Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentaquattresima settimana: “una presidenza sensibile ai simboli e ai gesti forti”

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1-Emmanuel Macron è stato ufficialmente proclamato Presidente della Repubblica francese.

2-Chi sono gli uomini appena nominati nei posti chiave dell’Eliseo?

1-La cerimonia e il passaggio dei poteri

Emmanuel Macron è un politico molto attento ai simboli. Ha iniziato la sua presidenza con una delle serate più simboliche della Quinta Repubblica, e durante la settimana appena passata ha continuato a far capire che le sue apparizioni pubbliche saranno studiate nei minimi dettagli. Macron è letteralmente scomparso da tv, radio e giornali e si è fatto vedere in pubblico solo in due occasioni commemorative: lunedì 8 maggio alla cerimonia della vittoria della seconda guerra mondiale e mercoledì 10 maggio alla cerimonia per l’abolizione della schiavitù. Una comunicazione antica e monarchica bilanciata dalla contemporaneità: il selfie con la sua équipe di campagna che ha fatto il giro del mondo.

Laurent Fabius, il presidente del Consiglio Costituzionale incaricato di investire ufficialmente il nuovo Presidente della Repubblica, ha trovato un’efficace sintesi: “lei è un uomo del nostro tempo, per  la sua formazione, per le sue scelte. Come ha scritto François-René de Chateaubriand, per essere l’uomo del proprio paese, bisogna essere l’uomo del proprio tempo”.

La giornata del passaggio dei poteri è stata un’altra occasione per lanciare una serie di segnali simbolici non solo alla Francia, ma anche all’Europa e al mondo intero, citato più volte come orizzonte dal nuovo presidente, consapevole che il suo paese avrà un ruolo molto rilevante dal punto di vista dei rapporti internazionali nei prossimi 5 anni.

Macron ha innanzitutto sottolineato la continuità istituzionale della sua presidenza. Nel suo primo discorso dopo la cerimonia Macron ha citato tutti i suoi predecessori con parole di elogio, sottolineando la qualità migliore di ognuno, a dimostrazione del suo rispetto per la carica e per gli uomini che l’hanno ricoperta. La volontà è, come detto più volte, presentarsi come l’uomo della Repubblica, come un presidente consapevole di essere parte di una storia che va oltre la sua persona. “Il presidente non è un uomo normale” ha ripetuto più volte negli ultimi anni, la cerimonia e il discorso ribadiscono quest’idea quasi mistica che Macron ha della sua funzione.

Il secondo segnale l’ha dato utilizzando un veicolo militare per la tradizionale sfilata all’Avenue des Champs-Élysées di cui è protagonista ogni nuovo presidente. Macron ha voluto far capire che assume pienamente il suo statuto di capo delle forze armate, che è consapevole dei tanti impegni internazionali del suo paese e che, nonostante sia giovanissimo e poco ferrato sulle questioni della “potenza pubblica”, si comporterà di conseguenza. La sfilata su un veicolo di questo tipo non ha precedenti nella storia della Quinta Repubblica, particolare molto sottolineato dagli analisti e giornalisti che hanno seguito la cerimonia in diretta.

La terza scelta simbolica di questa giornata particolare è in linea con il ruolo di capo delle forze armate. Tutti i presidenti appena insediati hanno un protocollo abbastanza rigido da seguire: arrivano all’Eliseo e hanno un colloquio privato con il presidente uscente, cui seguono la proclamazione ufficiale e il conferimento della croce di gran maestro della legione d’onore; i neo eletti tengono poi un primo discorso alla nazione dalla sala delle feste del palazzo, e passano in rassegna gli ordini militari nel cortile dell’Eliseo mentre vengono sparati 21 colpi a salve dall’Hotel des Invalides; raggiungono poi l’arco di Trionfo per deporre una corona al milite ignoto dopo aver camminato per gli Champs-Élysées. Infine è sempre prevista una visita alla Mairie, al comune, di Parigi, dove il nuovo Capo di Stato è accolto dal sindaco.

In genere c’è un fuori programma, un omaggio non previsto: François Mitterrand nel 1981 andò al Panthéon, Nicolas Sarkozy nel 2007 andò a rendere omaggio alla tomba di Georges Clemenceau e Charles de Gaulle, François Hollande nel 2012 andò a depositare dei fiori sulla tomba di Jules Ferry e Marie Curie. Macron ha scelto il mondo dei vivi: all’ospedale Percy di Clamart ha incontrato, senza telecamere e con nessun giornalista autorizzato ad assistere, i militari feriti nelle operazioni all’estero, tappa finale del suo debutto come capo delle forze armate.

Domattina Emmanuel Macron nominerà il primo ministro e volerà in Germania per incontrare Angela Merkel, martedì verrà nominato il nuovo governo e mercoledì ci sarà il primo consiglio dei ministri presieduto dal nuovo presidente. Infine, venerdì Macron dovrebbe incontrare le truppe francesi impegnate all’estero, precisamente in Mali. Poi le legislative, di cui inizieremo a parlare approfonditamente dalla prossima settimana.

2-I personaggi della settimana

Questa volta facciamo una piccola eccezione. Introduciamo gli uomini di fiducia del nuovo presidente, uomini che saranno poco mediatici ma che danno delle prime indicazioni sulla nuova “amministrazione”. Se avete visto The West Wing sapete benissimo quanto è importante lo staff del presidente, se qualcuno di voi non l’ha visto, lo faccia.

Alexis Kohler, segretario generale dell’Eliseo

È il membro più importante dello staff ed è praticamente colui che segue da vicino la politica interna del paese. Il Presidente della Repubblica è spesso impegnato tra viaggi all’estero, cerimonie e impegni ufficiali; per intenderci Hollande da gennaio ad oggi ha avuto un impegno ogni due giorni lontano dall’Eliseo. Il segretario generale resta sempre a Parigi, per non perdere di vista i dossier più importanti del presidente. Non è un ruolo tecnico, ma è il ruolo politico per eccellenza: dopo aver ricoperto questa carica sono diventati primi ministri, Édouard Balladur, Pierre Bérégovoy, e Dominique de Villepin, e ministri degli esteri lo stesso Villepin, Michel Jobert, Jean François-Poncet, Hubert Védrine.

L’ufficio del segretario generale è separato dall’ufficio del presidente solo da una piccola anticamera e può entrarvi senza essere annunciato; è inoltre il superiore gerarchico di tutto il personale dell’Eliseo. Sarà Alexis Kohler a ricoprire questa carica delicatissima. Kohler ha 44 anni, ha fatto l’ENA, la famosa scuola dell’amministrazione pubblica ed ha alle spalle una lunga carriera da funzionario. Ha lavorato al FMI, dal 2012 al 2014 è stato il consigliere del ministro dell’economia, Pierre Moscovici, ed è rimasto a Bercy dopo la nomina di Emmanuel Macron. Secondo Macron, “Kohler è la persona più intelligente che conosco, è più intelligente di me”; Brigitte Macron ha spiegato alla stampa che non ha mai visto suo marito intendersi così velocemente con nessuno, tanto che è stato il solo, secondo L’Opinion, a beneficare di una deroga speciale durante la campagna elettorale: ha potuto cumulare il suo nuovo lavoro (direttore finanziario di MSC crociere, a Ginevra) con quello di consigliere speciale di Macron, con l’obbligo di tornare ogni mercoledì (giorno della riunione dell’ufficio politico della campagna elettorale) e week-end a Parigi.

Philippe Etienne, consigliere diplomatico

È, secondo la felice definizione del Monde, il personaggio che in politica estera “dà ordini a tutti tranne al presidente”. Ha alle sue dipendenze una decina di altri consiglieri ed è, di fatto, l’uomo che ha nelle sue mani la gestione della politica estera della presidenza della Repubblica.

Il percorso personale di Etienne aiuta a capire quali saranno gli orientamenti del nuovo presidente e quali sono le priorità secondo Emmanuel Macron: ha 61 anni, ha studiato all’École Normale e poi all’ENA, è poliglotta (parla inglese, tedesco, spagnolo, russo, romeno e serbo-croato) ed è stato rappresentante permanente della Francia presso l’Unione Europea dal 2009 al 2014 e poi ambasciatore in Germania. Due ruoli molto significativi e decisivi nella sua nomina, oltre alla sua profonda conoscenza della Russia e dei paesi dell’est visto che ha lavorato anche a Belgrado e Bucarest.

Il consigliere diplomatico è anche detto “sherpa” secondo il soprannome dato dall’Economist nel 1979; il soprannome è talmente entrato nel linguaggio comune della presidenza che Sarkozy ha  iniziato ad utilizzarlo anche nei documenti ufficiali: nel 2007 l’ambasciatore Jean-David Levitte è ufficialmente denominato “consigliere diplomatico e sherpa”, come recita solennemente la “gazzetta ufficiale” dell’epoca.

Patrick Strzoda, Direttore del gabinetto

Strzoda ha 65 anni, ha studiato all’ENA ed ha alle spalle una lunga carriera al servizio del ministero dell’Interno. È stato prefetto in Bretagna, poi capo di Gabinetto del ministro dell’Interno Cazeneuve con cui ha gestito la strage di Nizza della scorsa estate, ed era stato nominato da poco prefetto di Parigi. Il suo ruolo sarà coordinare tutte le attività private e pubbliche del presidente, oltre che gestire la presidenza dal punto di vista amministrativo: Patrick Strzoda sarà alla testa di una delle amministrazioni presidenziali più complesse del mondo con più di 100 milioni di euro di budget e quasi 1000 dipendenti.

Ismaël Emelien, Consigliere speciale

Il Consigliere speciale è in genere scelto per la sua vicinanza al presidente visto che diventa automaticamente il consigliere più importante per tutte le questioni di Stato. Spesso è anche chi scrive i discorsi e, a seconda della sua personalità e della libertà lasciata dal presidente, può diventare una figura molto mediatica. È stato il caso di Henri Guiaino, consigliere di Sarkozy che diventò una sorta di portavoce del governo sino a candidarsi alle elezioni legislative del 2012.
Il ruolo è affidato ad Ismaël Emelien, giovanissimo braccio destro di Macron. Ha 30 anni, è laureato a Sciences Po, l’istituto di studi politici di Parigi, ed è stato molto vicino a Dominique Strauss Kahn nella campagna elettorale per le primarie dei socialisti del 2006. Ha conosciuto Emmanuel Macron nel 2009 ed è poi stato il suo consigliere strategico prima al ministero dell’Economia, poi durante la campagna elettorale. Il nuovo presidente si fida ciecamente di Emelien, che infatti ha lasciato il ministero dell’economia prima di Macron, per lavorare al lancio e alla struttura del movimento En Marche! nel 2016.

