Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, venticinquesima settimana: la nuova strategia di Marine Le Pen

 

Venticinquesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Fillon ha vinto il suo braccio di ferro, ma ciò che è successo nelle ultime settimane sarà molto difficile da ricomporre;

2-La campagna di Benoît Hamon non decolla, e la destra del partito comincia ad abbandonarlo;

3-Marine Le Pen ha cambiato il tema portante della sua campagna elettorale: non più sovranismo ma identità.

1-Fillon ha vinto il suo braccio di ferro

Dopo la difficilissima settimana passata, Fillon ha vinto il suo braccio di ferro. Rimarrà candidato, ormai senza alcun dubbio. I suoi problemi però non sono finiti, la spaccatura esiste ed è profonda, a dimostrazione di come queste presidenziali 2017 siano un momento storico per la politica francese, a prescindere di come finiranno.

Partiamo dalla spaccatura personale. Tra Alain Juppé e François Fillon non c’è mai stato un rapporto profondo, i due hanno sempre militato in correnti diverse nel partito e si sono spesso divisi su scelte importanti. Esisteva però una stima reciproca. Dopo la sconfitta alle primarie Juppé è tornato a Bordeaux e ha sostenuto a distanza il candidato del suo partito, non era impegnato in prima persona ma tutti i suoi “luogotenenti” erano in prima fila ai comizi e ampiamente rappresentati nell’organigramma. Ciò che invece è successo nell’ultimo mese ha in qualche misura turbato Alain Juppé, che non conosceva questa versione più radicale e quasi trumpiana di Fillon. E infatti nella breve conferenza stampa di lunedì mattina il sindaco di Bordeaux ha duramente criticato il candidato per la sua “ostinazione” e per aver radicalizzato l’elettorato di destra. Un elettorato che evidentemente non riconosce più, e forse non ha mai riconosciuto.

Sarebbe però un errore interpretare questa frase legandola solo al contesto della manifestazione del Trocadero. In piazza, a Parigi, si è mobilitato il cuore dell’elettorato fillonista, in particolare la galassia che ha partecipato alle sfilate della Manif Pour Tous, le manifestazioni contro i matrimoni omosessuali, e in particolare il suo movimento militante, Sens Commun (per approfondire l’influenza del voto cattolico per Fillon durante le primarie potete leggere questa edizione della newsletter). Ma non è questo l’elettorato “radicalizzato”  di cui parla Alain Juppé.

Qual è il punto? Il punto è che Nicolas Sarkozy aveva cominciato a cambiare  gli elettori di riferimento del movimento post-gollista, riuscendo ad ampliarne la base. La vittoria di François Fillon, per quanto conseguita in rottura personale con l’ex presidente, andava nella stessa direzione; gli elettori hanno deciso che sarebbe stato Fillon a rappresentarli, ma ideologicamente tra i due non c’erano enormi differenze, anzi. La diagnosi è la stessa, ed è la seguente: la società francese si è spostata a destra, le classi popolari anticomuniste che votavano ampiamente de Gaulle negli anni ’60 sono state attirate dal messaggio di rottura del Front National. Per vincere bisogna rivolgersi a loro ma, poiché la società è molto cambiata rispetto agli anni d’oro del gollismo, bisogna farlo con una retorica nazional-popolare.

Alle primarie si sono affrontate questa visione, che è risultata maggioritaria, e quella della destra gollista più “gestionale” o “elitaria”, nata con Jacques Chirac e divenuta egemone con la conversione al liberalismo operata negli anni ’80. Juppé, il più anziano del gruppo, era stato uno dei protagonisti di quella stagione. Al contrario Fillon non aveva aderito a questa svolta, essendo cresciuto politicamente nella corrente del gollismo sociale di Philippe Séguin, grande rivale di Chirac e del primo ministro liberal-gollista, Eduard Balladur. Fillon aveva vinto le primarie, partecipate da più di 4 milioni di elettori, con un discorso sì liberale ma soprattutto conservatore e identitario.

Le due visioni avevano un seguito diverso: il cuore della destra di Jacques Chirac era molto più ristretta di quella di de Gaulle o di quella di Sarkozy.  Basti vedere i risultati al primo turno nelle varie elezioni: Sarkozy nel 2007 arrivò a 11,5 milioni di voti con il 31%, nel 2012 a 9,7 con il 27%. Chirac nel 2002 prese solo 5,6 milioni di voti con il 19%, e nel 1995 6,3 con il 20%. È chiaro che si tratta di due basi elettorali molto diverse. Alain Juppé non è riuscito a presentarsi come credibile piano b anche perché nei repubblicani la sua posizione è in minoranza, probabilmente negli ultimi anni lo è sempre stata e nemmeno dopo un terremoto del genere è parsa in grado di salvare la sua famiglia politica. La rinuncia e l’amara conferenza stampa del sindaco di Bordeaux constata questo, oltre all’atteggiamento sconsiderato di François Fillon.
C’è però un tassello che manca a Fillon e che invece votava con convinzione per Sarkozy: l’elettorato popolare. Secondo l’ultimo sondaggio Ifop solo il 9% delle categorie popolari al momento si dichiara per Fillon, troppo poco per vincere le elezioni.

