Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentaseiesima settimana: i primi problemi per Macron

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1-Richard Ferrand, ministro della coesione territoriale e uno degli uomini più vicini a Emmanuel Macron, è coinvolto in un piccolo scandalo che potrebbe danneggiare il presidente. Di che si tratta?

2-Le legislative si avvicinano, mancano due settimane e En Marche! sembra essere in grado di raggiungere la maggioranza assoluta.

1-C’è un FerrandGate?

La prima grande legge della presidenza Macron sarà una “legge sulla moralizzazione della vita pubblica”. Il testo, che è frutto dell’alleanza elettorale che ha concluso il nuovo presidente con François Bayrou, prevede una serie di misure molto restrittive per i parlamentari come l’obbligo di non avere processi in corso, un limite  di tre mandati consecutivi, il divieto di assumere i familiari come assistenti parlamentari e il divieto o la forte restrizione dell’attività di consulenza durante il mandato. La legge, che mira a evitare il ripetersi di scandali come quello di François Fillon, mette d’accordo un po’ tutti, cittadini e partiti politici, e serve a Emmanuel Macron anche per mostrare concretamente che i privilegi utilizzati dai vecchi partiti non saranno più tollerati.

Fin qui tutto bene, se non fosse che mercoledì scorso il Canard enchaîné, il settimanale satirico che ha rivelato il Penelope Gate, ha accusato Richard Ferrand, ministro della coesione territoriale, segretario di En Marche! e uno degli uomini più vicini al presidente,  di essere protagonista di una “saga di affitti familiari”. Il giornale si riferisce a dei fatti del 2011 quando Ferrand era direttore generale delle Mutuelles de Bretagne (ruolo che ha occupato dal 1993 al 2012, quando è stato eletto deputato), un organo che raggruppa tutte le mutuelles del dipartimento Finistère. La mutuelle è una società senza scopo di lucro che consente ai soci di avere dei vantaggi in termini di prezzi o prestazioni nell’ambito in cui la società è attiva, in questo caso nella sanità.

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A gennaio 2011 la società decide di aprire una nuova sede per un centro di ricovero a Brest e pubblica quindi una gara per decidere da chi affittare il locale da utilizzare. Tra le tre offerte ricevute viene scelta all’unanimità quella di una società civile immobiliare chiamata SACA, che propone un affitto di 42000 euro l’anno. Il motivo della scelta è che la proposta è la più conveniente dal punto di vista economico. Nulla di male se non fosse che la stessa società, che fa capo alla moglie del direttore generale, Richard Ferrand, al momento dell’accordo non esista ancora legalmente e non abbia nemmeno acquistato i locali che propone in locazione. Secondo il Canard enchaîné è proprio grazie a questo accordo che Sandrine Doucen (la moglie di Ferrand), riesce ad aprire la società immobiliare e comprare la sede di Brest: i 402000 euro di mutuo concessi dal Credit Agricole sono pari al 100 per cento della somma necessaria all’acquisto del locale che poi verrà affittato alla mutuelle: “un trattamento riservato solo a chi ha un affittuario il cui reddito è garantito”, come spiega il settimanale.

Inoltre il locale comprato dalla moglie di Ferrand è stato rinnovato con dei lavori pari a 184000 euro totalmente a carico della mutuelle senza alcuna contropartita che ha consentito un aumento di valore della società civile immobiliare di 3000 volte, sempre secondo il settimanale. Infine il ministro della coesione territoriale ha assunto suo figlio come assistente parlamentare per quattro mesi, durante l’estate del 2013, per la gestione dei suoi profili social media e per la manutenzione del suo sito web, pratica ormai stigmatizzata, ma assolutamente legale (non sembra ci siano sospetti sull’effettiva realizzazione del lavoro).

I due “affaires” non sono tali dal punto di vista legale; nel caso dell’impiego del figlio non sembrano esserci problemi, nel caso delle mutuelles non si tratta di denaro pubblico e quindi il Parquet National Financier, la procura istituita da François Hollande per trattare gli scandali che riguardano l’utilizzo a fini personali delle finanze dello Stato, ha dichiarato di non essere competente a riguardo, così come la procura di Brest. Ciò detto, è innegabile che la storia ponga un problema: François Bayrou, durante la conferenza stampa in cui ha annunciato la sua alleanza con Macron, a febbraio, ha dichiarato che una legge sulla “moralizzazione della vita pubblica” era stata una delle contropartite da lui richieste. Le parole contano, non è una legge che intende solo regolamentare la vita pubblica, ma intende “moralizzarla”: il suo obiettivo è più ampio, morale vuol dire etica, dei concetti astratti e simbolici per un potere che si pretende nuovo e vuole rompere con le pratiche del passato. In questo senso la posizione di Ferrand è delicata, Emmanuel Macron non si è espresso e l’Eliseo ha fatto capire che non lo farà, il primo ministro Édouard Philippe ha chiarito che la sorte di Ferrand sarà decisa dagli elettori, visto che il ministro è candidato nella sesta circoscrizione di Finistère, e Christophe Castaner, il portavoce del governo ha ammesso che la situazione è spiacevole perché “aggiunge sospetto in una situazione generale di sospetto”.

La questione non è di facile gestione per l’Eliseo anche perché Ferrand è uno degli uomini più vicini al presidente: è stato il primo deputato a lasciare il PS per En Marche! ed è il segretario del movimento. Se l’affaire dovesse montare con altre rivelazioni o dovesse iniziare a creare divisioni all’interno del Governo (François Bayrou, che è il ministro della giustizia, non ha ancora commentato) le legislative potrebbero essere l’occasione per risolvere il problema: storicamente il governo viene “aggiustato” a seguito delle elezioni, tenuto conto dei nuovi equilibri che si creano in Assemblea, e tenuto conto di qualche ministro candidato che, come abbiamo chiarito la settimana scorsa, se dovesse perdere il collegio dovrebbe automaticamente dimettersi. Il 18 giugno potrebbe quindi essere chiesto a Ferrand di fare un passo indietro.

2-Le legislative si avvicinano

È ancora presto per avere dei sondaggi accurati, anche perché oltre un terzo dei deputati uscenti non si ricandida (ed è un record storico) e quindi nelle circoscrizioni ci sono moltissimi volti nuovi. Chiaramente i sondaggi che contano davvero non sono quelli che valutano le intenzioni di voto a livello nazionale (che pure indicano le tendenze) ma quelli che vengono effettuati nelle singole circoscrizioni; di per sé non è un esercizio semplice per i sondaggisti e stavolta è ulteriormente complicato dalla confusa situazione politica. Innanzitutto il progetto centrale di Emmanuel Macron incoraggia la grande liquidità dell’elettorato francese sottolineata più volte durante la campagna presidenziale. In 50 circoscrizioni su 577 non sono presenti i candidati di En Marche! ma dei candidati considerati macron-compatibili; alcuni di questi hanno sul proprio manifesto l’indicazione “maggioranza presidenziale” (è il caso di Bruno Le Maire, ex repubblicano, ministro dell’economia di Macron non investito ufficialmente da En Marche!), altri no, pur non avendo nessun candidato di Macron nel proprio collegio (è il caso di Stéphane Le Folle, ex ministro dell’agricoltura con Hollande rimasto nel Partito socialista).

