Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentatreesima settimana: Emmanuel Macron, il nuovo monarca repubblicano

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Chi è il Presidente della Repubblica francese? Cosa rappresenta la funzione immaginata da Charles de Gaulle nel 1958? Ma soprattutto, chi diventerà Emmanuel Macron, da ieri sera il più giovane Capo di Stato francese dalla creazione della funzione, nel 1848?

La risposta non può che essere affidata alle sue parole, pronunciate l’8 giugno del 2015:

“Nel processo democratico e nel suo funzionamento c’è un assente. Nella politica francese assente è la figura del re, che credo il popolo francese non abbia voluto vedere morto. Il Terrore ha scavato un vuoto emozionale, immaginario, collettivo: il re non è più lì! Abbiamo cercato di riempire questo vuoto mettendoci altre figure ma ci siamo riusciti davvero solo nel periodo napoleonico e in quello gollista; a parte questi due periodi, la democrazia francese non è riuscita a riempire. La dimostrazione è la continua messa in discussione della figura presidenziale, costante da quando il generale de Gaulle è morto. Dopo il generale, la normalizzazione della figura presidenziale ha inserito una poltrona vuota nel cuore della vita politica: pretendiamo che il presidente della Repubblica occupi questa funzione ma chi è eletto non riesce più a farlo. Tutto è fondato su questo malinteso.”
Come fare, dunque, a re-incoronare il monarca repubblicano? La lunga cavalcata è necessaria, la storia fuori dal comune imprescindibile. I tanti traguardi della vita di Emmanuel Macron sembrano quasi preparati in anticipo: il percorso straordinario all’ENA, la fucina dei funzionari pubblici francesi; l’ingresso all’ispettorato delle finanze, uno dei migliori dipartimenti della funzione pubblica; la nomina nella Commissione Attali, con i suoi potentissimi 42 membri scelti nel 2007 per riformare lo Stato francese; la brillante carriera alla banca Rotschild, con un accordo di 8 miliardi di dollari gestito da protagonista; l’arrivo all’Eliseo, da segretario generale del Presidente; l’investitura da ministro dell’Economia come figura di punta della nuova politica liberale del quinquennat di Hollande; infine l’abbandono del governo, la campagna elettorale più facile del previsto grazie agli errori infiniti degli avversari (colti e sfruttati appieno); la vittoria al primo turno, la vittoria delle elezioni.

Tutto straordinario, bello da raccontare, ma non sufficiente. Per fare il re c’è bisogno di un’immagine potente, che resti, come Napoleone che s’incorona il 2 dicembre del 1804, immortalato da Jacques-Louis David.

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In assenza di corone il mezzo può essere un grande discorso, come per Abramo Lincoln fu il discorso di Gettysburg. Ma Macron non è uno straordinario oratore. E allora serve un simbolo, un contorno capace di sostenere e far risaltare il momento storico oltre l’uomo che lo rappresenta. Ecco il perché di una camminata di tre minuti carica di evocazioni. Un’immagine che spiega da sola qual è il programma politico di Macron per i prossimi cinque anni, un programma che non c’entra nulla con le fredde liste di cose da fare, ma è più ambizioso. L’ambizione di Emmanuel Macron non è governare, è presiedere, è rendere di nuovo la carica per cui è stato eletto sacra, al di sopra delle parti, potente e intoccabile.

 

 

Il simbolo è quindi la marche: la musica di Beethoven in sottofondo, simbolo dell’Europa e della rinascita dopo la guerra; la Pyramide e il museo con le sue migliaia di opere d’arte, dal rinascimento italiano all’antichità romana, dall’Egitto alla Grecia con la Nike di Samotracia, la vittoria, simbolo dell’audacia e della fortuna che il giovane presidente ha preso per le corna quando ogni ragione sembrava sconsigliare una scommessa impossibile da vincere; il palazzo del Louvre, la residenza dei re che abbraccia la piazza venuta a festeggiare il nuovo Capo di Stato, simbolo di una carica unica al mondo per l’investitura diretta e universale dal popolo. Infine l’uomo, da solo, visibilmente emozionato e austero nel lungo cappotto scuro à la Kennedy che incontra il popolo che l’ha incoronato.

I tre minuti che separano Macron dagli archi del Louvre al palco servono a questo, a rilanciare l’ambizione della Francia in Europa e nel mondo. Un mondo che, dopo lo sbandierato ritiro nei propri confini degli Stati Uniti di Trump, ha bisogno di una nuova guida, necessita di esempi e di scelte politiche coraggiose. È quasi un secolo che la Francia sogna di poter tornare ad essere esempio per tutti, e quei tre minuti simboleggiano l’incrocio del destino personale di un uomo con quello della sua patria.

