Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentaduesima settimana: la presidenziale passa da Amiens

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1-La presidenziale passa da Amiens

Una campagna elettorale vive anche di simboli. La regione Nord-Pas-de-Calais-Normandie è uno di questi, ricca com’è di contraddizioni, dati, statistiche e storie che ne fanno un teatro perfetto per un ballottaggio tra due candidati che condividono solo la lingua e l’ambizione di guidare il proprio paese. Regione tra le più toccate dalla disoccupazione (12,8 per cento contro il 10,2 per cento della media nazionale), ha visto, oltre al transito di decine di migliaia di migranti per cui Calais è diventata tristemente famosa, numerose fabbriche chiudere una dopo l’altra. Come riporta l’Obs, dalla regione sono sparite moltissime aziende negli ultimi 5 anni: Goodyear ha licenziato 1000 persone, Continental 700, Sapsa-Bedding 156.

La regione si trova in quel nord est che ha votato ampiamente per Marine Le Pen, in testa con il 31,03 per cento, e per Mélenchon, al 19,59 per cento, la Francia più colpita dalle delocalizzazioni, quella ormai famosa per voi e per me, che ha perso la sfida della globalizzazione. Ad Amiens, una delle principali città, ha sede uno stabilimento da mesi al centro delle cronache e dei dibattiti televisivi: la fabbrica della multinazionale americana Whirlpool che da anni sta cercando di ridurre la propria presenza in Francia. L’azienda dava lavoro a 1300 persone nel 2002, oggi ha solo 290 dipendenti e ha comunicato l’intenzione di chiudere lo stabilimento e portare la produzione in Polonia dove il costo del lavoro è infinitamente più basso. Nel comunicato si legge che la decisione è presa per adattarsi “ad un contesto di mercato sempre più concorrenziale”.

Nella consueta agenda che Emmanuel Macron invia alla stampa ad inizio della settimana era prevista una sua visita allo stabilimento per incontrare i delegati sindacali ed occuparsi del problema. Si tratta tra l’altro di una promessa fatta durante un dibattito televisivo a François Ruffin, un giornalista molto impegnato politicamente, direttore del sito satirico Fakir, autore del documentario di successo “Merci Patron” con cui ha vinto il premio César (e dal palco ha invitato Hollande a “muovere il culo” per salvare lo stabilimento) e candidato alle legislative con il movimento di Jean-Luc Mélenchon.

La visita era quindi abbastanza attesa visto che per Macron il nord-est è una “terra di conquista”, una delle regioni dove deve evitare un exploit di Marine Le Pen, una delle parti della Francia in cui il suo messaggio non ha raccolto entusiasmo o curiosità. Il leader di En Marche! ha però scoperto che in un ballottaggio la campagna elettorale non è un esercizio solitario, di fronte ha un avversario molto aggressivo che sta preparando da mesi un duello del genere. Mentre Macron era alla camera di commercio di Amiens, ricevuto dai sindacati, di sorpresa, davanti ai cancelli dell’azienda, è apparsa Marine Le Pen.

 

 

 

Risultato? Un trionfo immortalato dalle telecamere, con la leader frontista acclamata e applaudita dagli operai, qualche grido “Marine présidente”, molti selfie, abbracci e ringraziamenti per il suo impegno. Impegno che è costante da mesi, visto che il Front National organizza quasi quotidianamente volantinaggio davanti alla fabbrica e ha utilizzato più volte il caso Whirlpool come emblema della globalizzazione selvaggia che distrugge l’industria e i posti di lavoro francesi. L’azienda è spesso citata nei comizi e persino nel primo dibattito televisivo, a dimostrazione di come il colpo di comunicazione è stato in qualche modo studiato e voluto.

Avvicinatasi poi ai giornalisti, a quel punto precipitatisi sul posto, Marine Le Pen non ha perso occasione per marcare la sua differenza con Macron e ribadire il vero clivage, il vero bipolarismo: “sono qui al fianco dei lavoratori, davanti alla fabbrica, non in un ristorante di Amiens”. Ha poi promesso che se dovesse essere eletta l’azienda non chiuderebbe perché, come ha poi spiegato in un comunicato abbastanza vago, “sarà messa sotto protezione temporanea, con una partecipazione dello Stato, se necessario.” Mezz’ora per costringere l’avversario a scoprirsi ed entrare nel vivo della campagna.

Emmanuel Macron, visibilmente preso in contropiede, ha improvvisato una conferenza stampa per ribattere alla “strumentalizzazione” fatta da Marine Le Pen e per annunciare che nel pomeriggio avrebbe incontrato i lavoratori dell’azienda proprio come il suo avversario. Una volta arrivato alla Whirlpool ha trovato un ambiente particolarmente ostile: fischi, ululati, qualche “Marine présidente” e un dialogo inizialmente impossibile. Dopo un po’ ha quindi fatto allontanare i giornalisti e le telecamere, per parlare in maniera più raccolta con i lavoratori e François Ruffin, presente sul posto, ripreso solo dai membri della sua équipe, che ha trasmesso lo scambio in diretta Facebook (seguitissima, tra l’altro).

 

 

Il leader di En Marche! è riuscito a rendere una situazione potenzialmente catastrofica in un piccolo spot: si è mostrato combattivo e coraggioso, ed è stato capace di rispondere punto su punto alle domande o alle critiche di chi gli stava di fronte e difficilmente lo voterà. Gli animi si sono lentamente calmati e Macron ha persino ricevuto i complimenti da parte di Ruffin per aver affrontato con prontezza la situazione e soprattutto evitato di tenere promesse impossibili o fare marcia indietro sulle sue convinzioni, altro grande rischio per un candidato accusato più volte di voler piacere a tutti.

2-La dinamica di Marine Le Pen

L’episodio è abbastanza emblematico di questa prima settimana di campagna elettorale per il secondo turno. Marine Le Pen non è stata protagonista di una cavalcata entusiasmante fino al 23 aprile, e infatti il suo risultato è stato sì storico, ma al di sotto delle aspettative. Ha trovato avversari popolari sul suo stesso terreno (Mélenchon) o in grado di portare avanti un discorso di rinnovamento molto popolare nell’elettorato francese (Macron).  Da domenica sera però, il campo da gioco è cambiato, così come le strategie; lo abbiamo già detto, al ballottaggio si elimina, e in genere si elimina il Front National. La sua unica possibilità è cambiare il soggetto da eliminare, far dimenticare chi è, qual è il suo cognome, cosa rappresenta la storia del suo partito.

L’unico modo che ha per essere competitiva è trasformare il voto del 7 maggio in un’eliminatoria contro “l’oligarchia” termine evocativo poco utilizzato sinora da Marine Le Pen, ma marchio di fabbrica di Mélenchon. Nulla è casuale. La leader frontista ci sta riuscendo, ha fatto passare il messaggio, paradossale, che sia necessario fare “barrage” contro Macron, candidato del sistema e della globalizzazione. Tutto ciò scegliendo i temi al centro del dibattito, e costringendo Macron all’inseguimento, come accaduto ad Amiens; trovando dei simboli da impugnare, riuscendo a rompere dei tabù.

Ed infatti ecco l’altro simbolo, l’altro tabù: venerdì il candidato della destra sovranista, il sedicente gollista Nicolas Dupont-Aignan è invitato come ospite al tg della sera di France 2 dove annuncia il suo accordo di governo con il Front National. Il Front Républicain non esiste più, la normalizzazione procede spedita e assume forza ogni giorno di più. Nessun partito aveva mai stretto alleanza con il Front National, nessun politico aveva mai considerato Marine Le Pen come presentabile. I due tengono una conferenza stampa ieri mattina, visi sereni, sorrisi e strette di mano. Il 23 aprile, come già sapete, non è stato solo Macron a scrivere la storia.

La contropartita è l’Hotel de Matignon, la residenza del primo ministro. In caso di vittoria di Marine Le Pen sarà Dupont-Aignan a guidare il “governo dei patrioti e degli uomini e delle donne che amano la Francia”. La strategia è chiara, ricostituire il fronte del no al referendum sulla costituzione europea del 2005. In quella campagna elettorale si costituì uno strano fronte anti europeista composto dal Front National e da qualche esponente minoritario della destra e della sinistra. In particolare, votarono no in contrasto con il proprio partito Nicolas Dupont-Aignan, allora nel movimento gollista UMP e Jean-Luc Mélenchon, allora ancora tesserato nel Partito Socialista. Ma soprattutto votarono no il 54,68 per cento dei francesi, ignorando le consegne dei partiti che avrebbero poi votato alle presidenziali di due anni dopo.

La scommessa è difficile, quasi impossibile da vincere, e i sondaggi confermano che lo scarto è ancora molto ampio. Ma la dinamica, per ora, è dalla parte di Marine Le Pen e mercoledì c’è il dibattito.

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3-Chiunque vinca avrà una Francia spaccata in due

Nelle scorse settimane abbiamo spesso analizzato il voto dal punto di vista sociologico, utilizzando gli indicatori di fasce di reddito, livello di istruzione e tipo di impiego. In questo senso il voto è molto polarizzato, i più istruiti, con un lavoro migliore e con un reddito alto votano, tendenzialmente, per Emmanuel Macron e François Fillon; i meno istruiti, con un reddito più basso e un impiego precario o alienante votano per Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon. Una sintesi molto interessante la forniva un indicatore in particolare perché tiene insieme il dato oggettivo sul reddito con quello soggettivo delle percezione della propria condizione: il modo in cui si arriva alla fine del mese. Chi ha più difficoltà vota per Le Pen, chi ne ha meno vota per Macron.

