Diritto

Senza la libertà

Quindi ci siamo arrivati: a partire dal 4 maggio il governo deciderà chi possiamo incontrare e chi no, una privazione della libertà personale mai raggiunta prima nella storia della Repubblica, sancita da una nuova fonte del diritto, le involute FAQ di Palazzo Chigi.

L’ambito cui può riferirsi la dizione “congiunti” può indirettamente ricavarsi, sistematicamente, dalle norme sulla parentela e affinità, nonché dalla giurisprudenza in tema di responsabilità civile. Alla luce di questi riferimenti, deve ritenersi che i “congiunti” cui fa riferimento il DPCM ricomprendano: i coniugi, i partner conviventi, i partner delle unioni civili, le persone che sono legate da uno stabile legame affettivo, nonché i parenti fino al sesto grado (come, per esempio, i figli dei cugini tra loro) e gli affini fino al quarto grado (come, per esempio, i cugini del coniuge).

L’ennesima compressione di un diritto costituzionale trae legittimità da provvedimenti che non ne hanno alcuna: le ricordate domande frequenti che possono essere consultate sul sito del governo (e quindi cambiate dalla sera alla mattina senza colpo ferire), e da fonti di Palazzo Chigi, che spiegano ulteriormente come «gli amici non rientrano nella categoria di stabile legame affettivo».

Ora, è inevitabile provare a interpretare questo assurdo modo di procedere alla luce di quanto è accaduto negli ultimi mesi, peraltro ampiamente preparati dall’imbarbarimento culturale che ha vissuto l’Italia dall’inizio di questo secolo.

La difesa della libertà, delicatissima e niente affatto scontata, è diventata in questi mesi il tratto distintivo di seccatori incuranti della sofferenza causata dal virus. La salute, elevata a primo e unico diritto degno di essere protetto e affermato, eclissa il resto dell’architettura che rende tale la società italiana ed europea. Di contro, le preoccupazioni sul rispetto dei diritti fondamentali sono derubricate a capricci fuori dal tempo di un piccolo gruppo di irriducibili.

Durante gli anni Settanta, quando Simon Leys criticava duramente il regime maoista, gli veniva risposto: «Lei critica la Cina di Mao, ma nella Cina di Mao tutti hanno da mangiare. Riuscire a sfamarsi e a vivere non è il primo dei diritti dell’uomo?». L’intellettuale belga ribatteva: « Che disperazione un mondo dove le statue che onorano la libertà sono sostituite da iscrizioni come: “Ai panifici, l’umanità riconoscente”». 

Dovrebbe dunque essere ancora consentito poter dissentire con chi vorrebbe una società dove si ergeranno statue con l’iscrizione: «Alla quarantena, l’umanità riconoscente». 

La derisione della libertà non è una novità portata dal coronavirus; basti pensare alla continua richiesta di leggi repressive per contrastare il terrorismo e i reati contro la pubblica amministrazione o l’introduzione di sistemi di intercettazione invasivi come il trojan, accompagnati da cantori delle manette che ripetono in talk show di impostazione medievale «io non ho nulla da nascondere». Come se il nostro diritto penale, di retaggio fascista e durissimo nell’applicazione delle pene detentive, non fosse in grado di mantenere la pace sociale. 

Questo perché la società italiana ha in realtà deciso di non sopportare più il male ed estirparlo a furia di provvedimenti repressivi, aumento delle detenzioni, processi sommari a mezzo stampa, creazione di nuovi reati volti a calmare il desiderio di sicurezza del popolo. 

Il dibattito sull’app di tracciamento, drammaticamente riassunto da autorevoli ministri e illustri giornalisti nella seguente formula «date i vostri dati a Facebook e vi lamentate di darli allo Stato», segnala, ancora una volta, la scomparsa dell’amore per le libertà fondamentali, date per scontate e comunque sacrificabili in nome della preoccupazione del momento. È utile ricordare che Facebook non possiede il monopolio della forza.

La fiducia cieca nella capacità taumaturgica e benevola dello Stato è emblematica di questa condizione di sudditanza: ci ha protetto chiedendoci di restare a casa e ora continuerà a proteggerci tracciando i nostri movimenti «per il nostro bene».