È megalomania e vanagloria oppure senso e coscienza della storia? La domanda è legittima, anche perché caricando così tanto la sua figura, a tratti al limite del narcisismo, il racconto di Macron rischia di andare in pezzi al primo scontro con la realtà, ad esempio quando i sindacati di sinistra andranno in piazza a protestare contro la sua riforma del mercato del lavoro. Ho deciso di raccontarvi questa marche così carica di simboli perché è stato un momento molto evocativo ma, come ci ha abituato il nuovo presidente, una tale mise en scène è l’ennesima grande scommessa.

E se tra un anno scoprissimo che Emmanuel Macron, così giovane e inesperto, non è quell’uomo politico salvifico che stamattina tutti i giornali internazionali celebrano?

2-Chi ha votato e come

Venerdì avevo sottolineato come una delle domande più interessanti che rivolgono i sondaggisti agli elettori è “come ve la passate con il vostro stipendio alla fine del mese”, perché contiene sia l’indicatore oggettivo del reddito che la percezione soggettiva della propria condizione. La spaccatura tra i due elettorati è evidente e rende l’idea, qualora ce ne fosse ancora bisogno, di quanto sono distanti i francesi che votano per Macron dai francesi che scelgono Marine Le Pen.

Sondaggio 1.png

Il sondaggio è stato realizzato da Ipsos

Un altro indicatore molto interessante e peculiare a questa strana elezione è l’alto numero di schede bianche che, come vedete dal prossimo grafico, raggiunge una percentuale e un numero assoluto da record: 4.066.802 di francesi hanno inserito una scheda bianca, pari al 11,49 per cento dell’elettorato.

Grafico 1

Il grafico è del Parisien

Questi numeri sono sintomo di un popolo che, al di là delle evocazioni ricordate prima, è tutt’altro che rapito dalla retorica di Emmanuel Macron. E infatti il 51 per cento di chi ha scelto scheda bianca l’ha fatto perché rigetta entrambi i candidati, mettendoli implicitamente sullo stesso piano (e questo è un grande problema per Macron); e il 39 per cento non rigetta i candidati ma pensa, laicamente, che nessuno dei due rappresenta delle idee “votabili”. Se poi guardate la motivazione per gli elettorati dei candidati eliminati al primo turno vi rendete conto che in questa scelta ha pesato molto la posizione “né l’uno né l’altro” di Jean-Luc Mélenchon.

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I problemi per Macron però non sono finiti: come sapete tra un mese esatto si vota per le elezioni legislative che eleggeranno la futura Assemblea Nazionale, la camera che dà la fiducia al governo. Solo il 39 per cento degli elettori desidera che il nuovo presidente riesca ad ottenere una maggioranza assoluta per governare, segno che l’elezione del Parlamento sarà tutt’altro che una passeggiata per Macron.

Grafico 3

D’altronde, che questa fosse un’elezione per difetto appariva chiaro anche alla vigilia: la maggioranza degli elettori degli altri candidati ha scelto Macron solo in opposizione alla sua avversaria, e alle legislative difficilmente voterà per un candidato con l’etichetta En Marche!. Di sicuro però, Macron può essere felice del 43 per cento degli elettori di François Fillon che l’ha scelto per una delle tre qualità indicate dal sondaggio che leggete di seguito: il rinnovamento politico, il suo programma e la sua personalità.

 

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Gli ultimi tre sondaggi sono realizzati sempre da Ispsos ma li trovate in un altro archivio

È necessario guardare agli elettori di Fillon perché è a quell’area politica che in questo momento il nuovo presidente deve rivolgersi, dato per assodato che gran parte degli elettori tradizionali del Partito socialista e del centrismo vota per lui. Se dovesse nominare un primo ministro gradito al centro destra moderato, potrebbe esercitare una pressione notevole sia sugli elettori naturali dei repubblicani sia sui dirigenti che si sono detti disponibili a lavorare insieme al nuovo presidente in caso non riuscisse ad avere la maggioranza. Di questo parleremo meglio domenica prossima ma è uno scenario che bisogna iniziare a tener presente.

Il personaggio della settimana

Richard Ferrand è stato uno dei primi deputati del Partito socialista  ad appoggiare il movimento e la candidatura di Emmanuel Macron. È il segretario di En Marche!, cioè il personaggio che ha tenuto le redini del movimento in tutti questi mesi. La vittoria di ieri è dovuta senza dubbio anche a uomini come lui che hanno ben consigliato Macron, e hanno lavorato, soprattutto all’inizio, con l’ostilità del proprio partito di appartenenza.