A complicare ancora il quadro sono le divisioni interne ai partiti tradizionali: alcuni candidati con il simbolo dei repubblicani hanno un atteggiamento conciliante nei confronti di Macron (ad esempio l’ex primo ministro Jean Pierre Raffarin) e si dicono disposti a collaborare con il suo governo una volta eletti, altri candidati con lo stesso simbolo vogliono invece una politica intransigente nei confronti del presidente (i deputati vicini a Laurent Wauquiez). Insomma, votare repubblicano in un collegio non è la stessa cosa che votare repubblicano in un altro.

A questa situazione di per sé confusa si aggiunge l’imbroglio dei manifesti elettorali. In molte circoscrizioni alcuni candidati che hanno, appunto, posizioni concilianti nei confronti di Macron, ma che hanno allo stesso tempo un candidato En Marche! come avversario, hanno ritoccato i loro manifesti in maniera molto ambigua, con l’indicazione di “maggioranza presidenziale” e senza simboli di partito. Erwann Binet è un candidato del Partito socialista che ha come avversaria une candidata de la République en marche, Caroline Abadie. Ecco il suo manifesto, notate qualcosa di strano?

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O ancora Anthony Pitalier, investito dai socialisti e con un candidato di En Marche! a contendergli il collegio, gioca la carta della “maggioranza presidenziale” senza essere stato invitato a farlo.

Capite che in queste condizioni chi non segue moltissimo le dinamiche può essere abbastanza confuso.

Come detto, le intenzioni di voto a livello nazionale non aiutano moltissimo nel capire quanti seggi possono essere attribuiti, ma possiamo registrare una dinamica favorevole al presidente: dato intorno al 22 per cento subito dopo la vittoria alle presidenziali (quindi più o meno in linea con il suo risultato al primo turno) in un sondaggio condotto da Opinion Way per Les Echos è stimato al 28 per cento, mentre i repubblicani, che sono al momento il suo avversario più temibile al 20 per cento.

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Il sondaggio più interessante è però il seguente, che indica quanti francesi gradirebbero una maggioranza solida per Emmanuel Macron. La percentuale è piuttosto alta perché va molto al di là delle intenzioni di voto per En Marche! registrate dallo stesso sondaggio. Ciò vuol dire che non solo il partito del presidente è in questo momento in grado di mobilitare i propri elettori, ma che ci sono elettori di altri partiti che in fondo potrebbero pensare di “dare una chance” a En Marche!, essendo quindi meno motivati ad andare a votare contro i candidati della maggioranza presidenziale. Le elezioni legislative in Francia si giocano su entrambe le attitudini, e Emmanuel Macron ha lanciato tutti i messaggi possibili pur di “smobilitare” il centro-destra: il primo ministro repubblicano, l’economia ad una figura di spicco della destra, la postura di capo dell’esercito molto apprezzata dai gollisti storici.

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Il personaggio della settimana

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Mounir Mahjoubi è uno dei volti nuovissimi portati da Emmanuel Macron al governo. È stato nominato sottosegretario di Stato al digitale, ha 33 anni, è figlio di immigrati marocchini ed è stato a capo del Conseil national du numérique, la commissione creata da François Hollande per valutare l’efficacia delle politiche pubbliche in materia di innovazione e tecnologia digitale. Ha raggiunto En Marche! occupandosi della campagna dal punto di vista digitale a gennaio 2017, e ha contribuito a sventare l’attacco informatico di cui è stato vittima il comitato elettorale alla vigilia delle elezioni. È inoltre candidato in una circoscrizione molto simbolica, la sedicesima di Parigi, che comprende il 19éme e il 20éme arrondissement ed è una storica roccaforte della sinistra. Al primo turno Jean-Luc Mélenchon è arrivato in testa con il 30 per cento dei voti, di poco avanti Emmanuel Macron, ma è soprattutto la circoscrizione dove è candidato il segretario del partito socialista, Jean Christophe Cambadélis. Venerdì sono andato ad un evento organizzato in un bar del quartiere e nel suo discorso il sottosegretario ha più volte sottolineato l’importanza simbolica di voltare pagina eleggendo lui al posto di Cambadélis, deputato del collegio, sempre rieletto dal 1997.

Consigli di lettura

-Se vi divertono tutti i manifesti elettorali ambigui c’è un articolo divertente pubblicato dall’Obs che vi consiglio (e che ho ampiamente utilizzato per la seconda parte);

-Il filosofo Guillaume Perrault analizza il cambiamento delle campagne elettorali dai tempi dei romani fino ad oggi, passando per la rivoluzione del 1789;

-Una lunga intervista alla filosofa Sandra Laugier, che ha partecipato attivamente alla campagna elettorale di Benoît Hamon e spiega le ragioni delle sconfitta.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentacinquesima settimana: il primo governo dell’era Macron

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1-Emmanuel Macron ha nominato Édouard Philippe primo ministro e  insieme hanno formato il nuovo governo: che tipo di squadra è?

2-L’11 e il 18 giugno si vota per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale. In genere un’elezione scontata, questa volta è imprevedibile. Quali sono le strategie del presidente per ottenere la maggioranza?

1-Il governo di Emmanuel Macron

La nomina del nuovo primo ministro e della squadra di governo è stato l’evento politico della settimana: ho scritto una lunga analisi per Gli Stati Generali con un ritratto di tutte le personalità che ne fanno parte, chi vuole può approfondire cliccando qui. La squadra è composta da 22 persone, 11 uomini e 11 donne, metà provenienti dalla società civile, seppure tutt’altro che a digiuno di affari pubblici: in molti hanno avuto ruoli apicali nei ministeri o in organismi statali. Come promesso il governo è composto da profili molto diversi, c’è la destra, la sinistra, il centro e l’ecologia: un esperimento di biodiversità, come l’ha definito il nuovo ministro dell’ambiente, Nicolas Hulot.

L’idea di mettere insieme personalità così diverse senza esserne costretti da un risultato elettorale e da accordi serrati con le segreterie degli altri partiti è nuova e trasgressiva, e conferma l’impressione che Macron fa sul serio: il suo progetto è incentrato su un cambiamento radicale delle regole non scritte del gioco. I tratti comuni dei ministri sono, oltre a una competenza media molto alta, un certo pragmatismo e l’europeismo. Sono tutte persone che hanno dato prova di riuscire a lavorare con politici o personaggi di idee differenti e che hanno più volte dichiarato alla stampa in tempi non sospetti che il settarismo partigiano ha impedito di portare a termine le riforme necessarie al paese.

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C’è un fatto che però va ricordato: finora il presidente non ha incontrato grandissime difficoltà, ha anzi beneficiato di una serie di casi e fortune che hanno reso possibile la sua cavalcata trionfale. La realtà però presenta spesso situazioni imprevedibili e nessuno è immune alla sfortuna. Noi immaginiamo che i ministri siano stati scelti sulla base del programma del presidente, e sappiano perfettamente quali sono le riforme che dovranno guidare, con che tempi e in che maniera. Questo dovrebbe risolvere il più grande problema che ha avuto Hollande per esempio: eletto su un programma molto di sinistra ha poi cambiato completamente linea politica dopo due anni senza mai spiegarlo non solo ai suoi elettori, ma nemmeno ai suoi ministri. Come si comporteranno quando dovranno affrontare imprevisti, crisi e scelte politiche controverse?