Era l’uomo delle dichiarazioni durante la campagna elettorale: era lui ad avere l’ultima parola sulle dichiarazioni improvvise, prese di posizioni ufficiali e rapporti con la stampa sulle questioni delicate. È inoltre l’uomo delle nuove tecnologie: durante la campagna elettorale ha assunto e lavorato a stretto contatto con l’innovativa start up di strategia elettorale Liegey Muller Pons e con la piccola azienda di analisi semantica Proxem. È infine colui che ha coordinato la “campagna di ascolto al paese” che ha condotto En Marche! per quasi un anno raccogliendo le opinioni dei francesi su quali dovessero essere le priorità del programma presidenziale.

Consigli di lettura

-Un lungo articolo di Carl Meeus, direttore del Figaro Magazine, in cui vengono spiegate le difficoltà che deve affrontare Emmanuel Macron che sta provando a corteggiare i repubblicani senza troppo successo (per ora);

-L’Obs spiega quali sono i 25 duelli più interessanti delle prossime legislative in una bellissima mappa;

-La lunghissima intervista di Macron a Mediapart, data prima del secondo turno in cui il neo presidente parla di tutto, politica interna, politica estera e aspirazioni personali.

P.S. non ho scritto delle speculazioni sul primo ministro perché domattina sapremo. Erano battute sprecate!

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentatreesima settimana: Emmanuel Macron, il nuovo monarca repubblicano

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Chi è il Presidente della Repubblica francese? Cosa rappresenta la funzione immaginata da Charles de Gaulle nel 1958? Ma soprattutto, chi diventerà Emmanuel Macron, da ieri sera il più giovane Capo di Stato francese dalla creazione della funzione, nel 1848?

La risposta non può che essere affidata alle sue parole, pronunciate l’8 giugno del 2015:

“Nel processo democratico e nel suo funzionamento c’è un assente. Nella politica francese assente è la figura del re, che credo il popolo francese non abbia voluto vedere morto. Il Terrore ha scavato un vuoto emozionale, immaginario, collettivo: il re non è più lì! Abbiamo cercato di riempire questo vuoto mettendoci altre figure ma ci siamo riusciti davvero solo nel periodo napoleonico e in quello gollista; a parte questi due periodi, la democrazia francese non è riuscita a riempire. La dimostrazione è la continua messa in discussione della figura presidenziale, costante da quando il generale de Gaulle è morto. Dopo il generale, la normalizzazione della figura presidenziale ha inserito una poltrona vuota nel cuore della vita politica: pretendiamo che il presidente della Repubblica occupi questa funzione ma chi è eletto non riesce più a farlo. Tutto è fondato su questo malinteso.”
Come fare, dunque, a re-incoronare il monarca repubblicano? La lunga cavalcata è necessaria, la storia fuori dal comune imprescindibile. I tanti traguardi della vita di Emmanuel Macron sembrano quasi preparati in anticipo: il percorso straordinario all’ENA, la fucina dei funzionari pubblici francesi; l’ingresso all’ispettorato delle finanze, uno dei migliori dipartimenti della funzione pubblica; la nomina nella Commissione Attali, con i suoi potentissimi 42 membri scelti nel 2007 per riformare lo Stato francese; la brillante carriera alla banca Rotschild, con un accordo di 8 miliardi di dollari gestito da protagonista; l’arrivo all’Eliseo, da segretario generale del Presidente; l’investitura da ministro dell’Economia come figura di punta della nuova politica liberale del quinquennat di Hollande; infine l’abbandono del governo, la campagna elettorale più facile del previsto grazie agli errori infiniti degli avversari (colti e sfruttati appieno); la vittoria al primo turno, la vittoria delle elezioni.

Tutto straordinario, bello da raccontare, ma non sufficiente. Per fare il re c’è bisogno di un’immagine potente, che resti, come Napoleone che s’incorona il 2 dicembre del 1804, immortalato da Jacques-Louis David.

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In assenza di corone il mezzo può essere un grande discorso, come per Abramo Lincoln fu il discorso di Gettysburg. Ma Macron non è uno straordinario oratore. E allora serve un simbolo, un contorno capace di sostenere e far risaltare il momento storico oltre l’uomo che lo rappresenta. Ecco il perché di una camminata di tre minuti carica di evocazioni. Un’immagine che spiega da sola qual è il programma politico di Macron per i prossimi cinque anni, un programma che non c’entra nulla con le fredde liste di cose da fare, ma è più ambizioso. L’ambizione di Emmanuel Macron non è governare, è presiedere, è rendere di nuovo la carica per cui è stato eletto sacra, al di sopra delle parti, potente e intoccabile.

 

 

Il simbolo è quindi la marche: la musica di Beethoven in sottofondo, simbolo dell’Europa e della rinascita dopo la guerra; la Pyramide e il museo con le sue migliaia di opere d’arte, dal rinascimento italiano all’antichità romana, dall’Egitto alla Grecia con la Nike di Samotracia, la vittoria, simbolo dell’audacia e della fortuna che il giovane presidente ha preso per le corna quando ogni ragione sembrava sconsigliare una scommessa impossibile da vincere; il palazzo del Louvre, la residenza dei re che abbraccia la piazza venuta a festeggiare il nuovo Capo di Stato, simbolo di una carica unica al mondo per l’investitura diretta e universale dal popolo. Infine l’uomo, da solo, visibilmente emozionato e austero nel lungo cappotto scuro à la Kennedy che incontra il popolo che l’ha incoronato.

I tre minuti che separano Macron dagli archi del Louvre al palco servono a questo, a rilanciare l’ambizione della Francia in Europa e nel mondo. Un mondo che, dopo lo sbandierato ritiro nei propri confini degli Stati Uniti di Trump, ha bisogno di una nuova guida, necessita di esempi e di scelte politiche coraggiose. È quasi un secolo che la Francia sogna di poter tornare ad essere esempio per tutti, e quei tre minuti simboleggiano l’incrocio del destino personale di un uomo con quello della sua patria.

È megalomania e vanagloria oppure senso e coscienza della storia? La domanda è legittima, anche perché caricando così tanto la sua figura, a tratti al limite del narcisismo, il racconto di Macron rischia di andare in pezzi al primo scontro con la realtà, ad esempio quando i sindacati di sinistra andranno in piazza a protestare contro la sua riforma del mercato del lavoro. Ho deciso di raccontarvi questa marche così carica di simboli perché è stato un momento molto evocativo ma, come ci ha abituato il nuovo presidente, una tale mise en scène è l’ennesima grande scommessa.

E se tra un anno scoprissimo che Emmanuel Macron, così giovane e inesperto, non è quell’uomo politico salvifico che stamattina tutti i giornali internazionali celebrano?

2-Chi ha votato e come

Venerdì avevo sottolineato come una delle domande più interessanti che rivolgono i sondaggisti agli elettori è “come ve la passate con il vostro stipendio alla fine del mese”, perché contiene sia l’indicatore oggettivo del reddito che la percezione soggettiva della propria condizione. La spaccatura tra i due elettorati è evidente e rende l’idea, qualora ce ne fosse ancora bisogno, di quanto sono distanti i francesi che votano per Macron dai francesi che scelgono Marine Le Pen.

Sondaggio 1.png

Il sondaggio è stato realizzato da Ipsos

Un altro indicatore molto interessante e peculiare a questa strana elezione è l’alto numero di schede bianche che, come vedete dal prossimo grafico, raggiunge una percentuale e un numero assoluto da record: 4.066.802 di francesi hanno inserito una scheda bianca, pari al 11,49 per cento dell’elettorato.

Grafico 1

Il grafico è del Parisien

Questi numeri sono sintomo di un popolo che, al di là delle evocazioni ricordate prima, è tutt’altro che rapito dalla retorica di Emmanuel Macron. E infatti il 51 per cento di chi ha scelto scheda bianca l’ha fatto perché rigetta entrambi i candidati, mettendoli implicitamente sullo stesso piano (e questo è un grande problema per Macron); e il 39 per cento non rigetta i candidati ma pensa, laicamente, che nessuno dei due rappresenta delle idee “votabili”. Se poi guardate la motivazione per gli elettorati dei candidati eliminati al primo turno vi rendete conto che in questa scelta ha pesato molto la posizione “né l’uno né l’altro” di Jean-Luc Mélenchon.

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I problemi per Macron però non sono finiti: come sapete tra un mese esatto si vota per le elezioni legislative che eleggeranno la futura Assemblea Nazionale, la camera che dà la fiducia al governo. Solo il 39 per cento degli elettori desidera che il nuovo presidente riesca ad ottenere una maggioranza assoluta per governare, segno che l’elezione del Parlamento sarà tutt’altro che una passeggiata per Macron.

Grafico 3

D’altronde, che questa fosse un’elezione per difetto appariva chiaro anche alla vigilia: la maggioranza degli elettori degli altri candidati ha scelto Macron solo in opposizione alla sua avversaria, e alle legislative difficilmente voterà per un candidato con l’etichetta En Marche!. Di sicuro però, Macron può essere felice del 43 per cento degli elettori di François Fillon che l’ha scelto per una delle tre qualità indicate dal sondaggio che leggete di seguito: il rinnovamento politico, il suo programma e la sua personalità.

 

Grafico 4.png

Gli ultimi tre sondaggi sono realizzati sempre da Ispsos ma li trovate in un altro archivio

È necessario guardare agli elettori di Fillon perché è a quell’area politica che in questo momento il nuovo presidente deve rivolgersi, dato per assodato che gran parte degli elettori tradizionali del Partito socialista e del centrismo vota per lui. Se dovesse nominare un primo ministro gradito al centro destra moderato, potrebbe esercitare una pressione notevole sia sugli elettori naturali dei repubblicani sia sui dirigenti che si sono detti disponibili a lavorare insieme al nuovo presidente in caso non riuscisse ad avere la maggioranza. Di questo parleremo meglio domenica prossima ma è uno scenario che bisogna iniziare a tener presente.