Bonus!
A proposito di camminate tra monumenti con l’inno alla gioia di sottofondo, guardate qui, dal minuto 4.30 (e grazie a Marc per la segnalazione del video).

 

 

 

Consigli di lettura

-Per una lettura più tecnica del voto di ieri vi consiglio l’analisi di Matteo Cavallaro su Agi;

-Una troupe ha seguito tutta la campagna elettorale di Emmanuel Macron potendo filmare il dietro le quinte della cavalcata presidenziale. Il documentario completo è stato trasmesso su TF1, qui un racconto dell’idea su Slate;

Secondo Gilles Kepel, esperto di jihadismo, il progetto dello Stato Islamico e dei gruppi terroristici è aiutare l’ascesa di partiti come il Front National per favorire un clima da guerra civile. Grazie a Lorenzo per la segnalazione!

In ogni caso Qui trovate il calendario della prossime settimane, per farvi un’idea di cosa ci aspetta.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentaduesima settimana: la presidenziale passa da Amiens

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1-La presidenziale passa da Amiens

Una campagna elettorale vive anche di simboli. La regione Nord-Pas-de-Calais-Normandie è uno di questi, ricca com’è di contraddizioni, dati, statistiche e storie che ne fanno un teatro perfetto per un ballottaggio tra due candidati che condividono solo la lingua e l’ambizione di guidare il proprio paese. Regione tra le più toccate dalla disoccupazione (12,8 per cento contro il 10,2 per cento della media nazionale), ha visto, oltre al transito di decine di migliaia di migranti per cui Calais è diventata tristemente famosa, numerose fabbriche chiudere una dopo l’altra. Come riporta l’Obs, dalla regione sono sparite moltissime aziende negli ultimi 5 anni: Goodyear ha licenziato 1000 persone, Continental 700, Sapsa-Bedding 156.

La regione si trova in quel nord est che ha votato ampiamente per Marine Le Pen, in testa con il 31,03 per cento, e per Mélenchon, al 19,59 per cento, la Francia più colpita dalle delocalizzazioni, quella ormai famosa per voi e per me, che ha perso la sfida della globalizzazione. Ad Amiens, una delle principali città, ha sede uno stabilimento da mesi al centro delle cronache e dei dibattiti televisivi: la fabbrica della multinazionale americana Whirlpool che da anni sta cercando di ridurre la propria presenza in Francia. L’azienda dava lavoro a 1300 persone nel 2002, oggi ha solo 290 dipendenti e ha comunicato l’intenzione di chiudere lo stabilimento e portare la produzione in Polonia dove il costo del lavoro è infinitamente più basso. Nel comunicato si legge che la decisione è presa per adattarsi “ad un contesto di mercato sempre più concorrenziale”.

Nella consueta agenda che Emmanuel Macron invia alla stampa ad inizio della settimana era prevista una sua visita allo stabilimento per incontrare i delegati sindacali ed occuparsi del problema. Si tratta tra l’altro di una promessa fatta durante un dibattito televisivo a François Ruffin, un giornalista molto impegnato politicamente, direttore del sito satirico Fakir, autore del documentario di successo “Merci Patron” con cui ha vinto il premio César (e dal palco ha invitato Hollande a “muovere il culo” per salvare lo stabilimento) e candidato alle legislative con il movimento di Jean-Luc Mélenchon.

La visita era quindi abbastanza attesa visto che per Macron il nord-est è una “terra di conquista”, una delle regioni dove deve evitare un exploit di Marine Le Pen, una delle parti della Francia in cui il suo messaggio non ha raccolto entusiasmo o curiosità. Il leader di En Marche! ha però scoperto che in un ballottaggio la campagna elettorale non è un esercizio solitario, di fronte ha un avversario molto aggressivo che sta preparando da mesi un duello del genere. Mentre Macron era alla camera di commercio di Amiens, ricevuto dai sindacati, di sorpresa, davanti ai cancelli dell’azienda, è apparsa Marine Le Pen.

 

 

 

Risultato? Un trionfo immortalato dalle telecamere, con la leader frontista acclamata e applaudita dagli operai, qualche grido “Marine présidente”, molti selfie, abbracci e ringraziamenti per il suo impegno. Impegno che è costante da mesi, visto che il Front National organizza quasi quotidianamente volantinaggio davanti alla fabbrica e ha utilizzato più volte il caso Whirlpool come emblema della globalizzazione selvaggia che distrugge l’industria e i posti di lavoro francesi. L’azienda è spesso citata nei comizi e persino nel primo dibattito televisivo, a dimostrazione di come il colpo di comunicazione è stato in qualche modo studiato e voluto.

