mai riuscito a diventare egemone: proprio François Bayrou, oggi suo alleato, nel 2007 provò a scardinare l’alternanza socialisti-gollisti ottenendo un ottimo risultato (il 18,5 per cento) ma non qualificandosi per il secondo turno. La sfida di Macron è appunto questa, presentarsi come capace di incarnare il meglio di quanto hanno proposto negli anni la destra e la sinistra per cambiare la Francia al di là delle etichette dei vecchi partiti. Può essere la sua forza, ma anche la sua debolezza, e l’indecisione del suo elettorato lo conferma: piace potenzialmente a tutti ma non convince fino in fondo.

L’analisi della sociologia elettorale, cioè delle categorie sociali da cui è composto il suo elettorato, conferma in parte la percezione di Macron come il candidato di chi ha vinto la sfida della globalizzazione.  Questo è vero, visto che Macron è il più votato nelle fasce di popolazione benestanti: il 32 per cento della classe media superiore dichiara di votare per lui. I risultati nelle parti meno benestanti dell’elettorato sono però di tutto rispetto: Macron raccoglie il 27 per cento delle classi medie inferiori e non crolla all’interno delle categorie modeste e povere che per il 19 per cento sono con il leader di En Marche!.

Sondaggio 2

Cos’è che tiene insieme queste persone con un tenore di vita così diverso? Come ha spiegato all”Obs Jérôme Fourquet, direttore dell’istituto che ha condotto il sondaggio: “la postura e il discorso molto ottimista e positivo di Emmanuel Macron sono elementi essenziali della sua performance. Al contrario, Marine Le Pen ha un risultato colossale tra i pessimisti. Ecco che abbiamo due paesi completamente diversi rappresentati dai due candidati. Non è solo la Francia che sta bene a votare Macron, ma anche la Francia che pensa che andrà bene nel futuro, che la situazione potrà migliorare. Sono gli ottimisti a votare per il leader di En Marche!”. E infatti specularmente sono le classi più pessimiste a votare per Marine Le Pen, molto popolare soprattutto tra gli operai (siamo intorno al 40 per cento), una delle classi sociali più esposte alla globalizzazione e agli effetti che produce o potrebbe produrre (delocalizzazione, abbassamento dei salari, aumento del tempo di lavoro).

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Ma, come ben sa chi segue da tempo questa newsletter, Macron ha un elettorato molto volatile: il fatto che lo ricordi a me stesso e a voi ogni settimana non è un ottimo segno e la leggera flessione osservata nelle ultime due settimane nei sondaggi ne è un sintomo. Molto del suo successo si basa sulle debolezze dei suoi avversari, specialmente di Fillon e Hamon, ma la situazione potrebbe evolvere. Mancano quindici giorni di campagna elettorale, e nulla esclude un repentino cambiamento di opinione del suo elettorato, magari affascinato dallo stile e da alcune proposte ma alla fine non troppo convinto di un’avventura piena di incognite, soprattutto per quanto riguarda le successive elezioni legislative. Infine c’è la questione astensione: tutti i gran risultati di Macron sono tarati sul 66 per cento di partecipazione, molto bassa se consideriamo i precedenti: nel 2012 votò il 79,5 per cento, nel 2007 quasi l’84 per cento, nel 2002, quando l’astensione fu considerata molto alta, votarono comunque il 71,6 per cento dei francesi. Cosa succede se l’astensione ritorna a livelli fisiologici?

Da questo punto in poi i sondaggi che leggete sono elaborati dall’istituto IFOP, nel riepilogo settimanale di giovedì 6 aprile

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2-La questione delle legislative

In molti mi stanno ponendo la domanda sulle elezioni legislative che si terranno a giugno, subito dopo le presidenziali, quindi è utile mettere qualche punto fermo, perché se ne parlerà sempre di più.

Cosa si vota e come si vota?

Un mese dopo le elezioni presidenziali viene rinnovata l’Assemblea Nazionale, la camera bassa francese che dà la fiducia al Governo (ma non al Presidente che, eletto direttamente dal popolo, non è legato dal rapporto di fiducia con il Parlamento). Se Assemblea e Presidente sono di un partito diverso si genera il fenomeno della cohabitation,  perché il Presidente deve convivere con un Governo impostogli da una maggioranza parlamentare ostile. Questa situazione si è presentata più volte nella storia della V Repubblica perché Assemblea e Presidente erano eletti in momenti diversi, la prima ogni 5 anni, il secondo ogni 7. Dal 2002 sono stati uniformati i due mandati, con il risultato che le elezioni legislative sono diventate un’elezione di conferma: finora la regola è sempre stata che chi vince le presidenziali vince anche le legislative.

Il territorio francese è diviso in 577 collegi uninominali a doppio turno  assegnati con il meccanismo seguente: se nessun candidato arriva al 50 per cento al primo turno si qualificano al secondo tutti i candidati che hanno ottenuto almeno il 12,5 per cento degli iscritti alle liste elettorali, il che vuol dire, con l’astensione, più o meno il 20 per cento dei voti validi. In uno scenario in tre blocchi è possibile che si creino molti  scontri “triangolari” tra un candidato di sinistra (oggi con più probabilità En Marche!), uno di destra e uno del Front National.

Qual è il problema allora? Il problema è che l’elezione legislativa non è la presidenziale, il carisma e la capacità di parlare a una parte ampia di elettorato del candidato presidente non basta a vincere nei collegi, dove i meccanismi di scelta degli elettori possono essere diversi. Storicamente le elezioni legislative, come qualunque elezione che prevede i collegi uninominali, privilegia partiti molto organizzati sul territorio con candidati che spesso sono eletti per decenni nella loro circoscrizione. Per intenderci, il Front National, che alle ultime presidenziali ha raggiunto il 17,9 per cento alle presidenziali, ha raccolto solo il 13,6 per cento alle successive legislative. Risultato? Solo due deputati eletti.

L’unico, al momento, in grado di garantire una maggioranza parlamentare solida è François Fillon, a capo di un partito strutturato e con candidature storiche e competitive in moltissimi collegi; gli altri due candidati in testa nei sondaggi non possono affermare lo stesso anche se le aspettative nei loro confronti sono diverse. Non essendo favorita per la vittoria finale, Marine Le Pen non riceve molte domande o critiche sulla sua probabile incapacità di formare una maggioranza presidenziale; la stessa cosa non si può dire per Emmanuel Macron, che invece al momento è favorito e quindi viene spesso interrogato sull’argomento.

 

Macron presenterà candidati in tutti i 577 collegi, ma per adesso ne ha investiti ufficialmente solo 14. Questo sta cominciando ad essere un problema: in moltissime circoscrizioni i candidati degli altri partiti sono già in campagna elettorale, presentare uno sconosciuto può anche andar bene ma servono tempo e risorse per conoscere il territorio, chi ci abita, quali sono i suoi problemi specifici. L’accusa mossa a Macron è di avere dei “candidati internet”, persone senza alcun radicamento territoriale, che non hanno mai fatto politica e che non riusciranno ad essere eletti.

Perché En Marche! ha impiegato così tanto tempo a scegliere i suoi candidati? Si possono trovare tre possibili risposte. La prima è il tempo: il movimento di Macron è nato esattamente un anno fa e si propone di portare al potere una nuova classe dirigente. Il movimento è sì verticale, perché non può prescindere dalla figura del suo leader, ma è (o si vuole) allo stesso tempo orizzontale, perché ha costruito il suo programma dopo una grande campagna di ascolto dei problemi del paese e ha, appunto, dato la possibilità a chiunque di proporre la propria candidatura su internet. La candidatura è stata poi selezionata da un’apposita commissione di investitura che ha lavorato a tempo pieno, “un lavoro titanico” ha spiegato Jean-Paul Delevoye, il presidente della commissione, che ha avuto bisogno di tempo e grandissimi sforzi per individuare i candidati adatti.

Il secondo motivo è che ad En Marche! sono convinti che la vittoria alle presidenziali basti per vincere alle legislative, quindi i candidati nei collegi beneficeranno automaticamente dell’affermazione di Macron senza dover fare campagna: “se i francesi eleggono Macron è perché vogliono che governi. Se ti eleggono poi ti danno il potere” mi ha detto un deputato marcheur sabato scorso a Marsiglia, “è sempre successo così. Anche se candidassimo lei che è italiano in un collegio, e il collegio è competitivo, sarebbe eletto”. Ora, non metto in dubbio il mio ascendente sull’elettorato francese, ma un atteggiamento del genere mi è parso abbastanza ingenuo: Macron ha rotto troppe regole delle presidenziali per essere così convinto che l’unica valida è quella, a lui molto conveniente, che presidenziali e legislative abbiano lo stesso risultato.
Infine e motivo più probabile, Macron è consapevole che non avrà una maggioranza monocolore all’Assemblea Nazionale e quindi sta aspettando la vittoria alle presidenziali per formare una sorta di grande coalizione. Un’ipotesi del genere è praticabile anche perché alcuni esponenti dei partiti tradizionali si sono già detti disponibili: la settimana scorsa erano stati i deputati vicini a Manuel Valls a evocare un sostegno a Macron, non è escluso che la corrente più centrista dei repubblicani possa iniziare a ragionare nello stesso modo, soprattutto se Fillon dovesse essere eliminato con una percentuale molto bassa.

3-Verso una sfida a quattro

sondaggio 5

Chi è iscritto da un po’ a questa newsletter conosce bene la grande incertezza dell’elettorato. Questa incertezza comporta che i due candidati favoriti per l’accesso al ballottaggio siano molto fragili, Macron perché ha elettori meno motivati degli altri, seppure in aumento rispetto a due mesi fa, Marine Le Pen perché ha elettori molto motivati ma, per adesso, non è riuscita a convincere chi non ha ancora compiuto la sua scelta. Così, l’inaspettata solidità della candidatura di Fillon e la dinamica che stiamo osservando da parte di Jean-Luc Mélenchon diventano un rischio concreto che insidia la loro posizione, anche perché, come più volte detto, gli indecisi sono molti e potenzialmente decisivi, soprattutto con delle percentuali di accesso al secondo turno così basse.

Sondaggio 6

Come potete notare la volatilità è più alta nei tre candidati di sinistra che negli altri due. François Fillon ha perso quasi dieci punti da quando ha vinto le primarie, è quindi fisiologico che i suoi elettori siano più sicuri: sono di meno, più fedeli, non hanno cambiato idea durante la fase più critica dello scandalo, non lo faranno adesso. Questo è ciò che gli ha permesso di rimanere in gioco sin qui e il suo piccolo recupero si spiega con la percezione diffusa che non è un candidato spacciato, che dopotutto è ancora competitivo. Marine Le Pen ha invece un elettorato abituato a votarla, si è mobilitato alle europee del 2014 (24,8 per cento), alle regionali del 2015 (27,7 per cento) nulla indica che non lo rifarà anche alle presidenziali.

L’indecisione che invece osserviamo per i candidati di sinistra è giustificata da due motivi. Il primo è la prossimità: è meno costoso, per un elettore, passare da Hamon a Mélenchon o da Hamon a Macron che da Hamon a Marine Le Pen. Chi si ritiene di sinistra oggi in Francia ha un’offerta molto più ampia del solito nei candidati maggiori, quindi  tende a mettere più facilmente in discussione la propria scelta. A questo va aggiunta la componente “voto utile”: se fino a due settimane fa solo Macron poteva rappresentare un candidato competitivo per arrivare al ballottaggio, oggi non è più così. Mélenchon è distanziato di poco e protagonista di una dinamica molto positiva, può quindi essere percepito non solo come un voto identitario ma persino come un voto utile. Tutto questo va a detrimento di Hamon, ormai stabilmente sotto il 10 per cento e, a questo punto, pericolosamente vicino alla “soglia di scomparsa”, il 5% per cento sotto il quale le spese della campagna elettorale non sono rimborsate.

Il personaggio della settimana

Foto 1

Martedì c’è stato il secondo dibattito tra i candidati, e stavolta hanno partecipato tutti. Tra i minori, quello che si è distinto di più è stato Philippe Poutou, non solo per l’abbigliamento poco convenzionale (eufemismo) ma anche per essere stato in grado di attaccare François Fillon e Marine Le Pen sui loro guai con la giustizia. È vero che per Poutou il dibattito ha rappresentato i famosi quindici minuti di celebrità warholiana, ma una campagna presidenziale vive anche di questi momenti.

 

Consigli di lettura

-Eric Dupin su slate.fr ha analizzato la sociologia elettorale di Emmanuel Macron e Marine Le Pen ed è arrivato alla conclusione che la vittoria del leader di En Marche! è meno scontata di quanto sembri. Grazie a Lorenzo per la segnalazione;

Una lunga intervista al filosofo Marchel Gauchet, che analizza l’ideologia di Emmanuel Macron;

Chi è Jean Pisani-Ferry, eminenza grigia di Emmanuel Macron? Un lungo ritratto, in inglese, di Politico;

Prima di finire un paio di errori: ho sbagliato il link del pezzo su come Marine Le Pen può vincere (qui il link) e ho scritto che Mélenchon è stato ministro dal 2002 al 2004, mentre lo è stato dal 2000 al 2002. Scusate la confusione!

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventottesima settimana: Mélenchon decolla, Fillon rischia

Ventottesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Emmanuel Macron ha ricevuto il sostegno di Manuel Valls. Perché questa scelta?

2-Mélenchon continua a salire nei sondaggi, ora è al 15 per cento e minaccia addirittura la terza posizione di Fillon;

3-A proposito di Fillon, al candidato repubblicano mancano 10 punti percentuali rispetto all’elettorato 2012 di Nicolas Sarkozy. Per chi votano queste persone?

1-Valls vota per Macron ma non lo sostiene

(chi ha letto il mio post su Facebook di mercoledì può andare al punto 2 senza perdersi granché)

Manuel Valls, che è stato primo ministro di Hollande dal 2014 sino al dicembre 2016, è il rappresentante della destra socialista, ed è stato sconfitto da Benoît Hamon alle primarie del Partito Socialista che si sono svolte a fine gennaio, ha dichiarato che voterà per Emmanuel Macron fin dal primo turno.