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Insomma la società è liquida, indecisa, molto diversa da quella che ha visto il trionfo della democrazia nel secondo dopoguerra. Eppure questo primo turno dimostra che esistono ancora i blocchi sociali, e questi blocchi sociali votano in maniera abbastanza omogenea.  L’altra frattura che vorrei mostrarvi è conseguente, ed è importante visualizzare lo spazio geografico in cui si produce. L’analisi l’ha scritta Guillaume Tabard, editorialista del Figaro.

mappa 1

Come vedete, i voti per Marine Le Pen sono piuttosto omogenei in tutta la nazione, con delle concentrazioni particolari al nord est, al centro, e al sud est. All’interno delle grandi aree viola però si notano dei punti gialli, che sono le città dove è invece in testa Macron. Se si leggono da vicino i risultati si scopre che la differenza città/campagna è generale. Prendiamo per esempio un dipartimento dove Marine Le Pen arriva in testa, quello dei Pirenei Orientali, con il 30,05 per cento. A Perpignan, suo capoluogo, è nettamente al di sotto, con il 25,86 per cento. La disparità centro-periferia è uguale  e contraria per Emmanuel Macron, che anche nei dipartimenti dove raggiunge i suoi migliori risultati, in Gironda, arriva al 26,1 per cento mentre nel capoluogo fa nettamente meglio, con il 31,26 per cento a Bordeaux.

Mappa 2.png

 

Mappa 3

Quest’altro grafico vi aiuta a capire ancora meglio la differenza tra le varie città e le campagne o periferie per ogni candidato. La frattura ricorda sicuramente Brexit (a Londra il remain ha nettamente prevalso) o il fenomeno Trump-Clinton (a Manhattan Hillary Clinton ha raggiunto l’86 per cento). Ciò vuol dire che il paese ha bisogno di una presidenza che cerchi di riconciliare le varie anime che non si parlano, non si conoscono. So che questo può apparire banale, che sono stati scritti centinaia di reportage sulla lontananza tra centro e periferia, eppure è bene avere in testa queste mappe per capire, visivamente, che la spaccatura non è solo astratta ma reale, si vede e si tocca anche se non siete mai stati in Francia. Se poi applichiamo questi risultati elettorali ai 577 collegi in cui viene divisa la nazione per le elezioni legislative di giugno, capite che il nuovo presidente avrà di fronte mesi piuttosto complicati.

Il personaggio della settimana

Florian Philippot è il vero regista dell’alleanza tra Marine Le Pen e Nicolas Dupont-Aignan. Teorico della dédiabolisation, Philippot ha più volte ripetuto durante la campagna elettorale che il leader di Debout la France è un alleato naturale del Front National, e l’accordo è senza dubbio un successo della sua linea politica e della sua strategia di normalizzazione.

Domenica prossima si vota. Quindi vi arriveranno due newsletter, una venerdì, per fare il punto della situazione e una lunedì, per commentare il risultato.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentunesima settimana: Macron/Le Pen al ballottaggio

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Risultati

È il febbraio del 2016, Emmanuel Macron è il giovane e brillante ministro dell’economia di François Hollande, unico volto popolare in un governo al capolinea e in conflitto continuo con la società francese. Il giovane ministro è ambizioso e comprende che esiste un vuoto politico da colmare: la Francia è pronta per un grande cambiamento, per una nuova avventura politica al di fuori delle logiche dei due principali partiti, stanchi e sfibrati da anni di faide interne. Così Macron inizia discretamente a organizzare incontri con politologi e sondaggisti: vuole valutare quanto una sua candidatura alle presidenziali sia praticabile.

In quel febbraio è ricevuto da molti esperti, come mi ha raccontato uno di loro, tutti con la medesima lista di “motivi per cui è impossibile farcela”, motivi che chi segue questa newsletter da un po’ conosce bene: mai eletto, senza partito, senza esperienza, senza soldi, rappresentante di una posizione politica, quella centrista, mai stata maggioranza nel paese. Alla lista a lui opposta Macron esclama, quasi sorpreso: “sì, ma tutte queste cose le sapevo già!”, e allo stupore del politologo di turno replica subito, con un lampo di follia nello sguardo “mais c’est le moment”, è il momento, o lo faccio adesso o non lo faccio più, il 2022 è troppo lontano. C’est le moment per fondare un partito nuovo, candidarsi in autonomia e conquistare l’Eliseo contro ogni pronostico e contro ogni ragionevolezza.

La scommessa era ardita, perfino incosciente per un trentottenne ai primi passi in politica, all’inizio di una promettente carriera vista la capacità di tessere relazioni, il brillante percorso nel settore privato, la notorietà acquisita grazie ai ruoli pubblici. La scommessa era già stata persa da François Bayrou, oggi al suo fianco, che nel 2007 aveva dato l’impressione di poter spezzare il bipolarismo socialisti-gollisti ma alla fine si era dovuto arrendere ad un ottimo quanto inutile 18,5 per cento; la scommessa era cominciata senza grande clamore nell’aprile del 2016 in una piccola sala con 500 persone ad Amiens, la sua città natale, una sorta di riunione di famiglia, con gli amici di sempre, qualche compagno di scuola, qualche curioso per “il figlio dei Macron che oggi è ministro e domani chissà”, e oggi continua a Porte de Versailles, con 1000 giornalisti accreditati, migliaia di persone in festa, gli occhi del mondo su di lui. La scommessa è stata vinta, EM, Emmanuel Macron, En Marche! è al secondo turno, è favorito, può vincere, può conquistare l’Eliseo dopo aver rotto tutte le regole della quinta repubblica tranne, forse, una: la presidenziale è l’incontro di un uomo con il popolo, non un affare tra partiti. Non esiste elezione più verticale di questa, Macron l’ha interpretata alla perfezione.

Sullo sfondo, il disastro dei socialisti, al 6,3 per cento, pericolosamente vicini al “piccolo candidato” Nicolas Dupont-Aignan che sfiora il 5 per cento, e il naufragio dei repubblicani, traghettati verso la disfatta da François Fillon e vicini all’implosione, stretti come sono tra l’estrema destra di Marine Le Pen e il “grand rassemblement” che animerà Emmanuel Macron per governare. E, infine: siamo sicuri che le primarie siano una buona idea?

(Dei tanti punti deboli di Macron ne parliamo domenica, ché qui non c’è spazio!)

Marine Le Pen è nella storia

Forse non vincerà Marine Le Pen, forse è vero che, come ha spiegato Brice Teinturier, è matematicamente e politicamente impossibile che il Front national vinca le elezioni il 7 maggio. Eppure Marine, la candidata della rose bleue, è l’altra grande trionfatrice di questo primo turno incerto e imprevedibile. Ieri sera si è chiusa la prima fase di un cammino cominciato nel 2011, l’anno zero del frontismo depurato, della dédiabolisation: lo sdoganamento è compiuto, un fatto epocale come il Front national al ballottaggio è derubricato a non-notizia, nessun grande giornale titola con sorpresa tranne l’Humanité, il duello con Marine Le Pen è un fatto, scontato. Marine Le Pen è legittimamente all’interno del sistema politico francese, detta i temi del dibattito, si appoggia sull’altra rivoluzione, quella macronista, antagonista perfetta per caratterizzare il suo progetto.

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La candidata del Front national ha partecipato ai dibattiti tv senza che nessuno sottolineasse la sua estraneità ai valori comuni della République; ha reso ineluttabile e quasi normale essere lì, a giocarsi il ballottaggio per la carica che fu di de Gaulle, Giscard d’Estaing e Pompidou; può sorridere vedendo la debolezza del barrage repubblicano cui volta le spalle Jean-Luc Mélenchon, che non dichiara il proprio voto mettendo sullo stesso piano il Front national e En Marche!, lo stesso Mélenchon che dopo il disastro del Partito Socialista di Lionel Jospin e l’arrivo di Jean Marie Le Pen al ballottaggio nel 2002, chiese di votare per Chirac, andò in depressione e smise di fumare; lui che di pacchetti al giorno ne consumava non uno, non due, ma tre.

È per questo che ieri, nel feudo di Hénin-Beaumont, i frontisti festeggiavano come se avessero vinto nonostante i risultati non eccezionali che vedono un sostanziale arretramento rispetto alle regionali 2015, quando il partito arrivò al 27 per cento sulla scia di una dinamica elettorale senza precedenti. Si festeggia la legittimità, la capacità di essere stati al centro del dibattito, di averlo a tratti dettato, di aver, tra le altre cose, preteso e ottenuto che venisse rimossa la bandiera europea dallo sfondo dell’intervista “istituzionale” di Marine Le Pen a TF1. L’ambizione, nemmeno troppo nascosta, è prendere il posto della destra tradizionale; è diventare la nuova destra, nazionalista e sociale, che può avere come punto di riferimento il nume tutelare di quella quinta repubblica che ieri sera è crollata senza appello: de Gaulle, il generale sempre presente nei discorsi di Marine, e presente anche ieri nel suo commento a caldo dei risultati.

Il secondo turno resta per il Fronte una prova molto difficile, come alle regionali del 2015, quando arrivò in testa al primo turno in moltissime regioni, ma perse tutti i ballottaggi. Arrivarci rincorrendo, con una dinamica in flessione, rende il tutto ancor più complicato. Per vincere ha una sola strada: rendere il ballottaggio un referendum anti-establishment. La regola delle elezioni a due turni in Francia è la seguente: al primo turno si sceglie, al secondo si elimina. Questo ha voluto dire l’eliminazione costante del Front national, al secondo turno sempre penalizzato dal famoso barrage repubblicano, la coalizione di tutti i partiti contro il mostro lepenista. L’occasione, per Marine Le Pen, è presentare Macron come la quintessenza di quel sistema che una parte dei francesi vuole abbattere. Popolo contro élite, piccolo agricoltore contro banchiere, globalizzazione contro Francia, questa è l’unica strada che può tentare Marine Le Pen. Ne parleremo meglio, anche e soprattutto dopo i dibattiti televisivi che si terranno in queste due settimane. Dibattiti che, en passant, Jacques Chirac e Jean Marie Le Pen non animarono mai, perché nel 2002 con il Front national non si discuteva, perché non si legittima ciò che non si riconosce: “non si può accettare la banalizzazione dell’intolleranza e dell’odio”.

Veniamo ai numeri

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Queste sono le mappe (elaborate dal Point) divise per dipartimento che confrontano i risultati del 2012 con quelli del 2017. Come potete notare c’è una sostanziale sovrapposizione del risultato di Hollande con quello di Macron e di Sarkozy con quello di Marine Le Pen con la rilevante eccezione del nord est, dove il Front national è agilmente sopra il 30 per cento. In questo contesto è interessante il voto di Parigi che, come vedete, ha premiato Macron ed ha visto l’arretramento di Marine Le Pen, che addirittura fa peggio del 2012.

