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Renzi come Sarkozy, e non è finita bene

I sostenitori di Matteo Renzi dicono che nonostante tutto il migliore è ancora lui, nessuno ha la sua energia, la sua capacità di galvanizzare lo zoccolo duro del partito e di trascinare i militanti. E i fatti, in parte, gli danno ragione: da settimane, il rottamatore, quasi in versione stand up comedy, porta in giro il suo spettacolo alle feste dell’Unità con intermezzi video, battute sarcastiche sugli avversari, attacchi durissimi ai “cialtroni del governo”.

E le sale sono in effetti sempre piene, gli applausi scroscianti, le richieste di selfie interminabili. Qualcosa vorrà dire, Renzi ci sa ancora fare, resta il più bravo, ne abbiamo bisogno, ragionano i suoi, probabilmente sollevati dal non doversi rassegnare a vedere il loro leader trasformarsi in un presentatore tv, un ruolo che vorrebbe ricordare quello di Alberto Angela ma, visti gli estratti, appare più simile al venditore Giorgio Mastrota.

Ma quanto conta questa popolarità tanto sbandierata tra il popolo delle feste dell’Unità? Renzi resta forse amato dalla base, è vero, ma allo stesso tempo è il leader che raccoglie meno consensi nei sondaggi: soltanto il 23% degli italiani ha fiducia in lui. Un dato più basso, nota Giovanni Diamanti su Linkiesta, di quello del trasparente Maurizio Martina (al 29%), dello sfidante Zingaretti (al 33%) e dell’antipopulista per eccellenza Gentiloni (al 45%). Per non parlare dei “cialtroni del governo”, che saranno pure tali, ma toccano il 61% (Salvini) e il 57% (Di Maio).

I facili applausi e le piazze piene potrebbero essere illusorie, e ricordano molto la parabola di un altro leader famoso per essere rapido, energico, con la battuta pronta e con un entourage di fedelissimi pronti a tutto: Nicolas Sarkozy. Al suo ritorno dopo la sconfitta alle presidenziali per partecipare alle primarie del suo partito, nel 2016, Sarkozy era impressionante. Comizi pieni di gente, persone rimaste fuori, titoli dei giornali, applausi e grande entusiasmo. Certo che Sarkò ci sa ancora fare, si diceva. Eppure la sua campagna elettorale suscitò una reazione contraria: “tout sauf Sarkozy”, chiunque tranne Sarkozy pensarono i francesi. Alle primarie andarono a votare in moltissimi, anche per scongiurare il suo ritorno. Sarkozy fece quanto doveva, mobilitò i suoi simpatizzanti, fu combattivo nei dibattiti televisivi, martellò, tra le ovazioni, i suoi slogan in ogni comizio, ma non bastò: gli elettori erano troppi (4,5 milioni), e lui arrivò terzo, eliminato fin dal primo turno e politicamente finito.

Per Sarkozy era l’ultima possibilità, Renzi ha vent’anni di meno. Può aspettare ancora un po’ prima di buttarsi in un altro giro, a condizione che si ritiri per davvero: documentario su Michelangelo compreso.

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