La sua scelta ha sicuramente delle motivazioni sincere. Manuel Valls è davvero convinto che il Front National sia “alle porte del potere” come ripete ormai da anni, e che ci sia bisogno di alleanze straordinarie per fermarlo; una scelta del genere è poi coerente con le sue idee, molto più vicine a quelle di Macron che a quelle di Hamon, più volte definito “settario” e “fuori dalla realtà”. Infine, Valls detesta personalmente Hamon (lo ha definito “microbo” in privato),  e non ha dimenticato che il candidato ha passato due anni e mezzo all’Assemblea Nazionale cercando di sabotare il suo governo, contro cui ha anche firmato e promosso una mozione di sfiducia.

I motivi sono però più profondi, e di questo è consapevole anche Macron, che ha convocato una conferenza stampa il martedì proprio per anticipare la dichiarazione di Valls, avvenuta mercoledì, fissando tre regole per il post presidenziali, cucite su misura per l’ex primo ministro. Primo: chi si candida con me lo fa sotto il mio simbolo, con la mia maggioranza presidenziale; secondo: nessuno al governo che sia già stato ministro, tranne il capo del governo che avrà esperienza politica; terzo: i sostegni valgono un voto, non un’investitura alle legislative.

Tra Valls e Macron non corre buon sangue, visto il grande scontro che hanno animato quand’erano primo ministro e ministro dell’economia: Macron era quasi riuscito a portare a casa la riforma che porta il suo nome con una maggioranza trasversale all’Assemblea Nazionale ma Valls, per evitare il successo del suo rivale interno, scelse il ricorso al 49.3, cioè la questione di fiducia, facendo cadere gli emendamenti comuni e approvando la legge così com’era, senza compromessi, mandando su tutte le furie l’inquilino di Bercy.

Quando martedì, alla conferenza stampa, ho chiesto a un deputato vicino a Macron come avrebbero gestito il sostegno di Valls mi ha risposto “ma Manuel e Emmanuel sono molto amici, non c’è nessun problema”. Momento di silenzio e poi risate sia sue che dei giornalisti che stavano ascoltando, “dovreste prendere più sul serio i vostri interlocutori” ha scherzato prima di rientrare al QG.

Con ogni probabilità quindi Valls non sarà candidato con En Marche! anche perché la prima reazione del Partito Socialista, nelle parole del suo segretario, Jean Christophe Cambadélis è stata di “tristezza per la scelta” condita da “un appello alla calma”, ma senza alcun riferimento ad un’eventuale espulsione.

Perché questa scelta, allora? La scommessa di Valls è che Macron sarà eletto presidente della Repubblica, ma non avrà una maggioranza solida all’Assemblea Nazionale, motivo per cui un gruppo social-liberale da lui guidato potrebbe rivelarsi preziosissimo, sia in Parlamento che al Governo. Insomma Valls, dopo aver archiviato definitivamente la (breve) avventura di Hamon, ormai quinto nei sondaggi e autore di una campagna elettorale poco entusiasmante, sta cercando di sabotare il progetto politico di Macron, votandolo, ma scommettendo sul suo fallimento quando dovrà formare la maggioranza parlamentare. A completamento di quest’analisi basta vedere la dichiarazione di Didier Guillaume, presidente del gruppo socialista al Senato e direttore della campagna di Valls alle scorse primarie, che ha chiarito che i vallsisti si candideranno in autonomia, ma con “vocazione” a governare in una maggioranza con Emmanuel Macron.

2-La dinamica di Mélenchon continua

Il candidato della France Insoumise è il candidato che più ha guadagnato nei sondaggi nelle ultime settimane. Jean-Luc Mélenchon, per chi non lo conoscesse, è il leader della sinistra radicale francese. Dopo essere stato uno degli animatori del trotzkismo francese nei primi anni ’70, entra nel Partito Socialista attirato dal progetto politico di François Mitterrand. Ministro dell’istruzione tra il 2000 e 2002 durante il governo di Lionel Jospin, ha rappresentato la minoranza di sinistra del socialismo post-Mitterrand sino alla decisione di abbandonarlo nel 2008 per fondare il Front de Gauche, unione delle varie anime che compongono la galassia alla sinistra del Partito Socialista. Per il Front de Gauche è stato candidato al primo turno delle presidenziali del 2012, ed è candidato anche ora ma in autonomia, sostenuto dal Partito Comunista francese.

Quando il primo febbraio l’istituto IFOP ha cominciato il suo “rolling-poll” in collaborazione con Paris Match, cioè la pubblicazione di un sondaggio quotidiano per registrare le oscillazioni e le tendenze delle intenzioni di voto, Mélenchon era stimato al 9 per cento ma scontava la grande attenzione mediatica riservata a Benoît Hamon, che aveva appena vinto le primarie e raccoglieva il 18 per cento delle intenzioni di voto. Dopo un fisiologico riavvicinamento tra i due candidati di sinistra, due settimane fa è successo qualcosa: il 17 marzo Mélenchon ha tenuto un grande comizio in Place de la Bastille, la piazza storica della sinistra francese, e soprattutto ha partecipato al dibattito tv, risultando molto efficace e a suo agio. E infatti la curva nei sondaggi si è invertita, come potete notare il leader della sinistra radicale distanzia Hamon di cinque punti ed è protagonista di una progressione che a questo punto minaccia persino la terza posizione di François Fillon.

Sondaggio 1.png

Come c’è riuscito? Innanzitutto Mélenchon beneficia del disastro che in questo momento rappresenta il Partito Socialista in sé, dilaniato dalle lotte interne e portatore di un bilancio, quello di François Hollande, complicatissimo da difendere. La campagna poco entusiasmante di Benoît Hamon, di cui abbiamo già parlato in questa puntata, ha dato il colpo di grazia all’immagine dei socialisti e reso Mélenchon il vero campione della sinistra, che per ora perde, ma quantomeno perde bene. Infine, e probabilmente cosa più importante, Jean-Luc Mélenchon, come Marine Le Pen, è alla sua seconda campagna presidenziale e parte da un ottimo risultato: nel 2012 raccolse l’11,1 per cento, una percentuale di tutto rispetto soprattutto vista la campagna di François Hollande, molto a sinistra e facilitata dalla volontà di farla finita con Sarkozy.

La scelta di dove e quando organizzare le riunioni pubbliche, di come dosare le energie e utilizzare la possibilità data dalla televisione per  crever l’écran, “bucare lo schermo”, è fondamentale per chiudere la campagna in crescendo puntando, stavolta, sulla capacità di rassicurare piuttosto che sulla postura protestataria per cui era famoso anni fa: “Jean-Luc è più forza tranquilla che rumore e furore adesso” ha spiegato all’Obs Eric Coquerel, uno dei suoi principali sostenitori; “Sono più filosofo che mai e meno impetuoso, la conflittualità ha mostrato i suoi limiti e io ho 65 anni, l’età ha avuto un’influenza su di me” ha detto oggi in una lunga intervista concessa al JDD.

3-Dove sono andati a finire gli elettori della destra gollista?

Nel 2012 Nicolas Sarkozy ha perso le elezioni ma di poco e con un risultato al primo turno che oggi gli invidierebbero tutti: il 27,1 per cento. Oggi François Fillon, che ha strappato la candidatura alle presidenziali eliminando proprio Sarkozy al primo turno delle primarie, è stimato intorno al 17 per cento, punto più punto meno: dove sono finiti i quasi dieci punti che gli mancano?

Secondo i dati elaborati dal sondaggista Yves-Marie Cann su una serie di sondaggi del suo istituto, Elabe, dal 14 al 21 marzo, solo il 52 per cento degli elettori dell’ex presidente francese è disposto a votare per il suo ex primo ministro, mentre l’altro 48 per cento è diviso tra Emmanuel Macron (18 per cento), Marine Le Pen (12 per cento), gli altri candidati (12 per cento), più un 5 per cento tra scheda bianca e astensione. Insomma il 43 per cento di chi ha votato Sarkozy nel 2012 ha intenzione di votare per il candidato di un altro partito nel 2017.

Sondaggio 2

I dati forniti da Cann evidenziano due grandi spaccature tra l’elettorato di Fillon e quello di Sarkozy. La prima è generazionale, e ce se ne può rendere conto semplicemente andando a guardare un comizio di Fillon. Al di sotto dei 50 anni solo un terzo dell’elettorato sarkozysta è ancora disposto a votare il candidato post gollista, cifra che sale alla metà tra i 50 e i 65 anni e raggiunge il suo massimo, con il 68 per cento, tra gli elettori con più di 65 anni. Fillon è molto solido negli over 65 soprattutto perché rappresentano l’elettorato storico repubblicano, ma anche perché i profili dei suoi principali avversari sono a loro volta respingenti: Emmanuel Macron parla di un futuro che i pensionati non comprendono e può risultare poco esperto e arrogante; Marine Le Pen sconta il passato del suo partito, percepito come un pericolo e come una parte vergognosa della storia di Francia. Sono infine impauriti dalle sue proposte radicali sull’Europa che rappresenta ancora una grande conquista per chi è nato nell’immediato dopoguerra e ha toccato con mano i suoi benefici.

Questo atteggiamento mi ha fatto molto riflettere su Brexit, dove invece è stato determinante il voto degli anziani mentre i giovani hanno votato in massa per rimanere in Europa: in Francia il 30 per cento dei giovani che vota per la prima volta è per il Front National che è rigettato dai pensionati (in totale solo il 16 per cento dei pensionati dichiara di voler votare per Marine Le Pen, secondo l’ultimo sondaggio IFOP). È un punto in più che va considerato nelle analisi  sull’internazionale populista che si starebbe formando in giro per il mondo: ogni paese ha il suo particolare movimento sovranista/populista con le sue specificità e le sue ragioni, ridurre tutto in un unico calderone è un errore che non aiuta a comprendere il fenomeno, secondo me.

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Il comizio di Tolone, dove sono andato venerdì: cercate qualcuno con meno di 65 anni

L’altra grande spaccatura, che riflette in parte quella generazionale, è dettata dalla sociologia elettorale. Come vedete dal prossimo grafico, Fillon raccoglie i due terzi dell’elettorato Sarkozysta già in pensione, ma è in difficoltà con i CSP+, cioè la classe media (42 per cento) e crolla tra i CSP-, cioè le classi popolari composte da impiegati meno qualificati e operai, con il 33 per cento.

Sondaggio 3

Come si posizionano questi elettori nei confronti di Emmanuel Macron e Marine Le Pen?

Come può essere abbastanza intuitivo, Macron va molto bene nella classe media, dove convince il 28 per cento degli elettori ex sarkozysti, e nel voto giovanile, visto che parla al 32 per cento degli elettori under 35 che scelsero Sarkozy nel 2012, mentre Marine Le Pen ottiene un buon risultato nelle fasce più popolari con il 25 per cento e batte Macron nella fascia d’età compresa tra i 50 e i 65 anni con il 19 per cento contro il 15. Ciononostante, come potete notare, il leader di En Marche! non è così distanziato nelle categorie popolari, essendo solo 5 punti dietro alla candidata del Front National, ma è molto in vantaggio tra i giovani e nelle classi medie. Insomma Macron ha un fortissimo ascendente sulla parte più aperta e agiata dell’elettorato di Nicolas Sarkozy, confermando, in parte, chi vede in lui un profilo non poi così distante dall’ex presidente, che d’altronde ha più volte invitato l’ex ministro dell’economia a lavorare per lui (senza risultato).

Sondaggio 4

Le difficoltà di Fillon in questi segmenti più contendibili dell’elettorato si spiegano sicuramente con il PenelopeGate, ma ciò non è sufficiente. Il punto è che ormai la campagna si sta strutturando sui due progetti di società, radicalmente alternativi, che propongono Marine Le Pen ed Emmanuel Macron, a loro agio in uno scontro forze del bene contro forze del male, a seconda di come la si pensi. L’ho già scritto: Le Pen e Macron si sono scelti, gli argomenti dell’uno danno forza alle ragioni all’altro e i sondaggi che li vedono appaiati in testa completano il quadro. In questo contesto Fillon ha difficoltà a posizionarsi, perché si trova incastrato tra i due e non riesce più a far passare il messaggio di forte rottura che contiene il suo programma, cioè grande riduzione della spesa pubblica attraverso tagli di spesa strutturale e diminuzione dei funzionari pubblici (la famosa proposta di sopprimere 500mila posti nella pubblica amministrazione).

Consapevole di questo il candidato repubblicano ha introdotto un nuovo tema che sarà molto importante nelle prossime settimane: “sono l’unico candidato in grado di vincere le legislative e quindi governare una volta eletto presidente, mentre gli altri non ne sono in grado”. Domenica 9 aprile è previsto un grande meeting a Parigi, a porte de Versailles, dove schiererà dietro di sé i 577 candidati investiti dai repubblicani e dai centristi che si presenteranno alle elezioni legislative. Il messaggio sarà piuttosto chiaro.

Il personaggio della settimana

Alexis Corbière è il portavoce di Jean-Luc Mélenchon e uno dei suoi strateghi più importanti, è molto bravo in televisione ed è uno degli artefici del grande recupero del suo candidato. È vero che le elezioni presidenziali sono l’incontro tra un uomo e il suo popolo, come diceva de Gaulle ma per un candidato è importantissimo avere consiglieri all’altezza e persone in grado di difendere le loro idee in televisione.

Infine, alcune informazioni di servizio. Da lunedì scorso la mia newsletter è pubblicata interamente su IL-idee e lifestyle del Sole 24 Ore, che ha deciso di scommettere su questo piccolo progetto editoriale. Insomma: viva la newsletter! Per chi vuole, mercoledì sono a Napoli al Chiajatime a via Bausan 17, a parlare (novità!) di elezioni francesi.

