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La giustizia ingiusta del Movimento 5 Stelle

Stamattina, a Omnibus, il senatore M5S Nicola Morra ha detto che la prescrizione è “l’abdicare dello Stato alla sua funzione principale, che è fare giustizia”. Temo proprio che su “fare giustizia” non ci intendiamo, e qui sta la natura giustizialista e giacobina del Movimento 5 Stelle.
 
La prescrizione non è un istituto a favore del criminale di turno. Ha la sua ragion d’essere per alcuni motivi: dopo un certo numero di anni è più complesso stabilire con certezza i fatti, i protagonisti e i testimoni possono ricordare in modo meno nitido; le prove materiali possono andare distrutte; l’imputato potrebbe aver cambiato completamente vita, natura, personalità; lo Stato non ha più interesse a mobilitare risorse per regolare dissidi che, si presume, non turbino più la pace sociale; infine è una sorta di sanzione per lo Stato, rimasto troppo a lungo inerte: non puoi risolvere il problema della lunghezza dei processi allungando all’infinito i tempi della prescrizione. È una scorciatoia e lede i diritti dell’imputato (che ha dei diritti, vi sorprenderà!).
 
Aggiungo una cosa: quest’idea che la “funzione principale” dello Stato sia “fare giustizia”, e con “fare giustizia” si intende buttare in galera la gente, è una visione distorta sia della funzione dello Stato che della giustizia. Se fare giustizia fosse la funzione principale dello Stato, esso travalicherebbe tutto il resto, calpestando di volta in volta gli ostacoli che gli si frappongono nel raggiungimento del suo obiettivo. Così lo Stato potrebbe essere “inflessibile”, ma noi saremmo meno liberi. Basta rileggere Benjamin Constant: “Ogni costituzione è un atto di sfiducia: se credessimo il potere in grado di non andare oltre le sue attribuzioni, non avremmo bisogno di costituzioni, Camere, leggi repressive”.
 
“Fare giustizia” non vuol dire sbattere in galera la gente. Lo è nella visione di chi, come Alfonso Bonafede, da ministro della Giustizia attendeva l’arresto di Cesare Battisti vestito con la divisa della polizia penitenziaria, producendo poi un video agghiacciante per vantarsene. La giustizia è un sistema delicato, dove la prigione è l’ultima ratio, e dove ci sono delle procedure che garantiscono, o cercano di garantire, il rispetto della libertà individuale e dei diritti dell’imputato. La forma è sostanza in un processo: possiamo tutti essere convinti della colpevolezza dell’imputato. Se l’accusa non riesce, nella sua attività, a produrre elementi che dimostrano che l’imputato è colpevole, esso verrà assolto. Giustizia non è fatta? Certo che sì! Perché se così non fosse, la volta successiva potremmo condannare un innocente forzando le procedure per arrivare a un risultato. Vi fidereste di un sistema dove vige l’arbitrarietà, anche per raggiungere un fine condivisibile, quale è la condanna di un colpevole?
 
Questa è la cultura di uno dei due partiti del prossimo governo. Il timore dei pochi liberali rimasti in Italia è che possa a breve diventare la cultura di tutto l’esecutivo, vista la debolezza della politica mostrata in queste settimane.
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Diritto

Battisti, o il corpo del condannato riesumato da Salvini e Bonafede

Sottrarre “il corpo del condannato” alla vista della folla è uno dei motivi che ha spinto il sistema penale a inventare la prigione e a sospendere le esecuzioni pubbliche. Il potere nasconde il criminale alla vista, perché non ritiene più necessario esporne il supplizio al godimento (o alla rabbia) popolare.

Il carattere pubblico del supplizio, il ludibrio, permetteva al re di mostrarsi più forte del criminale, che con il suo gesto non aveva attaccato soltanto la vittima, ma anche il fondamento del potere reale di legiferare.

E’ interessante notare l’atteggiamento di Matteo Salvini e Alfonso Bonafede, che nel caso di Cesare Battisti decidono di riesumare la funzione taumaturgica del corpo del condannato. Segnala, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, la regressione della forma e della sostanza della nostra politica e del suo utilizzo delle immagini.

Può tuttavia anche essere un’occasione per rileggere Sorvegliare e punire di Foucault. Non tutto, basta il primo capitolo.

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