Il personaggio della settimana

Richard Ferrand è stato uno dei primi deputati del Partito socialista  ad appoggiare il movimento e la candidatura di Emmanuel Macron. È il segretario di En Marche!, cioè il personaggio che ha tenuto le redini del movimento in tutti questi mesi. La vittoria di ieri è dovuta senza dubbio anche a uomini come lui che hanno ben consigliato Macron, e hanno lavorato, soprattutto all’inizio, con l’ostilità del proprio partito di appartenenza.

Bonus!
A proposito di camminate tra monumenti con l’inno alla gioia di sottofondo, guardate qui, dal minuto 4.30 (e grazie a Marc per la segnalazione del video).

 

 

 

Consigli di lettura

-Per una lettura più tecnica del voto di ieri vi consiglio l’analisi di Matteo Cavallaro su Agi;

-Una troupe ha seguito tutta la campagna elettorale di Emmanuel Macron potendo filmare il dietro le quinte della cavalcata presidenziale. Il documentario completo è stato trasmesso su TF1, qui un racconto dell’idea su Slate;

Secondo Gilles Kepel, esperto di jihadismo, il progetto dello Stato Islamico e dei gruppi terroristici è aiutare l’ascesa di partiti come il Front National per favorire un clima da guerra civile. Grazie a Lorenzo per la segnalazione!

In ogni caso Qui trovate il calendario della prossime settimane, per farvi un’idea di cosa ci aspetta.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, edizione straordinaria: la Francia in marcia o la Francia al fronte?

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1-Il dibattito di mercoledì ha visto Marine Le Pen molto aggressiva, forse troppo. Analizziamo la strategia della candidata del Front National;

2-I sondaggi confermano che Emmanuel Macron è favorito.

1-Il dibattito

Come sapete, mercoledì i due candidati hanno animato il grande dibattito che tradizionalmente viene organizzato tra primo e secondo turno. È stato il settimo dibattito televisivo della V Repubblica, il primo si tenne nel 1974 tra Valéry Giscard d’Estaing e François Mitterrandm e solo una volta, nel 2002, il confronto non ebbe luogo per il famoso rifiuto di Jacques Chirac di dare cittadinanza alle idee del Front National e del suo candidato Jean Marie Le Pen.

Non serve che io vi faccia il riassunto di quanto è stato detto nelle 2 ore e 40 di confronto, ma potete leggere l’analisi del Monde e il riepilogo del Post. Ci sono però alcune cose che è interessante notare. Per quale motivo Macron ha accettato di dibattere con Le Pen? L’opzione contraria, e cioè rifiutare il confronto, era politicamente impraticabile: i due si erano già affrontati due volte, sia nel dibattito a 5 che in quello a 11, e un rifiuto a questo punto della campagna elettorale sarebbe stato inspiegabile. In più, come ha spiegato lo stesso Macron la mattina successiva, era suo interesse ribattere punto su punto alle insinuazioni e agli insulti di Marine Le Pen. Il Front National è ormai all’interno del paesaggio politico, che piaccia o meno; Macron ne ha semplicemente tratto le conseguenze.

La seconda e più importante riflessione riguarda la strategia che ha tenuto Marine Le Pen durante il dibattito. Della dédiabolisation, la normalizzazione del Front National, abbiamo parlato più volte e l’atteggiamento tenuto da Macron durante il dibattito ne è stata l’ennesima conferma. Solo una volta Macron ha posto l’accento sulla storia del partito lepenista, solo una volta ha usato l’espressione “estrema destra” per definirlo, persino in un contesto molto teso e molto aggressivo. Il nuovo clivage, il nuovo bipolarismo progressisti/conservatori, apertura/chiusura è rivendicato anche dal leader di En Marche!, quindi uno scontro del genere è persino funzionale perché giustifica e rafforza le sue posizioni politiche.
Sicché se il punto di partenza era la dédiabolisation, Marine Le Pen ci ha sorpreso tutti. Da quando è stata eletta, la leader del Front National ha dedicato tutti i suoi sforzi alla normalizzazione del partito: ha mandato in televisione persone rispettabili come Florian Philippot, Nicolas Bay e la nipote, Marion Maréchal Le Pen; ha “ucciso il padre” Jean Marie, con cui persino i rapporti personali sembrano compromessi, escludendolo dal partito e dichiarando più volte che le sue prese di posizione, i suoi toni e i suoi modi non hanno più cittadinanza nel Front National. Ha trasformato il partito lepenista nel partito marinista. Sul plateau di TF1 questa strategia è andata completamente in pezzi. Marine Le Pen non ha quasi mai lasciato parlare il suo avversario, l’ha insultato, deriso, accusato di nefandezze non meglio identificate, ha insinuato che Macron potrebbe avere un conto segreto alle Bahamas o essere complice del fondamentalismo islamista. La candidata del Front National ha rotto tutte le regole dei dibattiti televisivi disturbando persino l’appello finale del suo avversario e rendendo l’esercizio molto faticoso da seguire per chi era a casa.

Il dibattito doveva servire a trasformare Marine Le Pen da un candidato di protesta radicale in un candidato di potere, doveva rassicurare chi ancora vede la sua candidatura solo come un modo di esprimere la propria collera. Marine Le Pen rappresentava quest’aspirazione rispetto al padre: esercitare il potere riuscendo a conquistare la massima magistratura dello Stato. E invece non ha mai assunto questa postura e non ha mai dato l’impressione nemmeno di volerlo fare. Le 2 ore e 40 passate di fronte ad Emmanuel Macron hanno visto un cambio di rotta talmente brusco da apparire cacofonico e per molti incomprensibile.

 

 

 

Chi di voi è appassionato di politica americana può paragonare questo atteggiamento a quello tenuto da Donald Trump. Ma credo che in questo caso non sia molto calzante: Trump era quel tipo di candidato, una persona che ha rivendicato più volte la necessità di rompere tutti gli schemi, che aveva costruito un personaggio in tal senso. Trump faceva Trump. Marine Le Pen al contrario aveva costruito un profilo diverso, aveva speso anni per rendere la sua immagine più accettabile e far dimenticare il cognome pesante che porta (sparito da tutti i manifesti elettorali da quasi un anno ormai).

Per questo comportamento ci sono due possibili spiegazioni. La prima è che Marine Le Pen abbia ritenuto che fosse necessario adottare una tattica à la Trump come dicevamo: insultare il sistema, smascherarlo, “cantargliene quattro”. Insomma rompere tutte le regole del gioco, un gioco finora fasullo tra “due candidati del sistema che erano d’accordo su tutto o quasi”. Portare la contrapposizione fino all’esasperazione, delegittimare chi le era seduto di fronte, ridere di continuo, mostrarsi contraria persino quando Emmanuel Macron ha evocato una maggiore attenzione da parte dello Stato alle persone portatrici di handicap. Questa prima spiegazione è stata data direttamente da Marine Le Pen, interrogata da Jean Jacques Bourdin la mattina dopo proprio sulla sua inattesa aggressività.

Una seconda spiegazione è invece più sottile: Marine le Pen ha interiorizzato che perderà, che i più di 20 punti di distacco registrati dai sondaggi non possono essere colmati. Ha capito che non può sovvertire il pronostico visto che nemmeno dopo una prima settimana di campagna elettorale entusiasmante è riuscita a invertire la tendenza in maniera decisiva. Il suo dibattito è stato quindi un preludio, in più di 2 ore, di come verrà impostata l’opposizione ai prossimi cinque anni di presidenza Macron: un attacco violento e continuo senza esclusioni di colpi.

L’obiettivo privilegiato di questo atteggiamento, che a guidarlo sia stata la prima o la seconda strategia, è chiaramente una parte degli elettori che al primo turno ha votato per Mélenchon. Mi riferisco a chi ha scelto il candidato della France Insoumise per le istanze protestatarie e radicali che incarnava e che quindi non ha alcun motivo per votare per Emmanuel Macron. Il problema è che, come spiegano i sondaggi pubblicati da Elabe subito dopo il dibattito, il 66 per cento di chi l’ha guardato e ha votato Mélenchon al primo turno ha giudicato molto più convincente Macron rispetto a Marine Le Pen. Questo non vuol dire che queste persone automaticamente voteranno per l’ex ministro dell’economia ma vi dà l’idea dei risultati della strategia di Marine Le Pen, che tra l’altro ha deluso una parte non indifferente dei suoi simpatizzanti visto che il 12 per cento ritiene che Emmanuel Macron sia stato più convincente (guardate il dato eguale e contrario).

Sondaggio 1

Ah, vi ricordate di Nicolas Dupont-Aignan, il primo ministro già designato in caso di vittoria di Marine Le Pen? Onnipresente in tv fino al dibattito, da mercoledì notte è letteralmente introvabile.

2-Cosa dicono i sondaggi?

Sondaggio 2.png

Il sondaggio è stato realizzato dall’istituto Ipsos

Come vedete la buona prestazione nel dibattito di Emmanuel Macron si traduce in un netto miglioramento nelle intenzioni di voto; la partita sembra scontata tanto che, come ha titolato il Figaro, “i macronisti si vedono già all’Eliseo”, e Macron ha detto stamattina di aver scelto il suo primo ministro, che sarà comunicato subito dopo la cerimonia del passaggio dei poteri. La cerimonia si terrà entro la mezzanotte del 14 maggio, cioè una settimana dopo il risultato del secondo turno.

Inutile che vi ricordi le incognite che pesano sull’esito delle elezioni, l’astensione, il comportamento di chi non ha votato per Macron al primo turno, la collera che si percepisce nel paese. Di certo, se la settimana scorsa Marine Le Pen era stata protagonista di un’ottima campagna, in questi ultimi giorni è stata molto meno efficace.

Torniamo però al voto del 23 aprile. Come avevamo già analizzato, il primo turno ha dimostrato quanta distanza ci sia tra il voto della campagna e il voto delle città. Questo grafico indica quanto, all’allontanarsi dai centri urbani, il voto per Macron crolli, e come accada invece il contrario per Marine Le Pen. La cosa interessante è che Macron resta molto forte anche nella cosiddetta “cintura esterna” cioè nelle periferie e nei comuni confinanti con le grandi città.

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In questo altro grafico potete notare invece la grandissima progressione del Front National guidato da Marine rispetto al padre nelle zone rurali. Quello che impressiona però è il dato stabile nelle grandi città, mai cambiato (avevamo già notato che a Parigi addirittura Le Pen perde voti rispetto al 2012).

