Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentaseiesima settimana: i primi problemi per Macron

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1-Richard Ferrand, ministro della coesione territoriale e uno degli uomini più vicini a Emmanuel Macron, è coinvolto in un piccolo scandalo che potrebbe danneggiare il presidente. Di che si tratta?

2-Le legislative si avvicinano, mancano due settimane e En Marche! sembra essere in grado di raggiungere la maggioranza assoluta.

1-C’è un FerrandGate?

La prima grande legge della presidenza Macron sarà una “legge sulla moralizzazione della vita pubblica”. Il testo, che è frutto dell’alleanza elettorale che ha concluso il nuovo presidente con François Bayrou, prevede una serie di misure molto restrittive per i parlamentari come l’obbligo di non avere processi in corso, un limite  di tre mandati consecutivi, il divieto di assumere i familiari come assistenti parlamentari e il divieto o la forte restrizione dell’attività di consulenza durante il mandato. La legge, che mira a evitare il ripetersi di scandali come quello di François Fillon, mette d’accordo un po’ tutti, cittadini e partiti politici, e serve a Emmanuel Macron anche per mostrare concretamente che i privilegi utilizzati dai vecchi partiti non saranno più tollerati.

Fin qui tutto bene, se non fosse che mercoledì scorso il Canard enchaîné, il settimanale satirico che ha rivelato il Penelope Gate, ha accusato Richard Ferrand, ministro della coesione territoriale, segretario di En Marche! e uno degli uomini più vicini al presidente,  di essere protagonista di una “saga di affitti familiari”. Il giornale si riferisce a dei fatti del 2011 quando Ferrand era direttore generale delle Mutuelles de Bretagne (ruolo che ha occupato dal 1993 al 2012, quando è stato eletto deputato), un organo che raggruppa tutte le mutuelles del dipartimento Finistère. La mutuelle è una società senza scopo di lucro che consente ai soci di avere dei vantaggi in termini di prezzi o prestazioni nell’ambito in cui la società è attiva, in questo caso nella sanità.

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A gennaio 2011 la società decide di aprire una nuova sede per un centro di ricovero a Brest e pubblica quindi una gara per decidere da chi affittare il locale da utilizzare. Tra le tre offerte ricevute viene scelta all’unanimità quella di una società civile immobiliare chiamata SACA, che propone un affitto di 42000 euro l’anno. Il motivo della scelta è che la proposta è la più conveniente dal punto di vista economico. Nulla di male se non fosse che la stessa società, che fa capo alla moglie del direttore generale, Richard Ferrand, al momento dell’accordo non esista ancora legalmente e non abbia nemmeno acquistato i locali che propone in locazione. Secondo il Canard enchaîné è proprio grazie a questo accordo che Sandrine Doucen (la moglie di Ferrand), riesce ad aprire la società immobiliare e comprare la sede di Brest: i 402000 euro di mutuo concessi dal Credit Agricole sono pari al 100 per cento della somma necessaria all’acquisto del locale che poi verrà affittato alla mutuelle: “un trattamento riservato solo a chi ha un affittuario il cui reddito è garantito”, come spiega il settimanale.

Inoltre il locale comprato dalla moglie di Ferrand è stato rinnovato con dei lavori pari a 184000 euro totalmente a carico della mutuelle senza alcuna contropartita che ha consentito un aumento di valore della società civile immobiliare di 3000 volte, sempre secondo il settimanale. Infine il ministro della coesione territoriale ha assunto suo figlio come assistente parlamentare per quattro mesi, durante l’estate del 2013, per la gestione dei suoi profili social media e per la manutenzione del suo sito web, pratica ormai stigmatizzata, ma assolutamente legale (non sembra ci siano sospetti sull’effettiva realizzazione del lavoro).