Consigli di lettura

-Su Mediapart due economisti analizzano la crisi del modello di democrazia francese, in difficoltà per l’assenza di un blocco sociale dominante e omogeneo. Grazie a Giovanni per la segnalazione;

Una lunga intervista al filosofo Alain Finkielkraut che critica il dibattito pubblico semplificato intorno all’idea populismo e sovranismo contro progresso e mondializzazione;

-L’astensione può giocare un ruolo fondamentale nel voto del 23 e 7 maggio. Un fisico ha analizzato la possibile incidenza dell’astensione in favore di Marine Le Pen. Grazie all’utente Twitter Jack P. e Francesca per la segnalazione

I grafici del terzo punto di questa newsletter sono stati elaborati da Yves-Marie Cann, nel suo articolo su Medium.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventisettesima settimana: la settimana di Mélenchon

Ventisettesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Lunedì c’è stato il primo dibattito tra i cinque principali candidati, finalmente costretti a difendere il loro progetto politico dopo mesi passati a commentare le decisioni dei giudici e di Fillon;

2-Continua la dinamica positiva di Macron che supera per la prima volta Marine Le Pen nei sondaggi.

1-Il dibattito di lunedì e la situazione dei vari candidati

Lunedì c’è stato il primo dibattito televisivo tra i cinque principali candidati, un esercizio inedito (in genere il dibattito si organizza tra i due qualificati al ballottaggio) e molto interessante: finalmente i candidati sono stati costretti ad approfondire le loro proposte politiche, difendendole di fronte agli avversari. Il format incoraggiava gli scambi: ognuno aveva due minuti per rispondere alla domanda dei due giornalisti che hanno condotto il dibattito, ma dopo un minuto e mezzo poteva essere interrotto e incalzato dagli altri. Questo ha reso le quasi tre ore e mezza di dibattito più facile da seguire e meno noioso. Non serve a nulla che io vi faccia un riassunto dettagliato del dibattito (nel caso qui trovate un lungo articolo del Post), ma sono emerse alcune cose interessanti. Comunque, per chi vuole, qui di seguito c’è la replica integrale.

 

Cosa c’era in gioco? Ogni candidato arrivava al dibattito con aspettative  e obiettivi diversi: Emmanuel Macron doveva rassicurare sulla sua capacità di incarnare la funzione presidenziale, Marine Le Pen  doveva riuscire a imporre l’agenda politica del confronto, François Fillon era interessato a cominciare una nuova campagna, cercando di sfruttare il dibattito per sottolineare la sua esperienza e la sua capacità di “rimettere in sesto il paese” come gli era riuscito durante i dibattiti delle primarie. Mélenchon e Hamon, invece, avevano un obiettivo speculare: diventare il candidato egemone a sinistra, dopo mesi passati a sottolineare perché il proprio progetto fosse migliore e quanto l’altro candidato stesse commettendo un errore a non ritirarsi e unire le forze.

Le maggioranze variabili

Il risultato più interessante di questo dibattito è stato la formazione di maggioranze sempre diverse a seconda del tema introdotto dai giornalisti.  E così quando l’argomento affrontato era la politica estera, Mélenchon e Fillon erano d’accordo sull’atteggiamento da tenere nei confronti della Russia, mentre Hamon e Macron avevano una posizione critica sovrapponibile; in tema di spesa pubblica Macron e Fillon si trovavano d’accordo nel dire che va contenuta, Mélenchon, Le Pen e Hamon avevano una posizione uguale e contraria; sul divieto dei burkini sulle spiagge e sulla visione della laicità Marine Le Pen attaccava violentemente Macron, subito soccorso da Mélenchon.

 

Questa configurazione variabile è interessante, perché conferma la percezione generale che “destra e sinistra non esistono più”. Questo assunto è ancora più vero per la campagna elettorale francese: i due candidati favoriti per l’accesso al secondo turno e che sommati superano il 50%, rivendicano di essere “sia di destra che di sinistra” (Macron), “né di destra né di sinistra ma patriota” (Marine Le Pen). Se per Macron un’operazione del genere è semplice, visto che il suo movimento è totalmente nuovo, per Marine Le Pen accreditarsi come candidata al di sopra delle divisioni è più complicato, in teoria. Eppure la leader del Front National non ha mai usato  la parola “destra” per definire la sua proposta politica, ed ha creato, con il contributo di Macron appunto, la nuova divisione patrioti/mondialisti o progressisti/conservatori. Se questa divisione è a tratti artificiale perché rivendicata (e quindi strumentalizzata a fini elettorali), occasioni come quella del dibattito la confermano e la nutrono costringendo gli altri candidati a posizionarsi di conseguenza.

Mélenchon ha raggiunto il suo obiettivo, Hamon è sempre più in difficoltà

Nessuno “vince” un dibattito a meno di assistere ad un suicidio politico del proprio avversario, però ogni partecipante può rivendicare di aver raggiunto l’obiettivo posto prima dell’inizio della trasmissione televisiva. È il caso di Mélenchon che si è mostrato disteso e parecchio a suo agio nel ruolo di outsider. Il leader de La France Insoumise ha reso più leggero l’esercizio con continue battute e attacchi ai suoi avversari; si è ritagliato uno spazio politico definito e soprattutto facilmente difendibile: i candidati più alti nei sondaggi non avevano interesse ad attaccarlo, visto che la loro attenzione era rivolta altrove, Benoît Hamon si è concentrato come al solito ad attaccare Emmanuel Macron, senza grande successo.

Sondaggio 1

Mélenchon raccoglie subito i dividendi del suo ottimo dibattito: la percezione positiva della sua campagna balza in avanti di quasi venti punti nell’ultima settimana.

Hamon è parso al contrario stanco e poco a suo agio, non riuscendo a capitalizzare il buon discorso tenuto a Bercy il giorno prima, totalmente oscurato dalla sua negativa prestazione nel dibattito. Come vedete nel seguente sondaggio, realizzato da IFOP, solo il 3% degli intervistati pensa che sia stato il migliore, e solo il 5% è stato convinto dai suoi argomenti.

Sondaggio 2.png

Fillon è stato risparmiato, ma per poco

Per François Fillon questa appena passata era una settimana importantissima. Lunedì ha avuto, per la prima volta dall’inizio dello scandalo, la possibilità di difendere il suo progetto politico e non solo la sua persona e la sua famiglia, mentre giovedì è stato ospite dell’Émission Politique, il grande talk show che chi è iscritto da un po’ a questa newsletter conosce bene: due ore e un quarto di intervista al candidato da parte dei due conduttori, intervallate da domande di esperti in economia e sicurezza, un confronto con un invitato scomodo a sorpresa e un altro con un esponente del mondo del lavoro.

Sondaggio 3.png

Nonostante i due passaggi televisivi in prima serata, il 69% dei francesi ha indicato lo scandalo di Fillon come conversazione più frequente della propria settimana. Questo non è un dato incoraggiante, come capite. (il 63% dichiara di aver parlato del dibattito di lunedì, il 59% delle dimissioni del ministro dell’interno).

Proprio la partecipazione riuscita a queste due trasmissioni televisive era stata la chiave per vincere le primarie di novembre. In entrambe le occasioni Fillon si è comportato relativamente bene, mostrando come al solito grande solidità sui temi cosiddetti “regaliens”: politica estera, sicurezza, immigrazione. Evidentemente, come avrete capito dalle conversazioni dei francesi, non ha convinto abbastanza, anche perché durante l’Emission Politique c’è stato un duro scontro con l’invitata a sorpresa, la scrittrice Christine Angot. Vi lascio immaginare di cosa si sono occupati giornali e tg il giorno dopo.

 

Sul versante intenzioni di voto Fillon non fa registrare un recupero, ma da settimane resta ancorato al 17-20%. Ciò vuol dire che non è assolutamente fuori dai giochi, tenuto conto dell’indecisione e della volatilità dell’elettorato altrui, Fillon ha margini per recuperare, anche perché molte persone potrebbero decidere chi votare negli ultimi giorni. Il sondaggio che leggete in basso è stato fatto per le primarie della destra, dove evidentemente l’elettorato era più liquido (è molto meno costoso per un elettore passare da Sarkozy a Fillon che da Hamon a Marine Le Pen) ma indica quante persone possono cambiare idea all’ultimo minuto. Se una situazione del genere si ripresentasse il 23 aprile, Fillon potrebbe recuperare inaspettatamente.

Sondaggio 4

Marine Le Pen è appieno nel sistema politico francese

Il Front National è il primo partito di Francia ma resta un soggetto che suscita paura o diffidenza, come mi ha spiegato Jérôme Fourquet, direttore dell’istituto IFOP. Secondo i sondaggi che periodicamente conduce l’IFOP il 55% dei francesi ha ancora “paura” di Marine Le Pen. Certo non siamo ai livelli del padre, che era temuto dal 70% dei suoi concittadini, ma è un dato che conferma, secondo Fourquet, che il Front National è rigettato dalla maggior parte della società: “Marine Le Pen è a metà del guado, per vincere deve attraversare completamente il fiume”.

Il dibattito di lunedì, a prescindere da com’è stato giocato dalla candidata del Front National, può servire anche a questo. Sul plateau di TF1 i francesi hanno visto una candidata come un’altra, che arriva negli studi televisivi, stringe le mani a giornalisti e avversari, dibatte tranquillamente con tutti. Marine Le Pen è pienamente parte del sistema politico francese: è vero che è a metà del fiume, ma di sicuro eventi come questo aiutano a guadarlo. Tanto più se l’atteggiamento dei suoi avversari nei suoi confronti è “normale”: nessuno ha attaccato la leader del Front National per il suo progetto di società finora considerato contrario ai valori della repubblica. Jacques Chirac rifiutò di dibattere con Jean Marie Le Pen al secondo turno delle presidenziali del 2002, battendo il Front National 82%-18%. Quella Francia non esiste più.

Infine, Marine Le Pen è stata ricevuta personalmente da Vladimir Putin, con cui ha discusso di politica estera. Non è il primo capo di stato che riceve la leader del Front National (già ricevuta dal presidente libanese) ma è chiaro che Putin non è un presidente qualsiasi e che il Front National ha dei legami abbastanza stretti con la Russia. Oggi ero a Lille al suo comizio e ho chiesto a più simpatizzanti cosa pensassero di Putin, la risposta abbastanza unanime è stata “è un leader forte, che fa gli interessi del suo paese. Anche noi dovremmo fare così”. Poi, durante il discorso, Marine Le Pen ha duramente attaccato la Germania “l’Unione Europea fa gli interessi della Germania, non ne possiamo più. Non prendiamo ordini da Berlino”, ha gridato tra gli applausi dei suoi militanti, dopodiché ha citato Putin come esempio da seguire, e la sala è esplosa in un boato e in un lungo applauso.

2-Macron è in testa nei sondaggi

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Secondo il sondaggio effettuato subito dopo il dibattito di lunedì, è stato Emmanuel Macron il più convincente secondo i telespettatori. Io, ma qui si tratta della mia interpretazione, non ho avuto la stessa impressione: il leader di En Marche! non è andato male, ma era spesso a disagio con i tempi (molto brevi), che non gli hanno consentito di essere particolarmente incisivo. Ha mostrato di essere in grado di difendersi, visto che ha risposto duramente e bene agli attacchi ricevuti in particolare da Marine Le Pen e Benoît Hamon, ma ha molto sofferto l’ultima parte del dibattito, quella consacrata alla sicurezza e alla politica estera, temi su cui è stato abbastanza vago e poco chiaro – Marine Le Pen l’ha preso in giro per non aver detto nulla: “lei è il vuoto siderale M. Macron”.

Ciononostante, i pochi numeri su cui possiamo fare affidamento raccontano che la sua dinamica positiva continua, anche e soprattutto nella percezione. Oltre ai sondaggi sulle intenzioni di voto che come avete appena visto lo danno per la prima volta stabilmente davanti a Marine Le Pen, è interessante notare come Macron faccia dei progressi anche nel pronostico di vittoria che esprime chi viene contattato, come vedete dal prossimo sondaggio. Se notate, la sua curva va verso l’alto quando quella di chi non è in grado di rispondere scende verso il basso, segno che la percezione è abbastanza diffusa in tutto l’elettorato. Questo indicatore può essere importante dal punto di vista del voto utile, che è sicuramente ciò che guida una parte dell’elettorato, specialmente quello che ad oggi si esprimerebbe per Fillon o Hamon, ma comincia a capire che il proprio candidato non ha chances di arrivare al secondo turno.

Sondaggio 6Infine, Macron ha incassato il sostegno dell’apprezzato ministro della difesa Jean-Yves Le Drian, esponente della destra del partito socialista. Le Drian, oltre ad essere il primo membro di peso del governo a rendere pubblico il suo sostegno, è molto utile perché dà credibilità al candidato sulla sicurezza e la politica estera, come detto temi su cui Macron è meno credibile degli altri, specialmente di Fillon. Ma non sono solo i socialisti che iniziano a raggiungere la campagna di Macron: dieci senatori centristi, tra cui Michel Merchier, ex ministro di Nicolas Sarkozy, hanno annunciato il loro sostegno a En Marche! e potrebbe farlo a breve anche Dominique de Villepen ex primo ministro di Chirac e politico molto celebre in Francia (tenne il famoso discorso all’ONU con cui la Francia si schierò contro la guerra in Iraq voluta da Bush) che non ha mai nascosto la sua simpatia per l’ex ministro dell’economia.

Il personaggio della settimana

Uno dei piccoli candidati, Nicolas Dupont-Aignan, sta lentamente risalendo nei sondaggi. Al momento è stimato al 5% (partiva sotto il 2%) ma sta facendo una campagna abbastanza “udibile” pur non essendo invitato ai grandi dibattiti (anzi ha fatto molto parlare di sé per aver abbandonato una trasmissione televisiva, come potete vedere dal sondaggio sugli “argomenti  più dibattuti della settimana” all’inizio di questa newsletter). Per i temi che difende (è un candidato di destra, sovranista) potrebbe essere un problema per Fillon, alcune persone di destra da lui deluse ma allo stesso tempo impaurite da Marine Le Pen potrebbero votare per lui, abbandonando il candidato repubblicano.

Consigli di lettura

-Chi è iscritto da un po’ alla newsletter conosce bene Florian Philippot, il braccio destro di Marine Le Pen, che sta lentamente perdendo la sua influenza. Hugo Domenach, del Point, ha chiesto perché a Marie Labat, autrice di Philippot Ier, le nouveau visage du Front national;

-Marianne ha raccontato com’è stato concepito e scritto il bel discorso pronunciato da Benoît Hamon a Bercy;

-Ghislaine Ottenheimer, caporedattrice di Challanges, ragiona sul dibattito di lunedì sera e sulla qualità che secondo i francesi manca a tutti i candidati alla presidenza della repubblica: la statura presidenziale.