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In questo altro grafico potete notare invece la grandissima progressione del Front National guidato da Marine rispetto al padre nelle zone rurali. Quello che impressiona però è il dato stabile nelle grandi città, mai cambiato (avevamo già notato che a Parigi addirittura Le Pen perde voti rispetto al 2012).

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Questa mappa invece è secondo me molto interessante: indica com’è cambiata la percezione del ritardo economico della loro regione da parte dei francesi; è confrontata la loro opinione del 2015 rispetto al 1963.

Mappa 1.png

I due grafici e questa mappa sono stati elaborati dall’istituto Ifop

Adesso confrontate questa mappa che avete appena visto con i risultati elettorali del 23 aprile. È abbastanza impressionante.

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Un po’ di informazioni per la giornata di domenica. Io seguirò i risultati al comitato di Macron, sarò spesso in collegamento con rainews24 e commenterò con voi quello che sta succedendo su twitter con l’hashtag #maratonamaselli. Alle 23.20 sarò poi ospite allo speciale del tg1 per commentare i risultati.

Infine, da oggi mi trovate in edicola su Pagina 99. Con Gabriele Carrer e Alberto Bellotto abbiamo indagato la crisi di iscritti dei partiti europei in Francia, Italia e Regno Unito. Qui l’editoriale di Gabriella Colarusso che spiega il nostro lavoro e il contenuto dello speciale.

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Per oggi è tutto, noi ci sentiamo lunedì mattina, per commentare i risultati!

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Présidentielle 2017, trentaduesima settimana: la presidenziale passa da Amiens

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1-La presidenziale passa da Amiens

Una campagna elettorale vive anche di simboli. La regione Nord-Pas-de-Calais-Normandie è uno di questi, ricca com’è di contraddizioni, dati, statistiche e storie che ne fanno un teatro perfetto per un ballottaggio tra due candidati che condividono solo la lingua e l’ambizione di guidare il proprio paese. Regione tra le più toccate dalla disoccupazione (12,8 per cento contro il 10,2 per cento della media nazionale), ha visto, oltre al transito di decine di migliaia di migranti per cui Calais è diventata tristemente famosa, numerose fabbriche chiudere una dopo l’altra. Come riporta l’Obs, dalla regione sono sparite moltissime aziende negli ultimi 5 anni: Goodyear ha licenziato 1000 persone, Continental 700, Sapsa-Bedding 156.

La regione si trova in quel nord est che ha votato ampiamente per Marine Le Pen, in testa con il 31,03 per cento, e per Mélenchon, al 19,59 per cento, la Francia più colpita dalle delocalizzazioni, quella ormai famosa per voi e per me, che ha perso la sfida della globalizzazione. Ad Amiens, una delle principali città, ha sede uno stabilimento da mesi al centro delle cronache e dei dibattiti televisivi: la fabbrica della multinazionale americana Whirlpool che da anni sta cercando di ridurre la propria presenza in Francia. L’azienda dava lavoro a 1300 persone nel 2002, oggi ha solo 290 dipendenti e ha comunicato l’intenzione di chiudere lo stabilimento e portare la produzione in Polonia dove il costo del lavoro è infinitamente più basso. Nel comunicato si legge che la decisione è presa per adattarsi “ad un contesto di mercato sempre più concorrenziale”.

Nella consueta agenda che Emmanuel Macron invia alla stampa ad inizio della settimana era prevista una sua visita allo stabilimento per incontrare i delegati sindacali ed occuparsi del problema. Si tratta tra l’altro di una promessa fatta durante un dibattito televisivo a François Ruffin, un giornalista molto impegnato politicamente, direttore del sito satirico Fakir, autore del documentario di successo “Merci Patron” con cui ha vinto il premio César (e dal palco ha invitato Hollande a “muovere il culo” per salvare lo stabilimento) e candidato alle legislative con il movimento di Jean-Luc Mélenchon.

La visita era quindi abbastanza attesa visto che per Macron il nord-est è una “terra di conquista”, una delle regioni dove deve evitare un exploit di Marine Le Pen, una delle parti della Francia in cui il suo messaggio non ha raccolto entusiasmo o curiosità. Il leader di En Marche! ha però scoperto che in un ballottaggio la campagna elettorale non è un esercizio solitario, di fronte ha un avversario molto aggressivo che sta preparando da mesi un duello del genere. Mentre Macron era alla camera di commercio di Amiens, ricevuto dai sindacati, di sorpresa, davanti ai cancelli dell’azienda, è apparsa Marine Le Pen.

 

 

 

Risultato? Un trionfo immortalato dalle telecamere, con la leader frontista acclamata e applaudita dagli operai, qualche grido “Marine présidente”, molti selfie, abbracci e ringraziamenti per il suo impegno. Impegno che è costante da mesi, visto che il Front National organizza quasi quotidianamente volantinaggio davanti alla fabbrica e ha utilizzato più volte il caso Whirlpool come emblema della globalizzazione selvaggia che distrugge l’industria e i posti di lavoro francesi. L’azienda è spesso citata nei comizi e persino nel primo dibattito televisivo, a dimostrazione di come il colpo di comunicazione è stato in qualche modo studiato e voluto.

Avvicinatasi poi ai giornalisti, a quel punto precipitatisi sul posto, Marine Le Pen non ha perso occasione per marcare la sua differenza con Macron e ribadire il vero clivage, il vero bipolarismo: “sono qui al fianco dei lavoratori, davanti alla fabbrica, non in un ristorante di Amiens”. Ha poi promesso che se dovesse essere eletta l’azienda non chiuderebbe perché, come ha poi spiegato in un comunicato abbastanza vago, “sarà messa sotto protezione temporanea, con una partecipazione dello Stato, se necessario.” Mezz’ora per costringere l’avversario a scoprirsi ed entrare nel vivo della campagna.

Emmanuel Macron, visibilmente preso in contropiede, ha improvvisato una conferenza stampa per ribattere alla “strumentalizzazione” fatta da Marine Le Pen e per annunciare che nel pomeriggio avrebbe incontrato i lavoratori dell’azienda proprio come il suo avversario. Una volta arrivato alla Whirlpool ha trovato un ambiente particolarmente ostile: fischi, ululati, qualche “Marine présidente” e un dialogo inizialmente impossibile. Dopo un po’ ha quindi fatto allontanare i giornalisti e le telecamere, per parlare in maniera più raccolta con i lavoratori e François Ruffin, presente sul posto, ripreso solo dai membri della sua équipe, che ha trasmesso lo scambio in diretta Facebook (seguitissima, tra l’altro).

 

 

Il leader di En Marche! è riuscito a rendere una situazione potenzialmente catastrofica in un piccolo spot: si è mostrato combattivo e coraggioso, ed è stato capace di rispondere punto su punto alle domande o alle critiche di chi gli stava di fronte e difficilmente lo voterà. Gli animi si sono lentamente calmati e Macron ha persino ricevuto i complimenti da parte di Ruffin per aver affrontato con prontezza la situazione e soprattutto evitato di tenere promesse impossibili o fare marcia indietro sulle sue convinzioni, altro grande rischio per un candidato accusato più volte di voler piacere a tutti.

2-La dinamica di Marine Le Pen

L’episodio è abbastanza emblematico di questa prima settimana di campagna elettorale per il secondo turno. Marine Le Pen non è stata protagonista di una cavalcata entusiasmante fino al 23 aprile, e infatti il suo risultato è stato sì storico, ma al di sotto delle aspettative. Ha trovato avversari popolari sul suo stesso terreno (Mélenchon) o in grado di portare avanti un discorso di rinnovamento molto popolare nell’elettorato francese (Macron).  Da domenica sera però, il campo da gioco è cambiato, così come le strategie; lo abbiamo già detto, al ballottaggio si elimina, e in genere si elimina il Front National. La sua unica possibilità è cambiare il soggetto da eliminare, far dimenticare chi è, qual è il suo cognome, cosa rappresenta la storia del suo partito.

L’unico modo che ha per essere competitiva è trasformare il voto del 7 maggio in un’eliminatoria contro “l’oligarchia” termine evocativo poco utilizzato sinora da Marine Le Pen, ma marchio di fabbrica di Mélenchon. Nulla è casuale. La leader frontista ci sta riuscendo, ha fatto passare il messaggio, paradossale, che sia necessario fare “barrage” contro Macron, candidato del sistema e della globalizzazione. Tutto ciò scegliendo i temi al centro del dibattito, e costringendo Macron all’inseguimento, come accaduto ad Amiens; trovando dei simboli da impugnare, riuscendo a rompere dei tabù.

Ed infatti ecco l’altro simbolo, l’altro tabù: venerdì il candidato della destra sovranista, il sedicente gollista Nicolas Dupont-Aignan è invitato come ospite al tg della sera di France 2 dove annuncia il suo accordo di governo con il Front National. Il Front Républicain non esiste più, la normalizzazione procede spedita e assume forza ogni giorno di più. Nessun partito aveva mai stretto alleanza con il Front National, nessun politico aveva mai considerato Marine Le Pen come presentabile. I due tengono una conferenza stampa ieri mattina, visi sereni, sorrisi e strette di mano. Il 23 aprile, come già sapete, non è stato solo Macron a scrivere la storia.

La contropartita è l’Hotel de Matignon, la residenza del primo ministro. In caso di vittoria di Marine Le Pen sarà Dupont-Aignan a guidare il “governo dei patrioti e degli uomini e delle donne che amano la Francia”. La strategia è chiara, ricostituire il fronte del no al referendum sulla costituzione europea del 2005. In quella campagna elettorale si costituì uno strano fronte anti europeista composto dal Front National e da qualche esponente minoritario della destra e della sinistra. In particolare, votarono no in contrasto con il proprio partito Nicolas Dupont-Aignan, allora nel movimento gollista UMP e Jean-Luc Mélenchon, allora ancora tesserato nel Partito Socialista. Ma soprattutto votarono no il 54,68 per cento dei francesi, ignorando le consegne dei partiti che avrebbero poi votato alle presidenziali di due anni dopo.

La scommessa è difficile, quasi impossibile da vincere, e i sondaggi confermano che lo scarto è ancora molto ampio. Ma la dinamica, per ora, è dalla parte di Marine Le Pen e mercoledì c’è il dibattito.