La composizione eterogenea potrebbe funzionare per quanto già è stato previsto, ma potrebbe mostrare i propri limiti con il passare del tempo. Non è vero che destra e sinistra non esistono più, non è vero che le differenze si sono annullate nel nuovo bipolarismo apertura/chiusura e globalismo/nazionalismo. Questa nuova semplificazione serve in campagna elettorale, specie contro un avversario come il Front National, ma non può riassumere e contenere tutte le differenze di una società, quella francese, molto frammentata. Per funzionare questo esperimento ha bisogno di grande pragmatismo da parte dei ministri, di capacità di mediazione da parte del primo ministro e, appunto, di un po’ di fortuna: fortuna che tutto accada come previsto o come prevedibile.

“Non voglio generali bravi, ma generali fortunati” pare abbia detto Napoleone. Non sono riuscito a trovare la fonte, ma il concetto mi pare esemplificativo.

Il nuovo primo ministro è bravissimo nelle imitazioni 

Infine, una delle incognite di questo governo è la cosiddetta “dottrina Juppé”. Ci sono alcuni ministri anche candidati alle legislative, e l’Eliseo ha chiarito che in caso di sconfitta nel loro collegio dovranno dimettersi in automatico come successe ad Alain Juppé nel 2007. Juppé, nominato ministro dell’ecologia, fu costretto a dimettersi dopo aver perso contro la socialista Michèle Delaunay. In particolare le posizioni sensibili sono quelle di Christophe Castaner, nominato in un ruolo delicatissimo e candidato nel collegio Alpes-de-Haute-Provence, una circoscrizione dove Emmanuel Macron è arrivato terzo al primo turno e ha vinto al secondo di pochissimi voti, e Bruno Le Maire, ministro dell’Economia candidato alla successione di se stesso nella prima circoscrizione dell’Eure; in questo collegio Marine Le Pen è arrivata in testa al primo turno con il 29,2 per cento dei voti. Sono impegnati alle legislative anche Marielle de Sarnez, Richard Ferrand, Annick Girardin e Mounir Mahjoubi (quest’ultimo a Parigi contro il segretario del Partito Socialista, Jean Christophe Cambadélis). È chiaro che una o più sconfitte potrebbero scatenare un effetto domino e costringere presidente e primo ministro a cambiare completamente la squadra di governo.

2-Comincia una nuova campagna elettorale

Come sa bene chi è iscritto da un po’ a questa newsletter, l’11 e il 18 giugno i francesi voteranno per rinnovare la loro camera bassa, l’Assemblée Nationale. L’Assemblea dà la fiducia al Governo ed è la sede principale del potere legislativo che è esercitato, in un sistema di bicameralismo imperfetto, insieme al Senato. Queste elezioni, finora abbastanza noiose e scontate, sono diventate importanti quasi quanto le presidenziali.
Dal 2002 al 2012 le elezioni legislative sono state poco importanti perché “confermative”. Si giocavano in un contesto tendenzialmente bipolare, e seguivano il risultato dell’elezione presidenziale tenutasi il mese precedente. Nel 2002 vinse le presidenziali Jacques Chirac, che riuscì ad ottenere la maggioranza dei seggi in Parlamento il mese dopo (398 seggi su 577); nel 2007 le presidenziali videro l’affermazione di Nicolas Sarkozy, che vinse anche le legislative successive (345 seggi su 577); stessa cosa è accaduta a François Hollande nel 2012, con 331 deputati su 577. Stavolta le cose sono diverse, perché il sistema politico su cui si regge la V Repubblica è completamente saltato.

Come si vota?

Il territorio francese è diviso in 577 collegi uninominali a doppio turno assegnati con il meccanismo seguente: se nessun candidato arriva al 50 per cento dei voti espressi da almeno il 25 per cento degli elettori iscritti alle liste elettorali al primo turno, si qualificano al secondo tutti i candidati che hanno ottenuto almeno il 12,5 per cento degli iscritti alle liste elettorali, il che vuol dire, con l’astensione, più o meno il 20 per cento dei voti validi. Se nessun candidato ottiene una tale percentuale (quindi in casi di astensione altissima) si qualificano al ballottaggio i due candidati che hanno ottenuto la maggioranza dei voti espressi.

È quindi possibile che al secondo turno si verifichino, oltre alle sfide 1 contro 1, dei ballottaggi triangolari e in alcuni casi eccezionali quadrangolari; in questi ultimi due casi non serve raggiungere il 50 per cento più 1 dei voti per essere eletti, ma basta ottenerne la maggioranza relativa. Il territorio francese diventa quindi teatro di 577 mini-presidenziali, ma va da sé che in una situazione politica in cui il territorio è diviso asimmetricamente tra le varie forze politiche, le mini-presidenziali si giocano tra candidati di caratura diversa e tra candidati di partiti diversi. Così può capitare che ci siano dei ballottaggi En Marche! contro Front National, come accaduto al secondo turno, ma anche ballottaggi Les Républicains contro la France Insoumise, o alcuni collegi dove il candidato socialista riesce ad accedere al secondo turno, altri dove i candidati di Macron non sono nemmeno presenti.

Il movimento di Emmanuel Macron infatti, ribattezzato La République En Marche, ha investito 526 deputati su 577, lasciando quindi 51 collegi liberi. Le circoscrizioni senza candidato non sono casuali, ma vedono concorrenti di peso giudicati Macron-compatibili per il loro profilo politico e per le loro dichiarazioni di collaborazione.

I soli due ministri non targati En Marche! candidati sono Bruno Le Maire e Ericka Bareigts, che non hanno nessun concorrente En Marche! ovviamente. Stessa cosa per Agnès Firmin Le Bodo, che sostituisce il primo ministro Édouard Philippe nel suo ex collegio nella Senna Marittima. Sono risparmiati anche profili molto interessanti, come Thierry Solère, organizzatore delle primarie della destra, che ha dichiarato di “non essere all’opposizione di questo governo”, o i deputati che prendono il posto di Xavier Bertrand, repubblicano e presidente della regione Hauts-de-France, a lungo corteggiato (apparentemente senza successo) da Macron e Christian Estrosi, repubblicano, ex presidente della regione Provence-Alpes-Côte d’Azur e ora tornato a fare il sindaco di Nizza.

Ma Macron non ha risparmiato solo repubblicani: gli ex ministri di Hollande Stephane Le Foll, Miriam El Khomri e Marisol Touraine non hanno concorrenti nel loro collegio così come Sylvia Pinel, ex candidata alle primarie del partito socialista in gennaio e presidente del Parti Radical de Gauche. L’obiettivo è quindi cercare di vincere la maggioranza delle circoscrizioni in cui En Marche! ha presentato candidati avendo una sorta di riserva rappresentata dai personaggi sopra citati. È chiaro che però, in alcuni casi, il sostegno alla maggioranza presidenziale verrà concesso dopo accordi su ministeri o punti specifici del programma.

Il caso Valls
Manuel Valls è stato primo ministro per due anni e mezzo durante la presidenza di Hollande, per poi dimettersi a dicembre per partecipare alle primarie del partito socialista, primarie che ha perso contro Benoît Hamon. Dopo lunghi mesi passati in silenzio ha deciso di non rispettare l’impegno preso durante la competizione interna (chi perde si impegna, chiaramente, a sostenere il vincitore) e dichiarare il proprio sostegno a Macron. Questa scelta ha poi determinato un’accelerazione a partire dal giorno successivo l’elezione, quando Valls ha esplicitamente detto in radio di essere il candidato della maggioranza presidenziale nella sua circoscrizione dell’Essonne. La dichiarazione ha creato non pochi problemi nell’entourage di Macron che detesta l’ex primo ministro. Per due giorni si sono succeduti in tv tutti i luogotenenti a colpi di “non ci risulta”, “non ha i requisiti”, “Valls non è un profilo diverso dagli altri, deve depositare la sua candidatura e noi dobbiamo esaminarla”, “non siamo un impianto di riciclaggio”. Insomma un “grazie ma no, grazie”.

