Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, ventunesima settimana: Marine Le Pen vola

Ventunesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi?

1-Marine Le Pen ha cominciato la campagna elettorale. Commentiamo alcuni dati interessanti sullo share del talk show cui ha partecipato e analizziamo qual è davvero il suo potenziale elettorale.

2-Ancora una settimana complicata per François Fillon, che però ha raggiunto il suo principale obiettivo: continuare ad essere il candidato repubblicano alle presidenziali.

3-Due nuove sezioni, suggerite da amici e lettori.

1-Marine Le Pen è davvero competitiva?

È stata la prima settimana di campagna della leader del Front National. Domenica scorsa vi avevo raccontato a caldo il suo comizio, qui trovate un reportage che ho scritto per Gli Stati Generali (e qui ne ho parlato a Radio24 con Oscar Giannino). Marine Le Pen aveva un appuntamento mediatico molto importante: era invitata all’Émission Politique, uno dei talk show più seguiti della televisione francese. Chi è iscritto da un po’ conosce il programma, ma vale la pena ricordarne le modalità.

La trasmissione dura due ore, è presentata da due volti noti della televisione francese, Léa Salamé e David Pujadas, ed è strutturata in varie interviste su temi specifici condotte da giornalisti invitati appositamente. Si susseguono quindi esperti del mondo del lavoro (sindacalisti/imprenditori), cittadini comuni, un politico della parte avversa e un invitato a sorpresa. L’esercizio è molto duro, i conduttori hanno una reputazione di giornalisti abbastanza aggressivi, specialmente Léa Salamé, e il programma viene commentato sui giornali del giorno dopo e in televisione nei giorni successivi.

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Marine Le Pen ha polverizzato tutti i record: secondo il sondaggio realizzato dall’istituto Harris Interactive su commissione di France 2 e del programma, che diffonde i risultati in diretta, il 41% dei telespettatori si è detto convinto dagli argomenti di Marine. Come vedete, la leader del Front National fa meglio di Benoît Hamon, che aveva cominciato a crescere davvero nei sondaggi anche grazie alla sua buona prova televisiva, e François Fillon, per cui avevamo registrato una dinamica simile.

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L’altro record raggiunto da Marine Le Pen riguarda i dati di ascolto. Con 3,5 milioni di telespettatori e quasi il 17% di share distanzia nettamente Alain Juppé, che come vedete era stato seguito da “solo” 2,75 milioni (13,2% di share). Per comprendere il contesto, all’epoca il sindaco di Bordeaux era considerato praticamente il prossimo Presidente della Repubblica, capirete dunque che l’interesse nei suoi confronti era piuttosto alto.

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Tutto ciò va aggiunto al positivo quadro politico che si sta delineando. Abbiamo parlato nelle scorse settimane della solidità del suo elettorato, sottolineando come un voto molto identitario al primo turno può essere sintomo della difficoltà di allargare la propria base elettorale al secondo. A dicembre le primarie del centro-destra avevano in più designato un candidato molto difficile da affrontare per lei: Fillon era un concorrente ostico vista la sua popolarità tra gli elettori più radicali per la sua durezza in materia di sicurezza e immigrazione; la statura presidenziale indubbiamente superiore del repubblicano poneva a Marine Le Pen il problema di lavorare sulla sua immagine di eterna perdente; infine le posizioni conservatrici in tema di società piacevano molto all’elettorato cattolico più conservatore che negli ultimi anni invece guardava con interesse al Front National, grazie anche al profilo di Marion Maréchal Le Pen (se volete approfondire, qui trovate l’analisi della vittoria di Fillon a novembre). Le difficoltà di Fillon sono quindi benvenute.

 

Finora non avevamo affrontato questo discorso ma è utile dare uno sguardo ai sondaggi più recenti che iniziano a registrare le intenzioni di voto al ballottaggio. Il Front National fa un notevole balzo in avanti: stimato al 25/26% al primo turno, al secondo è capace di raggiungere un risultato tra il 35 e il 40% (dipende dell’avversario). Ciò vuol dire che una parte consistente dell’elettorato è pronto a spostarsi su Marine Le Pen, fino a questo punto non è mai successo. Il precedente che possiamo utilizzare sono le elezioni regionali del 2015: dopo un risultato francamente impressionante in alcune regioni al primo turno, solo in PACA (Provence-Alpes-Côte d’Azur) il partito è stato capace di incrementare sensibilmente la propria percentuale passando dal 40% al 45%. La candidata in quel caso era Marion Maréchal Le Pen.