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3-Chiunque vinca avrà una Francia spaccata in due

Nelle scorse settimane abbiamo spesso analizzato il voto dal punto di vista sociologico, utilizzando gli indicatori di fasce di reddito, livello di istruzione e tipo di impiego. In questo senso il voto è molto polarizzato, i più istruiti, con un lavoro migliore e con un reddito alto votano, tendenzialmente, per Emmanuel Macron e François Fillon; i meno istruiti, con un reddito più basso e un impiego precario o alienante votano per Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon. Una sintesi molto interessante la forniva un indicatore in particolare perché tiene insieme il dato oggettivo sul reddito con quello soggettivo delle percezione della propria condizione: il modo in cui si arriva alla fine del mese. Chi ha più difficoltà vota per Le Pen, chi ne ha meno vota per Macron.

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Insomma la società è liquida, indecisa, molto diversa da quella che ha visto il trionfo della democrazia nel secondo dopoguerra. Eppure questo primo turno dimostra che esistono ancora i blocchi sociali, e questi blocchi sociali votano in maniera abbastanza omogenea.  L’altra frattura che vorrei mostrarvi è conseguente, ed è importante visualizzare lo spazio geografico in cui si produce. L’analisi l’ha scritta Guillaume Tabard, editorialista del Figaro.

mappa 1

Come vedete, i voti per Marine Le Pen sono piuttosto omogenei in tutta la nazione, con delle concentrazioni particolari al nord est, al centro, e al sud est. All’interno delle grandi aree viola però si notano dei punti gialli, che sono le città dove è invece in testa Macron. Se si leggono da vicino i risultati si scopre che la differenza città/campagna è generale. Prendiamo per esempio un dipartimento dove Marine Le Pen arriva in testa, quello dei Pirenei Orientali, con il 30,05 per cento. A Perpignan, suo capoluogo, è nettamente al di sotto, con il 25,86 per cento. La disparità centro-periferia è uguale  e contraria per Emmanuel Macron, che anche nei dipartimenti dove raggiunge i suoi migliori risultati, in Gironda, arriva al 26,1 per cento mentre nel capoluogo fa nettamente meglio, con il 31,26 per cento a Bordeaux.

Mappa 2.png

 

Mappa 3

Quest’altro grafico vi aiuta a capire ancora meglio la differenza tra le varie città e le campagne o periferie per ogni candidato. La frattura ricorda sicuramente Brexit (a Londra il remain ha nettamente prevalso) o il fenomeno Trump-Clinton (a Manhattan Hillary Clinton ha raggiunto l’86 per cento). Ciò vuol dire che il paese ha bisogno di una presidenza che cerchi di riconciliare le varie anime che non si parlano, non si conoscono. So che questo può apparire banale, che sono stati scritti centinaia di reportage sulla lontananza tra centro e periferia, eppure è bene avere in testa queste mappe per capire, visivamente, che la spaccatura non è solo astratta ma reale, si vede e si tocca anche se non siete mai stati in Francia. Se poi applichiamo questi risultati elettorali ai 577 collegi in cui viene divisa la nazione per le elezioni legislative di giugno, capite che il nuovo presidente avrà di fronte mesi piuttosto complicati.

Il personaggio della settimana

Florian Philippot è il vero regista dell’alleanza tra Marine Le Pen e Nicolas Dupont-Aignan. Teorico della dédiabolisation, Philippot ha più volte ripetuto durante la campagna elettorale che il leader di Debout la France è un alleato naturale del Front National, e l’accordo è senza dubbio un successo della sua linea politica e della sua strategia di normalizzazione.

Domenica prossima si vota. Quindi vi arriveranno due newsletter, una venerdì, per fare il punto della situazione e una lunedì, per commentare il risultato.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentunesima settimana: Macron/Le Pen al ballottaggio

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Risultati

È il febbraio del 2016, Emmanuel Macron è il giovane e brillante ministro dell’economia di François Hollande, unico volto popolare in un governo al capolinea e in conflitto continuo con la società francese. Il giovane ministro è ambizioso e comprende che esiste un vuoto politico da colmare: la Francia è pronta per un grande cambiamento, per una nuova avventura politica al di fuori delle logiche dei due principali partiti, stanchi e sfibrati da anni di faide interne. Così Macron inizia discretamente a organizzare incontri con politologi e sondaggisti: vuole valutare quanto una sua candidatura alle presidenziali sia praticabile.

In quel febbraio è ricevuto da molti esperti, come mi ha raccontato uno di loro, tutti con la medesima lista di “motivi per cui è impossibile farcela”, motivi che chi segue questa newsletter da un po’ conosce bene: mai eletto, senza partito, senza esperienza, senza soldi, rappresentante di una posizione politica, quella centrista, mai stata maggioranza nel paese. Alla lista a lui opposta Macron esclama, quasi sorpreso: “sì, ma tutte queste cose le sapevo già!”, e allo stupore del politologo di turno replica subito, con un lampo di follia nello sguardo “mais c’est le moment”, è il momento, o lo faccio adesso o non lo faccio più, il 2022 è troppo lontano. C’est le moment per fondare un partito nuovo, candidarsi in autonomia e conquistare l’Eliseo contro ogni pronostico e contro ogni ragionevolezza.

La scommessa era ardita, perfino incosciente per un trentottenne ai primi passi in politica, all’inizio di una promettente carriera vista la capacità di tessere relazioni, il brillante percorso nel settore privato, la notorietà acquisita grazie ai ruoli pubblici. La scommessa era già stata persa da François Bayrou, oggi al suo fianco, che nel 2007 aveva dato l’impressione di poter spezzare il bipolarismo socialisti-gollisti ma alla fine si era dovuto arrendere ad un ottimo quanto inutile 18,5 per cento; la scommessa era cominciata senza grande clamore nell’aprile del 2016 in una piccola sala con 500 persone ad Amiens, la sua città natale, una sorta di riunione di famiglia, con gli amici di sempre, qualche compagno di scuola, qualche curioso per “il figlio dei Macron che oggi è ministro e domani chissà”, e oggi continua a Porte de Versailles, con 1000 giornalisti accreditati, migliaia di persone in festa, gli occhi del mondo su di lui. La scommessa è stata vinta, EM, Emmanuel Macron, En Marche! è al secondo turno, è favorito, può vincere, può conquistare l’Eliseo dopo aver rotto tutte le regole della quinta repubblica tranne, forse, una: la presidenziale è l’incontro di un uomo con il popolo, non un affare tra partiti. Non esiste elezione più verticale di questa, Macron l’ha interpretata alla perfezione.

Sullo sfondo, il disastro dei socialisti, al 6,3 per cento, pericolosamente vicini al “piccolo candidato” Nicolas Dupont-Aignan che sfiora il 5 per cento, e il naufragio dei repubblicani, traghettati verso la disfatta da François Fillon e vicini all’implosione, stretti come sono tra l’estrema destra di Marine Le Pen e il “grand rassemblement” che animerà Emmanuel Macron per governare. E, infine: siamo sicuri che le primarie siano una buona idea?

(Dei tanti punti deboli di Macron ne parliamo domenica, ché qui non c’è spazio!)

Marine Le Pen è nella storia

Forse non vincerà Marine Le Pen, forse è vero che, come ha spiegato Brice Teinturier, è matematicamente e politicamente impossibile che il Front national vinca le elezioni il 7 maggio. Eppure Marine, la candidata della rose bleue, è l’altra grande trionfatrice di questo primo turno incerto e imprevedibile. Ieri sera si è chiusa la prima fase di un cammino cominciato nel 2011, l’anno zero del frontismo depurato, della dédiabolisation: lo sdoganamento è compiuto, un fatto epocale come il Front national al ballottaggio è derubricato a non-notizia, nessun grande giornale titola con sorpresa tranne l’Humanité, il duello con Marine Le Pen è un fatto, scontato. Marine Le Pen è legittimamente all’interno del sistema politico francese, detta i temi del dibattito, si appoggia sull’altra rivoluzione, quella macronista, antagonista perfetta per caratterizzare il suo progetto.

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La candidata del Front national ha partecipato ai dibattiti tv senza che nessuno sottolineasse la sua estraneità ai valori comuni della République; ha reso ineluttabile e quasi normale essere lì, a giocarsi il ballottaggio per la carica che fu di de Gaulle, Giscard d’Estaing e Pompidou; può sorridere vedendo la debolezza del barrage repubblicano cui volta le spalle Jean-Luc Mélenchon, che non dichiara il proprio voto mettendo sullo stesso piano il Front national e En Marche!, lo stesso Mélenchon che dopo il disastro del Partito Socialista di Lionel Jospin e l’arrivo di Jean Marie Le Pen al ballottaggio nel 2002, chiese di votare per Chirac, andò in depressione e smise di fumare; lui che di pacchetti al giorno ne consumava non uno, non due, ma tre.

È per questo che ieri, nel feudo di Hénin-Beaumont, i frontisti festeggiavano come se avessero vinto nonostante i risultati non eccezionali che vedono un sostanziale arretramento rispetto alle regionali 2015, quando il partito arrivò al 27 per cento sulla scia di una dinamica elettorale senza precedenti. Si festeggia la legittimità, la capacità di essere stati al centro del dibattito, di averlo a tratti dettato, di aver, tra le altre cose, preteso e ottenuto che venisse rimossa la bandiera europea dallo sfondo dell’intervista “istituzionale” di Marine Le Pen a TF1. L’ambizione, nemmeno troppo nascosta, è prendere il posto della destra tradizionale; è diventare la nuova destra, nazionalista e sociale, che può avere come punto di riferimento il nume tutelare di quella quinta repubblica che ieri sera è crollata senza appello: de Gaulle, il generale sempre presente nei discorsi di Marine, e presente anche ieri nel suo commento a caldo dei risultati.