Alla fine il problema è stato risolto da Emmanuel Macron in persona. Macron, che non ama (eufemismo) Valls, ha ben presente che la sua maggioranza potrà essere precaria, o che in ogni caso cinque anni sono lunghi e la sua presidenza avrà bisogno di tutti. Alla fine è stato trovato un compromesso: Valls non è candidato di La République En Marche ma non avrà alcun marcheur a contendergli la circoscrizione. La stessa scelta è stata fatta dal Partito socialista. Se è vero che questa può sembrare un’investitura mascherata, sarà difficile che Valls crei un gruppo parlamentare all’Assemblea: tutti i deputati considerati “vallsisti” hanno un candidato En Marche! avversario nella loro circoscrizione. Insomma la scommessa di Manuel Valls, cioè creare un gruppo all’Assemblea per essere determinante negli equilibri di governo, sembra difficile da vincere.

I problemi dei repubblicani

L’irruzione di una forza politica come En Marche! al centro ha prima vampirizzato i socialisti e ora sta causando grandi difficoltà ai Repubblicani. Il leader designato dall’ufficio politico del partito per le prossime legislative è François Baroin, chirachiano prima, sarkozysta poi, al fianco di Fillon durante lo scandalo della moglie. Baroin è interprete di una linea di dura opposizione a Macron, ha votato per lui al ballottaggio come tutto il partito, ma non intende collaborare con il nuovo presidente e sta conducendo una campagna con l’obiettivo di ottenere la maggioranza assoluta all’Assemblea e imporre una coabitazione a Macron.

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François Baroin

La nomina di Philippe come primo ministro, e dei repubblicani Le Maire e Darmanin in due ministeri chiave (Economia e Budget) è chiaramente un forte segnale per gli elettori della destra moderata e costringerà i repubblicani a condurre una campagna sempre più intransigente e a destra per recuperare i voti del Front National. Un ulteriore passo verso un’opposizione a prescindere e una radicalizzazione del partito e del suo elettorato di riferimento già denunciata da Alain Juppé durante la campagna presidenziale. In questo senso la strategia di Macron pone un problema più a lungo termine: svuotando e inglobando i partiti tradizionali si rischia di lasciare l’alternanza agli estremi e non ad un altro partito di governo. È forse presto per parlarne in maniera approfondita, ma è uno degli effetti collaterali del macronismo da iniziare a considerare.

Il personaggio della settimana

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David Pujadas è uno dei volti televisivi più noti. È uno dei due conduttori de L’Émission Politique, il lungo talk show più volte citato in questa newsletter, ma è soprattutto il presentatore storico del tg delle 20 di France 2. Mercoledì è stato annunciato che non presenterà più il tg e sarà sostituito da Anne-Sophie Lapix, la presentatrice di C à Vous, un programma di attualità molto conosciuto. Non sono state date spiegazioni dalla direzione di France Televisions oltre ad una generica volontà di ringiovanire la rete. Pujadas è una sorta di Enrico Mentana francese, è giusto quindi che voi sappiate chi sia.

Consigli di lettura

Un lungo riassunto del JDD su tutte le circoscrizioni lasciate libere da La République En Marche e sui motivi che hanno portato a queste scelte, molto diversi a seconda dei casi;

-Il filosofo Raphaël Glucksmann ragiona sulla scelta dei simboli di Emmanuel Macron, e si augura un nuovo rinascimento europeo;

-Ellen Salvi ha scritto un lungo ritratto di Édouard Philippe, nuovo primo ministro di Macron con cui condivide un carattere trasgressivo e spesso sopra le righe;

-Per Bruno Le Maire essere stato nominato ministro dell’Economia è una rivincita personale. La storia è raccontata da Judith Waintraub, la giornalista del Figaro che si occupa della destra.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Présidentielle 2017, trentaquattresima settimana: “una presidenza sensibile ai simboli e ai gesti forti”

Trentaquattresima edizione della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

1-Emmanuel Macron è stato ufficialmente proclamato Presidente della Repubblica francese.

2-Chi sono gli uomini appena nominati nei posti chiave dell’Eliseo?

1-La cerimonia e il passaggio dei poteri

Emmanuel Macron è un politico molto attento ai simboli. Ha iniziato la sua presidenza con una delle serate più simboliche della Quinta Repubblica, e durante la settimana appena passata ha continuato a far capire che le sue apparizioni pubbliche saranno studiate nei minimi dettagli. Macron è letteralmente scomparso da tv, radio e giornali e si è fatto vedere in pubblico solo in due occasioni commemorative: lunedì 8 maggio alla cerimonia della vittoria della seconda guerra mondiale e mercoledì 10 maggio alla cerimonia per l’abolizione della schiavitù. Una comunicazione antica e monarchica bilanciata dalla contemporaneità: il selfie con la sua équipe di campagna che ha fatto il giro del mondo.

Laurent Fabius, il presidente del Consiglio Costituzionale incaricato di investire ufficialmente il nuovo Presidente della Repubblica, ha trovato un’efficace sintesi: “lei è un uomo del nostro tempo, per  la sua formazione, per le sue scelte. Come ha scritto François-René de Chateaubriand, per essere l’uomo del proprio paese, bisogna essere l’uomo del proprio tempo”.

 

La giornata del passaggio dei poteri è stata un’altra occasione per lanciare una serie di segnali simbolici non solo alla Francia, ma anche all’Europa e al mondo intero, citato più volte come orizzonte dal nuovo presidente, consapevole che il suo paese avrà un ruolo molto rilevante dal punto di vista dei rapporti internazionali nei prossimi 5 anni.

Macron ha innanzitutto sottolineato la continuità istituzionale della sua presidenza. Nel suo primo discorso dopo la cerimonia Macron ha citato tutti i suoi predecessori con parole di elogio, sottolineando la qualità migliore di ognuno, a dimostrazione del suo rispetto per la carica e per gli uomini che l’hanno ricoperta. La volontà è, come detto più volte, presentarsi come l’uomo della Repubblica, come un presidente consapevole di essere parte di una storia che va oltre la sua persona. “Il presidente non è un uomo normale” ha ripetuto più volte negli ultimi anni, la cerimonia e il discorso ribadiscono quest’idea quasi mistica che Macron ha della sua funzione.

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La foto è di Yoan Valat, dell’AFP

Il secondo segnale l’ha dato utilizzando un veicolo militare per la tradizionale sfilata all’Avenue des Champs-Élysées di cui è protagonista ogni nuovo presidente. Macron ha voluto far capire che assume pienamente il suo statuto di capo delle forze armate, che è consapevole dei tanti impegni internazionali del suo paese e che, nonostante sia giovanissimo e poco ferrato sulle questioni della “potenza pubblica”, si comporterà di conseguenza. La sfilata su un veicolo di questo tipo non ha precedenti nella storia della Quinta Repubblica, particolare molto sottolineato dagli analisti e giornalisti che hanno seguito la cerimonia in diretta.