Tutti i sondaggi di questa puntata sono stati realizzati dall’Istituto IFOP per Paris Match.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Qui le puntate precedenti.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventiseiesima settimana: un mese al voto!

Ventiseiesima settimana della newsletter sulle elezioni presidenziali francesi

1-François Fillon è stato infine messo sotto esame dalla magistratura, ma c’è una nuova rivelazione scomoda (stavolta del JDD).

2-Il 17 marzo il consiglio costituzionale ha chiuso le candidature, un piccolo punto delle situazione con i candidati ai blocchi di partenza

3-Emmanuel Macron ha dettagliato le sue proposte in materia di difesa ed è stato toccato da un piccolo scandalo

1-Caro Fillon timeo Danaos et dona ferentes

L’espressione è ciò che fa dire Virgilio a Laocoonte nell’Eneide, e vuol dire letteralmente “temo gli Achei anche quando portano doni”. Laocoonte si riferisce al grande cavallo di legno lasciato dai greci come regalo sulle spiagge di Troia subito dopo la finta ritirata. Il sacerdote di Poseidone, dopo aver cercato invano di persuadere i troiani a non portare il cavallo dentro le mura, finisce per essere divorato da due serpenti marini inviati da Minerva, che parteggiava per i greci.

Il paragone è calzante perché Fillon ha ricevuto l’equivalente di 13.000 euro in vestiti dal suo amico Robert Bourgi (la rivelazione è del Monde), avvocato molto ricco e conosciuto negli ambienti politici per i rapporti con Sarkozy e per essere uno degli animatori del gruppo Francafrique, una sorta di lobby che cura gli interessi francofoni in Africa. Ora, se a ricevere una liberalità del genere è una persona normale non c’è nulla di male, se il destinatario è invece un candidato alla massima magistratura dello Stato il dono può assumere un carattere sospetto. Non perché c’è necessariamente un accordo dietro, ma perché chi ti fa un regalo del genere potrebbe bussare alla tua porta dopo l’elezione per chiedere un favore, o ancora potresti dover essere costretto a prendere una decisione (legittima e normale) che indirettamente avvantaggia il tuo benefattore. Insomma, un uomo politico deve sempre considerare i regali fuori scala come dei potenziali cavalli di Troia da cui è meglio stare alla larga.

I 13.000 euro sono una parte dei 48.500 euro che Fillon ha speso in 4 anni nella stessa boutique, Arnys, come ha rivelato il JDD, il settimanale che ha condotto l’inchiesta. Il problema ulteriore di questa storia sono le date: i vestiti pagati 13000 euro sono stati ordinati da Robert Bourgi il 7 dicembre 2016 e poi pagati il 20 febbraio. Il 20 febbraio, ricordiamo, il PenelopeGate era scoppiato da quasi un mese, Fillon era un candidato più che in bilico e la sua vita privata era (ed è tuttora) passata al setaccio da tutti i media nazionali. Come poteva pensare che un assegno di 13.000 euro nella boutique più ricercata della rive gauche parigina potesse passare inosservato alla stampa? Era tanto difficile chiamare l’amico e dirgli di evitare? Questa gestione dimostra che François Fillon non ha ben compreso la portata dello scandalo che lo ha investito, uno dei motivi per cui non è stato in grado di reagire in maniera efficace.

Torniamo alla cronaca: com’era prevedibile e previsto François Fillon è stato messo sotto esame dai giudici d’istruzione. Com’era prevedibile e previsto Fillon resta il candidato dei repubblicani, anche perché le candidature sono ormai chiuse.  Non è una pessima notizia per il candidato nella misura in cui un esito del genere era scontato, e tra l’altro visti i tempi molto stretti (si vota il 23 aprile) è difficile che i giudici possano ancora interferire con il calendario della campagna elettorale. Va chiarito che Fillon non è condannato, quello che cambia è la conoscenza completa del dossier e la possibilità di ricorrere contro gli atti del giudice istruttore in questa fase del procedimento. Quanto politicamente tutto ciò sia stato dannoso lo sapete bene, visto che l’abbiamo ampiamente analizzato nelle settimane scorse.

2- Com’è la situazione generale, a candidature chiuse

Dopo due mesi di dibattito monopolizzato dal PenelopeGate le candidature sono chiuse. Oltre alle cinque candidature maggiori, di cui ci siamo occupati nei mesi scorsi, sono anche candidati François Asselineau, Nicolas Dupont-Aignan, Jacques Cheminade, Nathalie Arthaud, Philippe Poutou e Jean Lassalle.

Se è vero che le candidature minori sono spesso poco interessanti sia politicamente che mediaticamente (e infatti molti giornalisti televisivi si lamentano, perché da oggi il tempo televisivo concesso ad ogni candidato dev’essere uguale), va fatto notare che le candidature dei “piccoli” possono portare nel dibattito pubblico temi interessanti e poco considerati dai candidati maggiori. Un esempio è l’ecologia, un tema poco trattato storicamente dai grandi partiti e oggi invece al centro di gran parte dei programmi elettorali. Chissà che anche stavolta non sarà così.

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Come vedete da questo grafico, realizzato dall’Ipsos per il CEVIPOF e Le Monde, l’interesse per le presidenziali è molto alto. I francesi sono un popolo molto appassionato alla politica, come dimostrano le cifre dei talk show e le grandi riunioni pubbliche che riescono ad organizzare i candidati in tutta la Francia: il 94% degli intervistati si dice molto o mediamente interessato alle elezioni presidenziali.

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Questo grafico indica invece quanti francesi pensano di andare a votare.  Come vedete l’astensione potrebbe essere piuttosto alta (nel 2007 votò l’83% nel 2012 il 79,5%), cosa che non necessariamente contrasta con il grafico precedente ma segnala che l’offerta elettorale non soddisfa, al momento, i cittadini. Visti i precedenti dati sull’affluenza però le cose potrebbero cambiare notevolmente nelle prossime settimane.

Cosa dicono i sondaggi

Prendendo come riferimento sempre l’inchiesta dell’Ipsos, ci sono una serie di cose da notare. Marine Le Pen guida ancora una volta la graduatoria, ma ha uno scarto molto ridotto con Macron (è nel margine d’errore statistico, cioè la fisiologica possibilità che un sondaggio non sia accurato). La tendenza va avanti da quasi due settimane, nel senso che Macron ha avuto una crescita notevole nei sondaggi subito dopo il sostegno di François Bayrou, e poi si è stabilizzato intorno al 25% (in tutti i sondaggi è sempre un punto dietro Marine Le Pen, a prescindere dalla percentuale in sé).

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François Fillon è invece fermo al 17,5%. La progressione registrata subito dopo la sua dimostrazione di forza al Trocadero (era salito sino al 19,5 proprio in una rilevazione Ipsos) probabilmente non era indicativa di un recupero vero e proprio, e il candidato gollista si trova sempre nello stesso vicolo cieco: ha mantenuto la parte più fedele del suo elettorato ma non riesce a convincere un numero sufficiente di persone meno entusiaste della sua candidatura. La sua forza, cioè la grandissima voglia di alternanza che anima gran parte dell’elettorato repubblicano, è anche la sua più grande debolezza: non c’è Hollande candidato di fronte a lui, e tutti gli altri avversari non sono facilmente riconducibili all’esperienza degli ultimi cinque anni. Marine Le Pen per ovvi motivi, Benoît Hamon ha votato contro moltissimi provvedimenti del governo ed è stato identificato come il leader della “fronda interna” al Partito Socialista, Emmanuel Macron ha fatto il ministro dell’economia, è vero, ma se n’è andato sbattendo la porta e ha fondato un suo movimento. Insomma è complicato giocare questa carta per vincere.

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Infine, i due candidati di sinistra sono incredibilmente vicini. Anch’essi con un solo punto di distacco, e quindi nel margine d’errore, hanno organizzato due grandi eventi questo week end a Parigi. Mélenchon ha riempito sabato place de la Bastille per una “sesta repubblica”, la grande riforma delle istituzioni che propone in caso di sua elezione: fine del sistema presidenziale “monarchico”, proporzionale in Parlamento e maggiori strumenti di democrazia diretta o più partecipativa. Benoît Hamon ha invece tenuto un grande comizio al palazzetto dello sport di Bercy, cercando di mostrare che la sua campagna può ancora dire qualcosa. Il problema è che, come già avevamo analizzato la settimana scorsa, Hamon ha avuto molta difficoltà ad essere al centro del dibattito, cosa che invece gli era riuscita durante la campagna per le primarie.

Abbiamo parlato per mesi dell’elettorato volatile di Macron, ma Hamon è ormai l’ultimo candidato per sicurezza nella scelta, mentre il leader di En Marche comincia a cristallizzare il suo consenso. A un mese dal voto è un problema. Se il socialista dovesse essere superato da Mélenchon nei sondaggi si potrebbe verificare una fuga dei suoi elettori verso la proposta più massimalista del suo vero avversario, e a quel punto la sua posizione sarebbe tendenzialmente irrecuperabile. Infine, è arrivata la decisione definitiva di Manuel Valls, suo sfidante al secondo turno: l’ex primo ministro non sosterrà Benoît Hamon, nonostante l’impegno preso pubblicamente durante le primarie. Per adesso però non risulta che possa avvicinarsi ad Emmanuel Macron, anche perché la possibilità è stata smentita dallo stesso Valls.

A questo punto saranno importantissimi i dibattiti tv, che vedranno un confronto tra i primi cinque candidati maggiori e rischiano di essere decisivi, visto quanto sono vicini i vari candidati secondo i sondaggi. Il primo va in onda domani sera, quando i cinque principali candidati si affronteranno su TF1, la principale televisione francese. Per commentarlo insieme vi do appuntamento a martedì alle 18.30 per una diretta Facebook dal mio profilo.

3-Emmanuel Macron, una sua nuova proposta e un piccolo (per ora) guaio

Ieri mattina Emmanuel Macron ha presentato il suo punto di vista sulla politica estera e sulla difesa francese. Durante la conferenza stampa ha proposto una cosa nuova, ossia il servizio militare obbligatorio mensile per tutti. La ratio è aumentare la coesione nazionale e il senso di identità, oltre ad abituare i giovani ad una forma di disciplina e mettere a disposizione una riserva complementare per la guardia nazionale in caso di crisi.

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La notizia di questa settimana è che la procura di Parigi ha aperto un’inchiesta preliminare per dei fatti risalenti a gennaio 2016, quando Macron era ministro dell’economia. Business France l’organismo del ministero che si occupa della promozione degli eventi, ha conferito l’organizzazione di un grande evento a Las Vegas alla società di comunicazione Havas senza gara d’appalto. Business France si è difesa dicendo che non c’erano i tempi per organizzare un’offerta pubblica, e si è rivolta ad Havas perché aveva bisogno di una società in grado organizzare in poco tempo un evento del genere. Il Canard Enchaîné, che ha raccontato per primo la storia, ha stimato il costo dell’evento in 380.000 euro, di cui più di 100.000 spesi per gli invitati.

Sebbene i giornali italiani abbiano titolato “Macron è indagato” l’inchiesta non riguarda in prima persona il leader di En Marche! ma, appunto, Business France e la societ Havas. E infatti non è stato un argomento al centro del dibattito degli ultimi giorni.

Infine Macron ha ricevuto importanti sostegni dalla Germania. Giovedì ha incontrato Angela Merkel a Berlino), mentre oggi al congresso della SPD Sigmar Gabriel ha esplicitamente detto che Schulz e Macron possono cambiare insieme l’Europa.

L’attentato (sventato) di Orly

Ieri mattina, all’aeroporto di Orly, un francese di 39 anni è stato abbattuto dalla polizia francese dopo aver provato a rubare un fucile d’assalto ad una militare. Il procuratore di Parigi, François Molins ha dichiarato che l’assalitore era pronto a “morire nel nome di Allah”, ed era conosciuto dalle forze dell’ordine e di intelligence come persona radicalizzata. È difficile dire un fatto del genere come potrà influire sulla campagna elettorale (probabilmente non in maniera decisiva, trattandosi di un attentato sventato), ma si può notare una nuova tipologia di attacchi.

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Come nota Stefano Montefiori, corrispondente del Corriere da Parigi, è la seconda volta che un militare viene preso di mira dai terroristi. Una cosa del genere avviene da lungo tempo in Israele, sola altra democrazia ad essere in stato d’emergenza, dove spesso i militari sono vittime di attentati dei cosiddetti lupi solitari (essendo un bersaglio riconoscibile). Finora la Francia non aveva conosciuto episodi del genere con continuità; questo potrebbe rappresentare una nuova minaccia alla già difficile situazione di equilibrio del paese che, ricordo, è in stato d’emergenza dal novembre del 2015.

Il personaggio della settimana

Questa volta in negativo. Interrogato in radio Vincent Peillon, candidato alle primarie del Partito Socialista a gennaio, ha detto che Macron è il candidato dell’UMPS (un acronimo che mette insieme PS, partito socialista, e UMP, il partito post-gollista poi trasformatosi in Les Républicains), e che questo sia un fatto noto e certo così come lo sono le camere a gas. La mia reazione è stata quella che vedete in questa Gif.

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Consigli di lettura

-Una lunga critica dell’economista Thomas Porcher, che demolisce il programma di Macron in 20 tweet;

-Un resoconto della giornata di Mélenchon a place de la Bastille, scritto dal JDD;

-Come sarebbe la Francia se Marine Le Pen vincesse le elezioni il 7 maggio? Se lo chiede Mediapart in un lungo articolo;

Un lungo ritratto di Bertrand Dutheil de la Rochère, lo “stalinista” di Marine Le Pen, secondo slate.fr.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, venticinquesima settimana: la nuova strategia di Marine Le Pen

 

Venticinquesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Fillon ha vinto il suo braccio di ferro, ma ciò che è successo nelle ultime settimane sarà molto difficile da ricomporre;

2-La campagna di Benoît Hamon non decolla, e la destra del partito comincia ad abbandonarlo;

3-Marine Le Pen ha cambiato il tema portante della sua campagna elettorale: non più sovranismo ma identità.