Il secondo turno resta per il Fronte una prova molto difficile, come alle regionali del 2015, quando arrivò in testa al primo turno in moltissime regioni, ma perse tutti i ballottaggi. Arrivarci rincorrendo, con una dinamica in flessione, rende il tutto ancor più complicato. Per vincere ha una sola strada: rendere il ballottaggio un referendum anti-establishment. La regola delle elezioni a due turni in Francia è la seguente: al primo turno si sceglie, al secondo si elimina. Questo ha voluto dire l’eliminazione costante del Front national, al secondo turno sempre penalizzato dal famoso barrage repubblicano, la coalizione di tutti i partiti contro il mostro lepenista. L’occasione, per Marine Le Pen, è presentare Macron come la quintessenza di quel sistema che una parte dei francesi vuole abbattere. Popolo contro élite, piccolo agricoltore contro banchiere, globalizzazione contro Francia, questa è l’unica strada che può tentare Marine Le Pen. Ne parleremo meglio, anche e soprattutto dopo i dibattiti televisivi che si terranno in queste due settimane. Dibattiti che, en passant, Jacques Chirac e Jean Marie Le Pen non animarono mai, perché nel 2002 con il Front national non si discuteva, perché non si legittima ciò che non si riconosce: “non si può accettare la banalizzazione dell’intolleranza e dell’odio”.

Veniamo ai numeri

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Queste sono le mappe (elaborate dal Point) divise per dipartimento che confrontano i risultati del 2012 con quelli del 2017. Come potete notare c’è una sostanziale sovrapposizione del risultato di Hollande con quello di Macron e di Sarkozy con quello di Marine Le Pen con la rilevante eccezione del nord est, dove il Front national è agilmente sopra il 30 per cento. In questo contesto è interessante il voto di Parigi che, come vedete, ha premiato Macron ed ha visto l’arretramento di Marine Le Pen, che addirittura fa peggio del 2012.

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Pazzesca la percentuale identica Hollande/Macron

I primi studi sulla sociologia del voto (la referenza è il sondaggio Ipsos) confermano la differenza marcata tra gli elettorati dei due candidati che si affronteranno al ballottaggio. Emmanuel Macron è il candidato degli ottimisti, di chi ha vinto la sfida della globalizzazione, di chi è più agiato e vive nelle grandi città; Marine Le Pen risponde invece alla Francia che è rimasta indietro e chiede protezione, ha un livello di reddito e di istruzione meno elevato, è pessimista su quanto succederà domani.

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La domanda vuol dire, letteralmente, “come ve la passate con ciò che guadagnate?” Come vedete il 43 per cento di chi arriva a fine mese “difficilmente”, ha votato Marine Le Pen, il 32 per cento di chi arriva a fine mese “facilmente”, ha votato per Emmanuel Macron. Una spaccatura netta e profonda.

grafico 2

La domanda è “rispetto alla vostra generazione, come credete che vivranno le giovani generazioni future?” Anche qui c’è una grande spaccatura tra chi pensa che le cose andranno meglio e vota per Macron, 35 per cento, e chi pensa che invece andranno peggio e vota per Marine Le Pen, 25 per cento.

grafico 3

In questo ultimo grafico potete vedere il voto per categoria. Marine Le Pen fa il pieno tra gli operai, 37 per cento, e gli impiegati, 32 per cento, mentre Macron è il più votato tra i quadri, 33 per cento, e nelle professioni intermedie, 26 per cento.

-Breve punto della situazione alle 9.30, ora in cui invio la newsletter, i candidati sconfitti si sono espressi così: Fillon, Hamon e Arthaud voteranno e faranno votare per Macron, Poutou, Mélenchon e Dupont-Aignan non si sono espressi.

Fatemi chiudere con una considerazione personale. Se sono riuscito a raccontarvi queste elezioni in modo utile è perché ho studiato moltissimo, ho letto, chiesto pareri, ascoltato conferenze su youtube, guardato talk show e interviste senza smettere mai. Ma soprattutto ho parlato con le persone, ho ascoltato le loro paure e le loro aspirazioni, le loro ossessioni e le loro speranze; ho litigato con parecchi militanti, qualche addetto stampa un po’ stronzo, con i ritardi della SNCF e i miei, ché sono una frana con le scadenze; ho preso i fischi a quasi ogni comizio di Fillon e Le Pen, con candidato e sostenitori che urlavano contro la “stampa di regime”. In tutto ciò, ma lo sapete e lo avete capito, mi sono divertito moltissimo.

Insomma, se questa newsletter ha avuto un piccolo successo è perché mi ha consentito di fare quello che i giornali tradizionali non fanno più e non fanno fare ai loro corrispondenti, alcuni bravissimi e sprecati. In quasi tutti i comizi dove sono andato (ne ho contati ventisei, da gennaio ad oggi) ero l’unico italiano, stessa cosa alle conferenze stampa, alle riunioni pubbliche dei militanti. In televisione a parlare di Francia ci sono persone che hanno messo piede solo al Marais (magari dieci anni fa) e utilizzano ciò che sta accadendo qui per parlare di Italia, del tweet di Salvini sull’attentato e #ForzaMarine, di Renzi che copia En Marche! e fa In Cammino. Succede perché è sempre stato così, nessuno si è mai posto il problema e se nessuno lo pone il dibattito resta noioso e inutile così com’è. Mi pare giusto che questa piccola comunità di 1324 persone cominci a porselo e ad essere più esigente con chi fa informazione così come lo è, giustamente, con me, che la settimana scorsa ho sbagliato a scrivere de Villepin e sono stato, giustamente, redarguito. So che sono iscritti parecchi direttori di giornali, radio e tv: il problema ponetevelo anche voi.

Infine il tweet geniale della serata, con i sondaggi che ci hanno preso al millimetro. A Gabriele, che cura una newsletter sulla politica inglese (e iscrivetevi no? Che tra due mesi si vota!), è venuta l’idea geniale di usare l’hashtag #maratonamaselli per la serata di ieri. Siamo finiti in Trend Topic, quindi grazie davvero a tutti!

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Ah, ultima cosa: il 28 aprile esce il nuovo numero di IL-Idee e lifestyle del Sole 24 Ore. Ci trovate anche un mio pezzo, ci vediamo in edicola!

Per oggi è tutto, noi ci vediamo mercoledì a Torino al circolo dei lettori con Lorenzo Pregliasco di Youtrend, giovedì a Milano alle 18.30 alla libreria Temporibus Illis con Lia Quartapelle e Giuliano da Empoli, venerdì a Roma alle 17 al LOFT della Luiss con Simone Massi.

La newsletter torna, come sempre, domenica!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, edizione straordinaria: il terrorismo a tre giorni dal voto

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Di cosa parliamo oggi?

1-Ieri sera un poliziotto è stato ucciso in un attentato terroristico a Parigi. Cos’è successo e che impatto ha sulla campagna presidenziale?

2-“La Francia si è spostato a destra” è una frase ricorrente nelle conversazioni parigine. Eppure dai sondaggi non sembra, dove sono finiti gli elettori di destra francesi?

1-L’attentato di Parigi

I fatti

Ieri sera alle 21.00 un uomo armato con un fucile automatico è sceso dalla sua auto in Avenue des Champs-Élysées e ha aperto il fuoco verso una camionetta della polizia, uccidendo un agente e ferendone un altro. L’uomo ha provato a continuare l’attacco dirigendosi verso gli altri agenti presenti sul posto ma è stato abbattuto prima che potesse uccidere ancora. Il bilancio totale dell’attacco è di un poliziotto morto, due altri agenti in gravi condizioni oltre ad una turista lievemente ferita. Il procuratore di Parigi François Molins ha confermato che l’identità dell’attentatore è stata verificata ma non l’ha rivelata alla stampa, visto che sono in corso delle indagini per capire se l’attentatore avesse dei complici. Era stato emanato un mandato d’arresto per un presunto complice che però si è immediatamente presentato al commissariato di Anversa in Belgio. Non è chiaro se per costituirsi o per spiegare di essere totalmente estraneo all’attentato.

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L’infografica è stata realizzata da Sud-Ouest

Lo Stato Islamico ha subito rivendicato l’attacco che avviene in un momento di fortissima tensione e allerta terroristica. Il week end scorso i candidati erano stati avvertiti dal ministero dell’interno su una minaccia precisa verso la loro persona e la loro campagna, e le misure di sicurezza erano state aumentate (Fillon ha dodici agenti di scorta e il livello del protocollo della sua protezione è 2, in una scala da 1 a 4, dove 1 è il livello massimo). Martedì sono stati arrestati due sospetti terroristi a Marsiglia, e nel loro appartamento sono state trovate delle foto dei vari candidati, dei comunicati inneggianti alla “legge del taglione” in riferimento ai bombardamenti occidentali in Siria e 3 kg di esplosivo.

Il Figaro riporta che il sospetto sarebbe Karim C. un uomo francese di 39 anni residente nel dipartimento di Senna e Marna già conosciuto sia ai servizi segreti che alla polizia. Nel 2001 ha ferito due agenti a seguito di un inseguimento a bordo di un’auto rubata, una volta in commissariato ha attirato un terzo agente nella sua cella, l’ha disarmato e gli ha sparato ferendolo gravemente, prima di essere bloccato e neutralizzato. L’uomo era considerato “estremamente pericoloso e violento” dai servizi ed aveva un lungo passato giudiziario: condannato nel 2005 a 15 anni di carcere per tentato omicidio, era in libertà dal 2015, ma controllato dai servizi antiterrorismo dal dicembre scorso per alcune minacce alla polizia.  Secondo le informazioni del Monde Karim C. non sarebbe però un “fiché S” la schedatura del ministero dell’interno riservata agli individui particolarmente pericolosi per la sicurezza pubblica (che, nel caso in cui non fossero francesi o binazionali Marine Le Pen vorrebbe immediatamente espellere dal territorio francese).

La polizia come bersaglio

Il luogo dov’è avvenuto l’attacco è uno dei più turistici della città, ed uno dei più controllati dalla polizia. Nelle immediate vicinanze della grande avenue si trovano l’Eliseo, il ministero dell’interno e il commissariato del quartiere; in più è un luogo dove le misure di ordine pubblico sono rinforzate a causa della presenza di musei e negozi a grande afflusso di persone. Se l’attentatore avesse voluto compiere una strage come quella del novembre 2015 avrebbe potuto direttamente puntare verso una delle tante code che si formano ai negozi o uno degli affollati bistrot che si trovano lungo la strada. La scelta di attaccare la polizia è quindi deliberata, l’uomo si è semplicemente diretto in uno dei posti dove poteva trovare più bersagli di questo tipo.