La continuità tra Sarkozy e Fillon si nota anche con il peso orami egemone che hanno assunto i sarkozysti nella campagna elettorale di Fillon. È chiaro che in molti non hanno abbandonato la barca per un calcolo di opportunità, ma è altrettanto vero che ritengono in ogni caso il messaggio di Fillon del tutto valido, cosa che invece non riteneva Alain Juppé.

2-La campagna di Hamon non decolla

Il fattore essenziale delle campagne elettorali di successo è la capacità di mostrare una dinamica, di riuscire a trasmettere entusiasmo e far credere possibile il successo.

Come si misura?

Innanzitutto mostrando una progressione nelle intenzioni di voto com’è capitato a Macron, o consolidando una posizione già molto alta e molto stabile, come capita ormai da anni a Marine Le Pen. I sondaggi da soli non bastano chiaramente, e per evitare le accuse di rappresentare solo una “bolla mediatica” il candidato dev’essere in grado di tenere delle riunioni pubbliche molto partecipate, che dimostrino l’esistenza di un movimento di cittadini che si muovono per ascoltare il proprio leader. Sono molto importanti anche le dichiarazioni di sostegno da parte di personaggi conosciuti della politica: magari non spostano voti, ma mostrano, appunto, una dinamica, una progressione. Infine, cosa più importante, una candidatura di successo deve essere incentrata su un messaggio molto forte e riconoscibile, che possa dare un’identità precisa a chi decide di impegnarsi per sostenerla.

Tutti questi ingredienti mancano alla campagna elettorale di Benoît Hamon, che stenta nei sondaggi (è ormai costantemente sotto il 15%, a pochissima distanza dal suo vero rivale: Jean-Luc Mélenchon), non ha fatto ancora un grande comizio (finora ha scelto posti abbastanza piccoli e venerdì a Le Havre metà palazzetto era vuoto), e al posto di ricevere sostegni da parte del suo partito inizia a perdere pezzi. Come detto le defezioni degli “elefanti” del partito socialista non spostano voti, ma fanno parte della dinamica; essere abbandonato dai tuoi non è un bel segnale.

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Come vedete, la percentuale di chi pensa che Benoît Hamon sta conducendo una buona campagna è crollata di 20 punti dalla sua vittoria alle primarie. Qualcosa non va.

In più, la proposta del reddito universale di esistenza (750 euro mensili da versare a tutti i cittadini senza condizioni) si è trasformata:  già a dicembre il candidato aveva detto che in una prima fase l’assegno sarebbe stato di 535 euro e solo ai giovani dai 18 ai 25 anni. Ne sarebbe poi seguita una seconda con l’attribuzione dei 750 euro in maniera incondizionata. Fin qui una semplice presa di coscienza che una misura del genere avrebbe necessitato di varie fasi per potere essere applicata. Giovedì scorso però, interrogato in televisione, Hamon ha completamente cambiato posizione: il reddito universale di esistenza sarà versato solo ai giovani tra i 18 e i 25 anni e in maniera decrescente rispetto al reddito ai lavoratori che guadagnano meno di 1,9 volte lo SMIC (il salario minimo). Tutti gli altri ne sono esclusi. Ecco che le parole “universale di esistenza” non esistono più, ed è rimasto solo il “reddito” (qui un approfondimento del Monde).

Per la cronaca, Hamon aveva vinto le primarie proprio grazie a tutti questi ingredienti: moltissimi giovani si erano impegnati per lui e avevano costruito una bella campagna, partecipata, piena di speranza e di cambiamento, con sale piene ovunque, e media sinceramente incuriositi dalla proposta nuova e inattesa.

Infine, Hamon ha individuato in Emmanuel Macron il suo avversario più importante. È strano, non sono moltissimi gli elettori indecisi tra Hamon e Macron, anche perché il messaggio e i suoi destinatari sono abbastanza diversi. Gli elettori che Hamon dovrebbe sedurre sono quelli di Mélenchon, che hanno aspirazioni molto più simili a quelle del candidato socialista. Non lo ha fatto finora perché probabilmente non vuole inimicarsi chi vota sinistra radicale, ma per fare cosa? Per facilitare un accordo dopo le elezioni? Probabile, ma a quel punto le elezioni si sono svolte: se si rivelano un disastro Hamon rischia di perdere anche il Partito Socialista – e infatti uno dei motivi per cui Manuel Valls non raggiunge Emmanuel Macron è che spera di riprendere il comando del partito dopo le elezioni.