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Pazzesca la percentuale identica Hollande/Macron

I primi studi sulla sociologia del voto (la referenza è il sondaggio Ipsos) confermano la differenza marcata tra gli elettorati dei due candidati che si affronteranno al ballottaggio. Emmanuel Macron è il candidato degli ottimisti, di chi ha vinto la sfida della globalizzazione, di chi è più agiato e vive nelle grandi città; Marine Le Pen risponde invece alla Francia che è rimasta indietro e chiede protezione, ha un livello di reddito e di istruzione meno elevato, è pessimista su quanto succederà domani.

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La domanda vuol dire, letteralmente, “come ve la passate con ciò che guadagnate?” Come vedete il 43 per cento di chi arriva a fine mese “difficilmente”, ha votato Marine Le Pen, il 32 per cento di chi arriva a fine mese “facilmente”, ha votato per Emmanuel Macron. Una spaccatura netta e profonda.

grafico 2

La domanda è “rispetto alla vostra generazione, come credete che vivranno le giovani generazioni future?” Anche qui c’è una grande spaccatura tra chi pensa che le cose andranno meglio e vota per Macron, 35 per cento, e chi pensa che invece andranno peggio e vota per Marine Le Pen, 25 per cento.

grafico 3

In questo ultimo grafico potete vedere il voto per categoria. Marine Le Pen fa il pieno tra gli operai, 37 per cento, e gli impiegati, 32 per cento, mentre Macron è il più votato tra i quadri, 33 per cento, e nelle professioni intermedie, 26 per cento.

-Breve punto della situazione alle 9.30, ora in cui invio la newsletter, i candidati sconfitti si sono espressi così: Fillon, Hamon e Arthaud voteranno e faranno votare per Macron, Poutou, Mélenchon e Dupont-Aignan non si sono espressi.

Fatemi chiudere con una considerazione personale. Se sono riuscito a raccontarvi queste elezioni in modo utile è perché ho studiato moltissimo, ho letto, chiesto pareri, ascoltato conferenze su youtube, guardato talk show e interviste senza smettere mai. Ma soprattutto ho parlato con le persone, ho ascoltato le loro paure e le loro aspirazioni, le loro ossessioni e le loro speranze; ho litigato con parecchi militanti, qualche addetto stampa un po’ stronzo, con i ritardi della SNCF e i miei, ché sono una frana con le scadenze; ho preso i fischi a quasi ogni comizio di Fillon e Le Pen, con candidato e sostenitori che urlavano contro la “stampa di regime”. In tutto ciò, ma lo sapete e lo avete capito, mi sono divertito moltissimo.

Insomma, se questa newsletter ha avuto un piccolo successo è perché mi ha consentito di fare quello che i giornali tradizionali non fanno più e non fanno fare ai loro corrispondenti, alcuni bravissimi e sprecati. In quasi tutti i comizi dove sono andato (ne ho contati ventisei, da gennaio ad oggi) ero l’unico italiano, stessa cosa alle conferenze stampa, alle riunioni pubbliche dei militanti. In televisione a parlare di Francia ci sono persone che hanno messo piede solo al Marais (magari dieci anni fa) e utilizzano ciò che sta accadendo qui per parlare di Italia, del tweet di Salvini sull’attentato e #ForzaMarine, di Renzi che copia En Marche! e fa In Cammino. Succede perché è sempre stato così, nessuno si è mai posto il problema e se nessuno lo pone il dibattito resta noioso e inutile così com’è. Mi pare giusto che questa piccola comunità di 1324 persone cominci a porselo e ad essere più esigente con chi fa informazione così come lo è, giustamente, con me, che la settimana scorsa ho sbagliato a scrivere de Villepin e sono stato, giustamente, redarguito. So che sono iscritti parecchi direttori di giornali, radio e tv: il problema ponetevelo anche voi.

Infine il tweet geniale della serata, con i sondaggi che ci hanno preso al millimetro. A Gabriele, che cura una newsletter sulla politica inglese (e iscrivetevi no? Che tra due mesi si vota!), è venuta l’idea geniale di usare l’hashtag #maratonamaselli per la serata di ieri. Siamo finiti in Trend Topic, quindi grazie davvero a tutti!

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Ah, ultima cosa: il 28 aprile esce il nuovo numero di IL-Idee e lifestyle del Sole 24 Ore. Ci trovate anche un mio pezzo, ci vediamo in edicola!

Per oggi è tutto, noi ci vediamo mercoledì a Torino al circolo dei lettori con Lorenzo Pregliasco di Youtrend, giovedì a Milano alle 18.30 alla libreria Temporibus Illis con Lia Quartapelle e Giuliano da Empoli, venerdì a Roma alle 17 al LOFT della Luiss con Simone Massi.

La newsletter torna, come sempre, domenica!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, edizione straordinaria: il terrorismo a tre giorni dal voto

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Di cosa parliamo oggi?

1-Ieri sera un poliziotto è stato ucciso in un attentato terroristico a Parigi. Cos’è successo e che impatto ha sulla campagna presidenziale?

2-“La Francia si è spostato a destra” è una frase ricorrente nelle conversazioni parigine. Eppure dai sondaggi non sembra, dove sono finiti gli elettori di destra francesi?

1-L’attentato di Parigi

I fatti

Ieri sera alle 21.00 un uomo armato con un fucile automatico è sceso dalla sua auto in Avenue des Champs-Élysées e ha aperto il fuoco verso una camionetta della polizia, uccidendo un agente e ferendone un altro. L’uomo ha provato a continuare l’attacco dirigendosi verso gli altri agenti presenti sul posto ma è stato abbattuto prima che potesse uccidere ancora. Il bilancio totale dell’attacco è di un poliziotto morto, due altri agenti in gravi condizioni oltre ad una turista lievemente ferita. Il procuratore di Parigi François Molins ha confermato che l’identità dell’attentatore è stata verificata ma non l’ha rivelata alla stampa, visto che sono in corso delle indagini per capire se l’attentatore avesse dei complici. Era stato emanato un mandato d’arresto per un presunto complice che però si è immediatamente presentato al commissariato di Anversa in Belgio. Non è chiaro se per costituirsi o per spiegare di essere totalmente estraneo all’attentato.

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L’infografica è stata realizzata da Sud-Ouest

Lo Stato Islamico ha subito rivendicato l’attacco che avviene in un momento di fortissima tensione e allerta terroristica. Il week end scorso i candidati erano stati avvertiti dal ministero dell’interno su una minaccia precisa verso la loro persona e la loro campagna, e le misure di sicurezza erano state aumentate (Fillon ha dodici agenti di scorta e il livello del protocollo della sua protezione è 2, in una scala da 1 a 4, dove 1 è il livello massimo). Martedì sono stati arrestati due sospetti terroristi a Marsiglia, e nel loro appartamento sono state trovate delle foto dei vari candidati, dei comunicati inneggianti alla “legge del taglione” in riferimento ai bombardamenti occidentali in Siria e 3 kg di esplosivo.

Il Figaro riporta che il sospetto sarebbe Karim C. un uomo francese di 39 anni residente nel dipartimento di Senna e Marna già conosciuto sia ai servizi segreti che alla polizia. Nel 2001 ha ferito due agenti a seguito di un inseguimento a bordo di un’auto rubata, una volta in commissariato ha attirato un terzo agente nella sua cella, l’ha disarmato e gli ha sparato ferendolo gravemente, prima di essere bloccato e neutralizzato. L’uomo era considerato “estremamente pericoloso e violento” dai servizi ed aveva un lungo passato giudiziario: condannato nel 2005 a 15 anni di carcere per tentato omicidio, era in libertà dal 2015, ma controllato dai servizi antiterrorismo dal dicembre scorso per alcune minacce alla polizia.  Secondo le informazioni del Monde Karim C. non sarebbe però un “fiché S” la schedatura del ministero dell’interno riservata agli individui particolarmente pericolosi per la sicurezza pubblica (che, nel caso in cui non fossero francesi o binazionali Marine Le Pen vorrebbe immediatamente espellere dal territorio francese).

La polizia come bersaglio

Il luogo dov’è avvenuto l’attacco è uno dei più turistici della città, ed uno dei più controllati dalla polizia. Nelle immediate vicinanze della grande avenue si trovano l’Eliseo, il ministero dell’interno e il commissariato del quartiere; in più è un luogo dove le misure di ordine pubblico sono rinforzate a causa della presenza di musei e negozi a grande afflusso di persone. Se l’attentatore avesse voluto compiere una strage come quella del novembre 2015 avrebbe potuto direttamente puntare verso una delle tante code che si formano ai negozi o uno degli affollati bistrot che si trovano lungo la strada. La scelta di attaccare la polizia è quindi deliberata, l’uomo si è semplicemente diretto in uno dei posti dove poteva trovare più bersagli di questo tipo.

Questo atteggiamento diverso era già stato sottolineato in occasione degli attacchi al Louvre, dov’era stato ferito un poliziotto, e ad Orly, dove una poliziotta era stata quasi disarmata da un attentatore prima che questi venisse neutralizzato dai colleghi della pattuglia. Le forze dell’ordine francesi devono non solo proteggere le persone ma anche proteggere sé stessi: è un tipo di terrorismo diverso da quello a cui siamo tristemente abituati in Francia e rende il lavoro delle forze dell’ordine più difficile e più stressante. Va tra l’altro sottolineata la professionalità degli agenti di polizia costretti ad aprire il fuoco verso l’attentatore in un ambiente molto frequentato.

A chi giova?

Non lo sappiamo, e chi scrive o sostiene il contrario mente. Quello che è certo è che la lotta al terrorismo non è stata al centro del dibattito di queste presidenziali, nemmeno in occasione delle due aggressioni citate prima. I candidati si sono concentrati sul rapporto con l’Europa, la disoccupazione, la politica estera, oltre che, come sapete bene, sui vari scandali che hanno segnato la campagna elettorale. Il terrorismo è stato oggetto di discussione molto più durante le primarie della destra che durante questi ultimi due mesi di colpi di scena, ologrammi e dibattiti televisivi inediti.