Questo atteggiamento diverso era già stato sottolineato in occasione degli attacchi al Louvre, dov’era stato ferito un poliziotto, e ad Orly, dove una poliziotta era stata quasi disarmata da un attentatore prima che questi venisse neutralizzato dai colleghi della pattuglia. Le forze dell’ordine francesi devono non solo proteggere le persone ma anche proteggere sé stessi: è un tipo di terrorismo diverso da quello a cui siamo tristemente abituati in Francia e rende il lavoro delle forze dell’ordine più difficile e più stressante. Va tra l’altro sottolineata la professionalità degli agenti di polizia costretti ad aprire il fuoco verso l’attentatore in un ambiente molto frequentato.

A chi giova?

Non lo sappiamo, e chi scrive o sostiene il contrario mente. Quello che è certo è che la lotta al terrorismo non è stata al centro del dibattito di queste presidenziali, nemmeno in occasione delle due aggressioni citate prima. I candidati si sono concentrati sul rapporto con l’Europa, la disoccupazione, la politica estera, oltre che, come sapete bene, sui vari scandali che hanno segnato la campagna elettorale. Il terrorismo è stato oggetto di discussione molto più durante le primarie della destra che durante questi ultimi due mesi di colpi di scena, ologrammi e dibattiti televisivi inediti.

Possiamo però essere certi che il terrorismo segnerà le due settimane che ci separano dal secondo turno, essendo tornato prepotentemente al centro delle preoccupazioni dei francesi e dei candidati. Per ora ha già avuto un impatto notevole sulla logistica della campagna: François Fillon, Marine Le Pen e Emmanuel Macron hanno annullato i loro impegni pubblici previsti per oggi e hanno organizzato una conferenza stampa sull’argomento ai loro rispettivi comitati elettorali.

2-L’elettorato di destra esiste, è maggioritario e esita

Torniamo alla politica, per quanto sia complicato parlarne dopo quello che è successo. La situazione di incertezza è cosa abbastanza nota, ma è utile tenerla ben presente. Come potete vedere dal prossimo grafico sono quattro i candidati in grado di accedere al secondo turno, per quanto Emmanuel Macron conservi un relativo vantaggio e pare abbia consolidato il suo elettorato.

Sondaggio 1

 

Guardate invece i soliti dati sull’indecisione

Sondaggio 2

Ragioniamo però sull’elettorato di destra. In una puntata recente mi ero chiesto dove fosse finito l’elettorato che aveva scelto Nicolas Sarkozy nel 2012, sottolineando come François Fillon convinceva troppo poco il suo elettorato naturale per poter sperare di arrivare al secondo turno. Sono state scritte moltissime analisi su quanto la società francese si sia spostata a destra negli ultimi anni. Questa chiave di lettura non è solo data da intellettuali e editorialisti dei principali media francesi, ma anche dai politici stessi che impostano le loro campagne elettorali di conseguenza.

Nicolas Sarkozy nel 2012 ha recuperato uno svantaggio di quasi dieci punti nei confronti del suo avversario in poco meno di un mese perdendo le elezioni di poco più di un punto percentuale, proprio spostando molto a destra la sua campagna; per affrontare le primarie François Fillon è partito dalla stessa analisi della società per proporre un programma molto liberale in economia ma soprattutto durissimo sulle questioni di società e sicurezza. Il suo libro “vincere il totalitarismo islamista” è stato uno dei tasselli che gli hanno permesso di vincere la competizione interna al suo partito, e il fatto che in questa fase della campagna elettorale il terrorismo sia finito in secondo piano l’ha sicuramente penalizzato.

Il ragionamento è coerente anche e soprattutto se consideriamo i risultati delle elezioni “intermedie” che si sono svolte durante la presidenza Hollande. Se si sommano i voti dell’UMP poi LR (la destra gollista) a quelli del Front national ci si accorge che la Francia era molto più a destra di quanto sembri trasparire dagli ultimi sondaggi. Alle europee del 2014 l’UMP raccolse il 20,8 per cento e il FN il 24,8 per cento. In quel caso il centro, oggi in gran parte alleato della destra, si presentò da solo, raccogliendo il 9,9 per cento; alle dipartimentali del marzo 2015 l’unione della destra e dei centristi prese il 36 per cento, il Front national il 25 per cento; alle regionali del dicembre 2015 la destra gollista alleata con l’UDI (la coalizione attuale) e Modem arrivò al 31 per cento e il Front national al 27 per cento. In tutti questi casi la percentuale dei voti espressi al primo turno è  stata superiore al 50 per cento, nel 2015 addirittura intorno al 60 per cento.

Alla destra mancano quindi milioni di elettori che non si sono semplicemente volatilizzati ma sono dispersi. Alcuni hanno scelto senza dubbio Emmanuel Macron, ma altri sono con ogni probabilità tentati dall’astensione o non hanno ancora definito la propria scelta. Non possiamo escludere che Fillon riesca a convincerli, e che il popolo di destra scelga per il suo candidato naturale: non lo amano, li ha delusi, ha condotto una campagna sopra le righe e lontana dall’immagine proba che aveva costruito, ma resta il candidato più solido in un momento di grande sbandamento del paese.

François Fillon ha perso il suo più grande e gradito avversario: François Hollande. In genere le campagne presidenziali si costruiscono intorno al bilancio del presidente uscente, perché è su questo che si misurano il progetto di continuità e quello di rottura. Il candidato dei repubblicani non ha potuto strutturare la sua campagna in questo senso, ha avuto difficoltà a trovare un avversario privilegiato (anzi è stato schiacciato dal dualismo globalizzazione/chiusura rappresentato da Macron e Le Pen) e ha passato mesi a difendersi in maniera scomposta dagli scandali e dagli attacchi della stampa.
Nei momenti più difficili però François Fillon ha mostrato una resistenza e una caparbietà fuori dal comune, prima pretendendo e ottenendo che la sua candidatura venisse mantenuta e poi riuscendo a restare a galla nei sondaggi. Il repubblicano non è mai sceso al di sotto del 17 per cento, e ciò indica che il cuore del suo elettorato è rimasto fedele, tanta è la voglia di riprendere il potere dopo cinque anni di odiato hollandismo. Resta da capire quanto questa voglia di rivalsa spinga le persone ai seggi domenica. Fillon ha dimostrato di aver capito cosa sta succedendo, visto il tono di uno dei suoi ultimi appelli: “non chiedo di essere amato ma di essere sostenuto. Non si elegge un presidente per amarlo, ma perché risponda ai problemi dei francesi. All’elezione si sceglie un capo di Stato, un comandante dell’esercito, un presidente che mantenga i suoi impegni, non si sceglie un amico”. Insomma gli elettori esistono, bisogna capire se il candidato è, nonostante tutto, quello giusto. E se poi la vera destra apparisse quella di Marine Le Pen?

Momento pubblicità: in settimana sono in Italia per un piccolo tour, mercoledì a Torino al circolo dei lettori con Lorenzo Pregliasco di Youtrend, giovedì a Milano alle 18.30 alla libreria Temporibus Illis con Lia Quartapelle e Giuliano da Empoli, venerdì a Roma alle 17 al LOFT della Luiss con Simone Massi. Infine il sito “Il caffè geopolitico” mi ha intervistato sulle presidenziali francesi.

Il personaggio della settimana

Dominique de Villepin è stato ministro degli esteri, dell’interno e primo ministro durante la seconda presidenza di Jacques Chirac dal 2005 al 2007. È molto famoso in Francia anche per aver tenuto il discorso alle Nazioni Unite con cui ha annunciato la decisione del suo paese di non partecipare alla guerra in Iraq. Ieri sera ha annunciato il suo sostegno ad Emmanuel Macron che, a più riprese, aveva dichiarato alla stampa la sua stima e la sua considerazione per l’ex primo ministro.

Consigli di lettura

Una lunga e dettagliata analisi di Youtrend per agi.it su cosa dicono i sondaggi e come vanno interpretati, anche alla luce della demografia;

-Il programma di Macron analizzato da Andrea Goldstein per Lavoce.info

-Marine Le Pen ha avuto un relativo crollo nelle intenzioni di voto, e secondo il politologo e sondaggista Brice Teinturier (che ormai chi è iscritto alla mia newsletter conosce bene) bisogna smetterla di dire che “tutto è possibile” perché “Marine Le Pen non sarà presidente”;

Settimana scorsa ho scritto che Lille è una piccola città del nord-ovest, ma è al nord-est. Scusate la distrazione!

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Qui le puntate precedenti.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentesima settimana: viva le campagne elettorali!

Ventinovesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Quattro candidati possono qualificarsi al ballottaggio. La situazione è inedita e difficilmente prevedibile. Come ci siamo arrivati?

2-Jean-Luc Mélenchon continua a recuperare nei sondaggi. Cosa rappresenta il candidato della France Insoumise?

1-Viva le campagne elettorali!

Questa newsletter, che con grande fantasia ho battezzato Présidentielle2017, è cominciata il 25 settembre 2016. Se mi avessero detto che avrei assistito in prima persona ad una delle campagne elettorali più strane e imprevedibili della quinta repubblica francese ci avrei creduto, perché le premesse per un’elezione diversa dalle altre c’erano tutte. Ma che arrivassimo al punto in cui siamo oggi, con quattro candidati in pochissimi punti a una settimana dal voto era impensabile. Guardate questo sondaggio e per una volta ignorate i numeri, ma fate attenzione ai nomi.

Sondaggio 1

La situazione attuale è invece questa

Sondaggio 2

Il sondaggio è stato condotto dall’istituto Ipsos

Sono scomparsi due ex presidenti della repubblica (Hollande e Sarkozy) e due ex primi ministri (Juppé e Valls, che non era inserito in questo sondaggio ma iniziava ad apparire in alcune simulazioni). I candidati dei due principali partiti, Benoît Hamon e François Fillon, non figuravano nemmeno tra i possibili nomi in corsa.

Ci sono due insegnamenti che possiamo trarre da queste istantanee. Il primo è che il sistema politico che ha retto il paese dal 1958 ad oggi è completamente saltato. Tra i quattro candidati che possono aspirare alla qualificazione al ballottaggio solo uno, François Fillon, è il leader di un partito tradizionale, che tra l’altro ha scalato da outsider; Marine Le Pen rappresenta il partito erede del governo collaborazionista di Vichy, quel Front national considerato fino a pochi anni fa una vergogna nazionale; Emmanuel Macron è un giovane funzionario di 39 anni, ex banchiere, che ha fondato un movimento politico un anno fa con l’esplicito proposito di andare oltre le divisioni tradizionali destra-sinistra; Jean-Luc Mélenchon è il candidato della sinistra radicale, un politico di lungo corso che ha lasciato il partito socialista dopo anni di cocenti e umilianti sconfitte ai congressi interni.