Questo vuol dire che il Front National è potenzialmente in grado di allargare la propria base elettorale, seppure non in maniera decisiva visto che per ora parliamo di 1/10 dell’elettorato. Il problema è sempre lo stesso: per vincere devi convincere il 50%+1 dei francesi, molto complicato se non fai alleanze, tra l’altro al momento non in agenda. Fino ad oggi l’idea di condividere il potere o fare dei compromessi con altre forze politiche è rimasta estranea al DNA del Front National, che al contrario gioca sul concetto di “cittadella assediata”: noi da soli contro tutti.

Però guardate i (supposti) flussi nel grafico successivo: in caso di ballottaggio contro Emmanuel Macron (che vincerebbe 63-37) il 10% degli elettori di Mélenchon voterebbero per lei così come il 29% degli elettori di François Fillon. Sembra poco, non lo è. Controllate il risultato del padre, Jean Marie, alle presidenziali del 2002. Già un risultato del genere sarebbe una rivoluzione.

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Il sondaggio è stato realizzato da Ifop

2-François Fillon è, con fatica, ancora in sella

Il candidato repubblicano non sta passando un bel momento, come sapete bene. Ha però salvato il salvabile, cosa non scontata sino al week end scorso.

Lunedì ha organizzato una conferenza stampa al suo comitato. Dopo aver ribadito l’effettività dell’impiego di sua moglie e lanciato una sorta di “operazione trasparenza”, pubblicando online il suo patrimonio completo, ha chiesto scusa ai francesi.

“Lavorando con mia moglie e i miei figli ho privilegiato questa collaborazione di fiducia che oggi suscita sospetto. È stato un errore, lo rimpiango profondamente, e presento le mie scuse ai francesi.” 

Poi ha chiarito che non sta al “tribunale mediatico” giudicarlo, compito che spetta solo gli elettori.  Ha infine concluso la conferenza sostenendo che da quel momento sarebbe cominciata un’altra campagna, e che avrebbe imposto il suo programma e la sua agenda politica al dibattito pubblico.

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Come vedete il crollo comincia a inizio gennaio, quando i francesi hanno iniziato ad approfondire il programma molto duro sul piano economico e sociale. Dalla fine del mese diventa un’emorragia seria. Il grafico è de L’Express.

La sua è stata l’unica linea di difesa possibile: non si è rivolto davvero ai francesi, come ha detto, ma ha parlato al proprio campo. Se il crollo nei sondaggi è notevole, allo stesso tempo il 17/18% delle intenzioni di voto al momento attribuitegli è molto vicino alla percentuale storica della destra francese al primo turno, stimata intorno al 20%. La volontà di chiudere definitivamente il capitolo PenelopeGate gli consente di ricominciare a far campagna e rassicurare chi ha deciso di votare per lui.

Vi avevo raccontato dei dubbi sempre più consistenti di una parte del partito sull’opportunità di mantenere la sua candidatura. Martedì, alla riunione con i parlamentari, una parte di essi sembrava orientata a chiedere formalmente un passo indietro al candidato. Non è successo, perché? Perché sia i deputati più vicini a Juppé che i sarkozysti non sono stati in grado di imporre un proprio candidato: provarci avrebbe significato spaccare irrimediabilmente i repubblicani. L’atteggiamento di Fillon (che secondo alcuni ha peraltro preso in ostaggio la sua famiglia politica) ha ri-compattato i repubblicani dietro la sua candidatura;  le varie voci su una sua sostituzione sono cessate di colpo da lunedì sera, una volta terminata la conferenza stampa. Martedì è stato ospite di François Baroin, fedelissimo di Sarkozy, a Troyes; giovedì, a Poitiers, Jean-Pierre Raffarin, ex primo ministro sotto Chirac e gran sostenitore di Alain Juppé alle primarie, ha introdotto il comizio del candidato con un discorso molto appassionato e leale. Segnali inequivocabili.