Possiamo però essere certi che il terrorismo segnerà le due settimane che ci separano dal secondo turno, essendo tornato prepotentemente al centro delle preoccupazioni dei francesi e dei candidati. Per ora ha già avuto un impatto notevole sulla logistica della campagna: François Fillon, Marine Le Pen e Emmanuel Macron hanno annullato i loro impegni pubblici previsti per oggi e hanno organizzato una conferenza stampa sull’argomento ai loro rispettivi comitati elettorali.

2-L’elettorato di destra esiste, è maggioritario e esita

Torniamo alla politica, per quanto sia complicato parlarne dopo quello che è successo. La situazione di incertezza è cosa abbastanza nota, ma è utile tenerla ben presente. Come potete vedere dal prossimo grafico sono quattro i candidati in grado di accedere al secondo turno, per quanto Emmanuel Macron conservi un relativo vantaggio e pare abbia consolidato il suo elettorato.

Sondaggio 1

 

Guardate invece i soliti dati sull’indecisione

Sondaggio 2

Ragioniamo però sull’elettorato di destra. In una puntata recente mi ero chiesto dove fosse finito l’elettorato che aveva scelto Nicolas Sarkozy nel 2012, sottolineando come François Fillon convinceva troppo poco il suo elettorato naturale per poter sperare di arrivare al secondo turno. Sono state scritte moltissime analisi su quanto la società francese si sia spostata a destra negli ultimi anni. Questa chiave di lettura non è solo data da intellettuali e editorialisti dei principali media francesi, ma anche dai politici stessi che impostano le loro campagne elettorali di conseguenza.

Nicolas Sarkozy nel 2012 ha recuperato uno svantaggio di quasi dieci punti nei confronti del suo avversario in poco meno di un mese perdendo le elezioni di poco più di un punto percentuale, proprio spostando molto a destra la sua campagna; per affrontare le primarie François Fillon è partito dalla stessa analisi della società per proporre un programma molto liberale in economia ma soprattutto durissimo sulle questioni di società e sicurezza. Il suo libro “vincere il totalitarismo islamista” è stato uno dei tasselli che gli hanno permesso di vincere la competizione interna al suo partito, e il fatto che in questa fase della campagna elettorale il terrorismo sia finito in secondo piano l’ha sicuramente penalizzato.

Il ragionamento è coerente anche e soprattutto se consideriamo i risultati delle elezioni “intermedie” che si sono svolte durante la presidenza Hollande. Se si sommano i voti dell’UMP poi LR (la destra gollista) a quelli del Front national ci si accorge che la Francia era molto più a destra di quanto sembri trasparire dagli ultimi sondaggi. Alle europee del 2014 l’UMP raccolse il 20,8 per cento e il FN il 24,8 per cento. In quel caso il centro, oggi in gran parte alleato della destra, si presentò da solo, raccogliendo il 9,9 per cento; alle dipartimentali del marzo 2015 l’unione della destra e dei centristi prese il 36 per cento, il Front national il 25 per cento; alle regionali del dicembre 2015 la destra gollista alleata con l’UDI (la coalizione attuale) e Modem arrivò al 31 per cento e il Front national al 27 per cento. In tutti questi casi la percentuale dei voti espressi al primo turno è  stata superiore al 50 per cento, nel 2015 addirittura intorno al 60 per cento.

Alla destra mancano quindi milioni di elettori che non si sono semplicemente volatilizzati ma sono dispersi. Alcuni hanno scelto senza dubbio Emmanuel Macron, ma altri sono con ogni probabilità tentati dall’astensione o non hanno ancora definito la propria scelta. Non possiamo escludere che Fillon riesca a convincerli, e che il popolo di destra scelga per il suo candidato naturale: non lo amano, li ha delusi, ha condotto una campagna sopra le righe e lontana dall’immagine proba che aveva costruito, ma resta il candidato più solido in un momento di grande sbandamento del paese.

François Fillon ha perso il suo più grande e gradito avversario: François Hollande. In genere le campagne presidenziali si costruiscono intorno al bilancio del presidente uscente, perché è su questo che si misurano il progetto di continuità e quello di rottura. Il candidato dei repubblicani non ha potuto strutturare la sua campagna in questo senso, ha avuto difficoltà a trovare un avversario privilegiato (anzi è stato schiacciato dal dualismo globalizzazione/chiusura rappresentato da Macron e Le Pen) e ha passato mesi a difendersi in maniera scomposta dagli scandali e dagli attacchi della stampa.
Nei momenti più difficili però François Fillon ha mostrato una resistenza e una caparbietà fuori dal comune, prima pretendendo e ottenendo che la sua candidatura venisse mantenuta e poi riuscendo a restare a galla nei sondaggi. Il repubblicano non è mai sceso al di sotto del 17 per cento, e ciò indica che il cuore del suo elettorato è rimasto fedele, tanta è la voglia di riprendere il potere dopo cinque anni di odiato hollandismo. Resta da capire quanto questa voglia di rivalsa spinga le persone ai seggi domenica. Fillon ha dimostrato di aver capito cosa sta succedendo, visto il tono di uno dei suoi ultimi appelli: “non chiedo di essere amato ma di essere sostenuto. Non si elegge un presidente per amarlo, ma perché risponda ai problemi dei francesi. All’elezione si sceglie un capo di Stato, un comandante dell’esercito, un presidente che mantenga i suoi impegni, non si sceglie un amico”. Insomma gli elettori esistono, bisogna capire se il candidato è, nonostante tutto, quello giusto. E se poi la vera destra apparisse quella di Marine Le Pen?

Momento pubblicità: in settimana sono in Italia per un piccolo tour, mercoledì a Torino al circolo dei lettori con Lorenzo Pregliasco di Youtrend, giovedì a Milano alle 18.30 alla libreria Temporibus Illis con Lia Quartapelle e Giuliano da Empoli, venerdì a Roma alle 17 al LOFT della Luiss con Simone Massi. Infine il sito “Il caffè geopolitico” mi ha intervistato sulle presidenziali francesi.

Il personaggio della settimana

Dominique de Villepin è stato ministro degli esteri, dell’interno e primo ministro durante la seconda presidenza di Jacques Chirac dal 2005 al 2007. È molto famoso in Francia anche per aver tenuto il discorso alle Nazioni Unite con cui ha annunciato la decisione del suo paese di non partecipare alla guerra in Iraq. Ieri sera ha annunciato il suo sostegno ad Emmanuel Macron che, a più riprese, aveva dichiarato alla stampa la sua stima e la sua considerazione per l’ex primo ministro.

Consigli di lettura

Una lunga e dettagliata analisi di Youtrend per agi.it su cosa dicono i sondaggi e come vanno interpretati, anche alla luce della demografia;

-Il programma di Macron analizzato da Andrea Goldstein per Lavoce.info

-Marine Le Pen ha avuto un relativo crollo nelle intenzioni di voto, e secondo il politologo e sondaggista Brice Teinturier (che ormai chi è iscritto alla mia newsletter conosce bene) bisogna smetterla di dire che “tutto è possibile” perché “Marine Le Pen non sarà presidente”;

Settimana scorsa ho scritto che Lille è una piccola città del nord-ovest, ma è al nord-est. Scusate la distrazione!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentesima settimana: viva le campagne elettorali!

Ventinovesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Quattro candidati possono qualificarsi al ballottaggio. La situazione è inedita e difficilmente prevedibile. Come ci siamo arrivati?

2-Jean-Luc Mélenchon continua a recuperare nei sondaggi. Cosa rappresenta il candidato della France Insoumise?

1-Viva le campagne elettorali!

Questa newsletter, che con grande fantasia ho battezzato Présidentielle2017, è cominciata il 25 settembre 2016. Se mi avessero detto che avrei assistito in prima persona ad una delle campagne elettorali più strane e imprevedibili della quinta repubblica francese ci avrei creduto, perché le premesse per un’elezione diversa dalle altre c’erano tutte. Ma che arrivassimo al punto in cui siamo oggi, con quattro candidati in pochissimi punti a una settimana dal voto era impensabile. Guardate questo sondaggio e per una volta ignorate i numeri, ma fate attenzione ai nomi.

Sondaggio 1

La situazione attuale è invece questa

Sondaggio 2

Il sondaggio è stato condotto dall’istituto Ipsos

Sono scomparsi due ex presidenti della repubblica (Hollande e Sarkozy) e due ex primi ministri (Juppé e Valls, che non era inserito in questo sondaggio ma iniziava ad apparire in alcune simulazioni). I candidati dei due principali partiti, Benoît Hamon e François Fillon, non figuravano nemmeno tra i possibili nomi in corsa.

Ci sono due insegnamenti che possiamo trarre da queste istantanee. Il primo è che il sistema politico che ha retto il paese dal 1958 ad oggi è completamente saltato. Tra i quattro candidati che possono aspirare alla qualificazione al ballottaggio solo uno, François Fillon, è il leader di un partito tradizionale, che tra l’altro ha scalato da outsider; Marine Le Pen rappresenta il partito erede del governo collaborazionista di Vichy, quel Front national considerato fino a pochi anni fa una vergogna nazionale; Emmanuel Macron è un giovane funzionario di 39 anni, ex banchiere, che ha fondato un movimento politico un anno fa con l’esplicito proposito di andare oltre le divisioni tradizionali destra-sinistra; Jean-Luc Mélenchon è il candidato della sinistra radicale, un politico di lungo corso che ha lasciato il partito socialista dopo anni di cocenti e umilianti sconfitte ai congressi interni.

Forse non cambierà il sistema istituzionale con cui funziona la Francia, avremo ancora un Presidente della Repubblica eletto a suffragio universale e un Parlamento eletto con un maggioritario a doppio turno, ma il sistema dei partiti che vedremo affermarsi dopo il 7 maggio sarà completamente diverso. È fisiologico che gli attori politici cambino e le esperienze ideologiche arrivino ad una conclusione: probabilmente è questo che ho raccontato e visto in questi mesi, insieme a voi che come me vi siete divertiti, siete stati sorpresi dagli scandali e dai colpi di scena, e ora siete curiosi di capire come va a finire.