Forse non cambierà il sistema istituzionale con cui funziona la Francia, avremo ancora un Presidente della Repubblica eletto a suffragio universale e un Parlamento eletto con un maggioritario a doppio turno, ma il sistema dei partiti che vedremo affermarsi dopo il 7 maggio sarà completamente diverso. È fisiologico che gli attori politici cambino e le esperienze ideologiche arrivino ad una conclusione: probabilmente è questo che ho raccontato e visto in questi mesi, insieme a voi che come me vi siete divertiti, siete stati sorpresi dagli scandali e dai colpi di scena, e ora siete curiosi di capire come va a finire.

Sullo sfondo François Hollande, un presidente talmente impopolare da suscitare non odio, non rabbia ma indifferenza e talvolta ironia. François Hollande, primo Presidente della Repubblica a non poter difendere il suo mandato, distrutto dalla sua vanità e dalla sua incapacità di farsi comprendere dai francesi. François Hollande, che continua a dare interviste ai giornali commentando serenamente l’attualità politica come fosse un editorialista, giudicando i vari candidati e lasciando intendere qual è la sua preferenza: Emmanuel Macron, autore di una scommessa politica “coraggiosa” e dopotutto “in continuità” con la sua presidenza. François Hollande, il Capo dello Stato più impopolare della storia che ha concluso il suo mandato, ironia della sorte in una campagna segnata dagli scandali, senza essere toccato nemmeno da un’inchiesta o da un sospetto.

L’altro insegnamento, tale per la tendenza a considerare i sondaggi come degli oracoli, è che le campagne elettorali servono a modificare le preferenze dei cittadini, a imporre temi all’opinione pubblica. Il modo in cui sono gestiti i mesi precedenti allo scrutinio può far vincere o perdere un’elezione. Affrontare una campagna presidenziale è un esercizio lungo ed estenuante dove nulla è acquisito: ogni voto va conquistato e poi difeso. Esistono favoriti, non esistono vincitori designati. Sono molte le analisi sulla “società liquida”, sui punti di riferimento sempre meno validi e sulle fluttuazioni delle nostre preferenze. Le curve dei sondaggi degli ultimi due mesi ne sono una dimostrazione empirica.

Sondaggio 3

2-Cosa rappresenta il candidato della France Insoumise

Mercoledì sono andato a Lille, una piccola città del nord-est vicina al confine belga, dove ha tenuto un grande comizio Jean-Luc Mélenchon. Nella grandissima sala allestita dagli organizzatori c’erano dodicimila sedie, tutte occupate, più un migliaio di persone rimaste in piedi. Come d’abitudine ai meeting di Mélenchon in molti sono rimasti all’aperto a seguire il comizio sul maxischermo (al freddo e al vento, tra l’altro), perché non c’erano più posti all’interno, a dimostrazione di quanto il leader della France Insoumise susciti curiosità. Anche a Strasburgo, in un altro comizio che sono andato a seguire a febbraio, non tutti riuscirono a entrare ma non c’erano maxischermi. Risultato? Mélenchon parlò per un’ora da un piccolo palco di fortuna allestito nella piazza riempita dai suoi sostenitori, prima di entrare e parlare a chi lo aspettava in sala per altre due ore e mezza. Una maratona di tre ore e mezza.

Foto 1

Ecco il Maxischermo

Andare ad un comizio di Mélenchon è molto interessante e istruttivo.  La prima cosa che ho notato è la partecipazione: ci sono sempre più persone di quanto i palazzetti ne possano contenere, all’entrata i militanti della galassia che compone il cartello della sinistra distribuiscono giornali, libri e il programma del candidato. Sono tutte situazioni che agli incontri degli altri candidati si presentano molto meno, o per nulla. Durante il discorso sono tutti attentissimi, in silenzio: il leader parla per due ore di fila, senza mai fermarsi, con un foglietto dove ha scritto la scaletta che guarda di tanto in tanto,   giusto per ricordare quali sono gli argomenti che dovrà trattare. Per intenderci, Marine Le Pen e François Fillon salgono sul palco con il discorso e leggono quanto devono dire, alzando di tanto in tanto la testa per guardare l’uditorio.

La seconda cosa che ho notato mercoledì è la sorpresa. Quando andavo ai comizi di Mélenchon a febbraio trovavo un popolo di convinti, di persone che hanno sempre votato sinistra radicale e come al solito orgogliosamente rassegnate alla testimonianza. Adesso invece si respira entusiasmo, quasi incredulità: “La rivoluzione la possiamo fare davvero, nessuno ci credeva, nemmeno io che seguo la campagna da ottobre” mi ha spiegato una ragazza che lavora nello staff. E poi, sintomo della grande dinamica positiva che sta caratterizzando la campagna di Mélenchon, si incontrano i curiosi, gli indecisi.

Persone che fino a poche settimane fa non avevano nemmeno letto il programma della France Insoumise “tanto non ce la farà mai”, ora partecipano ai comizi per capire meglio cosa propone un candidato che dopotutto potrebbero votare, perché “Hamon ormai è fuori dai giochi” e Macron poteva piacere ma “Mélenchon è davvero di sinistra, e a questo punto perché non dargli una possibilità”.  Non si incontrano solo simpatizzanti di sinistra però, ma anche qualcuno che potrebbe votare Marine Le Pen, una cosa che ho trovato abbastanza sorprendente in un ambiente che a prima vista sembrava molto di sinistra.

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Il palco è sotto quel cubo che vedete al centro con gli schermi

La conversazione che ho avuto con Didier, commerciante di Lille, è stata rivelatrice su quanto spesso diamo per scontato le idee di chi abbiamo di fronte. Spesso chiedo alle persone che incontro cosa voterebbero al secondo turno; l’ho fatto anche stavolta, ma presupponendo l’avversione al Front national del mio interlocutore, chiedendo quindi “al ballottaggio andrà a votare contro il Front national o si asterrà?”. L’intervistato, venuto al comizio da solo, prima di rispondere si è guardato intorno, come impaurito che qualcuno potesse sentirlo, e poi ha detto: “guardi che al secondo turno voterei Mélenchon o Marine Le Pen. Il sistema non funziona più, voterò per chi promette di farlo saltare”.

Mélenchon rappresenta un fenomeno strano. Ha 65 anni, è in politica da quando ne ha 17, è stato ministro, funzionario di partito e leader della minoranza socialista per decenni. Non è un personaggio nuovo anzi, per certi versi potremmo definirlo “arcaico”. Eppure è riuscito a presentarsi come una vera novità, come qualcuno in grado di “sortir les sortants”, mandare a casa chi ha gestito il potere fino ad oggi. Oltre al successo nei dibattiti di cui abbiamo parlato nelle scorse puntate, Mélenchon ha dimostrato di essere molto a suo agio con le nuove tecnologie, oltre ad avere un’équipe di campagna innovativa e a tratti geniale: il 5 febbraio ha parlato da Lione e in contemporanea è apparso, in ologramma, a Parigi.

 

L’idea ha riscosso un successo notevole, tanto che per martedì prossimo sono previsti 6 “meeting in ologramma”: Mélenchon sarà quindi a Digione, di persona, e contemporaneamente a Nantes, Clermont-Ferrand, Grenoble, Nancy, Port à la Reunion e Montpellier.

Ha avuto poi la capacità di portare al centro del dibattito pubblico idee talmente superate o trascurate da apparire nuove, anche se nuove non sono. Ciò che propone Mélenchon non è rivoluzionario o utopista come il reddito universale di esistenza proposto da Benoît Hamon, è pienamente nella tradizione della “gauche de la gauche”, finora minoritaria nel paese ma sempre esistita. Nel suo programma, l’Avenir en Commun, si leggono proposte come il divieto di licenziamenti collettivi per motivi economici, l’uscita totale dall’energia nucleare, una tassa del 100 per cento sopra una determinata soglia di reddito, il ritorno della pensione a sessant’anni.

C’è infine il punto sull’Europa: Mélenchon propone di riscrivere tutti i trattati europei per chiudere definitivamente la stagione dell’austerità, eliminare l’indipendenza della BCE in modo da poter svalutare l’euro rispetto al dollaro. Se non dovesse esserci accordo sui nuovi trattati il candidato della France Insoumise ha pronto il piano b, ciò che non aveva Alexis Tsipras e che ha portato al fallimento le sue trattative con l’Europa: l’uscita unilaterale dopo un referendum. Secondo Mélenchon è questa minaccia, unita al peso politico della Francia all’interno dell’Unione, che renderà credibile la sua proposta di riforma, che altrimenti non verrebbe presa sul serio.

Il personaggio della settimana

Foto 3

Nessun politico ha attirato la mia attenzione, per cui questa settimana vi segnalo Anne Nivat, giornalista freelance spesso inviata in zone di guerra (è stata in Cecenia, Iraq e Afghanistan). Nivat ha fatto un lungo viaggio in Francia cercando di capire com’è cambiata la vita quotidiana nei centri più piccoli, raccogliendo le interviste e le sue impressioni nel libro “Dans quelle France on vit”, in che Francia viviamo, uscito da poco. Se capite il francese consiglio di comprarlo perché spiega molto bene un paese che crediamo di conoscere e che invece spesso ignoriamo completamente.

Consigli di lettura

Un’interessante analisi del JDD sulle motivazioni di chi vota Front national. Secondo il settimanale si tratta ancora di un voto di “collera”;

-Secondo Contrepoints, il programma di Mélenchon è “un’aberrazione”. Hector Allain ha raccolto dieci punti particolarmente significativi, dal suo punto di vista.

-François Hollande ha rilasciato una lunga “intervista testamento” al Point in cui ha implicitamente detto che voterà per Macron. Secondo il Figaro il leader di En Marche! deve stare molto attento alle attenzioni del presidente, che porta un bilancio incoerente.

Per oggi è tutto, ma non ci sentiremo domenica prossima ché si vota. Come durante le primarie vi arriveranno due newsletter, una venerdì, per fare il punto della situazione e una lunedì, per commentare il risultato.

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