I due “affaires” non sono tali dal punto di vista legale; nel caso dell’impiego del figlio non sembrano esserci problemi, nel caso delle mutuelles non si tratta di denaro pubblico e quindi il Parquet National Financier, la procura istituita da François Hollande per trattare gli scandali che riguardano l’utilizzo a fini personali delle finanze dello Stato, ha dichiarato di non essere competente a riguardo, così come la procura di Brest. Ciò detto, è innegabile che la storia ponga un problema: François Bayrou, durante la conferenza stampa in cui ha annunciato la sua alleanza con Macron, a febbraio, ha dichiarato che una legge sulla “moralizzazione della vita pubblica” era stata una delle contropartite da lui richieste. Le parole contano, non è una legge che intende solo regolamentare la vita pubblica, ma intende “moralizzarla”: il suo obiettivo è più ampio, morale vuol dire etica, dei concetti astratti e simbolici per un potere che si pretende nuovo e vuole rompere con le pratiche del passato. In questo senso la posizione di Ferrand è delicata, Emmanuel Macron non si è espresso e l’Eliseo ha fatto capire che non lo farà, il primo ministro Édouard Philippe ha chiarito che la sorte di Ferrand sarà decisa dagli elettori, visto che il ministro è candidato nella sesta circoscrizione di Finistère, e Christophe Castaner, il portavoce del governo ha ammesso che la situazione è spiacevole perché “aggiunge sospetto in una situazione generale di sospetto”.

La questione non è di facile gestione per l’Eliseo anche perché Ferrand è uno degli uomini più vicini al presidente: è stato il primo deputato a lasciare il PS per En Marche! ed è il segretario del movimento. Se l’affaire dovesse montare con altre rivelazioni o dovesse iniziare a creare divisioni all’interno del Governo (François Bayrou, che è il ministro della giustizia, non ha ancora commentato) le legislative potrebbero essere l’occasione per risolvere il problema: storicamente il governo viene “aggiustato” a seguito delle elezioni, tenuto conto dei nuovi equilibri che si creano in Assemblea, e tenuto conto di qualche ministro candidato che, come abbiamo chiarito la settimana scorsa, se dovesse perdere il collegio dovrebbe automaticamente dimettersi. Il 18 giugno potrebbe quindi essere chiesto a Ferrand di fare un passo indietro.

2-Le legislative si avvicinano

È ancora presto per avere dei sondaggi accurati, anche perché oltre un terzo dei deputati uscenti non si ricandida (ed è un record storico) e quindi nelle circoscrizioni ci sono moltissimi volti nuovi. Chiaramente i sondaggi che contano davvero non sono quelli che valutano le intenzioni di voto a livello nazionale (che pure indicano le tendenze) ma quelli che vengono effettuati nelle singole circoscrizioni; di per sé non è un esercizio semplice per i sondaggisti e stavolta è ulteriormente complicato dalla confusa situazione politica. Innanzitutto il progetto centrale di Emmanuel Macron incoraggia la grande liquidità dell’elettorato francese sottolineata più volte durante la campagna presidenziale. In 50 circoscrizioni su 577 non sono presenti i candidati di En Marche! ma dei candidati considerati macron-compatibili; alcuni di questi hanno sul proprio manifesto l’indicazione “maggioranza presidenziale” (è il caso di Bruno Le Maire, ex repubblicano, ministro dell’economia di Macron non investito ufficialmente da En Marche!), altri no, pur non avendo nessun candidato di Macron nel proprio collegio (è il caso di Stéphane Le Folle, ex ministro dell’agricoltura con Hollande rimasto nel Partito socialista).

A complicare ancora il quadro sono le divisioni interne ai partiti tradizionali: alcuni candidati con il simbolo dei repubblicani hanno un atteggiamento conciliante nei confronti di Macron (ad esempio l’ex primo ministro Jean Pierre Raffarin) e si dicono disposti a collaborare con il suo governo una volta eletti, altri candidati con lo stesso simbolo vogliono invece una politica intransigente nei confronti del presidente (i deputati vicini a Laurent Wauquiez). Insomma, votare repubblicano in un collegio non è la stessa cosa che votare repubblicano in un altro.