Avvicinatasi poi ai giornalisti, a quel punto precipitatisi sul posto, Marine Le Pen non ha perso occasione per marcare la sua differenza con Macron e ribadire il vero clivage, il vero bipolarismo: “sono qui al fianco dei lavoratori, davanti alla fabbrica, non in un ristorante di Amiens”. Ha poi promesso che se dovesse essere eletta l’azienda non chiuderebbe perché, come ha poi spiegato in un comunicato abbastanza vago, “sarà messa sotto protezione temporanea, con una partecipazione dello Stato, se necessario.” Mezz’ora per costringere l’avversario a scoprirsi ed entrare nel vivo della campagna.

Emmanuel Macron, visibilmente preso in contropiede, ha improvvisato una conferenza stampa per ribattere alla “strumentalizzazione” fatta da Marine Le Pen e per annunciare che nel pomeriggio avrebbe incontrato i lavoratori dell’azienda proprio come il suo avversario. Una volta arrivato alla Whirlpool ha trovato un ambiente particolarmente ostile: fischi, ululati, qualche “Marine présidente” e un dialogo inizialmente impossibile. Dopo un po’ ha quindi fatto allontanare i giornalisti e le telecamere, per parlare in maniera più raccolta con i lavoratori e François Ruffin, presente sul posto, ripreso solo dai membri della sua équipe, che ha trasmesso lo scambio in diretta Facebook (seguitissima, tra l’altro).

 

 

Il leader di En Marche! è riuscito a rendere una situazione potenzialmente catastrofica in un piccolo spot: si è mostrato combattivo e coraggioso, ed è stato capace di rispondere punto su punto alle domande o alle critiche di chi gli stava di fronte e difficilmente lo voterà. Gli animi si sono lentamente calmati e Macron ha persino ricevuto i complimenti da parte di Ruffin per aver affrontato con prontezza la situazione e soprattutto evitato di tenere promesse impossibili o fare marcia indietro sulle sue convinzioni, altro grande rischio per un candidato accusato più volte di voler piacere a tutti.

2-La dinamica di Marine Le Pen

L’episodio è abbastanza emblematico di questa prima settimana di campagna elettorale per il secondo turno. Marine Le Pen non è stata protagonista di una cavalcata entusiasmante fino al 23 aprile, e infatti il suo risultato è stato sì storico, ma al di sotto delle aspettative. Ha trovato avversari popolari sul suo stesso terreno (Mélenchon) o in grado di portare avanti un discorso di rinnovamento molto popolare nell’elettorato francese (Macron).  Da domenica sera però, il campo da gioco è cambiato, così come le strategie; lo abbiamo già detto, al ballottaggio si elimina, e in genere si elimina il Front National. La sua unica possibilità è cambiare il soggetto da eliminare, far dimenticare chi è, qual è il suo cognome, cosa rappresenta la storia del suo partito.

L’unico modo che ha per essere competitiva è trasformare il voto del 7 maggio in un’eliminatoria contro “l’oligarchia” termine evocativo poco utilizzato sinora da Marine Le Pen, ma marchio di fabbrica di Mélenchon. Nulla è casuale. La leader frontista ci sta riuscendo, ha fatto passare il messaggio, paradossale, che sia necessario fare “barrage” contro Macron, candidato del sistema e della globalizzazione. Tutto ciò scegliendo i temi al centro del dibattito, e costringendo Macron all’inseguimento, come accaduto ad Amiens; trovando dei simboli da impugnare, riuscendo a rompere dei tabù.

Ed infatti ecco l’altro simbolo, l’altro tabù: venerdì il candidato della destra sovranista, il sedicente gollista Nicolas Dupont-Aignan è invitato come ospite al tg della sera di France 2 dove annuncia il suo accordo di governo con il Front National. Il Front Républicain non esiste più, la normalizzazione procede spedita e assume forza ogni giorno di più. Nessun partito aveva mai stretto alleanza con il Front National, nessun politico aveva mai considerato Marine Le Pen come presentabile. I due tengono una conferenza stampa ieri mattina, visi sereni, sorrisi e strette di mano. Il 23 aprile, come già sapete, non è stato solo Macron a scrivere la storia.