3-Marine Le Pen sta cambiando il suo messaggio

Ieri sono andato a Chateauroux, un paese di quarantamila abitanti al centro della Francia. È il quinto comizio/discorso di Marine Le Pen che vado a vedere e ho notato un’evoluzione, specialmente rispetto al messaggio che sembrava dovesse caratterizzare la campagna elettorale a settembre. A Brachay, il paesino dove Marine aveva cominciato la lunga maratona, lo slogan era “La France apaisée” la Francia pacificata, ed erano molti i riferimenti al Generale de Gaulle. Sembrava che Marine Le Pen volesse caratterizzare la sua campagna elettorale con un messaggio sovranista e meno identitario. In altre parole, sembrava avesse vinto la linea Florian Philippot piuttosto che la linea Marion Maréchal Le Pen.

Mi spiego meglio: nel Front National convivono due idee, che sembrano sovrapponibili ma non lo sono. L’ala sovranista, quella di Philippot per intenderci, mette al primo piano l’uscita dall’euro e dall’Europa ma ha a cuore anche un discorso sociale ed economico, con delle proposte simili a quelle della sinistra radicale (per esempio il ritorno della pensione a 60 anni). L’ala identitaria, quella di Marion Maréchal, spinge invece sulle radici cattoliche, sul conservatorismo di una Francia più rurale e più anziana, sulla paura dei migranti non tanto dal punto di vista economico, quanto dal punto di vista culturale; è una Francia che ha paura del “grand remplacement”, del  rischio di diventare minoranza a casa propria. Ieri un racconto comune che ho sentito da più simpatizzanti frontisti era il seguente: “sono andato ad abitare in campagna dopo la pensione, quando torno al centro città dove sono cresciuto non lo riconosco più, è in mano agli immigrati. Sembra di non essere più in Francia”.

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Nelle ultime settimane la retorica anti euro è passata relativamente in secondo piano, Marine Le Pen non ha detto esplicitamente che vuole uscire dall’euro e ha trasformato l’Unione in un effetto collaterale del “mondialismo”, la globalizzazione senza volto che distrugge la Francia rurale, i posti di lavoro dell’industria francese e consente l’arrivo di centinaia di migliaia di migranti – e che ha in Emmanuel Macron il suo massimo rappresentante. Questo spostamento ha una ragione: parlare all’elettorato più radicale di Fillon, sia al primo che al secondo turno. Chi è più anziano e conservatore non necessariamente vede di buon occhio un’uscita traumatica dall’euro e anzi ne è spaventato, ma può essere d’accordo con un discorso identitario come quello che sta cercando di portare avanti Marine Le Pen. Meno economia, più identità.

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Come vedete da questo sondaggio, solo il 28% dei francesi è d’accordo con il ritorno al franco (ultima domanda) ma il 51% è d’accordo con l’uscita da Schengen (penultima domanda) e soprattutto il 54% è favorevole ad un referendum per rimanere o meno nell’Unione Europea (terzultima domanda).

Il personaggio della settimana

Bertrand Delanoë è stato il sindaco socialista di Parigi dal 2001 al 2014. È un politico molto conosciuto, chiaramente, molto stimato e molto popolare. Una sorta di vecchio saggio che non ha mai avuto particolari ambizioni nazionali, o se le ha avute non le ha mai concretizzate, e che fino a poco tempo fa si era ritirato. Ha detto in radio che voterà per Emmanuel Macron perché si riconosce nel suo progetto, e perché bisogna dar forza a chi affronterà “madame Le Pen” al secondo turno. Un sostegno non scontato e tendenzialmente senza contropartita che consente all’ex sindaco di tornare a pesare soprattutto nel dibattito pubblico.

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consigli di lettura

-Secondo Marine Le Pen è Macron è il miglior avversario per il Front National. Lo spiega il JDD;

-Yves-Marie Cann e Chloé Marine spiegano come sono composti gli elettorati dei candidati di sinistra. L’articolo è sul sito della fondazione Jean Jaurès;

-Secondo Guillaume Tabard la vera chiave del prossimo scrutinio sono gli indecisi. Può succedere di tutto;

-L’analisi di slate.fr su cosa sta succedendo nei repubblicani francesi. Questo articolo è stato fondamentale per scrivere il primo punto di questa newsletter.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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