Sullo sfondo François Hollande, un presidente talmente impopolare da suscitare non odio, non rabbia ma indifferenza e talvolta ironia. François Hollande, primo Presidente della Repubblica a non poter difendere il suo mandato, distrutto dalla sua vanità e dalla sua incapacità di farsi comprendere dai francesi. François Hollande, che continua a dare interviste ai giornali commentando serenamente l’attualità politica come fosse un editorialista, giudicando i vari candidati e lasciando intendere qual è la sua preferenza: Emmanuel Macron, autore di una scommessa politica “coraggiosa” e dopotutto “in continuità” con la sua presidenza. François Hollande, il Capo dello Stato più impopolare della storia che ha concluso il suo mandato, ironia della sorte in una campagna segnata dagli scandali, senza essere toccato nemmeno da un’inchiesta o da un sospetto.

L’altro insegnamento, tale per la tendenza a considerare i sondaggi come degli oracoli, è che le campagne elettorali servono a modificare le preferenze dei cittadini, a imporre temi all’opinione pubblica. Il modo in cui sono gestiti i mesi precedenti allo scrutinio può far vincere o perdere un’elezione. Affrontare una campagna presidenziale è un esercizio lungo ed estenuante dove nulla è acquisito: ogni voto va conquistato e poi difeso. Esistono favoriti, non esistono vincitori designati. Sono molte le analisi sulla “società liquida”, sui punti di riferimento sempre meno validi e sulle fluttuazioni delle nostre preferenze. Le curve dei sondaggi degli ultimi due mesi ne sono una dimostrazione empirica.

Sondaggio 3

2-Cosa rappresenta il candidato della France Insoumise

Mercoledì sono andato a Lille, una piccola città del nord-est vicina al confine belga, dove ha tenuto un grande comizio Jean-Luc Mélenchon. Nella grandissima sala allestita dagli organizzatori c’erano dodicimila sedie, tutte occupate, più un migliaio di persone rimaste in piedi. Come d’abitudine ai meeting di Mélenchon in molti sono rimasti all’aperto a seguire il comizio sul maxischermo (al freddo e al vento, tra l’altro), perché non c’erano più posti all’interno, a dimostrazione di quanto il leader della France Insoumise susciti curiosità. Anche a Strasburgo, in un altro comizio che sono andato a seguire a febbraio, non tutti riuscirono a entrare ma non c’erano maxischermi. Risultato? Mélenchon parlò per un’ora da un piccolo palco di fortuna allestito nella piazza riempita dai suoi sostenitori, prima di entrare e parlare a chi lo aspettava in sala per altre due ore e mezza. Una maratona di tre ore e mezza.

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Ecco il Maxischermo

Andare ad un comizio di Mélenchon è molto interessante e istruttivo.  La prima cosa che ho notato è la partecipazione: ci sono sempre più persone di quanto i palazzetti ne possano contenere, all’entrata i militanti della galassia che compone il cartello della sinistra distribuiscono giornali, libri e il programma del candidato. Sono tutte situazioni che agli incontri degli altri candidati si presentano molto meno, o per nulla. Durante il discorso sono tutti attentissimi, in silenzio: il leader parla per due ore di fila, senza mai fermarsi, con un foglietto dove ha scritto la scaletta che guarda di tanto in tanto,   giusto per ricordare quali sono gli argomenti che dovrà trattare. Per intenderci, Marine Le Pen e François Fillon salgono sul palco con il discorso e leggono quanto devono dire, alzando di tanto in tanto la testa per guardare l’uditorio.

La seconda cosa che ho notato mercoledì è la sorpresa. Quando andavo ai comizi di Mélenchon a febbraio trovavo un popolo di convinti, di persone che hanno sempre votato sinistra radicale e come al solito orgogliosamente rassegnate alla testimonianza. Adesso invece si respira entusiasmo, quasi incredulità: “La rivoluzione la possiamo fare davvero, nessuno ci credeva, nemmeno io che seguo la campagna da ottobre” mi ha spiegato una ragazza che lavora nello staff. E poi, sintomo della grande dinamica positiva che sta caratterizzando la campagna di Mélenchon, si incontrano i curiosi, gli indecisi.

Persone che fino a poche settimane fa non avevano nemmeno letto il programma della France Insoumise “tanto non ce la farà mai”, ora partecipano ai comizi per capire meglio cosa propone un candidato che dopotutto potrebbero votare, perché “Hamon ormai è fuori dai giochi” e Macron poteva piacere ma “Mélenchon è davvero di sinistra, e a questo punto perché non dargli una possibilità”.  Non si incontrano solo simpatizzanti di sinistra però, ma anche qualcuno che potrebbe votare Marine Le Pen, una cosa che ho trovato abbastanza sorprendente in un ambiente che a prima vista sembrava molto di sinistra.

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Il palco è sotto quel cubo che vedete al centro con gli schermi

La conversazione che ho avuto con Didier, commerciante di Lille, è stata rivelatrice su quanto spesso diamo per scontato le idee di chi abbiamo di fronte. Spesso chiedo alle persone che incontro cosa voterebbero al secondo turno; l’ho fatto anche stavolta, ma presupponendo l’avversione al Front national del mio interlocutore, chiedendo quindi “al ballottaggio andrà a votare contro il Front national o si asterrà?”. L’intervistato, venuto al comizio da solo, prima di rispondere si è guardato intorno, come impaurito che qualcuno potesse sentirlo, e poi ha detto: “guardi che al secondo turno voterei Mélenchon o Marine Le Pen. Il sistema non funziona più, voterò per chi promette di farlo saltare”.

Mélenchon rappresenta un fenomeno strano. Ha 65 anni, è in politica da quando ne ha 17, è stato ministro, funzionario di partito e leader della minoranza socialista per decenni. Non è un personaggio nuovo anzi, per certi versi potremmo definirlo “arcaico”. Eppure è riuscito a presentarsi come una vera novità, come qualcuno in grado di “sortir les sortants”, mandare a casa chi ha gestito il potere fino ad oggi. Oltre al successo nei dibattiti di cui abbiamo parlato nelle scorse puntate, Mélenchon ha dimostrato di essere molto a suo agio con le nuove tecnologie, oltre ad avere un’équipe di campagna innovativa e a tratti geniale: il 5 febbraio ha parlato da Lione e in contemporanea è apparso, in ologramma, a Parigi.

 

L’idea ha riscosso un successo notevole, tanto che per martedì prossimo sono previsti 6 “meeting in ologramma”: Mélenchon sarà quindi a Digione, di persona, e contemporaneamente a Nantes, Clermont-Ferrand, Grenoble, Nancy, Port à la Reunion e Montpellier.

Ha avuto poi la capacità di portare al centro del dibattito pubblico idee talmente superate o trascurate da apparire nuove, anche se nuove non sono. Ciò che propone Mélenchon non è rivoluzionario o utopista come il reddito universale di esistenza proposto da Benoît Hamon, è pienamente nella tradizione della “gauche de la gauche”, finora minoritaria nel paese ma sempre esistita. Nel suo programma, l’Avenir en Commun, si leggono proposte come il divieto di licenziamenti collettivi per motivi economici, l’uscita totale dall’energia nucleare, una tassa del 100 per cento sopra una determinata soglia di reddito, il ritorno della pensione a sessant’anni.

C’è infine il punto sull’Europa: Mélenchon propone di riscrivere tutti i trattati europei per chiudere definitivamente la stagione dell’austerità, eliminare l’indipendenza della BCE in modo da poter svalutare l’euro rispetto al dollaro. Se non dovesse esserci accordo sui nuovi trattati il candidato della France Insoumise ha pronto il piano b, ciò che non aveva Alexis Tsipras e che ha portato al fallimento le sue trattative con l’Europa: l’uscita unilaterale dopo un referendum. Secondo Mélenchon è questa minaccia, unita al peso politico della Francia all’interno dell’Unione, che renderà credibile la sua proposta di riforma, che altrimenti non verrebbe presa sul serio.

Il personaggio della settimana

Foto 3

Nessun politico ha attirato la mia attenzione, per cui questa settimana vi segnalo Anne Nivat, giornalista freelance spesso inviata in zone di guerra (è stata in Cecenia, Iraq e Afghanistan). Nivat ha fatto un lungo viaggio in Francia cercando di capire com’è cambiata la vita quotidiana nei centri più piccoli, raccogliendo le interviste e le sue impressioni nel libro “Dans quelle France on vit”, in che Francia viviamo, uscito da poco. Se capite il francese consiglio di comprarlo perché spiega molto bene un paese che crediamo di conoscere e che invece spesso ignoriamo completamente.

Consigli di lettura

Un’interessante analisi del JDD sulle motivazioni di chi vota Front national. Secondo il settimanale si tratta ancora di un voto di “collera”;

-Secondo Contrepoints, il programma di Mélenchon è “un’aberrazione”. Hector Allain ha raccolto dieci punti particolarmente significativi, dal suo punto di vista.

-François Hollande ha rilasciato una lunga “intervista testamento” al Point in cui ha implicitamente detto che voterà per Macron. Secondo il Figaro il leader di En Marche! deve stare molto attento alle attenzioni del presidente, che porta un bilancio incoerente.

Per oggi è tutto, ma non ci sentiremo domenica prossima ché si vota. Come durante le primarie vi arriveranno due newsletter, una venerdì, per fare il punto della situazione e una lunedì, per commentare il risultato.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventinovesima settimana: a due settimane dal voto, Macron è davvero il favorito?

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Ventinovesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

1-Il settimanale L’Obs ha analizzato la composizione dell’elettorato di Macron. Lo studio è interessante e conferma, in parte, la grandissima differenza tra la Francia che vota per l’ex ministro dell’economia e la Francia che vota per Marine Le Pen.

2-Non si vota solo per le elezioni presidenziali, ma anche per quelle legislative, esattamente un mese dopo il secondo turno. Come influiscono queste elezioni sulla campagna elettorale?