La contropartita è l’Hotel de Matignon, la residenza del primo ministro. In caso di vittoria di Marine Le Pen sarà Dupont-Aignan a guidare il “governo dei patrioti e degli uomini e delle donne che amano la Francia”. La strategia è chiara, ricostituire il fronte del no al referendum sulla costituzione europea del 2005. In quella campagna elettorale si costituì uno strano fronte anti europeista composto dal Front National e da qualche esponente minoritario della destra e della sinistra. In particolare, votarono no in contrasto con il proprio partito Nicolas Dupont-Aignan, allora nel movimento gollista UMP e Jean-Luc Mélenchon, allora ancora tesserato nel Partito Socialista. Ma soprattutto votarono no il 54,68 per cento dei francesi, ignorando le consegne dei partiti che avrebbero poi votato alle presidenziali di due anni dopo.

La scommessa è difficile, quasi impossibile da vincere, e i sondaggi confermano che lo scarto è ancora molto ampio. Ma la dinamica, per ora, è dalla parte di Marine Le Pen e mercoledì c’è il dibattito.

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3-Chiunque vinca avrà una Francia spaccata in due

Nelle scorse settimane abbiamo spesso analizzato il voto dal punto di vista sociologico, utilizzando gli indicatori di fasce di reddito, livello di istruzione e tipo di impiego. In questo senso il voto è molto polarizzato, i più istruiti, con un lavoro migliore e con un reddito alto votano, tendenzialmente, per Emmanuel Macron e François Fillon; i meno istruiti, con un reddito più basso e un impiego precario o alienante votano per Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon. Una sintesi molto interessante la forniva un indicatore in particolare perché tiene insieme il dato oggettivo sul reddito con quello soggettivo delle percezione della propria condizione: il modo in cui si arriva alla fine del mese. Chi ha più difficoltà vota per Le Pen, chi ne ha meno vota per Macron.

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Insomma la società è liquida, indecisa, molto diversa da quella che ha visto il trionfo della democrazia nel secondo dopoguerra. Eppure questo primo turno dimostra che esistono ancora i blocchi sociali, e questi blocchi sociali votano in maniera abbastanza omogenea.  L’altra frattura che vorrei mostrarvi è conseguente, ed è importante visualizzare lo spazio geografico in cui si produce. L’analisi l’ha scritta Guillaume Tabard, editorialista del Figaro.

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Come vedete, i voti per Marine Le Pen sono piuttosto omogenei in tutta la nazione, con delle concentrazioni particolari al nord est, al centro, e al sud est. All’interno delle grandi aree viola però si notano dei punti gialli, che sono le città dove è invece in testa Macron. Se si leggono da vicino i risultati si scopre che la differenza città/campagna è generale. Prendiamo per esempio un dipartimento dove Marine Le Pen arriva in testa, quello dei Pirenei Orientali, con il 30,05 per cento. A Perpignan, suo capoluogo, è nettamente al di sotto, con il 25,86 per cento. La disparità centro-periferia è uguale  e contraria per Emmanuel Macron, che anche nei dipartimenti dove raggiunge i suoi migliori risultati, in Gironda, arriva al 26,1 per cento mentre nel capoluogo fa nettamente meglio, con il 31,26 per cento a Bordeaux.

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Quest’altro grafico vi aiuta a capire ancora meglio la differenza tra le varie città e le campagne o periferie per ogni candidato. La frattura ricorda sicuramente Brexit (a Londra il remain ha nettamente prevalso) o il fenomeno Trump-Clinton (a Manhattan Hillary Clinton ha raggiunto l’86 per cento). Ciò vuol dire che il paese ha bisogno di una presidenza che cerchi di riconciliare le varie anime che non si parlano, non si conoscono. So che questo può apparire banale, che sono stati scritti centinaia di reportage sulla lontananza tra centro e periferia, eppure è bene avere in testa queste mappe per capire, visivamente, che la spaccatura non è solo astratta ma reale, si vede e si tocca anche se non siete mai stati in Francia. Se poi applichiamo questi risultati elettorali ai 577 collegi in cui viene divisa la nazione per le elezioni legislative di giugno, capite che il nuovo presidente avrà di fronte mesi piuttosto complicati.

Il personaggio della settimana

Florian Philippot è il vero regista dell’alleanza tra Marine Le Pen e Nicolas Dupont-Aignan. Teorico della dédiabolisation, Philippot ha più volte ripetuto durante la campagna elettorale che il leader di Debout la France è un alleato naturale del Front National, e l’accordo è senza dubbio un successo della sua linea politica e della sua strategia di normalizzazione.

Domenica prossima si vota. Quindi vi arriveranno due newsletter, una venerdì, per fare il punto della situazione e una lunedì, per commentare il risultato.

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