1-Fillon ha vinto il suo braccio di ferro

Dopo la difficilissima settimana passata, Fillon ha vinto il suo braccio di ferro. Rimarrà candidato, ormai senza alcun dubbio. I suoi problemi però non sono finiti, la spaccatura esiste ed è profonda, a dimostrazione di come queste presidenziali 2017 siano un momento storico per la politica francese, a prescindere di come finiranno.

Partiamo dalla spaccatura personale. Tra Alain Juppé e François Fillon non c’è mai stato un rapporto profondo, i due hanno sempre militato in correnti diverse nel partito e si sono spesso divisi su scelte importanti. Esisteva però una stima reciproca. Dopo la sconfitta alle primarie Juppé è tornato a Bordeaux e ha sostenuto a distanza il candidato del suo partito, non era impegnato in prima persona ma tutti i suoi “luogotenenti” erano in prima fila ai comizi e ampiamente rappresentati nell’organigramma. Ciò che invece è successo nell’ultimo mese ha in qualche misura turbato Alain Juppé, che non conosceva questa versione più radicale e quasi trumpiana di Fillon. E infatti nella breve conferenza stampa di lunedì mattina il sindaco di Bordeaux ha duramente criticato il candidato per la sua “ostinazione” e per aver radicalizzato l’elettorato di destra. Un elettorato che evidentemente non riconosce più, e forse non ha mai riconosciuto.

Sarebbe però un errore interpretare questa frase legandola solo al contesto della manifestazione del Trocadero. In piazza, a Parigi, si è mobilitato il cuore dell’elettorato fillonista, in particolare la galassia che ha partecipato alle sfilate della Manif Pour Tous, le manifestazioni contro i matrimoni omosessuali, e in particolare il suo movimento militante, Sens Commun (per approfondire l’influenza del voto cattolico per Fillon durante le primarie potete leggere questa edizione della newsletter). Ma non è questo l’elettorato “radicalizzato”  di cui parla Alain Juppé.

Qual è il punto? Il punto è che Nicolas Sarkozy aveva cominciato a cambiare  gli elettori di riferimento del movimento post-gollista, riuscendo ad ampliarne la base. La vittoria di François Fillon, per quanto conseguita in rottura personale con l’ex presidente, andava nella stessa direzione; gli elettori hanno deciso che sarebbe stato Fillon a rappresentarli, ma ideologicamente tra i due non c’erano enormi differenze, anzi. La diagnosi è la stessa, ed è la seguente: la società francese si è spostata a destra, le classi popolari anticomuniste che votavano ampiamente de Gaulle negli anni ’60 sono state attirate dal messaggio di rottura del Front National. Per vincere bisogna rivolgersi a loro ma, poiché la società è molto cambiata rispetto agli anni d’oro del gollismo, bisogna farlo con una retorica nazional-popolare.

Alle primarie si sono affrontate questa visione, che è risultata maggioritaria, e quella della destra gollista più “gestionale” o “elitaria”, nata con Jacques Chirac e divenuta egemone con la conversione al liberalismo operata negli anni ’80. Juppé, il più anziano del gruppo, era stato uno dei protagonisti di quella stagione. Al contrario Fillon non aveva aderito a questa svolta, essendo cresciuto politicamente nella corrente del gollismo sociale di Philippe Séguin, grande rivale di Chirac e del primo ministro liberal-gollista, Eduard Balladur. Fillon aveva vinto le primarie, partecipate da più di 4 milioni di elettori, con un discorso sì liberale ma soprattutto conservatore e identitario.

Le due visioni avevano un seguito diverso: il cuore della destra di Jacques Chirac era molto più ristretta di quella di de Gaulle o di quella di Sarkozy.  Basti vedere i risultati al primo turno nelle varie elezioni: Sarkozy nel 2007 arrivò a 11,5 milioni di voti con il 31%, nel 2012 a 9,7 con il 27%. Chirac nel 2002 prese solo 5,6 milioni di voti con il 19%, e nel 1995 6,3 con il 20%. È chiaro che si tratta di due basi elettorali molto diverse. Alain Juppé non è riuscito a presentarsi come credibile piano b anche perché nei repubblicani la sua posizione è in minoranza, probabilmente negli ultimi anni lo è sempre stata e nemmeno dopo un terremoto del genere è parsa in grado di salvare la sua famiglia politica. La rinuncia e l’amara conferenza stampa del sindaco di Bordeaux constata questo, oltre all’atteggiamento sconsiderato di François Fillon.
C’è però un tassello che manca a Fillon e che invece votava con convinzione per Sarkozy: l’elettorato popolare. Secondo l’ultimo sondaggio Ifop solo il 9% delle categorie popolari al momento si dichiara per Fillon, troppo poco per vincere le elezioni.

La continuità tra Sarkozy e Fillon si nota anche con il peso orami egemone che hanno assunto i sarkozysti nella campagna elettorale di Fillon. È chiaro che in molti non hanno abbandonato la barca per un calcolo di opportunità, ma è altrettanto vero che ritengono in ogni caso il messaggio di Fillon del tutto valido, cosa che invece non riteneva Alain Juppé.

2-La campagna di Hamon non decolla

Il fattore essenziale delle campagne elettorali di successo è la capacità di mostrare una dinamica, di riuscire a trasmettere entusiasmo e far credere possibile il successo.

Come si misura?

Innanzitutto mostrando una progressione nelle intenzioni di voto com’è capitato a Macron, o consolidando una posizione già molto alta e molto stabile, come capita ormai da anni a Marine Le Pen. I sondaggi da soli non bastano chiaramente, e per evitare le accuse di rappresentare solo una “bolla mediatica” il candidato dev’essere in grado di tenere delle riunioni pubbliche molto partecipate, che dimostrino l’esistenza di un movimento di cittadini che si muovono per ascoltare il proprio leader. Sono molto importanti anche le dichiarazioni di sostegno da parte di personaggi conosciuti della politica: magari non spostano voti, ma mostrano, appunto, una dinamica, una progressione. Infine, cosa più importante, una candidatura di successo deve essere incentrata su un messaggio molto forte e riconoscibile, che possa dare un’identità precisa a chi decide di impegnarsi per sostenerla.

Tutti questi ingredienti mancano alla campagna elettorale di Benoît Hamon, che stenta nei sondaggi (è ormai costantemente sotto il 15%, a pochissima distanza dal suo vero rivale: Jean-Luc Mélenchon), non ha fatto ancora un grande comizio (finora ha scelto posti abbastanza piccoli e venerdì a Le Havre metà palazzetto era vuoto), e al posto di ricevere sostegni da parte del suo partito inizia a perdere pezzi. Come detto le defezioni degli “elefanti” del partito socialista non spostano voti, ma fanno parte della dinamica; essere abbandonato dai tuoi non è un bel segnale.

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Come vedete, la percentuale di chi pensa che Benoît Hamon sta conducendo una buona campagna è crollata di 20 punti dalla sua vittoria alle primarie. Qualcosa non va.

In più, la proposta del reddito universale di esistenza (750 euro mensili da versare a tutti i cittadini senza condizioni) si è trasformata:  già a dicembre il candidato aveva detto che in una prima fase l’assegno sarebbe stato di 535 euro e solo ai giovani dai 18 ai 25 anni. Ne sarebbe poi seguita una seconda con l’attribuzione dei 750 euro in maniera incondizionata. Fin qui una semplice presa di coscienza che una misura del genere avrebbe necessitato di varie fasi per potere essere applicata. Giovedì scorso però, interrogato in televisione, Hamon ha completamente cambiato posizione: il reddito universale di esistenza sarà versato solo ai giovani tra i 18 e i 25 anni e in maniera decrescente rispetto al reddito ai lavoratori che guadagnano meno di 1,9 volte lo SMIC (il salario minimo). Tutti gli altri ne sono esclusi. Ecco che le parole “universale di esistenza” non esistono più, ed è rimasto solo il “reddito” (qui un approfondimento del Monde).

Per la cronaca, Hamon aveva vinto le primarie proprio grazie a tutti questi ingredienti: moltissimi giovani si erano impegnati per lui e avevano costruito una bella campagna, partecipata, piena di speranza e di cambiamento, con sale piene ovunque, e media sinceramente incuriositi dalla proposta nuova e inattesa.

Infine, Hamon ha individuato in Emmanuel Macron il suo avversario più importante. È strano, non sono moltissimi gli elettori indecisi tra Hamon e Macron, anche perché il messaggio e i suoi destinatari sono abbastanza diversi. Gli elettori che Hamon dovrebbe sedurre sono quelli di Mélenchon, che hanno aspirazioni molto più simili a quelle del candidato socialista. Non lo ha fatto finora perché probabilmente non vuole inimicarsi chi vota sinistra radicale, ma per fare cosa? Per facilitare un accordo dopo le elezioni? Probabile, ma a quel punto le elezioni si sono svolte: se si rivelano un disastro Hamon rischia di perdere anche il Partito Socialista – e infatti uno dei motivi per cui Manuel Valls non raggiunge Emmanuel Macron è che spera di riprendere il comando del partito dopo le elezioni.

3-Marine Le Pen sta cambiando il suo messaggio

Ieri sono andato a Chateauroux, un paese di quarantamila abitanti al centro della Francia. È il quinto comizio/discorso di Marine Le Pen che vado a vedere e ho notato un’evoluzione, specialmente rispetto al messaggio che sembrava dovesse caratterizzare la campagna elettorale a settembre. A Brachay, il paesino dove Marine aveva cominciato la lunga maratona, lo slogan era “La France apaisée” la Francia pacificata, ed erano molti i riferimenti al Generale de Gaulle. Sembrava che Marine Le Pen volesse caratterizzare la sua campagna elettorale con un messaggio sovranista e meno identitario. In altre parole, sembrava avesse vinto la linea Florian Philippot piuttosto che la linea Marion Maréchal Le Pen.

Mi spiego meglio: nel Front National convivono due idee, che sembrano sovrapponibili ma non lo sono. L’ala sovranista, quella di Philippot per intenderci, mette al primo piano l’uscita dall’euro e dall’Europa ma ha a cuore anche un discorso sociale ed economico, con delle proposte simili a quelle della sinistra radicale (per esempio il ritorno della pensione a 60 anni). L’ala identitaria, quella di Marion Maréchal, spinge invece sulle radici cattoliche, sul conservatorismo di una Francia più rurale e più anziana, sulla paura dei migranti non tanto dal punto di vista economico, quanto dal punto di vista culturale; è una Francia che ha paura del “grand remplacement”, del  rischio di diventare minoranza a casa propria. Ieri un racconto comune che ho sentito da più simpatizzanti frontisti era il seguente: “sono andato ad abitare in campagna dopo la pensione, quando torno al centro città dove sono cresciuto non lo riconosco più, è in mano agli immigrati. Sembra di non essere più in Francia”.

Nelle ultime settimane la retorica anti euro è passata relativamente in secondo piano, Marine Le Pen non ha detto esplicitamente che vuole uscire dall’euro e ha trasformato l’Unione in un effetto collaterale del “mondialismo”, la globalizzazione senza volto che distrugge la Francia rurale, i posti di lavoro dell’industria francese e consente l’arrivo di centinaia di migliaia di migranti – e che ha in Emmanuel Macron il suo massimo rappresentante. Questo spostamento ha una ragione: parlare all’elettorato più radicale di Fillon, sia al primo che al secondo turno. Chi è più anziano e conservatore non necessariamente vede di buon occhio un’uscita traumatica dall’euro e anzi ne è spaventato, ma può essere d’accordo con un discorso identitario come quello che sta cercando di portare avanti Marine Le Pen. Meno economia, più identità.

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Come vedete da questo sondaggio, solo il 28% dei francesi è d’accordo con il ritorno al franco (ultima domanda) ma il 51% è d’accordo con l’uscita da Schengen (penultima domanda) e soprattutto il 54% è favorevole ad un referendum per rimanere o meno nell’Unione Europea (terzultima domanda).

Il personaggio della settimana

Bertrand Delanoë è stato il sindaco socialista di Parigi dal 2001 al 2014. È un politico molto conosciuto, chiaramente, molto stimato e molto popolare. Una sorta di vecchio saggio che non ha mai avuto particolari ambizioni nazionali, o se le ha avute non le ha mai concretizzate, e che fino a poco tempo fa si era ritirato. Ha detto in radio che voterà per Emmanuel Macron perché si riconosce nel suo progetto, e perché bisogna dar forza a chi affronterà “madame Le Pen” al secondo turno. Un sostegno non scontato e tendenzialmente senza contropartita che consente all’ex sindaco di tornare a pesare soprattutto nel dibattito pubblico.

consigli di lettura

-Secondo Marine Le Pen è Macron è il miglior avversario per il Front National. Lo spiega il JDD;

-Yves-Marie Cann e Chloé Marine spiegano come sono composti gli elettorati dei candidati di sinistra. L’articolo è sul sito della fondazione Jean Jaurès;

-Secondo Guillaume Tabard la vera chiave del prossimo scrutinio sono gli indecisi. Può succedere di tutto;

-L’analisi di slate.fr su cosa sta succedendo nei repubblicani francesi. Questo articolo è stato fondamentale per scrivere il primo punto di questa newsletter.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventitreesima settimana: François Bayrou è la chiave della presidenziale?

Ventitreesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Ventiduesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. 

1- François Bayrou, leader del partito di centro Modem e già candidato tre volte alle presidenziali, ha deciso che stavolta non si presenterà e ha proposto un’alleanza a Emmanuel Macron che ha accettato.

2-François Fillon continua a dover fare i conti con lo scandalo che ha coinvolto sua moglie. Venerdì sera la procura di Parigi ha trasmesso gli atti ai giudici che seguono la fase istruttoria.

3-Marine Le Pen, che ha tenuto un grande comizio a Nantes, ha anch’essa problemi con la giustizia ma questo non sembra intaccare il suo consenso.

4-C’è stato un accordo tra Benoît Hamon, candidato del Partito Socialista, e Yannick Jadot, leader dei Verdi Europeisti. È possibile che anche Jean Luc Mélenchon decida di partecipare ad una grande unione della sinistra o è fantapolitica?