3-L’elettorato resta molto indeciso, e ormai i candidati potenzialmente qualificabili al secondo turno sono quattro. La situazione è molto aperta, e diventa sempre più difficile parlare di “favoriti”.

1-L’elettorato e i rischi Emmanuel Macron

Emmanuel Macron è l’unico dei cinque maggiori candidati a non aver mai partecipato ad un’elezione e ad aver fondato un movimento dal nulla, senza alcun radicamento sul territorio. Il fenomeno è completamente nuovo ed è quindi molto interessante comprendere da chi è composto il suo elettorato, anche perché non abbiamo precedenti su cui basare le analisi. In questo primo grafico potete notare come la parte più rilevante degli elettori di Macron provenga dall’elettorato di François Hollande del 2012 ma, come analizzato la settimana scorsa, esiste una componente rilevante che alle scorse elezioni scelse Nicolas Sarkozy: un quinto di chi oggi dichiara di essere pronta a votare per Emmanuel Macron nel 2012 ha votato UMP. Infine il 15 per cento degli elettori potenziali dell’ex ministro dell’economia votò per François Bayrou, seguiti da una piccola parte che nel 2012 scelse i due estremi, Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon.

Sondaggio 1

Il leader di En Marche! ha sempre rivendicato la sua centralità nel sistema politico francese, per contrapporla al centrismo, un posizionamento che non è mai riuscito a diventare egemone: proprio François Bayrou, oggi suo alleato, nel 2007 provò a scardinare l’alternanza socialisti-gollisti ottenendo un ottimo risultato (il 18,5 per cento) ma non qualificandosi per il secondo turno. La sfida di Macron è appunto questa, presentarsi come capace di incarnare il meglio di quanto hanno proposto negli anni la destra e la sinistra per cambiare la Francia al di là delle etichette dei vecchi partiti. Può essere la sua forza, ma anche la sua debolezza, e l’indecisione del suo elettorato lo conferma: piace potenzialmente a tutti ma non convince fino in fondo.

L’analisi della sociologia elettorale, cioè delle categorie sociali da cui è composto il suo elettorato, conferma in parte la percezione di Macron come il candidato di chi ha vinto la sfida della globalizzazione.  Questo è vero, visto che Macron è il più votato nelle fasce di popolazione benestanti: il 32 per cento della classe media superiore dichiara di votare per lui. I risultati nelle parti meno benestanti dell’elettorato sono però di tutto rispetto: Macron raccoglie il 27 per cento delle classi medie inferiori e non crolla all’interno delle categorie modeste e povere che per il 19 per cento sono con il leader di En Marche!.

Sondaggio 2

Cos’è che tiene insieme queste persone con un tenore di vita così diverso? Come ha spiegato all”Obs Jérôme Fourquet, direttore dell’istituto che ha condotto il sondaggio: “la postura e il discorso molto ottimista e positivo di Emmanuel Macron sono elementi essenziali della sua performance. Al contrario, Marine Le Pen ha un risultato colossale tra i pessimisti. Ecco che abbiamo due paesi completamente diversi rappresentati dai due candidati. Non è solo la Francia che sta bene a votare Macron, ma anche la Francia che pensa che andrà bene nel futuro, che la situazione potrà migliorare. Sono gli ottimisti a votare per il leader di En Marche!”. E infatti specularmente sono le classi più pessimiste a votare per Marine Le Pen, molto popolare soprattutto tra gli operai (siamo intorno al 40 per cento), una delle classi sociali più esposte alla globalizzazione e agli effetti che produce o potrebbe produrre (delocalizzazione, abbassamento dei salari, aumento del tempo di lavoro).

Sondaggio 3.png

Ma, come ben sa chi segue da tempo questa newsletter, Macron ha un elettorato molto volatile: il fatto che lo ricordi a me stesso e a voi ogni settimana non è un ottimo segno e la leggera flessione osservata nelle ultime due settimane nei sondaggi ne è un sintomo. Molto del suo successo si basa sulle debolezze dei suoi avversari, specialmente di Fillon e Hamon, ma la situazione potrebbe evolvere. Mancano quindici giorni di campagna elettorale, e nulla esclude un repentino cambiamento di opinione del suo elettorato, magari affascinato dallo stile e da alcune proposte ma alla fine non troppo convinto di un’avventura piena di incognite, soprattutto per quanto riguarda le successive elezioni legislative. Infine c’è la questione astensione: tutti i gran risultati di Macron sono tarati sul 66 per cento di partecipazione, molto bassa se consideriamo i precedenti: nel 2012 votò il 79,5 per cento, nel 2007 quasi l’84 per cento, nel 2002, quando l’astensione fu considerata molto alta, votarono comunque il 71,6 per cento dei francesi. Cosa succede se l’astensione ritorna a livelli fisiologici?

Da questo punto in poi i sondaggi che leggete sono elaborati dall’istituto IFOP, nel riepilogo settimanale di giovedì 6 aprile

Sondaggio 4

2-La questione delle legislative

In molti mi stanno ponendo la domanda sulle elezioni legislative che si terranno a giugno, subito dopo le presidenziali, quindi è utile mettere qualche punto fermo, perché se ne parlerà sempre di più.

Cosa si vota e come si vota?

Un mese dopo le elezioni presidenziali viene rinnovata l’Assemblea Nazionale, la camera bassa francese che dà la fiducia al Governo (ma non al Presidente che, eletto direttamente dal popolo, non è legato dal rapporto di fiducia con il Parlamento). Se Assemblea e Presidente sono di un partito diverso si genera il fenomeno della cohabitation,  perché il Presidente deve convivere con un Governo impostogli da una maggioranza parlamentare ostile. Questa situazione si è presentata più volte nella storia della V Repubblica perché Assemblea e Presidente erano eletti in momenti diversi, la prima ogni 5 anni, il secondo ogni 7. Dal 2002 sono stati uniformati i due mandati, con il risultato che le elezioni legislative sono diventate un’elezione di conferma: finora la regola è sempre stata che chi vince le presidenziali vince anche le legislative.

Il territorio francese è diviso in 577 collegi uninominali a doppio turno  assegnati con il meccanismo seguente: se nessun candidato arriva al 50 per cento al primo turno si qualificano al secondo tutti i candidati che hanno ottenuto almeno il 12,5 per cento degli iscritti alle liste elettorali, il che vuol dire, con l’astensione, più o meno il 20 per cento dei voti validi. In uno scenario in tre blocchi è possibile che si creino molti  scontri “triangolari” tra un candidato di sinistra (oggi con più probabilità En Marche!), uno di destra e uno del Front National.

Qual è il problema allora? Il problema è che l’elezione legislativa non è la presidenziale, il carisma e la capacità di parlare a una parte ampia di elettorato del candidato presidente non basta a vincere nei collegi, dove i meccanismi di scelta degli elettori possono essere diversi. Storicamente le elezioni legislative, come qualunque elezione che prevede i collegi uninominali, privilegia partiti molto organizzati sul territorio con candidati che spesso sono eletti per decenni nella loro circoscrizione. Per intenderci, il Front National, che alle ultime presidenziali ha raggiunto il 17,9 per cento alle presidenziali, ha raccolto solo il 13,6 per cento alle successive legislative. Risultato? Solo due deputati eletti.

L’unico, al momento, in grado di garantire una maggioranza parlamentare solida è François Fillon, a capo di un partito strutturato e con candidature storiche e competitive in moltissimi collegi; gli altri due candidati in testa nei sondaggi non possono affermare lo stesso anche se le aspettative nei loro confronti sono diverse. Non essendo favorita per la vittoria finale, Marine Le Pen non riceve molte domande o critiche sulla sua probabile incapacità di formare una maggioranza presidenziale; la stessa cosa non si può dire per Emmanuel Macron, che invece al momento è favorito e quindi viene spesso interrogato sull’argomento.

 

Macron presenterà candidati in tutti i 577 collegi, ma per adesso ne ha investiti ufficialmente solo 14. Questo sta cominciando ad essere un problema: in moltissime circoscrizioni i candidati degli altri partiti sono già in campagna elettorale, presentare uno sconosciuto può anche andar bene ma servono tempo e risorse per conoscere il territorio, chi ci abita, quali sono i suoi problemi specifici. L’accusa mossa a Macron è di avere dei “candidati internet”, persone senza alcun radicamento territoriale, che non hanno mai fatto politica e che non riusciranno ad essere eletti.

Perché En Marche! ha impiegato così tanto tempo a scegliere i suoi candidati? Si possono trovare tre possibili risposte. La prima è il tempo: il movimento di Macron è nato esattamente un anno fa e si propone di portare al potere una nuova classe dirigente. Il movimento è sì verticale, perché non può prescindere dalla figura del suo leader, ma è (o si vuole) allo stesso tempo orizzontale, perché ha costruito il suo programma dopo una grande campagna di ascolto dei problemi del paese e ha, appunto, dato la possibilità a chiunque di proporre la propria candidatura su internet. La candidatura è stata poi selezionata da un’apposita commissione di investitura che ha lavorato a tempo pieno, “un lavoro titanico” ha spiegato Jean-Paul Delevoye, il presidente della commissione, che ha avuto bisogno di tempo e grandissimi sforzi per individuare i candidati adatti.

Il secondo motivo è che ad En Marche! sono convinti che la vittoria alle presidenziali basti per vincere alle legislative, quindi i candidati nei collegi beneficeranno automaticamente dell’affermazione di Macron senza dover fare campagna: “se i francesi eleggono Macron è perché vogliono che governi. Se ti eleggono poi ti danno il potere” mi ha detto un deputato marcheur sabato scorso a Marsiglia, “è sempre successo così. Anche se candidassimo lei che è italiano in un collegio, e il collegio è competitivo, sarebbe eletto”. Ora, non metto in dubbio il mio ascendente sull’elettorato francese, ma un atteggiamento del genere mi è parso abbastanza ingenuo: Macron ha rotto troppe regole delle presidenziali per essere così convinto che l’unica valida è quella, a lui molto conveniente, che presidenziali e legislative abbiano lo stesso risultato.
Infine e motivo più probabile, Macron è consapevole che non avrà una maggioranza monocolore all’Assemblea Nazionale e quindi sta aspettando la vittoria alle presidenziali per formare una sorta di grande coalizione. Un’ipotesi del genere è praticabile anche perché alcuni esponenti dei partiti tradizionali si sono già detti disponibili: la settimana scorsa erano stati i deputati vicini a Manuel Valls a evocare un sostegno a Macron, non è escluso che la corrente più centrista dei repubblicani possa iniziare a ragionare nello stesso modo, soprattutto se Fillon dovesse essere eliminato con una percentuale molto bassa.