A questa situazione di per sé confusa si aggiunge l’imbroglio dei manifesti elettorali. In molte circoscrizioni alcuni candidati che hanno, appunto, posizioni concilianti nei confronti di Macron, ma che hanno allo stesso tempo un candidato En Marche! come avversario, hanno ritoccato i loro manifesti in maniera molto ambigua, con l’indicazione di “maggioranza presidenziale” e senza simboli di partito. Erwann Binet è un candidato del Partito socialista che ha come avversaria une candidata de la République en marche, Caroline Abadie. Ecco il suo manifesto, notate qualcosa di strano?

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O ancora Anthony Pitalier, investito dai socialisti e con un candidato di En Marche! a contendergli il collegio, gioca la carta della “maggioranza presidenziale” senza essere stato invitato a farlo.

Capite che in queste condizioni chi non segue moltissimo le dinamiche può essere abbastanza confuso.

Come detto, le intenzioni di voto a livello nazionale non aiutano moltissimo nel capire quanti seggi possono essere attribuiti, ma possiamo registrare una dinamica favorevole al presidente: dato intorno al 22 per cento subito dopo la vittoria alle presidenziali (quindi più o meno in linea con il suo risultato al primo turno) in un sondaggio condotto da Opinion Way per Les Echos è stimato al 28 per cento, mentre i repubblicani, che sono al momento il suo avversario più temibile al 20 per cento.

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Il sondaggio più interessante è però il seguente, che indica quanti francesi gradirebbero una maggioranza solida per Emmanuel Macron. La percentuale è piuttosto alta perché va molto al di là delle intenzioni di voto per En Marche! registrate dallo stesso sondaggio. Ciò vuol dire che non solo il partito del presidente è in questo momento in grado di mobilitare i propri elettori, ma che ci sono elettori di altri partiti che in fondo potrebbero pensare di “dare una chance” a En Marche!, essendo quindi meno motivati ad andare a votare contro i candidati della maggioranza presidenziale. Le elezioni legislative in Francia si giocano su entrambe le attitudini, e Emmanuel Macron ha lanciato tutti i messaggi possibili pur di “smobilitare” il centro-destra: il primo ministro repubblicano, l’economia ad una figura di spicco della destra, la postura di capo dell’esercito molto apprezzata dai gollisti storici.

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Il personaggio della settimana

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Mounir Mahjoubi è uno dei volti nuovissimi portati da Emmanuel Macron al governo. È stato nominato sottosegretario di Stato al digitale, ha 33 anni, è figlio di immigrati marocchini ed è stato a capo del Conseil national du numérique, la commissione creata da François Hollande per valutare l’efficacia delle politiche pubbliche in materia di innovazione e tecnologia digitale. Ha raggiunto En Marche! occupandosi della campagna dal punto di vista digitale a gennaio 2017, e ha contribuito a sventare l’attacco informatico di cui è stato vittima il comitato elettorale alla vigilia delle elezioni. È inoltre candidato in una circoscrizione molto simbolica, la sedicesima di Parigi, che comprende il 19éme e il 20éme arrondissement ed è una storica roccaforte della sinistra. Al primo turno Jean-Luc Mélenchon è arrivato in testa con il 30 per cento dei voti, di poco avanti Emmanuel Macron, ma è soprattutto la circoscrizione dove è candidato il segretario del partito socialista, Jean Christophe Cambadélis. Venerdì sono andato ad un evento organizzato in un bar del quartiere e nel suo discorso il sottosegretario ha più volte sottolineato l’importanza simbolica di voltare pagina eleggendo lui al posto di Cambadélis, deputato del collegio, sempre rieletto dal 1997.

Consigli di lettura

-Se vi divertono tutti i manifesti elettorali ambigui c’è un articolo divertente pubblicato dall’Obs che vi consiglio (e che ho ampiamente utilizzato per la seconda parte);

-Il filosofo Guillaume Perrault analizza il cambiamento delle campagne elettorali dai tempi dei romani fino ad oggi, passando per la rivoluzione del 1789;

-Una lunga intervista alla filosofa Sandra Laugier, che ha partecipato attivamente alla campagna elettorale di Benoît Hamon e spiega le ragioni delle sconfitta.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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