In questo senso è utile notare che il progetto finale dell’applicazione Immuni, seppure ancora piuttosto vago e di efficacia dubbia, è molto meno invasivo di quanto inizialmente annunciato dal governo e dai suoi consulenti, che promettevano di importare il modello sudcoreano, proprio grazie ai rilievi e le preoccupazioni sollevate da una parte dell’opinione pubblica. 

Il dramma è stato opporre la sicurezza, in questo caso declinata nella sua variante “tutela della salute”, e la libertà. Quando si arriva a contrapporre i due diritti in modo artificiale non può esserci bilanciamento: vince la sicurezza, perde la libertà. A questo abbiamo assistito e a questo rischiamo di assistere nei prossimi mesi, perché uscire dalla quarantena sarà molto più complicato che entrarvi. 

Il punto non è sminuire la salute come diritto, peraltro garantito costituzionalmente ed esplicitamente tutelato attraverso le limitazioni alla libertà. Il punto è chiedersi se le limitazioni sono proporzionali, criterio principe di ogni bilanciamento tra opposti diritti fondamentali. Lo sono?

È oggi proporzionale adottare le stessi misure di privazione delle libertà costituzionali in Lombardia e in Puglia o Calabria? Dov’è la proporzionalità del divieto di andare a correre lontano dalla propria casa se il suo fondamento è «dare il senso di un regime molto stringente»  come sostenuto dal sottosegretario alla presidenza della regione Emilia-Romagna, Davide Baruffi? 

In che modo può essere legittimo un potere che tratta i cittadini come pecore incapaci di intendere e di volere, come la sindaca di Roma che, introducendo la Fase 2, ammonisce la popolazione: «Rispettate le regole, questo ci consentirà di tenere i parchi aperti, altrimenti dovremo emanare un’ordinanza con la quale li chiudiamo. Diciamo che è una concessione (corsivo mio) che ci viene fatta dalla presidenza del Consiglio dei ministri. Ma dobbiamo meritarcela».

Dov’è la legittimità democratica delle forze incaricate della repressione quando le leggi concedono, indicando ciò che si intende permettere e non ciò che è vietato, ribaltando secoli di civiltà giuridica? Dov’è la legittimità di leggi talmente vaghe da sconfinare nell’arbitrio di chi deve farle rispettare? È accettabile che la nuova fonte del diritto in Italia siano le FAQ di Palazzo Chigi e del ministero dell’Interno?

È considerabile come degno di un paese civile consentire al governo di decidere, nel momento in cui il divieto di spostamento è alleggerito, chi è prioritario per noi vedere? Con il paradosso di consentire l’incontro con gli «affini fino al quarto grado (come, per esempio, i cugini del coniuge)» ma non con gli amici più stretti?

Abbiamo assistito a una sorta di estasi securitaria, a un governo che ha chiesto moltissimo al corpo sociale, consapevole del consenso generato dall’emergenza, e ha compresso le libertà fondamentali in modo molto spesso irrazionale e dannoso.

Si capisce anche perché: la libertà implica responsabilità, errori, contraddizioni. Sono i suoi naturali compagni di viaggio. La tendenza naturale del governo è provare a limitarli e lo si comprende, perché la sua priorità è proteggere i cittadini e spesso la libertà è un intralcio. Ma per fortuna le Repubbliche non sono il regno della polizia amministrativa, e compito dell’opinione pubblica è farlo notare.

Quando si tratta di restringere le libertà in nome della sicurezza, la prima domanda che bisogna porsi è se le restrizioni sono efficaci. E se nessuno contesta la quarantena in sé e la necessità di limitare le interazioni sociali per evitare la saturazione dei nostri ospedali, non può essere impedito dibattere sull’estensione (temporale e repressiva) delle misure stesse.

Non c’è stato alcun dibattito, perché chi ha provato a interrogarsi sull’opportunità e l’efficacia delle disposizioni è stato accusato di preparare il terreno a Matteo Salvini, lavorare per Confindustria, spezzare l’unità nazionale, seminare il panico.

Il 25 aprile Mattia Feltri ha ragionato sul paradosso che stiamo vivendo: «Settantacinque anni fa c’era chi rischiava la vita per la libertà, oggi c’è chi rischia la libertà per la vita». Si dice: facile parlare di libertà quando nessuna persona a voi cara è toccata dal virus, che ha già ucciso quasi 30mila persone soltanto in Italia. Non è facile, ma è doveroso.