3-Verso una sfida a quattro

sondaggio 5

Chi è iscritto da un po’ a questa newsletter conosce bene la grande incertezza dell’elettorato. Questa incertezza comporta che i due candidati favoriti per l’accesso al ballottaggio siano molto fragili, Macron perché ha elettori meno motivati degli altri, seppure in aumento rispetto a due mesi fa, Marine Le Pen perché ha elettori molto motivati ma, per adesso, non è riuscita a convincere chi non ha ancora compiuto la sua scelta. Così, l’inaspettata solidità della candidatura di Fillon e la dinamica che stiamo osservando da parte di Jean-Luc Mélenchon diventano un rischio concreto che insidia la loro posizione, anche perché, come più volte detto, gli indecisi sono molti e potenzialmente decisivi, soprattutto con delle percentuali di accesso al secondo turno così basse.

Sondaggio 6

Come potete notare la volatilità è più alta nei tre candidati di sinistra che negli altri due. François Fillon ha perso quasi dieci punti da quando ha vinto le primarie, è quindi fisiologico che i suoi elettori siano più sicuri: sono di meno, più fedeli, non hanno cambiato idea durante la fase più critica dello scandalo, non lo faranno adesso. Questo è ciò che gli ha permesso di rimanere in gioco sin qui e il suo piccolo recupero si spiega con la percezione diffusa che non è un candidato spacciato, che dopotutto è ancora competitivo. Marine Le Pen ha invece un elettorato abituato a votarla, si è mobilitato alle europee del 2014 (24,8 per cento), alle regionali del 2015 (27,7 per cento) nulla indica che non lo rifarà anche alle presidenziali.

L’indecisione che invece osserviamo per i candidati di sinistra è giustificata da due motivi. Il primo è la prossimità: è meno costoso, per un elettore, passare da Hamon a Mélenchon o da Hamon a Macron che da Hamon a Marine Le Pen. Chi si ritiene di sinistra oggi in Francia ha un’offerta molto più ampia del solito nei candidati maggiori, quindi  tende a mettere più facilmente in discussione la propria scelta. A questo va aggiunta la componente “voto utile”: se fino a due settimane fa solo Macron poteva rappresentare un candidato competitivo per arrivare al ballottaggio, oggi non è più così. Mélenchon è distanziato di poco e protagonista di una dinamica molto positiva, può quindi essere percepito non solo come un voto identitario ma persino come un voto utile. Tutto questo va a detrimento di Hamon, ormai stabilmente sotto il 10 per cento e, a questo punto, pericolosamente vicino alla “soglia di scomparsa”, il 5% per cento sotto il quale le spese della campagna elettorale non sono rimborsate.

Il personaggio della settimana

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Martedì c’è stato il secondo dibattito tra i candidati, e stavolta hanno partecipato tutti. Tra i minori, quello che si è distinto di più è stato Philippe Poutou, non solo per l’abbigliamento poco convenzionale (eufemismo) ma anche per essere stato in grado di attaccare François Fillon e Marine Le Pen sui loro guai con la giustizia. È vero che per Poutou il dibattito ha rappresentato i famosi quindici minuti di celebrità warholiana, ma una campagna presidenziale vive anche di questi momenti.

 

Consigli di lettura

-Eric Dupin su slate.fr ha analizzato la sociologia elettorale di Emmanuel Macron e Marine Le Pen ed è arrivato alla conclusione che la vittoria del leader di En Marche! è meno scontata di quanto sembri. Grazie a Lorenzo per la segnalazione;

Una lunga intervista al filosofo Marchel Gauchet, che analizza l’ideologia di Emmanuel Macron;

Chi è Jean Pisani-Ferry, eminenza grigia di Emmanuel Macron? Un lungo ritratto, in inglese, di Politico;

Prima di finire un paio di errori: ho sbagliato il link del pezzo su come Marine Le Pen può vincere (qui il link) e ho scritto che Mélenchon è stato ministro dal 2002 al 2004, mentre lo è stato dal 2000 al 2002. Scusate la confusione!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventottesima settimana: Mélenchon decolla, Fillon rischia

Ventottesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Emmanuel Macron ha ricevuto il sostegno di Manuel Valls. Perché questa scelta?

2-Mélenchon continua a salire nei sondaggi, ora è al 15 per cento e minaccia addirittura la terza posizione di Fillon;

3-A proposito di Fillon, al candidato repubblicano mancano 10 punti percentuali rispetto all’elettorato 2012 di Nicolas Sarkozy. Per chi votano queste persone?

1-Valls vota per Macron ma non lo sostiene

(chi ha letto il mio post su Facebook di mercoledì può andare al punto 2 senza perdersi granché)

Manuel Valls, che è stato primo ministro di Hollande dal 2014 sino al dicembre 2016, è il rappresentante della destra socialista, ed è stato sconfitto da Benoît Hamon alle primarie del Partito Socialista che si sono svolte a fine gennaio, ha dichiarato che voterà per Emmanuel Macron fin dal primo turno.

La sua scelta ha sicuramente delle motivazioni sincere. Manuel Valls è davvero convinto che il Front National sia “alle porte del potere” come ripete ormai da anni, e che ci sia bisogno di alleanze straordinarie per fermarlo; una scelta del genere è poi coerente con le sue idee, molto più vicine a quelle di Macron che a quelle di Hamon, più volte definito “settario” e “fuori dalla realtà”. Infine, Valls detesta personalmente Hamon (lo ha definito “microbo” in privato),  e non ha dimenticato che il candidato ha passato due anni e mezzo all’Assemblea Nazionale cercando di sabotare il suo governo, contro cui ha anche firmato e promosso una mozione di sfiducia.

I motivi sono però più profondi, e di questo è consapevole anche Macron, che ha convocato una conferenza stampa il martedì proprio per anticipare la dichiarazione di Valls, avvenuta mercoledì, fissando tre regole per il post presidenziali, cucite su misura per l’ex primo ministro. Primo: chi si candida con me lo fa sotto il mio simbolo, con la mia maggioranza presidenziale; secondo: nessuno al governo che sia già stato ministro, tranne il capo del governo che avrà esperienza politica; terzo: i sostegni valgono un voto, non un’investitura alle legislative.

Tra Valls e Macron non corre buon sangue, visto il grande scontro che hanno animato quand’erano primo ministro e ministro dell’economia: Macron era quasi riuscito a portare a casa la riforma che porta il suo nome con una maggioranza trasversale all’Assemblea Nazionale ma Valls, per evitare il successo del suo rivale interno, scelse il ricorso al 49.3, cioè la questione di fiducia, facendo cadere gli emendamenti comuni e approvando la legge così com’era, senza compromessi, mandando su tutte le furie l’inquilino di Bercy.

Quando martedì, alla conferenza stampa, ho chiesto a un deputato vicino a Macron come avrebbero gestito il sostegno di Valls mi ha risposto “ma Manuel e Emmanuel sono molto amici, non c’è nessun problema”. Momento di silenzio e poi risate sia sue che dei giornalisti che stavano ascoltando, “dovreste prendere più sul serio i vostri interlocutori” ha scherzato prima di rientrare al QG.

Con ogni probabilità quindi Valls non sarà candidato con En Marche! anche perché la prima reazione del Partito Socialista, nelle parole del suo segretario, Jean Christophe Cambadélis è stata di “tristezza per la scelta” condita da “un appello alla calma”, ma senza alcun riferimento ad un’eventuale espulsione.

Perché questa scelta, allora? La scommessa di Valls è che Macron sarà eletto presidente della Repubblica, ma non avrà una maggioranza solida all’Assemblea Nazionale, motivo per cui un gruppo social-liberale da lui guidato potrebbe rivelarsi preziosissimo, sia in Parlamento che al Governo. Insomma Valls, dopo aver archiviato definitivamente la (breve) avventura di Hamon, ormai quinto nei sondaggi e autore di una campagna elettorale poco entusiasmante, sta cercando di sabotare il progetto politico di Macron, votandolo, ma scommettendo sul suo fallimento quando dovrà formare la maggioranza parlamentare. A completamento di quest’analisi basta vedere la dichiarazione di Didier Guillaume, presidente del gruppo socialista al Senato e direttore della campagna di Valls alle scorse primarie, che ha chiarito che i vallsisti si candideranno in autonomia, ma con “vocazione” a governare in una maggioranza con Emmanuel Macron.

2-La dinamica di Mélenchon continua

Il candidato della France Insoumise è il candidato che più ha guadagnato nei sondaggi nelle ultime settimane. Jean-Luc Mélenchon, per chi non lo conoscesse, è il leader della sinistra radicale francese. Dopo essere stato uno degli animatori del trotzkismo francese nei primi anni ’70, entra nel Partito Socialista attirato dal progetto politico di François Mitterrand. Ministro dell’istruzione tra il 2000 e 2002 durante il governo di Lionel Jospin, ha rappresentato la minoranza di sinistra del socialismo post-Mitterrand sino alla decisione di abbandonarlo nel 2008 per fondare il Front de Gauche, unione delle varie anime che compongono la galassia alla sinistra del Partito Socialista. Per il Front de Gauche è stato candidato al primo turno delle presidenziali del 2012, ed è candidato anche ora ma in autonomia, sostenuto dal Partito Comunista francese.