Il discorso di Fillon a Poitiers è stato abbastanza incentrato su sicurezza e immigrazione, strategia che probabilmente verrà tenuta nelle prossime settimane: la sua proposta economica è quasi brutale (500.000 funzionari pubblici in meno, grande riduzione delle spese pubbliche, interventi anche sulla sanità), e chiedere sacrifici ai francesi dopo uno scandalo che ha messo in luce una relazione “interessata” con il denaro non è molto credibile. Fillon cercherà quindi di evitare una fuga del suo elettorato più radicale verso Marine Le Pen e allo stesso tempo blandirà gli indecisi che guardano a Macron, giocando sulla sua solidità internazionale e sulla sua innegabile esperienza di governo.

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Come notate la caduta di consenso di Fillon è avvenuta anche all’interno dei simpatizzanti repubblicani. È a loro che il candidato si rivolge principalmente in questo momento.

La retorica contro la stampa e il potere socialista, che starebbe cercando di sabotare la sua candidatura, completano questa “trasformazione”: da candidato con ambizioni maggioritarie Fillon ha in questo momento la preoccupazione di salvare il suo elettorato storico. Chi si riconosce nel progetto politico repubblicano ha necessità di essere convinto che Fillon è ancora il candidato giusto, ha bisogno di una retorica che gli consenta di camminare a testa alta. Sono anni che aspetta di riprendere il potere e di liberarsi di Hollande e potrebbe serrare i ranghi dietro al suo candidato, paradossalmente pensando che sia perseguitato. Il problema è che, appunto, parliamo dell’elettore di destra. Basta?

Al momento no. Lo ha spiegato bene il politologo Bernard Sananés: noi ci soffermiamo chiaramente sui sondaggi di intenzione di voto, ma guardando il barometro di opinione che misura la popolarità dei singoli politici su tutto l’elettorato, notiamo che tra i primi dieci non c’è nessun repubblicano tranne Juppé, ormai però alla fine della sua carriera politica. Questo indica che al momento la destra non si inserisce più nella dinamica dell’alternanza, non ha – per ora – un personaggio in grado di unire il paese dietro di sé.

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Il primo politico repubblicano è Xavier Bertrand, tredicesimo.

Speciale: chi ha vinto la settimana?

Questa volta era facile: Marine Le Pen, vista la sua capacità di convincere nell’Emission Politique e occupare quasi tutto lo spazio mediatico soprattutto a scapito di Macron, visto e sentito poco e quasi solo per le critiche sempre più forti alla vaghezza del suo programma.

Devo però citare Jean Luc Mélenchon, autore di un comizio geniale settimana scorsa: non voglio lo perdiate. Parlava da Lione (anche lui), ma ha organizzato un altro comizio in contemporanea a Parigi, dov’è apparso in ologramma. Coup de théâtre.

 

L’idea di aggiungere questa rubrica alla fine di ogni puntata è di Giovanni Diamanti cui vanno i doverosi credits.

Letture consigliate

Una lunga intervista di Thomas Piketty a FranceInter. L’economista è stato appena nominato responsabile della questione europea e della revisione dei trattati nella squadra di Benoît Hamon.

Chi sono i francesi che sostengono Emmanuel Macron? Un’analisi del sondaggista Jérôme Fourquet su slate.fr.

Il Front National è diventato un vero partito nazionale. Splendida intervista dellObs a Pascal Perrineau, politologo tra i riferimenti preferiti di questa newsletter.

François Fillon è messo meglio di quanto crediamo. Un’analisi controcorrente di Eric Dupin.

Perché la difesa di François Fillon non funziona, visto dall’Italia. Daniele Bellasio sul suo blog, Danton.

Grazie a Giulio, che ha suggerito questa nuova sezione.

Momento pubblicità: per il Foglio ho intervistato Christophe Castaner, portavoce di Emmanuel Macron. L’intervista la trovate qui.

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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