1-Macron guadagna un sostegno molto importante

La notizia della settimana è che François Bayrou sosterrà Emmanuel Macron alle prossime presidenziali. Bayrou, che aveva sostenuto Alain Juppé alle primarie della destra, aveva occupato lo spazio mediatico francese -ha partecipato a 12 trasmissioni televisive in due settimane – per aumentare la suspence sul suo annuncio, che è stato dato mercoledì pomeriggio.

Prima di analizzare cosa implica l’alleanza, chi è François Bayrou?

Ha 65 anni ed è sindaco di Pau, una piccola città del sud. È un politico molto stimato e di grande esperienza, è stato ministro dell’istruzione durante la presidenza Mitterrand e Chirac e si è candidato tre volte alle elezioni presidenziali da centrista nel 2002 nel 2007 e nel 2012. Nel 2007 ottenne il suo risultato migliore, arrivando molto vicino alla qualificazione per il secondo turno con il 18%. Sembrava dovesse arrivare al ballottaggio, ma la sua campagna si affossò quando apparve chiaro ai francesi che non aveva una vera squadra per governare il paese – uno dei principali difetti di Macron, tra l’altro. Alle ultime primarie della destra ha sostenuto Alain Juppé ed è piuttosto malvisto dall’elettorato repubblicano: nel 2012 ha invitato a votare François Hollande al secondo turno contro Nicolas Sarkozy che infatti lo detesta – e ha più volte detto di ritenerlo in parte responsabile della sua sconfitta.

Emmanuel Macron beneficia dell’apporto di Bayrou da due punti di vista.

Il primo è intuitivo: quello elettorale. Bayrou era stimato intorno al 5% e molti dei suoi elettori voteranno per Macron che infatti ha subito beneficiato del suo sostegno nei sondaggi, arrivando al suo massimo storico. È chiaro che avere Bayrou non solo non candidato, ma anche dalla propria parte, è un grande aiuto per Macron che vede consolidare la sua presenza al centro dello schieramento.

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Dei sondaggi poi parleremo meglio, ma come vedete la progressione di Emmanuel Macron è incontestabile. L’analisi è del Figaro.

Il secondo è politico. Il leader di En Marche! è giovane e inesperto, due caratteristiche che ha sfruttato sinora a suo vantaggio (e più volte rivendicato) vista la voglia di rinnovamento che c’è oggi in Francia. Allo stesso tempo avere i consigli e la disponibilità di qualcuno con tre campagne elettorali alle spalle rappresenta un’arma da non sottovalutare. Macron è consapevole di aver bisogno di consigli, vista la frequenza con cui telefona a Ségolène Royal – la candidata del partito socialista nel 2007. Infine Bayrou risolve – o meglio comincia a risolvere – uno dei problemi maggiori di Macron: il fatto di essere un leader piuttosto solitario. Bayrou, come avrete capito, non è un tipo facile, ha una spiccata autonomia e non ha mai esitato a criticare le politiche dei suoi alleati quando lo riteneva giusto.

L’altro sostegno ricevuto in settimana è quello di François de Rugy, segretario del partito Les Ecologistes e candidato alle primarie dei socialisti. De Rugy che aveva sostenuto Manuel Valls al secondo turno delle primarie e finora non aveva partecipato alla campagna di Benoit Hamon, ha deciso di raggiungere Macron.

Infine, il leader di En Marche! ha iniziato a pubblicare il suo programma. Giovedì ha fatto una lunga intervista con Les Echos ed è stato ospite da Jean Jacques Bourdin su RMC per commentare in diretta le sue proposte. Del suo programma mi occuperò meglio nelle prossime settimane, per adesso è interessante la sua proposta sulla disoccupazione, visto che sul mercato del lavoro ci sono molti spunti in questa campagna elettorale, e gran merito va a Benoît Hamon che con la sua proposta di reddito universale ha imposto un tema fondamentale che la politica dovrà affrontare nel prossimo futuro. Macron ha proposto un sussidio di disoccupazione universale, che si applica per tutti – quindi anche per i professionisti e i lavoratori autonomi, non solo per i dipendenti – e in tutti i casi, anche in caso di dimissioni. Il sistema attuale si basa sul fatto che una parte dello stipendio del lavoratore dipendente è trattenuta (si tratta delle cotisations sociales) e serve a pagare appunto la previdenza, Macron propone di abolire le trattenute – e quindi abbassare il costo del lavoro – e creare un sussidio apposito a carico dello Stato. È una proposta forte e innovativa di cui sapremo di più nelle prossime settimane.

 

2-Purtroppo per Fillon il PenelopeGate è tutt’altro che archiviato

Venerdì Fillon ha tenuto un comizio in banlieue parigina (precisamente a Maisons-Alfort) alle 19 (l’orario è importante). L’obiettivo del comizio era lasciarsi definitivamente alle spalle gli scandali: a tutti i giornalisti è stato distribuito il testo del discorso un’ora prima dell’inizio, deduco per farci notare che non conteneva alcun riferimento ai suoi problemi giudiziari. Alle 18.30 il Parisien ha comunicato che la procura avrebbe aperto un’informazione giudiziaria rimettendo le carte dell’inchiesta ai giudici che seguono la fase istruttoria, una decisione inaspettata (solo il 3% degli affari di questo tipo passa al vaglio di quello che può essere accostato al nostro giudice per le indagini preliminari).

Incurante della notizia Fillon non ha fatto cenno all’indagine, confermando la propria volontà di andare oltre gli scandali e concentrarsi sul programma. La strategia non è andata a buon fine: nel week end giornali e televisioni hanno parlato solo degli sviluppi del caso, confermando ancora una volta la difficoltà che sta incontrando il candidato repubblicano nel far campagna “Fillon est inaudible” è il commento ricorrente “Fillon non riesce a farsi ascoltare”. Idea condivisa anche da Marine Le Pen, che in un’intervista pubblicata stamattina ha effettivamente ammesso che a causa degli scandali è difficile far campagna elettorale per tutti: “È Fillon che deve decidere se mantenere o meno la sua candidatura. Ma lo ripeto, è necessario che ci sia data la possibilità di tornare a un dibattito sui nostri progetti per il paese”.

Cosa comporta dal punto di vista giudiziario? La procura aveva tre scelte: rinviare direttamente Fillon a giudizio, archiviare il caso o trasmettere le carte al juge d’instruction. La procura ha scelto di trasmettere le carte al juge d’instruction, lasciando che sia un giudice a decidere se ci sono elementi sufficienti per andare a processo. Se volete approfondire il JDD ha scritto un bel riassunto.

Veniamo ai problemi politici: la settimana scorsa avevamo analizzato come Nicolas Sarkozy avesse trovato il modo di influenzare la campagna del suo ex primo ministro. Ecco, ora anche Alain Juppé ha reclamato il suo spazio. Il sindaco di Bordeaux, che aveva evitato qualunque dichiarazione pubblica articolata dalla sconfitta alle primarie, e soprattutto aveva rifiutato di esprimersi da quando è cominciato lo scandalo, ha pubblicato un lungo post sul suo sito chiedendo, tra le righe, maggior considerazione per i suoi uomini e le sue idee. È probabilmente anche per questo che Fillon ha definitivamente addolcito le sue proposte in tema di sanità: aveva vinto le primarie dichiarando di voler rendere a pagamento le cure per le malattie meno gravi, costretto a correggere il tiro a gennaio ora la misura è definitivamente scomparsa, così come i tagli di forniture e di posti di lavoro.

3-Gli altri scandali di Marine Le Pen

Anche Marine Le Pen ha i suoi problemi con la giustizia: è accusata di aver fatto lavorare per il partito in Francia i suoi assistenti parlamentari pagati con i fondi del Parlamento Europeo (la pratica è illegale). Su questi fatti la procura di Parigi ha aperto un’indagine e la polizia l’aveva convocata in settimana per interrogarla. La candidata del Front National non si è presentata all’interrogatorio, motivando il suo rifiuto con il fatto che il periodo elettorale non garantirebbe la “serenità” necessaria alla conduzione dell’indagine. Marine Le Pen può rifiutare di rispondere ad una convocazione della polizia in virtù dell’immunità parlamentare di cui beneficia in quanto deputata europea, ciò non toglie che questo fantomatico periodo di “tregua elettorale” non esista, come ha chiarito il ministro della giustizia interrogato sull’argomento dalla stampa. I suoi due presunti assistenti sono stati posti in “garde à vue” (cioè sono obbligati di restare a disposizione degli inquirenti), e Catherine Grisetè, il suo capo di gabinetto, è in stato di messa in esame (una sorta di status di imputato).

Più volte mi avete chiesto come mai Marine Le Pen non viene travolta dai problemi giudiziari come Fillon. La risposta è che al suo elettorato non importa nulla degli scandali e anzi, le inchieste della magistratura sono considerati parte del gioco, uno dei modi in cui “il sistema” cerca di mettere i bastoni tra le ruote a Marine Le Pen. Gli elettori che sto incontrando ai comizi di François Fillon sono arrabbiati con i magistrati per quella che considerano una “persecuzione” ma in molti ammettono che il comportamento del loro leader è stato tutt’altro che trasparente, lo sostengono ma non nascondono la loro delusione. Al contrario chi incontro ai meeting di Marine Le Pen il più delle volte non sa di cosa sto parlando perché non legge i giornali, altrimenti mi spiega che gli assistenti di Marine hanno fatto bene a lavorare per il partito e non per il Parlamento Europeo.

In questo il fenomeno ricorda quello di Donald Trump, non è su questi fatti che Marine Le Pen viene valutata, niente del genere è in grado di intaccare il suo consenso (ricordiamo ancora una volta che l’elettorato lepenista è il più sicuro della sua scelta). Al suo meeting di Nantes dove sono stato oggi ha attaccato duramente la stampa: ha prima detto che il Monde è l’organo di propaganda di Emmanuel Macron, poi che BFMTV è contro di lei (però trasmetteva in diretta il comizio) infine ricordato che i media sono parte del sistema da abbattere. Per farvi capire il clima basta leggere questo tweet di Eric Domard, responsabile comunicazione del partito.

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Eccellente attacco di Marine Le Pen contro i media, arma nella guerra al Front National. Ora bisogna designare chiaramente il nemico.

4-Le divisioni della sinistra

Benoît Hamon ha vissuto un mese abbastanza difficile. Dopo il relativo boom nei sondaggi a seguito della sua vittoria è scomparso dai radar (non ha ancora fatto un grande comizio come tutti gli altri candidati), e ha dedicato parte del suo tempo a cercare un accordo con gli altri due candidati di sinistra: Jean Luc Mélenchon, leader della sinistra radicale, e Yannick Jadot, candidato dei verdi europei. La trattativa con Jadot è andata a buon fine: l’ecologista ha deciso di ritirarsi dopo aver ottenuto importanti concessioni sul programma (ad esempio sulla rinuncia del nucleare) e sui seggi alle prossime legislative (apparentemente tra i 40 e i 50 collegi).

Con Mélenchon invece le trattative sono ancora in corso, ma è molto difficile che i due riescano a trovare un accordo (anche perché entrambi pongono come condizione il ritiro e il sostegno dell’altro). Molti di voi mi chiedono cosa  lo impedisce, visto che sono entrambi di sinistra e hanno un elettorato abbastanza simile (ma non così tanto e ne parleremo nelle prossime settimane).

Le ragioni sono principalmente due.

La prima è politica, ci sono comunque delle divergenze di programma tra il candidato della France Insoumise e quello del Partito Socialista. Il progetto di reddito universale è stato più volte criticato ferocemente da Mélenchon, perché comporterebbe una compressione dei salari da parte delle imprese, consapevoli che il lavoratore avrebbe diritto a un sostegno abbastanza sostanzioso a prescindere (Hamon ha proposto un reddito di 750 euro al mese). L’Europa è un altro tema dove le divisioni sono profonde: Hamon non è un leader anti-europeista (anche se ha votato no all’adozione della costituzione europea nel 2005) e ha più volte detto che in caso di elezione cercherà di cambiare le politiche europee senza, come spesso si dice, “battere i pugni sul tavolo” (altra espressione odiosa che non userò mai più). Mélenchon al contrario minaccia di lasciare l’Unione europea, fa parte del gruppo di sinistra radicale al parlamento e ha denunciato più volte il sistema di potere incarnato dai socialisti europei.

Le divergenze politiche però possono essere appianate, come dimostra l’esperienza portoghese, dove la sinistra radicale sostiene il governo del socialista Antonio Costa che proprio Benoît Hamon è andato a trovare nella settimana passata. La seconda e più rilevante divergenza è personale. Mélenchon pensa che il Partito Socialista abbia esaurito la sua funzione (l’ha lasciato nel 2008 per questo), ha dei pessimi rapporti personali con quasi tutta la dirigenza storica socialista e soprattutto adora fare campagna. Può sembrare una cosa infantile, ma la politica è anche fatta di ego, Mélenchon è un tribuno, si ispira esplicitamente a Fidel Castro (i suoi comizi durano non meno di due ore e mezza) e difficilmente rinuncerà ad un evento che capita ogni cinque anni e che potrebbe per lui essere l’ultimo.

Il personaggio della settimana

François Bayrou poteva scegliere un’ultima passerella per concludere la sua carriera politica, e ha invece scelto di sostenere Emmanuel Macron. Mi sembra che la sua scelta sia motivata dalla volontà di servire meglio il suo paese, anche perché i due hanno subito chiarito che nell’accordo non è previsto che Bayrou faccia il primo ministro, in caso di elezione. Se è vero, e se i due hanno concluso un accordo sulla base di una linea politica comune mi sembra un’ottima notizia in un mondo che è spesso cinico e pieno di opportunisti.