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La terza scelta simbolica di questa giornata particolare è in linea con il ruolo di capo delle forze armate. Tutti i presidenti appena insediati hanno un protocollo abbastanza rigido da seguire: arrivano all’Eliseo e hanno un colloquio privato con il presidente uscente, cui seguono la proclamazione ufficiale e il conferimento della croce di gran maestro della legione d’onore; i neo eletti tengono poi un primo discorso alla nazione dalla sala delle feste del palazzo, e passano in rassegna gli ordini militari nel cortile dell’Eliseo mentre vengono sparati 21 colpi a salve dall’Hotel des Invalides; raggiungono poi l’arco di Trionfo per deporre una corona al milite ignoto dopo aver camminato per gli Champs-Élysées. Infine è sempre prevista una visita alla Mairie, al comune, di Parigi, dove il nuovo Capo di Stato è accolto dal sindaco.

In genere c’è un fuori programma, un omaggio non previsto: François Mitterrand nel 1981 andò al Panthéon, Nicolas Sarkozy nel 2007 andò a rendere omaggio alla tomba di Georges Clemenceau e Charles de Gaulle, François Hollande nel 2012 andò a depositare dei fiori sulla tomba di Jules Ferry e Marie Curie. Macron ha scelto il mondo dei vivi: all’ospedale Percy di Clamart ha incontrato, senza telecamere e con nessun giornalista autorizzato ad assistere, i militari feriti nelle operazioni all’estero, tappa finale del suo debutto come capo delle forze armate.

Domattina Emmanuel Macron nominerà il primo ministro e volerà in Germania per incontrare Angela Merkel, martedì verrà nominato il nuovo governo e mercoledì ci sarà il primo consiglio dei ministri presieduto dal nuovo presidente. Infine, venerdì Macron dovrebbe incontrare le truppe francesi impegnate all’estero, precisamente in Mali. Poi le legislative, di cui inizieremo a parlare approfonditamente dalla prossima settimana.

2-I personaggi della settimana

Questa volta facciamo una piccola eccezione. Introduciamo gli uomini di fiducia del nuovo presidente, uomini che saranno poco mediatici ma che danno delle prime indicazioni sulla nuova “amministrazione”. Se avete visto The West Wing sapete benissimo quanto è importante lo staff del presidente, se qualcuno di voi non l’ha visto, lo faccia.

Alexis Kohler, segretario generale dell’Eliseo

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È il membro più importante dello staff ed è praticamente colui che segue da vicino la politica interna del paese. Il Presidente della Repubblica è spesso impegnato tra viaggi all’estero, cerimonie e impegni ufficiali; per intenderci Hollande da gennaio ad oggi ha avuto un impegno ogni due giorni lontano dall’Eliseo. Il segretario generale resta sempre a Parigi, per non perdere di vista i dossier più importanti del presidente. Non è un ruolo tecnico, ma è il ruolo politico per eccellenza: dopo aver ricoperto questa carica sono diventati primi ministri, Édouard Balladur, Pierre Bérégovoy, e Dominique de Villepin, e ministri degli esteri lo stesso Villepin, Michel Jobert, Jean François-Poncet, Hubert Védrine.

L’ufficio del segretario generale è separato dall’ufficio del presidente solo da una piccola anticamera e può entrarvi senza essere annunciato; è inoltre il superiore gerarchico di tutto il personale dell’Eliseo. Sarà Alexis Kohler a ricoprire questa carica delicatissima. Kohler ha 44 anni, ha fatto l’ENA, la famosa scuola dell’amministrazione pubblica ed ha alle spalle una lunga carriera da funzionario. Ha lavorato al FMI, dal 2012 al 2014 è stato il consigliere del ministro dell’economia, Pierre Moscovici, ed è rimasto a Bercy dopo la nomina di Emmanuel Macron. Secondo Macron, “Kohler è la persona più intelligente che conosco, è più intelligente di me”; Brigitte Macron ha spiegato alla stampa che non ha mai visto suo marito intendersi così velocemente con nessuno, tanto che è stato il solo, secondo L’Opinion, a beneficare di una deroga speciale durante la campagna elettorale: ha potuto cumulare il suo nuovo lavoro (direttore finanziario di MSC crociere, a Ginevra) con quello di consigliere speciale di Macron, con l’obbligo di tornare ogni mercoledì (giorno della riunione dell’ufficio politico della campagna elettorale) e week-end a Parigi.

Philippe Etienne, consigliere diplomatico

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È, secondo la felice definizione del Monde, il personaggio che in politica estera “dà ordini a tutti tranne al presidente”. Ha alle sue dipendenze una decina di altri consiglieri ed è, di fatto, l’uomo che ha nelle sue mani la gestione della politica estera della presidenza della Repubblica.

Il percorso personale di Etienne aiuta a capire quali saranno gli orientamenti del nuovo presidente e quali sono le priorità secondo Emmanuel Macron: ha 61 anni, ha studiato all’École Normale e poi all’ENA, è poliglotta (parla inglese, tedesco, spagnolo, russo, romeno e serbo-croato) ed è stato rappresentante permanente della Francia presso l’Unione Europea dal 2009 al 2014 e poi ambasciatore in Germania. Due ruoli molto significativi e decisivi nella sua nomina, oltre alla sua profonda conoscenza della Russia e dei paesi dell’est visto che ha lavorato anche a Belgrado e Bucarest.

Il consigliere diplomatico è anche detto “sherpa” secondo il soprannome dato dall’Economist nel 1979; il soprannome è talmente entrato nel linguaggio comune della presidenza che Sarkozy ha  iniziato ad utilizzarlo anche nei documenti ufficiali: nel 2007 l’ambasciatore Jean-David Levitte è ufficialmente denominato “consigliere diplomatico e sherpa”, come recita solennemente la “gazzetta ufficiale” dell’epoca.

Patrick Strzoda, Direttore del gabinetto

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Strzoda ha 65 anni, ha studiato all’ENA ed ha alle spalle una lunga carriera al servizio del ministero dell’Interno. È stato prefetto in Bretagna, poi capo di Gabinetto del ministro dell’Interno Cazeneuve con cui ha gestito la strage di Nizza della scorsa estate, ed era stato nominato da poco prefetto di Parigi. Il suo ruolo sarà coordinare tutte le attività private e pubbliche del presidente, oltre che gestire la presidenza dal punto di vista amministrativo: Patrick Strzoda sarà alla testa di una delle amministrazioni presidenziali più complesse del mondo con più di 100 milioni di euro di budget e quasi 1000 dipendenti.

Ismaël Emelien, Consigliere speciale

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Il Consigliere speciale è in genere scelto per la sua vicinanza al presidente visto che diventa automaticamente il consigliere più importante per tutte le questioni di Stato. Spesso è anche chi scrive i discorsi e, a seconda della sua personalità e della libertà lasciata dal presidente, può diventare una figura molto mediatica. È stato il caso di Henri Guiaino, consigliere di Sarkozy che diventò una sorta di portavoce del governo sino a candidarsi alle elezioni legislative del 2012.
Il ruolo è affidato ad Ismaël Emelien, giovanissimo braccio destro di Macron. Ha 30 anni, è laureato a Sciences Po, l’istituto di studi politici di Parigi, ed è stato molto vicino a Dominique Strauss Kahn nella campagna elettorale per le primarie dei socialisti del 2006. Ha conosciuto Emmanuel Macron nel 2009 ed è poi stato il suo consigliere strategico prima al ministero dell’Economia, poi durante la campagna elettorale. Il nuovo presidente si fida ciecamente di Emelien, che infatti ha lasciato il ministero dell’economia prima di Macron, per lavorare al lancio e alla struttura del movimento En Marche! nel 2016.