Quando il primo febbraio l’istituto IFOP ha cominciato il suo “rolling-poll” in collaborazione con Paris Match, cioè la pubblicazione di un sondaggio quotidiano per registrare le oscillazioni e le tendenze delle intenzioni di voto, Mélenchon era stimato al 9 per cento ma scontava la grande attenzione mediatica riservata a Benoît Hamon, che aveva appena vinto le primarie e raccoglieva il 18 per cento delle intenzioni di voto. Dopo un fisiologico riavvicinamento tra i due candidati di sinistra, due settimane fa è successo qualcosa: il 17 marzo Mélenchon ha tenuto un grande comizio in Place de la Bastille, la piazza storica della sinistra francese, e soprattutto ha partecipato al dibattito tv, risultando molto efficace e a suo agio. E infatti la curva nei sondaggi si è invertita, come potete notare il leader della sinistra radicale distanzia Hamon di cinque punti ed è protagonista di una progressione che a questo punto minaccia persino la terza posizione di François Fillon.

Sondaggio 1.png

Come c’è riuscito? Innanzitutto Mélenchon beneficia del disastro che in questo momento rappresenta il Partito Socialista in sé, dilaniato dalle lotte interne e portatore di un bilancio, quello di François Hollande, complicatissimo da difendere. La campagna poco entusiasmante di Benoît Hamon, di cui abbiamo già parlato in questa puntata, ha dato il colpo di grazia all’immagine dei socialisti e reso Mélenchon il vero campione della sinistra, che per ora perde, ma quantomeno perde bene. Infine, e probabilmente cosa più importante, Jean-Luc Mélenchon, come Marine Le Pen, è alla sua seconda campagna presidenziale e parte da un ottimo risultato: nel 2012 raccolse l’11,1 per cento, una percentuale di tutto rispetto soprattutto vista la campagna di François Hollande, molto a sinistra e facilitata dalla volontà di farla finita con Sarkozy.

La scelta di dove e quando organizzare le riunioni pubbliche, di come dosare le energie e utilizzare la possibilità data dalla televisione per  crever l’écran, “bucare lo schermo”, è fondamentale per chiudere la campagna in crescendo puntando, stavolta, sulla capacità di rassicurare piuttosto che sulla postura protestataria per cui era famoso anni fa: “Jean-Luc è più forza tranquilla che rumore e furore adesso” ha spiegato all’Obs Eric Coquerel, uno dei suoi principali sostenitori; “Sono più filosofo che mai e meno impetuoso, la conflittualità ha mostrato i suoi limiti e io ho 65 anni, l’età ha avuto un’influenza su di me” ha detto oggi in una lunga intervista concessa al JDD.

3-Dove sono andati a finire gli elettori della destra gollista?

Nel 2012 Nicolas Sarkozy ha perso le elezioni ma di poco e con un risultato al primo turno che oggi gli invidierebbero tutti: il 27,1 per cento. Oggi François Fillon, che ha strappato la candidatura alle presidenziali eliminando proprio Sarkozy al primo turno delle primarie, è stimato intorno al 17 per cento, punto più punto meno: dove sono finiti i quasi dieci punti che gli mancano?

Secondo i dati elaborati dal sondaggista Yves-Marie Cann su una serie di sondaggi del suo istituto, Elabe, dal 14 al 21 marzo, solo il 52 per cento degli elettori dell’ex presidente francese è disposto a votare per il suo ex primo ministro, mentre l’altro 48 per cento è diviso tra Emmanuel Macron (18 per cento), Marine Le Pen (12 per cento), gli altri candidati (12 per cento), più un 5 per cento tra scheda bianca e astensione. Insomma il 43 per cento di chi ha votato Sarkozy nel 2012 ha intenzione di votare per il candidato di un altro partito nel 2017.

Sondaggio 2

I dati forniti da Cann evidenziano due grandi spaccature tra l’elettorato di Fillon e quello di Sarkozy. La prima è generazionale, e ce se ne può rendere conto semplicemente andando a guardare un comizio di Fillon. Al di sotto dei 50 anni solo un terzo dell’elettorato sarkozysta è ancora disposto a votare il candidato post gollista, cifra che sale alla metà tra i 50 e i 65 anni e raggiunge il suo massimo, con il 68 per cento, tra gli elettori con più di 65 anni. Fillon è molto solido negli over 65 soprattutto perché rappresentano l’elettorato storico repubblicano, ma anche perché i profili dei suoi principali avversari sono a loro volta respingenti: Emmanuel Macron parla di un futuro che i pensionati non comprendono e può risultare poco esperto e arrogante; Marine Le Pen sconta il passato del suo partito, percepito come un pericolo e come una parte vergognosa della storia di Francia. Sono infine impauriti dalle sue proposte radicali sull’Europa che rappresenta ancora una grande conquista per chi è nato nell’immediato dopoguerra e ha toccato con mano i suoi benefici.

Questo atteggiamento mi ha fatto molto riflettere su Brexit, dove invece è stato determinante il voto degli anziani mentre i giovani hanno votato in massa per rimanere in Europa: in Francia il 30 per cento dei giovani che vota per la prima volta è per il Front National che è rigettato dai pensionati (in totale solo il 16 per cento dei pensionati dichiara di voler votare per Marine Le Pen, secondo l’ultimo sondaggio IFOP). È un punto in più che va considerato nelle analisi  sull’internazionale populista che si starebbe formando in giro per il mondo: ogni paese ha il suo particolare movimento sovranista/populista con le sue specificità e le sue ragioni, ridurre tutto in un unico calderone è un errore che non aiuta a comprendere il fenomeno, secondo me.

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Il comizio di Tolone, dove sono andato venerdì: cercate qualcuno con meno di 65 anni

L’altra grande spaccatura, che riflette in parte quella generazionale, è dettata dalla sociologia elettorale. Come vedete dal prossimo grafico, Fillon raccoglie i due terzi dell’elettorato Sarkozysta già in pensione, ma è in difficoltà con i CSP+, cioè la classe media (42 per cento) e crolla tra i CSP-, cioè le classi popolari composte da impiegati meno qualificati e operai, con il 33 per cento.

Sondaggio 3

Come si posizionano questi elettori nei confronti di Emmanuel Macron e Marine Le Pen?

Come può essere abbastanza intuitivo, Macron va molto bene nella classe media, dove convince il 28 per cento degli elettori ex sarkozysti, e nel voto giovanile, visto che parla al 32 per cento degli elettori under 35 che scelsero Sarkozy nel 2012, mentre Marine Le Pen ottiene un buon risultato nelle fasce più popolari con il 25 per cento e batte Macron nella fascia d’età compresa tra i 50 e i 65 anni con il 19 per cento contro il 15. Ciononostante, come potete notare, il leader di En Marche! non è così distanziato nelle categorie popolari, essendo solo 5 punti dietro alla candidata del Front National, ma è molto in vantaggio tra i giovani e nelle classi medie. Insomma Macron ha un fortissimo ascendente sulla parte più aperta e agiata dell’elettorato di Nicolas Sarkozy, confermando, in parte, chi vede in lui un profilo non poi così distante dall’ex presidente, che d’altronde ha più volte invitato l’ex ministro dell’economia a lavorare per lui (senza risultato).

Sondaggio 4

Le difficoltà di Fillon in questi segmenti più contendibili dell’elettorato si spiegano sicuramente con il PenelopeGate, ma ciò non è sufficiente. Il punto è che ormai la campagna si sta strutturando sui due progetti di società, radicalmente alternativi, che propongono Marine Le Pen ed Emmanuel Macron, a loro agio in uno scontro forze del bene contro forze del male, a seconda di come la si pensi. L’ho già scritto: Le Pen e Macron si sono scelti, gli argomenti dell’uno danno forza alle ragioni all’altro e i sondaggi che li vedono appaiati in testa completano il quadro. In questo contesto Fillon ha difficoltà a posizionarsi, perché si trova incastrato tra i due e non riesce più a far passare il messaggio di forte rottura che contiene il suo programma, cioè grande riduzione della spesa pubblica attraverso tagli di spesa strutturale e diminuzione dei funzionari pubblici (la famosa proposta di sopprimere 500mila posti nella pubblica amministrazione).

Consapevole di questo il candidato repubblicano ha introdotto un nuovo tema che sarà molto importante nelle prossime settimane: “sono l’unico candidato in grado di vincere le legislative e quindi governare una volta eletto presidente, mentre gli altri non ne sono in grado”. Domenica 9 aprile è previsto un grande meeting a Parigi, a porte de Versailles, dove schiererà dietro di sé i 577 candidati investiti dai repubblicani e dai centristi che si presenteranno alle elezioni legislative. Il messaggio sarà piuttosto chiaro.

Il personaggio della settimana

Alexis Corbière è il portavoce di Jean-Luc Mélenchon e uno dei suoi strateghi più importanti, è molto bravo in televisione ed è uno degli artefici del grande recupero del suo candidato. È vero che le elezioni presidenziali sono l’incontro tra un uomo e il suo popolo, come diceva de Gaulle ma per un candidato è importantissimo avere consiglieri all’altezza e persone in grado di difendere le loro idee in televisione.

Infine, alcune informazioni di servizio. Da lunedì scorso la mia newsletter è pubblicata interamente su IL-idee e lifestyle del Sole 24 Ore, che ha deciso di scommettere su questo piccolo progetto editoriale. Insomma: viva la newsletter! Per chi vuole, mercoledì sono a Napoli al Chiajatime a via Bausan 17, a parlare (novità!) di elezioni francesi.

Consigli di lettura

-Su Mediapart due economisti analizzano la crisi del modello di democrazia francese, in difficoltà per l’assenza di un blocco sociale dominante e omogeneo. Grazie a Giovanni per la segnalazione;

Una lunga intervista al filosofo Alain Finkielkraut che critica il dibattito pubblico semplificato intorno all’idea populismo e sovranismo contro progresso e mondializzazione;

-L’astensione può giocare un ruolo fondamentale nel voto del 23 e 7 maggio. Un fisico ha analizzato la possibile incidenza dell’astensione in favore di Marine Le Pen. Grazie all’utente Twitter Jack P. e Francesca per la segnalazione

I grafici del terzo punto di questa newsletter sono stati elaborati da Yves-Marie Cann, nel suo articolo su Medium.

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