Consigli di lettura

-Bruno Cautres, ricercatore del CEVIPOF, il centro di studi politici di Sciences Po ragiona sulla divisione destra-sinistra;

-Il sondaggista Yves Marie Cann analizza in un lungo post su Medium la composizione sociale degli elettorati dei candidati;

-Cosa succede se la Francia esce dall’euro? L’analisi del Sole 24 Ore riprendendo un post di Keynes Blog;

-Il JDD racconta le difficoltà che Benoît Hamon, prima frondista e poi candidato, sta incontrando nel tenere insieme le diverse anime del suo partito;

Un utile punto della situazione sugli affaires che riguardano il Front National, scritto dall’Obs

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventiduesima settimana: Fillon chiama Sarkozy risponde

Ventiduesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Fillon chiama, Sarkozy risponde

Il candidato dei repubblicani ha definitivamente mutato il suo atteggiamento e la sua strategia rispetto al PenelopeGate. Il Parquet National Financier, la procura che si sta occupando dello scandalo sull’impiego della moglie e dei figli come assistenti parlamentari (qui trovate un mio riassunto in italiano, ma è un po’ datato, qui il riassunto dell’Obs, che è di ieri ma in francese), ha dichiarato che allo stato degli atti non ci sono le condizioni per l’archiviazione. Gli scenari sono quindi due: l’apertura di un’indagine ufficiale, con la consegna del dossier a una sorta di giudice per le indagini preliminari (che deciderà se proseguire l’iter con la famosa “messa sotto esame”) o addirittura un rinvio a giudizio diretto, visto che gli elementi raccolti sono tali e tanti da sostenere il processo. Fillon ha subito attaccato l’azione della procura in un’intervista rilasciata al Figaro, sostenendo che sarebbe “scandaloso” privare la destra del suo candidato: “ormai mi rimetto al giudizio del suffragio universale” ha concluso. L’avverbio è importante: Fillon, durante il suo intervento al TG di TF1 il giorno dopo la pubblicazione delle prime rivelazioni (parliamo ormai di tre settimane fa), aveva promesso che si sarebbe ritirato in caso di “messa in esame”. La retromarcia è quindi completa.

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Il sondaggio è dell’istituto Ifop

La decisione, avallata da gran parte dei repubblicani, si spiega anche con la relativa stabilità nei sondaggi. Come vedete, dopo il grande crollo François Fillon è rimasto stabile: “l’operazione salvataggio” del suo elettorato è andata a buon fine, pur con mille dubbi e qualche disagio il centrodestra francese si turerà il naso e voterà per lui. Per preservare i suoi elettori Fillon continuerà a spostare la sua campagna verso destra, parlando di sicurezza, immigrazione, esperienza: il passaggio ai temi storici della destra gollista, soprattutto da Sarkozy in poi, è compiuto. Ecco, Sarkozy. Battuto alle primarie, uscito di scena e quasi dimenticato, è diventato improvvisamente un’ancora di salvataggio per François Fillon. Mercoledì i due hanno pranzato assieme senza farsi vedere in pubblico ma avvisando la stampa dell’incontro. Fillon è andato a trovare Sarkozy per avere dei consigli su come comportarsi rispetto allo scandalo (Sarkozy ha una certa esperienza in materia) ma anche per spingerlo a calmare i deputati che hanno più volte messo in discussione l’opportunità della sua candidatura alla luce del PenelopeGate.

Il risultato del pranzo è stato visibile nei toni e nelle nuove idee che Fillon ha proposto durante il suo comizio di mercoledì sera, a Compiègne: il repubblicano ha detto di essere favorevole all’abbassamento dell’età per cui si può essere penalmente perseguiti dai 18 ai 16 anni, uno dei cavalli di battaglia classici di Nicolas Sarkozy. Infine va notato il ruolo sempre più importante nella campagna elettorale di François Baroin. Fedelissimo dell’ex presidente della Repubblica, il sindaco di Troyes è ormai il braccio destro di Fillon. Bruno Jeudy, acuto editorialista di Paris Match e uno dei giornalisti più esperti di François Fillon (lo segue da quand’era ministro con Chirac), ha scritto che Baroin rappresenta il “cavallo di Troia” di Sarkozy per rientrare in campagna elettorale.

In ogni caso è presto per considerare Fillon fuori dai giochi.

2-Macron ha innescato due polemiche

La settimana di Macron è stata segnata da due polemiche. Dall’Algeria, paese in cui era in viaggio (Macron sta strutturando la campagna elettorale con almeno una visita all’estero a settimana per coltivare la sua immagine presidenziale), il leader di En Marche! ha dichiarato che la colonizzazione francese è stata un “crimine contro l’umanità” e una “barbarie”. La dichiarazione è stata criticata soprattutto da parte della destra: Fillon ha detto che Macron non ha “colonna vertebrale”, dal Front National è arrivata un’accusa simile, “non dobbiamo vergognarci del nostro passato” visto che la Francia ha condiviso la sua cultura nel mondo grazie alla colonizzazione (permettete l’intrusione, ma è un argomento simile all’elogio della bonifica delle paludi pontine da parte del fascismo, che dopotutto “ha fatto anche cose buone”).

 

Per spiegare bene il senso della sua dichiarazione, che è stata vissuta male anche dai “pieds-noirs” cioè i francesi che vivevano in Algeria (e dai loro figli e nipoti) e furono costretti a lasciare il Nord Africa per evitare di finire trucidati durante la guerra civile, Macron ha prima pubblicato un video sui suoi social e poi ha ripreso la questione al meeting di ieri, a Tolone, scusandosi per aver inavvertitamente ferito alcune persone, e ribadendo che la sua era una presa di coscienza della responsabilità dello Stato francese e non degli individui.

 

Passaggio notevole del discorso: Macron ha concluso, dopo essersi scusato, con la frase “je vous ai compris et je vous aime”, citando il famoso discorso che il Generale De Gaulle tenne proprio ad Algeri davanti ai cittadini francesi in Algeria nel 1958. Appena ha pronunciato queste parole i giornalisti di fianco a me sono letteralmente impazziti: “mais c’est le General!”, sottolineando come quella fase della storia francese sia importante. La guerra d’Algeria è stata per lungo tempo un argomento tabù, tanto che fino a pochi anni fa i documenti ufficiali riferiti al decennio 1955-1964 parlavano degli “avvenimenti d’Algeria”, senza mai ammettere che in quel periodo è stata combattuta una guerra d’indipendenza. Insomma un terreno minato che tra l’altro divide molto l’opinione pubblica. Come vedete nel sondaggio, il 51% dei francesi è d’accordo con quanto detto da Macron, e i suoi propositi sono molto più condivisi dagli elettori di sinistra che da quelli di destra.

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L’altra polemica è stata scatenata da una lunga intervista rilasciata all’Obs, quando Macron ha criticato il modo in cui i socialisti hanno approvato la legge sul “mariage pour tous” la legge sui matrimoni omosessuali: “uno degli errori fondamentali di questi cinque anni è stato quello di ignorare una parte del paese che ha buone ragioni per vivere in risentimento e preda di passioni tristi. È quello che è successo con i matrimoni omosessuali, quando abbiamo umiliato quella parte di Francia. Non bisogna mai umiliare, bisogna parlare, bisogna “condividere” i disaccordi. In caso contrario, alcune parti del paese diventeranno dei bastioni dell’irredentismo”. In questo caso le critiche sono arrivate dalle associazioni LGBT. Insomma una settimana complicata dove Macron ha ricevuto critiche sia da destra che da sinistra.

Queste posizioni e i relativi attacchi fanno capire quanto la campagna elettorale di Emmanuel Macron sia diventata più difficile: se sei un outsider puoi permetterti di essere vago perché sei trattato in maniera più indulgente, soprattutto quando la tua dinamica è nettamente in progressione; da favorito però la tua campagna cambia, diventi il principale bersaglio delle critiche e anche la stampa tende a metterti in difficoltà. Matthieu Croissandeau, direttore dell’Obs, ha efficacemente paragonato En Marche! ad una start up di successo cresciuta troppo in fretta. Il movimento ha bisogno di una struttura seria per competere fino in fondo.

Se è vero che Macron ha avuto nei sondaggi una straordinaria crescita da quando ha lasciato il governo ad agosto, non c’è stato il boom che la vittoria di Benoît Hamon e il contestuale scandalo di François Fillon potevano far prevedere. È per questo che ha bisogno di un programma, o meglio di una serie di proposte concrete che gli consentano di delineare con chiarezza il suo progetto di società: Hamon lo ha costruito intorno al reddito universale di esistenza; Marine Le Pen vuole uscire dall’euro e dall’Europa al grido di prima la Francia (priorità ai francesi nelle cure mediche, priorità alle imprese francesi negli appalti, eccetera); Mélenchon propone una sorta di socialismo reale ed ecologico, mettendo addirittura un tetto ai redditi massimi (una tassa del 100% per i redditi sopra i 400mila euro); Fillon ha un programma molto liberale (la famosa proposta di 500.000 dipendenti pubblici in meno) e molto conservatore in tema di società. Macron che progetto ha? È ancora tutto un po’ vago, ne sapremo di più il 2 marzo, quando le proposte verranno pubblicate.

Un’ultima cosa: ieri durante il comizio a Tolone, Macron ha attaccato più volte Fillon chiamandolo per nome, finora non lo aveva mai fatto. Questo è il segnale che il leader di En Marche! è entrato pienamente nella dinamica politica della campagna elettorale, il gioco si fa più duro e ha deciso di non sottrarvisi.

3-La variabile astensione

La settimana scorsa abbiamo analizzato il potenziale elettorale di Marine Le Pen. La conclusione del ragionamento era che seppure il Front National arriverà a delle percentuali mai viste prima, in un’elezione normale la sua vittoria è improbabile. Aggiungiamo una variabile al ragionamento: e se alle presidenziali non votassero 36/38 milioni di francesi ma molti di meno? Cosa succederebbe se l’affluenza avesse una flessione notevole, arrivando tra il 50 e il 60% al secondo turno? Ecco che l’elettorato molto motivato di Marine Le Pen potrebbe fare la differenza pur non essendo maggioranza in condizioni normali. In altre parole, la chiave di queste elezioni potrebbero essere gli elettori che Brice Teinturier, politologo e direttore dell’istituto di sondaggi Ipsos, chiama i PRAF-attitude: plus rien à faire (quelli che non hanno più niente a che fare con la politica) nella versione moderata, plus rien à foutre (quelli che se ne fottono della politica) nella versione più radicale. Chi sono queste persone?

“Le due presidenze di Nicolas Sarkozy e François Hollande costituiscono per i francesi un decennio di delusione. Ma quello che è in gioco è anche il ruolo delle reti sociali, le mutazioni dell’informazione, l’individualizzazione crescente della società, la crisi della morale pubblica e dell’esemplarità. Davanti a questi sconvolgimenti la politica, che non sa come affrontarli, si è chiusa in un gioco di posture che aumentano la rabbia. E una parte crescente dei francesi non si fa più ingannare.”

Queste persone non sono necessariamente nell’astensione, secondo Teinturier i PRAF rappresentano circa un terzo dell’elettorato, diviso a sua volta tra disgustati, indifferenti, delusi, in collera. Le prime due categorie preoccupano il politologo: la collera o la delusione sono comunque una forma di relazione politica. Invece, sentimenti come il disgusto e la disillusione indicano che la relazione è finita, il divorzio è quasi irreversibile. I vari scandali che stanno mettendo in crisi la candidatura di Fillon, ad esempio, non danneggiano solo i repubblicani, ma alimentano la percezione che “così fan tutti”.

Sarà interessante capire quanto i PRAF peseranno sul secondo turno delle presidenziali: andranno a votare per qualcuno che promette di rovesciare il tavolo oppure rimarranno semplicemente a casa? A questi elettori io aggiungerei gli ideologici: qui entra in gioco la mia percezione che come tale è parziale e si basa sulle conversazioni che sto avendo con le persone che partecipano ai comizi, alle manifestazioni e anche con i miei amici e conoscenti francesi. Quando ipotizzo lo scenario al secondo turno Macron/Marine Le Pen agli elettori più di sinistra, molti mi rispondono che resteranno a casa, perché un ballottaggio del genere sarebbe un’alternativa tra la “peste e il colera”. In quanti la pensano così? Se lo dicono i più attivi, cioè quelli che partecipano ai comizi, leggono i giornali e guardano i talk show, come si schiererà la parte di popolazione che nemmeno partecipa?

Il personaggio della settimana

Nicolas Sarkozy ha sempre sognato di  diventare il padre nobile della destra gollista. Quando nel 2012 i repubblicani si spaccarono a seguito di un congresso a quanto pare truccato tra Jean François Copé e François Fillon, che abbandonò il partito, fu proprio grazie alla sua mediazione e al suo ritorno che la crisi rientrò. Aver ricevuto prima la chiamata e poi la visita di Fillon (che a seguito della vittoria alle primarie non aveva risposto alle sue per mesi), riabilita Sarkozy come “patron des républicains”.

La figura dell’ex presidente esce molto rafforzata dal pranzo di mercoledì e sarà forse fondamentale per raggiungere il secondo turno. Almeno è quanto ipotizzano alcune trasmissioni televisive.

Letture consigliate

Un bellissimo dialogo tra il filosofo Michel Onfray e lo storico Marcel Gauchet su chi è e cosa rappresenta Emmanuel Macron. Lo trovate sull’Obs, è in abbonamento ma vale la pena.

L’articolo di Internazionale (che traduce l’Economist) che mi ha fatto ragionare sulla possibile astensione. E grazie a Francesca per la segnalazione.

L’intervista completa di Brice Teinturier sulla PRAF-attidude.

Un’analisi di Mediapart sulle difficoltà di Hamon, stretto tra Mélenchon e Macron. Lo so ragazzi, è in abbonamento, ma in Francia i giornali funzionano così (e giustamente, direi).

-Martial Foucault, ricercatore di Sciences Po, analizza la dispersione dell’elettorato storico della gauche. Sul Monde.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, diciannovesima settimana: Hamon ha vinto le primarie!

Diciannovesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Prima di cominciare un annuncio importante: da ieri sono in Francia e seguirò tutta la campagna elettorale per le presidenziali sul campo. Sono davvero contento di questa possibilità e spero di potervi offrire un servizio ancora più preciso e più “vero” di quanto fatto sinora. Infine, stamattina sono stato ospite di Le Voci del Mattino, su Radio 1. Qui trovate il podcast, io parlo dal minuto 30 in poi.

Veniamo a noi: di cosa parliamo oggi?