Era l’uomo delle dichiarazioni durante la campagna elettorale: era lui ad avere l’ultima parola sulle dichiarazioni improvvise, prese di posizioni ufficiali e rapporti con la stampa sulle questioni delicate. È inoltre l’uomo delle nuove tecnologie: durante la campagna elettorale ha assunto e lavorato a stretto contatto con l’innovativa start up di strategia elettorale Liegey Muller Pons e con la piccola azienda di analisi semantica Proxem. È infine colui che ha coordinato la “campagna di ascolto al paese” che ha condotto En Marche! per quasi un anno raccogliendo le opinioni dei francesi su quali dovessero essere le priorità del programma presidenziale.

Consigli di lettura

-Un lungo articolo di Carl Meeus, direttore del Figaro Magazine, in cui vengono spiegate le difficoltà che deve affrontare Emmanuel Macron che sta provando a corteggiare i repubblicani senza troppo successo (per ora);

-L’Obs spiega quali sono i 25 duelli più interessanti delle prossime legislative in una bellissima mappa;

-La lunghissima intervista di Macron a Mediapart, data prima del secondo turno in cui il neo presidente parla di tutto, politica interna, politica estera e aspirazioni personali.

P.S. non ho scritto delle speculazioni sul primo ministro perché domattina sapremo. Erano battute sprecate!

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentatreesima settimana: Emmanuel Macron, il nuovo monarca repubblicano

Trentatreesima edizione della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Chi è il Presidente della Repubblica francese? Cosa rappresenta la funzione immaginata da Charles de Gaulle nel 1958? Ma soprattutto, chi diventerà Emmanuel Macron, da ieri sera il più giovane Capo di Stato francese dalla creazione della funzione, nel 1848?

La risposta non può che essere affidata alle sue parole, pronunciate l’8 giugno del 2015:

“Nel processo democratico e nel suo funzionamento c’è un assente. Nella politica francese assente è la figura del re, che credo il popolo francese non abbia voluto vedere morto. Il Terrore ha scavato un vuoto emozionale, immaginario, collettivo: il re non è più lì! Abbiamo cercato di riempire questo vuoto mettendoci altre figure ma ci siamo riusciti davvero solo nel periodo napoleonico e in quello gollista; a parte questi due periodi, la democrazia francese non è riuscita a riempire. La dimostrazione è la continua messa in discussione della figura presidenziale, costante da quando il generale de Gaulle è morto. Dopo il generale, la normalizzazione della figura presidenziale ha inserito una poltrona vuota nel cuore della vita politica: pretendiamo che il presidente della Repubblica occupi questa funzione ma chi è eletto non riesce più a farlo. Tutto è fondato su questo malinteso.”
Come fare, dunque, a re-incoronare il monarca repubblicano? La lunga cavalcata è necessaria, la storia fuori dal comune imprescindibile. I tanti traguardi della vita di Emmanuel Macron sembrano quasi preparati in anticipo: il percorso straordinario all’ENA, la fucina dei funzionari pubblici francesi; l’ingresso all’ispettorato delle finanze, uno dei migliori dipartimenti della funzione pubblica; la nomina nella Commissione Attali, con i suoi potentissimi 42 membri scelti nel 2007 per riformare lo Stato francese; la brillante carriera alla banca Rotschild, con un accordo di 8 miliardi di dollari gestito da protagonista; l’arrivo all’Eliseo, da segretario generale del Presidente; l’investitura da ministro dell’Economia come figura di punta della nuova politica liberale del quinquennat di Hollande; infine l’abbandono del governo, la campagna elettorale più facile del previsto grazie agli errori infiniti degli avversari (colti e sfruttati appieno); la vittoria al primo turno, la vittoria delle elezioni.

Tutto straordinario, bello da raccontare, ma non sufficiente. Per fare il re c’è bisogno di un’immagine potente, che resti, come Napoleone che s’incorona il 2 dicembre del 1804, immortalato da Jacques-Louis David.

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In assenza di corone il mezzo può essere un grande discorso, come per Abramo Lincoln fu il discorso di Gettysburg. Ma Macron non è uno straordinario oratore. E allora serve un simbolo, un contorno capace di sostenere e far risaltare il momento storico oltre l’uomo che lo rappresenta. Ecco il perché di una camminata di tre minuti carica di evocazioni. Un’immagine che spiega da sola qual è il programma politico di Macron per i prossimi cinque anni, un programma che non c’entra nulla con le fredde liste di cose da fare, ma è più ambizioso. L’ambizione di Emmanuel Macron non è governare, è presiedere, è rendere di nuovo la carica per cui è stato eletto sacra, al di sopra delle parti, potente e intoccabile.

 

Il simbolo è quindi la marche: la musica di Beethoven in sottofondo, simbolo dell’Europa e della rinascita dopo la guerra; la Pyramide e il museo con le sue migliaia di opere d’arte, dal rinascimento italiano all’antichità romana, dall’Egitto alla Grecia con la Nike di Samotracia, la vittoria, simbolo dell’audacia e della fortuna che il giovane presidente ha preso per le corna quando ogni ragione sembrava sconsigliare una scommessa impossibile da vincere; il palazzo del Louvre, la residenza dei re che abbraccia la piazza venuta a festeggiare il nuovo Capo di Stato, simbolo di una carica unica al mondo per l’investitura diretta e universale dal popolo. Infine l’uomo, da solo, visibilmente emozionato e austero nel lungo cappotto scuro à la Kennedy che incontra il popolo che l’ha incoronato.

I tre minuti che separano Macron dagli archi del Louvre al palco servono a questo, a rilanciare l’ambizione della Francia in Europa e nel mondo. Un mondo che, dopo lo sbandierato ritiro nei propri confini degli Stati Uniti di Trump, ha bisogno di una nuova guida, necessita di esempi e di scelte politiche coraggiose. È quasi un secolo che la Francia sogna di poter tornare ad essere esempio per tutti, e quei tre minuti simboleggiano l’incrocio del destino personale di un uomo con quello della sua patria.

È megalomania e vanagloria oppure senso e coscienza della storia? La domanda è legittima, anche perché caricando così tanto la sua figura, a tratti al limite del narcisismo, il racconto di Macron rischia di andare in pezzi al primo scontro con la realtà, ad esempio quando i sindacati di sinistra andranno in piazza a protestare contro la sua riforma del mercato del lavoro. Ho deciso di raccontarvi questa marche così carica di simboli perché è stato un momento molto evocativo ma, come ci ha abituato il nuovo presidente, una tale mise en scène è l’ennesima grande scommessa.

E se tra un anno scoprissimo che Emmanuel Macron, così giovane e inesperto, non è quell’uomo politico salvifico che stamattina tutti i giornali internazionali celebrano?

2-Chi ha votato e come

Venerdì avevo sottolineato come una delle domande più interessanti che rivolgono i sondaggisti agli elettori è “come ve la passate con il vostro stipendio alla fine del mese”, perché contiene sia l’indicatore oggettivo del reddito che la percezione soggettiva della propria condizione. La spaccatura tra i due elettorati è evidente e rende l’idea, qualora ce ne fosse ancora bisogno, di quanto sono distanti i francesi che votano per Macron dai francesi che scelgono Marine Le Pen.