La foto è un estratto da «La libertà degli antichi, paragonata a quella dei moderni» di Benjamin Constant («De la liberté des Anciens comparée à celle des Modernes»)

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La giustizia ingiusta del Movimento 5 Stelle

Stamattina, a Omnibus, il senatore M5S Nicola Morra ha detto che la prescrizione è “l’abdicare dello Stato alla sua funzione principale, che è fare giustizia”. Temo proprio che su “fare giustizia” non ci intendiamo, e qui sta la natura giustizialista e giacobina del Movimento 5 Stelle.
 
La prescrizione non è un istituto a favore del criminale di turno. Ha la sua ragion d’essere per alcuni motivi: dopo un certo numero di anni è più complesso stabilire con certezza i fatti, i protagonisti e i testimoni possono ricordare in modo meno nitido; le prove materiali possono andare distrutte; l’imputato potrebbe aver cambiato completamente vita, natura, personalità; lo Stato non ha più interesse a mobilitare risorse per regolare dissidi che, si presume, non turbino più la pace sociale; infine è una sorta di sanzione per lo Stato, rimasto troppo a lungo inerte: non puoi risolvere il problema della lunghezza dei processi allungando all’infinito i tempi della prescrizione. È una scorciatoia e lede i diritti dell’imputato (che ha dei diritti, vi sorprenderà!).
 
Aggiungo una cosa: quest’idea che la “funzione principale” dello Stato sia “fare giustizia”, e con “fare giustizia” si intende buttare in galera la gente, è una visione distorta sia della funzione dello Stato che della giustizia. Se fare giustizia fosse la funzione principale dello Stato, esso travalicherebbe tutto il resto, calpestando di volta in volta gli ostacoli che gli si frappongono nel raggiungimento del suo obiettivo. Così lo Stato potrebbe essere “inflessibile”, ma noi saremmo meno liberi. Basta rileggere Benjamin Constant: “Ogni costituzione è un atto di sfiducia: se credessimo il potere in grado di non andare oltre le sue attribuzioni, non avremmo bisogno di costituzioni, Camere, leggi repressive”.
 
“Fare giustizia” non vuol dire sbattere in galera la gente. Lo è nella visione di chi, come Alfonso Bonafede, da ministro della Giustizia attendeva l’arresto di Cesare Battisti vestito con la divisa della polizia penitenziaria, producendo poi un video agghiacciante per vantarsene. La giustizia è un sistema delicato, dove la prigione è l’ultima ratio, e dove ci sono delle procedure che garantiscono, o cercano di garantire, il rispetto della libertà individuale e dei diritti dell’imputato. La forma è sostanza in un processo: possiamo tutti essere convinti della colpevolezza dell’imputato. Se l’accusa non riesce, nella sua attività, a produrre elementi che dimostrano che l’imputato è colpevole, esso verrà assolto. Giustizia non è fatta? Certo che sì! Perché se così non fosse, la volta successiva potremmo condannare un innocente forzando le procedure per arrivare a un risultato. Vi fidereste di un sistema dove vige l’arbitrarietà, anche per raggiungere un fine condivisibile, quale è la condanna di un colpevole?
 
Questa è la cultura di uno dei due partiti del prossimo governo. Il timore dei pochi liberali rimasti in Italia è che possa a breve diventare la cultura di tutto l’esecutivo, vista la debolezza della politica mostrata in queste settimane.
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Battisti, o il corpo del condannato riesumato da Salvini e Bonafede

Sottrarre “il corpo del condannato” alla vista della folla è uno dei motivi che ha spinto il sistema penale a inventare la prigione e a sospendere le esecuzioni pubbliche. Il potere nasconde il criminale alla vista, perché non ritiene più necessario esporne il supplizio al godimento (o alla rabbia) popolare.

Il carattere pubblico del supplizio, il ludibrio, permetteva al re di mostrarsi più forte del criminale, che con il suo gesto non aveva attaccato soltanto la vittima, ma anche il fondamento del potere reale di legiferare.

E’ interessante notare l’atteggiamento di Matteo Salvini e Alfonso Bonafede, che nel caso di Cesare Battisti decidono di riesumare la funzione taumaturgica del corpo del condannato. Segnala, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, la regressione della forma e della sostanza della nostra politica e del suo utilizzo delle immagini.

Può tuttavia anche essere un’occasione per rileggere Sorvegliare e punire di Foucault. Non tutto, basta il primo capitolo.

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