1-Come sapete, Hamon ha vinto le primarie del Partito Socialista. Non è una sorpresa, ma è comunque un momento storico per il partito egemone della sinistra francese: per la prima volta sarà un esponente della minoranza a guidare i socialisti alle presidenziali.

2-È stato pubblicato un sondaggio molto interessante, ma da prendere con cautela

3-Mentre la sinistra sceglieva il suo candidato François Fillon ha parlato di fronte a 13.000 persone a Porte de la Villette, a nord di Parigi. Il candidato ha provato a reagire allo scandalo che abbiamo analizzato la settimana scorsa con un discorso molto accorato.

1-Hamon è il candidato socialista all’Eliseo

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Benoît Hamon ha vinto le primarie del partito socialista con il 58% dei voti, una vittoria netta e chiara. Sapevamo che per Valls era quasi impossibile recuperare lo svantaggio, viste le sue difficoltà in campagna elettorale e la dinamica favorevole al suo avversario, sempre crescente nei sondaggi dall’inizio della competizione. A giocare un ruolo decisivo però è stata la capacità di Hamon di presentare un progetto credibile rispetto ai temi più sentiti dagli elettori: ci aiuta questo grafico di Elabe, che mette in evidenza come la situazione economica e il bisogno di protezione sociale fossero in cima alle preoccupazioni degli elettori di sinistra, temi su cui Hamon ha evidentemente presentato un progetto ed una visione credibili e vicini alla sensibilità del suo elettorato.

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Come vedete, uno degli argomenti classici di Manuel Valls, la sicurezza e il terrorismo, è solo terzo, considerato prioritario dal 26% dei votanti. La credibilità internazionale, terreno in genere molto rilevante in un’elezione presidenziale, è l’ultimo tema citato dagli intervistati: solo il 7% degli elettori ha ritenuto le posizioni in materia di relazioni internazionali come una priorità nella scelta del candidato. Questo conferma quanto spiegato nelle settimane precedenti allo scrutinio: in massima parte i socialisti non hanno votato per un potenziale presidente della repubblica, quanto per il candidato che meglio incarnasse i valori di sinistra.

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Come potete notare il 56% ha votato per chi può rappresentare meglio i valori di sinistra, mentre solo il 44% ha votato per chi potrebbe far meglio il presidente della repubblica. Uno score quasi identico alle percentuali reali di voto.

Ieri sera sono stato al comitato di Benoît Hamon per attendere i risultati, e ho quindi parlato con moltissime persone. Su Left ho raccontato la serata, per cui se vi diverte un piccolo reportage lo trovate qui, ma voglio condividere con voi alcune impressioni. Mi ha molto colpito l’età media dei militanti/simpatizzanti, quasi tutti tra i venti e i trent’anni, universitari e molto entusiasti. Un segmento di elettorato composto da, direbbero qui in Francia, Bobo (bourgeois-bohème, l’equivalente del nostro radical chic), e non dalle classi che stanno pagando la crisi economica e le politiche di austerità, classi che il candidato ha più volte detto di voler rappresentare. Questo è forse in parte vero, ma andando a guardare i risultati nei quartieri popolari di Lille si nota come Hamon abbia ricevuto praticamente un plebiscito.

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Alla luce del sondaggio che commentiamo nel punto 2, e con tutte le cautele del caso, la dinamica è interessante perché potrebbe rendere Hamon molto competitivo nei confronti di Jean Luc Mélenchon: quello che è rimasto dell’elettorato popolare (ormai quasi tutto propenso a votare Front National) è per adesso affascinato dal messaggio da tribuno di Mélenchon; un candidato più “simpatico” e conciliante, con una proposta nuova e innovativa (il reddito universale) e spinto da due milioni di elettori che lo hanno legittimato alle primarie come Hamon, potrebbe però essere altrettanto attraente.

Ciò detto, Hamon deve affrontare due sfide, come individua il Monde:

-La prima è riunire intorno alla sua candidatura tutte le anime del partito.  Il compito è molto complesso: per capirci Manuel Valls venerdì aveva dichiarato di non poter difendere il programma di Hamon durante la campagna elettorale in caso di sua vittoria (e non parteciperà all’investitura ufficiale del candidato, domenica, perché in vacanza). Bisogna tener presente che Hamon è uno dei leader dei frondeurs, i ministri che hanno lasciato il governo Valls sbattendo la porta e hanno causato non pochi problemi all’esecutivo in Parlamento. Da un lato quindi Hamon dovrà trattare con alcuni deputati che chiederanno il “diritto di ritiro dalla campagna” nella tradizionale riunione del martedì all’Assemblea Nazionale, dall’altro dovrà far fronte agli eletti (deputati ma non solo) che saranno tentati da Emmanuel Macron, e potrebbero aggregarsi al suo movimento.

-La seconda è prepararsi a difendere il suo programma. Ne avevamo parlato già sabato: la sua proposta è da molti considerata inapplicabile perché costosissima e con serie implicazioni dal punto di vista sociale per la messa in discussione del lavoro come elemento fondante della nostra società. In questo senso sono interessanti le opinioni delle persone che erano ieri al comitato: tutti i militanti cui facevo notare le contraddizioni della proposta, la sua difficile applicabilità e la vaghezza in termini di coperture finanziarie, mi rispondevano allo stesso modo, che si riassume in quello che ha detto una ragazza, Clotilde: “in questi cinque anni abbiamo smesso di sognare, Hamon rappresenta la riconciliazione con le nostre idee. Il punto non è se le sue proposte sono realizzabili o meno: sinistra vuol dire anche utopia, avere il coraggio di proporre un cambiamento radicale”. Ecco, questo atteggiamento un po’ ingenuo difficilmente si riprodurrà nei dibattiti televisivi. Hamon è avvisato.

2-Un sondaggio, da prendere con molta cautela

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Il sondaggio è stato effettuato da Kantar Safres-One Point per Le Figaro dal 26 al 27 gennaio. Come vedete Macron ne esce rafforzato, visto che vincerebbe un eventuale ballottaggio in scioltezza sia contro Fillon che contro Marine Le Pen. La seconda notizia che ricaviamo è che Hamon sorpassa per la prima volta Jean Luc Mélenchon nelle intenzioni di voto al primo turno. Il terzo dato interessante è la percezione di Fillon, mentre a dicembre il 54% degli intervistati riteneva il candidato repubblicano di avere una statura presidenziale (il sondaggio è del JDD), oggi solo il 40% (in basso a destra) risponde in questo modo. Sono due sondaggi diversi, condotti con campioni e metodi non identici, ma uno scarto di 14 punti è comunque notevole.

Questa rilevazione va comunque presa con molta cautela: il campione intervistato è molto ristretto e non misura appieno l’effetto del Penelope Gate, lo scandalo che ha colpito François Fillon. Sta di fatto che al quartier generale dei repubblicani cominciano ad essere seriamente preoccupati per la crescita di Emmanuel Macron, che infatti è stato oggetto di numerosi attacchi durante il comizio tenuto da François Fillon a Porte de la Villette.

3-Fillon riempie La Villette, ma ci sono altri scandali

Ieri François Fillon ha tenuto un grande meeting a Porte de la Vilette con quasi 15.000 partecipanti. L’incontro, previsto da tempo per dare il via alla campagna elettorale, era diventato molto atteso a causa dello scandalo che ha coinvolto il candidato e sua moglie. Ne abbiamo parlato sabato, qui la puntata.

Fillon ha tenuto un ottimo discorso, duro in alcuni passaggi, e capace di trascinare le migliaia di simpatizzanti repubblicani venuti ad ascoltarlo. Dopo aver ribadito, davanti a tutti, la sua fiducia e il suo amore verso la moglie, ha arringato la sala affermando che non si lascerà intimidire: “per resistere a questa impresa di demolizione vi dico, dal fondo del cuore, grazie di essere qui, con me, con noi”. Il comizio ha rappresentato da un lato una dimostrazione di forza da parte di un candidato che nelle ultime settimane – al di là dello scandalo – non aveva brillato, dall’altro l’occasione per mostrare l’unità della famiglia politica repubblicana alle prese con una serie di polemiche interne rispetto alle scelte dei candidati nelle 577 circoscrizioni delle elezioni legislative.

Come detto però, uno dei motivi ricorrenti del discorso di François Fillon è stato l’attacco a Macron:

“Esiste una terza sinistra, che conosciamo poco. È Macron. Dice di avere un progetto; io lo attendo! Dice di essere riformatore; a priori, lo è meno di me! Fa credere di essere solo e di venire dal nulla; in realtà ha scritto il programma di Monsieur Hollande e ha messo in atto una gran parte del suo programma politico. È partito per una spedizione solitaria, ma i suoi sostenitori non sono tanto lontani come vuol far credere. Chi sono? Eh bene, è tutta la squadra di governo di Monsieur Hollande. Buongiorno novità! Macron è un uscente, è il bilancio di Hollande, è soprattutto il prototipo delle élites che non conoscono la realtà profonda del nostro paese”. 

Finora Fillon non aveva mai dedicato così tanta attenzione al leader di En Marche! e questo atteggiamento sarà con ogni probabilità mantenuto anche nelle prossime settimane se i sondaggi dovessero confermare la tendenza di Macron.

Veniamo, però, ai guai. Sabato abbiamo approfondito il presunto rapporto di lavoro fittizio tra Fillon e sua moglie Penelope. Per chi arriva adesso qui la puntata precedente. Durante il suo intervento televisivo di giovedì, pensato per difendersi dalle accuse, ad un certo punto il candidato repubblicano ha detto: “Quando ero senatore ho remunerato due dei miei figli come avvocati in ragione della loro competenza.” La dichiarazione, che ha sorpreso un po’ tutti perché resa spontaneamente, senza che il giornalista avesse chiesto informazioni al riguardo, è stata subito passata al setaccio dalla stampa, che ha scoperto, grazie all’inchiesta di Mediapart e del Journal du Dimanche, che i due figli di Fillon all’epoca non erano avvocati ma solo studenti di giurisprudenza.

Il settimanale L’Obs , dopo aver provocatoriamente notato che “tra i Fillon si ama lavorare in famiglia” ha spiegato che quando il candidato repubblicano era senatore, cioè tra il 2004 e il 2007, sua figlia Marie aveva tra i 22 e i 25 anni, mentre suo figlio Charles tra 20 e 23. Entrambi hanno passato l’esame e cominciato ad esercitare la professione quando il padre aveva già lasciato Palais du Luxembourg (il palazzo dove ha sede il Senato): Marie nel 2007, Charles nel 2010.

Accortosi dell’incongruenza il candidato ha dovuto fare marcia indietro, spiegando che la sua dichiarazione era stata imprecisa a causa dell’emozione. L’entourage ha chiarito ad AFP (l’equivalente della nostra Ansa) che Fillon intendeva dire che i due figli sono avvocati oggi, non che lo fossero all’epoca. Tra l’altro in Francia non è così raro che gli studenti universitari, specie durante gli ultimi anni, comincino già a lavorare e ad essere pagati per piccole consulenze legali. Sta di fatto che questa dichiarazione potrebbe portare ulteriori danni alla credibilità di Fillon.

Gli scandali che riguardano il periodo che Fillon ha passato al Senato non sono però finiti. Secondo un articolo di Mathilde Mathieu di Mediapart, il candidato repubblicano avrebbe ricevuto “dei crediti riservati alla remunerazione degli assistenti parlamentari con un sistema di commissioni occulte” dal 2005 al 2007. Il tutto grazie a uno stratagemma apparentemente piuttosto comune. I senatori, come i deputati, beneficiano di un assegno con cui pagano i loro collaboratori ma spesso non lo spendono completamente, dovendo quindi restituirne una parte. Per evitare di doversi occupare di queste questioni burocratiche molti parlamentari delegano la gestione del fondo al loro gruppo politico.

Ma, spiega la giornalista, tra il 2003 e il 2014 alcuni senatori dell’UMP (il vecchio partito di Fillon poi trasformatosi in Les Républicains) hanno recuperato quasi un terzo della cifra assegnatagli tramite un sistema detto “il ristorno”: questi fondi sarebbero transitati prima in un’associazione fantoccio chiamata Union républicaine du Sénat (URS) che si sarebbe poi occupata di distribuirli con assegni a suo nome.

Per questo affare sono indagati due senatori abbastanza importanti come Henri de Raincourt e René Garrec, ma per dei fatti posteriori al 2009. Il caso di François Fillon non sarebbe dunque al vaglio dei giudici ma la situazione rischia di metterlo in serio imbarazzo. L’entourage del candidato, raggiunto telefonicamente da Mediapart, ha dichiarato di non voler commentare un’indagine in corso, senza confermare né negare un suo eventuale coinvolgimento.

Infine, ancora un probabile incarico fittizio di Penelope Fillon, sua moglie. Penelope è stata pagata 5.000 euro lordi al mese per un anno e mezzo, tra maggio 2012 e dicembre 2013, in quanto redattrice della Revue des deux mondes. Anche in questo caso non si capisce bene se l’impiego fosse reale o meno: Michel Crépu, direttore della rivista, interrogato dal Canard Enchainé, ha spiegato che Penelope “ha firmato due o forse tre note di lettura” ma “in alcun momento […] ho avuto la minima impressione di quello che potrebbe somigliare a un lavoro di consigliere letterario”. Sul tema è stata aperta un’inchiesta preliminare, venerdì la procura ha perquisito gli uffici della rivista e i rapporti molto stretti tra François Fillon e l’editore della rivista Marc Ladreit de Lacharrière non aiutano a placare i sospetti.

Mentre scrivo i coniugi Fillon sono in procura a parlare con i magistrati, vedremo come andrà a finire. Per qualunque aggiornamento non esitate a scrivermi o a controllare i miei social (specialmente Twitter).

Per oggi è tutto, ci sentiamo domenica! (Per chi vuole, sabato pomeriggio farò una diretta Facebook da Lione, dove Emmanuel Macron terrà un grande comizio).

P.S. Mi è stato fatto notare che nella scorsa newsletter ho mancato il link all’editoriale di Emmanuel Macron sull’Europa, pubblicato in Italia dal Sole 24 Ore. Lo trovate qui.

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