Sondaggio 1.png

Il sondaggio è stato realizzato da Ipsos

Un altro indicatore molto interessante e peculiare a questa strana elezione è l’alto numero di schede bianche che, come vedete dal prossimo grafico, raggiunge una percentuale e un numero assoluto da record: 4.066.802 di francesi hanno inserito una scheda bianca, pari al 11,49 per cento dell’elettorato.

Grafico 1

Il grafico è del Parisien

Questi numeri sono sintomo di un popolo che, al di là delle evocazioni ricordate prima, è tutt’altro che rapito dalla retorica di Emmanuel Macron. E infatti il 51 per cento di chi ha scelto scheda bianca l’ha fatto perché rigetta entrambi i candidati, mettendoli implicitamente sullo stesso piano (e questo è un grande problema per Macron); e il 39 per cento non rigetta i candidati ma pensa, laicamente, che nessuno dei due rappresenta delle idee “votabili”. Se poi guardate la motivazione per gli elettorati dei candidati eliminati al primo turno vi rendete conto che in questa scelta ha pesato molto la posizione “né l’uno né l’altro” di Jean-Luc Mélenchon.

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I problemi per Macron però non sono finiti: come sapete tra un mese esatto si vota per le elezioni legislative che eleggeranno la futura Assemblea Nazionale, la camera che dà la fiducia al governo. Solo il 39 per cento degli elettori desidera che il nuovo presidente riesca ad ottenere una maggioranza assoluta per governare, segno che l’elezione del Parlamento sarà tutt’altro che una passeggiata per Macron.

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D’altronde, che questa fosse un’elezione per difetto appariva chiaro anche alla vigilia: la maggioranza degli elettori degli altri candidati ha scelto Macron solo in opposizione alla sua avversaria, e alle legislative difficilmente voterà per un candidato con l’etichetta En Marche!. Di sicuro però, Macron può essere felice del 43 per cento degli elettori di François Fillon che l’ha scelto per una delle tre qualità indicate dal sondaggio che leggete di seguito: il rinnovamento politico, il suo programma e la sua personalità.

 

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Gli ultimi tre sondaggi sono realizzati sempre da Ispsos ma li trovate in un altro archivio

È necessario guardare agli elettori di Fillon perché è a quell’area politica che in questo momento il nuovo presidente deve rivolgersi, dato per assodato che gran parte degli elettori tradizionali del Partito socialista e del centrismo vota per lui. Se dovesse nominare un primo ministro gradito al centro destra moderato, potrebbe esercitare una pressione notevole sia sugli elettori naturali dei repubblicani sia sui dirigenti che si sono detti disponibili a lavorare insieme al nuovo presidente in caso non riuscisse ad avere la maggioranza. Di questo parleremo meglio domenica prossima ma è uno scenario che bisogna iniziare a tener presente.

Il personaggio della settimana

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Richard Ferrand è stato uno dei primi deputati del Partito socialista  ad appoggiare il movimento e la candidatura di Emmanuel Macron. È il segretario di En Marche!, cioè il personaggio che ha tenuto le redini del movimento in tutti questi mesi. La vittoria di ieri è dovuta senza dubbio anche a uomini come lui che hanno ben consigliato Macron, e hanno lavorato, soprattutto all’inizio, con l’ostilità del proprio partito di appartenenza.

Bonus!
A proposito di camminate tra monumenti con l’inno alla gioia di sottofondo, guardate qui, dal minuto 4.30 (e grazie a Marc per la segnalazione del video).

 

Consigli di lettura

-Per una lettura più tecnica del voto di ieri vi consiglio l’analisi di Matteo Cavallaro su Agi;

-Una troupe ha seguito tutta la campagna elettorale di Emmanuel Macron potendo filmare il dietro le quinte della cavalcata presidenziale. Il documentario completo è stato trasmesso su TF1, qui un racconto dell’idea su Slate;

Secondo Gilles Kepel, esperto di jihadismo, il progetto dello Stato Islamico e dei gruppi terroristici è aiutare l’ascesa di partiti come il Front National per favorire un clima da guerra civile. Grazie a Lorenzo per la segnalazione!

In ogni caso Qui trovate il calendario della prossime settimane, per farvi un’idea di cosa ci aspetta.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, edizione straordinaria: la Francia in marcia o la Francia al fronte?

Edizione straordinaria della newsletter sulle presidenziali francesi.  Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

1-Il dibattito di mercoledì ha visto Marine Le Pen molto aggressiva, forse troppo. Analizziamo la strategia della candidata del Front National;

2-I sondaggi confermano che Emmanuel Macron è favorito.

1-Il dibattito

Come sapete, mercoledì i due candidati hanno animato il grande dibattito che tradizionalmente viene organizzato tra primo e secondo turno. È stato il settimo dibattito televisivo della V Repubblica, il primo si tenne nel 1974 tra Valéry Giscard d’Estaing e François Mitterrandm e solo una volta, nel 2002, il confronto non ebbe luogo per il famoso rifiuto di Jacques Chirac di dare cittadinanza alle idee del Front National e del suo candidato Jean Marie Le Pen.

Non serve che io vi faccia il riassunto di quanto è stato detto nelle 2 ore e 40 di confronto, ma potete leggere l’analisi del Monde e il riepilogo del Post. Ci sono però alcune cose che è interessante notare. Per quale motivo Macron ha accettato di dibattere con Le Pen? L’opzione contraria, e cioè rifiutare il confronto, era politicamente impraticabile: i due si erano già affrontati due volte, sia nel dibattito a 5 che in quello a 11, e un rifiuto a questo punto della campagna elettorale sarebbe stato inspiegabile. In più, come ha spiegato lo stesso Macron la mattina successiva, era suo interesse ribattere punto su punto alle insinuazioni e agli insulti di Marine Le Pen. Il Front National è ormai all’interno del paesaggio politico, che piaccia o meno; Macron ne ha semplicemente tratto le conseguenze.

La seconda e più importante riflessione riguarda la strategia che ha tenuto Marine Le Pen durante il dibattito. Della dédiabolisation, la normalizzazione del Front National, abbiamo parlato più volte e l’atteggiamento tenuto da Macron durante il dibattito ne è stata l’ennesima conferma. Solo una volta Macron ha posto l’accento sulla storia del partito lepenista, solo una volta ha usato l’espressione “estrema destra” per definirlo, persino in un contesto molto teso e molto aggressivo. Il nuovo clivage, il nuovo bipolarismo progressisti/conservatori, apertura/chiusura è rivendicato anche dal leader di En Marche!, quindi uno scontro del genere è persino funzionale perché giustifica e rafforza le sue posizioni politiche.
Sicché se il punto di partenza era la dédiabolisation, Marine Le Pen ci ha sorpreso tutti. Da quando è stata eletta, la leader del Front National ha dedicato tutti i suoi sforzi alla normalizzazione del partito: ha mandato in televisione persone rispettabili come Florian Philippot, Nicolas Bay e la nipote, Marion Maréchal Le Pen; ha “ucciso il padre” Jean Marie, con cui persino i rapporti personali sembrano compromessi, escludendolo dal partito e dichiarando più volte che le sue prese di posizione, i suoi toni e i suoi modi non hanno più cittadinanza nel Front National. Ha trasformato il partito lepenista nel partito marinista. Sul plateau di TF1 questa strategia è andata completamente in pezzi. Marine Le Pen non ha quasi mai lasciato parlare il suo avversario, l’ha insultato, deriso, accusato di nefandezze non meglio identificate, ha insinuato che Macron potrebbe avere un conto segreto alle Bahamas o essere complice del fondamentalismo islamista. La candidata del Front National ha rotto tutte le regole dei dibattiti televisivi disturbando persino l’appello finale del suo avversario e rendendo l’esercizio molto faticoso da seguire per chi era a casa.

Il dibattito doveva servire a trasformare Marine Le Pen da un candidato di protesta radicale in un candidato di potere, doveva rassicurare chi ancora vede la sua candidatura solo come un modo di esprimere la propria collera. Marine Le Pen rappresentava quest’aspirazione rispetto al padre: esercitare il potere riuscendo a conquistare la massima magistratura dello Stato. E invece non ha mai assunto questa postura e non ha mai dato l’impressione nemmeno di volerlo fare. Le 2 ore e 40 passate di fronte ad Emmanuel Macron hanno visto un cambio di rotta talmente brusco da apparire cacofonico e per molti incomprensibile.

 

 

Chi di voi è appassionato di politica americana può paragonare questo atteggiamento a quello tenuto da Donald Trump. Ma credo che in questo caso non sia molto calzante: Trump era quel tipo di candidato, una persona che ha rivendicato più volte la necessità di rompere tutti gli schemi, che aveva costruito un personaggio in tal senso. Trump faceva Trump. Marine Le Pen al contrario aveva costruito un profilo diverso, aveva speso anni per rendere la sua immagine più accettabile e far dimenticare il cognome pesante che porta (sparito da tutti i manifesti elettorali da quasi un anno ormai).

Per questo comportamento ci sono due possibili spiegazioni. La prima è che Marine Le Pen abbia ritenuto che fosse necessario adottare una tattica à la Trump come dicevamo: insultare il sistema, smascherarlo, “cantargliene quattro”. Insomma rompere tutte le regole del gioco, un gioco finora fasullo tra “due candidati del sistema che erano d’accordo su tutto o quasi”. Portare la contrapposizione fino all’esasperazione, delegittimare chi le era seduto di fronte, ridere di continuo, mostrarsi contraria persino quando Emmanuel Macron ha evocato una maggiore attenzione da parte dello Stato alle persone portatrici di handicap. Questa prima spiegazione è stata data direttamente da Marine Le Pen, interrogata da Jean Jacques Bourdin la mattina dopo proprio sulla sua inattesa aggressività.

Una seconda spiegazione è invece più sottile: Marine le Pen ha interiorizzato che perderà, che i più di 20 punti di distacco registrati dai sondaggi non possono essere colmati. Ha capito che non può sovvertire il pronostico visto che nemmeno dopo una prima settimana di campagna elettorale entusiasmante è riuscita a invertire la tendenza in maniera decisiva. Il suo dibattito è stato quindi un preludio, in più di 2 ore, di come verrà impostata l’opposizione ai prossimi cinque anni di presidenza Macron: un attacco violento e continuo senza esclusioni di colpi.

L’obiettivo privilegiato di questo atteggiamento, che a guidarlo sia stata la prima o la seconda strategia, è chiaramente una parte degli elettori che al primo turno ha votato per Mélenchon. Mi riferisco a chi ha scelto il candidato della France Insoumise per le istanze protestatarie e radicali che incarnava e che quindi non ha alcun motivo per votare per Emmanuel Macron. Il problema è che, come spiegano i sondaggi pubblicati da Elabe subito dopo il dibattito, il 66 per cento di chi l’ha guardato e ha votato Mélenchon al primo turno ha giudicato molto più convincente Macron rispetto a Marine Le Pen. Questo non vuol dire che queste persone automaticamente voteranno per l’ex ministro dell’economia ma vi dà l’idea dei risultati della strategia di Marine Le Pen, che tra l’altro ha deluso una parte non indifferente dei suoi simpatizzanti visto che il 12 per cento ritiene che Emmanuel Macron sia stato più convincente (guardate il dato eguale e contrario).

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Ah, vi ricordate di Nicolas Dupont-Aignan, il primo ministro già designato in caso di vittoria di Marine Le Pen? Onnipresente in tv fino al dibattito, da mercoledì notte è letteralmente introvabile.

2-Cosa dicono i sondaggi?

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Il sondaggio è stato realizzato dall’istituto Ipsos

Come vedete la buona prestazione nel dibattito di Emmanuel Macron si traduce in un netto miglioramento nelle intenzioni di voto; la partita sembra scontata tanto che, come ha titolato il Figaro, “i macronisti si vedono già all’Eliseo”, e Macron ha detto stamattina di aver scelto il suo primo ministro, che sarà comunicato subito dopo la cerimonia del passaggio dei poteri. La cerimonia si terrà entro la mezzanotte del 14 maggio, cioè una settimana dopo il risultato del secondo turno.

Inutile che vi ricordi le incognite che pesano sull’esito delle elezioni, l’astensione, il comportamento di chi non ha votato per Macron al primo turno, la collera che si percepisce nel paese. Di certo, se la settimana scorsa Marine Le Pen era stata protagonista di un’ottima campagna, in questi ultimi giorni è stata molto meno efficace.

Torniamo però al voto del 23 aprile. Come avevamo già analizzato, il primo turno ha dimostrato quanta distanza ci sia tra il voto della campagna e il voto delle città. Questo grafico indica quanto, all’allontanarsi dai centri urbani, il voto per Macron crolli, e come accada invece il contrario per Marine Le Pen. La cosa interessante è che Macron resta molto forte anche nella cosiddetta “cintura esterna” cioè nelle periferie e nei comuni confinanti con le grandi città.

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In questo altro grafico potete notare invece la grandissima progressione del Front National guidato da Marine rispetto al padre nelle zone rurali. Quello che impressiona però è il dato stabile nelle grandi città, mai cambiato (avevamo già notato che a Parigi addirittura Le Pen perde voti rispetto al 2012).

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In questo altro grafico potete notare invece la grandissima progressione del Front National guidato da Marine rispetto al padre nelle zone rurali. Quello che impressiona però è il dato stabile nelle grandi città, mai cambiato (avevamo già notato che a Parigi addirittura Le Pen perde voti rispetto al 2012).

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Questa mappa invece è secondo me molto interessante: indica com’è cambiata la percezione del ritardo economico della loro regione da parte dei francesi; è confrontata la loro opinione del 2015 rispetto al 1963.

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I due grafici e questa mappa sono stati elaborati dall’istituto Ifop

Adesso confrontate questa mappa che avete appena visto con i risultati elettorali del 23 aprile. È abbastanza impressionante.

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Un po’ di informazioni per la giornata di domenica. Io seguirò i risultati al comitato di Macron, sarò spesso in collegamento con rainews24 e commenterò con voi quello che sta succedendo su twitter con l’hashtag #maratonamaselli. Alle 23.20 sarò poi ospite allo speciale del tg1 per commentare i risultati.

Infine, da oggi mi trovate in edicola su Pagina 99. Con Gabriele Carrer e Alberto Bellotto abbiamo indagato la crisi di iscritti dei partiti europei in Francia, Italia e Regno Unito. Qui l’editoriale di Gabriella Colarusso che spiega il nostro lavoro e il contenuto dello speciale.

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Per oggi è tutto, noi ci sentiamo lunedì mattina, per commentare i risultati!

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