Presidenziali 2017

Présidentielle 2017 quattordicesima settimana: Macron è la personalità politica dell’anno

Quattordicesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Spero abbiate tutti passato un ottimo Natale! Prima di cominciare (ancora) una comunicazione organizzativa. Domenica prossima è il primo dell’anno e difficilmente potrò inviare la newsletter. Rimandiamo a lunedì 2, e poi torneremo alla normalità visto che non mi sembra ci siano altre festività in vista.

Di cosa parliamo oggi?

1-Dopo la dettagliata guida della settimana scorsa, che chi vuole può trovare qui, ragioniamo su cos’è in gioco alle primarie del Partito Socialista: gli elettori sceglieranno un potenziale Presidente della Repubblica o in gioco c’è la leadership del partito per i prossimi 5 anni, vista la sconfitta annunciata?

2-La dinamica di Emmanuel Macron continua, secondo un sondaggio è la personalità politica più apprezzata dai francesi. Il suo successo ha una serie di “ma” che analizzeremo.

3-Perché nelle ultime settimane Fillon è apparso un po’ sulle sue?

1-Le primarie del partito socialista

Ecco le date importanti da ricordare per le primarie dei partito socialista: i tre dibattiti con tutti i candidati si terranno il 12, il 15 e il 19 gennaio, il 22 si voterà per il primo turno, il 25 ci sarà il dibattito tra i due candidati qualificati al ballottaggio ed il 29 si voterà per il secondo turno. Come potete notare il calendario è serratissimo, e per quanto i francesi amino la politica e seguano con piacere le competizioni elettorali, un susseguirsi di eventi del genere potrebbe essere troppo persino per loro (e infatti i candidati in queste vacanze hanno limitato le apparizioni pubbliche).

In più queste primarie si tengono in un clima abbastanza freddo e molto diverso da quelle che hanno incoronato Fillon un mese fa. In pochi credono che dalle primarie uscirà il prossimo Presidente della Repubblica, anzi stando così le cose il candidato socialista non riuscirà nemmeno ad arrivare al secondo turno. È chiaro che in questo contesto la competizione perde di interesse, almeno per chi non è un elettore tradizionale del Partito Socialista.

Il rischio principale è quello della partecipazione: le primarie della destra hanno avuto ben 4 milioni di partecipanti, quelle del partito socialista che incoronarono Hollande nel 2011 videro 2,6 milioni di francesi in fila ai gazebo. Una cifra molto al di sotto dei due milioni fissati come risultato soddisfacente dagli organizzatori sarebbe molto problematica per due principali motivi. Il primo è politico, ed è abbastanza intuitivo: avere un candidato scelto da pochi partecipanti è un gran segno di debolezza, ciò vuol dire che gli elettori che si riconoscono a sinistra hanno  già un loro candidato (quindi Emmanuel Macron e Jean Luc Mélenchon) o non credono che queste primarie possano servire a designare un potenziale Presidente della Repubblica. In molti potrebbero vedere le primarie come un pre-congresso del Partito Socialista e quindi semplicemente disinteressarsene.

Il secondo motivo è più burocratico: organizzare delle primarie costa un sacco di soldi. È vero che gli 8000 gazebo e gli uffici elettorali sono gestiti da volontari (ne servono quasi 40.000) ma in ogni caso l’esercizio è molto costoso, tanto che normalmente ai votanti viene chiesto un contributo minimo. Alle primarie della destra per votare servivano 2 euro, i socialisti hanno deciso di abbassare la cifra e chiedere solo 1 euro. In caso di bassa affluenza quindi gli organizzatori potrebbero addirittura rimettervi, quando invece un evento del genere è pensato anche per raccogliere un minimo di fondi per la campagna elettorale.

L’altro rischio concreto è quello della scissione del partito. Come abbiamo già spiegato settimana scorsa, i programmi dei candidati, per quanto ancora piuttosto vaghi, sono difficilmente sovrapponibili; inoltre sappiamo che le personalità in campo sono molto lontane dal punto di vista ideologico. Cosa succederà in caso di vittoria di Manuel Valls? Vedremo Arnaud Montebourg fare campagna per lui? E il contrario? Apparentemente la risposta è sì, chi partecipa alle primarie sottoscrive l’impegno a rispettarne i risultati, ma nulla appare scontato al momento. La competizione potrebbe essere l’occasione per una ricomposizione della sinistra francese, con una parte del partito che si allinea alle posizioni di Jean Luc Mélenchon e un’altra che raggiunge Emmanuel Macron. Per ora è uno scenario lontano, ma se a fine gennaio le primarie dovessero essere un fiasco in termini di partecipazione qualcuno potrebbe cogliere l’occasione e dichiarare finita l’esperienza del Partito Socialista così come lo conosciamo.

Tornando alle primarie, è ragionevole affermare che la vaghezza dei programmi e il calendario serrato renderà molto importanti i dibattiti televisivi, momento in cui i candidati saranno costretti ad approfondire i loro progetti. In più, vista la poca notorietà di gran parte dei partecipanti (solo Manuel Valls e Arnaud Montebourg sono personaggi pubblici a tutti gli effetti, gli altri candidati sono molto meno conosciuti), una buona performance televisiva da parte degli outsider potrebbe spostare gli equilibri. Questo rende l’esito, già difficile da prevedere come sempre, molto incerto: se è vero che nel caso di François Fillon abbiamo osservato che i dibattiti hanno giocato un ruolo rilevante nella rimonta, guidata però anche da moltissime scelte azzeccate del candidato oltre che da errori dei suoi avversari, in questo caso una buona impressione televisiva può essere davvero decisiva.

C’è in tutto questo una buona notizia per Manuel Valls, la disoccupazione è scesa per il terzo mese consecutivo, cosa che sicuramente potrà far valere nelle prossime settimane di campagna.

2-La dinamica di Macron prosegue

L’anno di Emmanuel Macron si è chiuso con ottime notizie. Dopo la dimostrazione di forza con il suo meeting con più di 13.000 persone (ne avevamo parlato qui), secondo un sondaggio Elabe per BFMTV il leader di En Marche! è la personalità politica dell’anno davanti a François Fillon, Marine Le Pen e Manuel Valls. Come abbiamo detto più volte Macron ha bisogno di una dinamica favorevole sia nei sondaggi che in termini di attenzione dell’opinione, queste sono quindi notizie molto positive per lui.

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Va anche detto però che la democrazia di opinione e la democrazia elettorale sono due cose molto diverse. Se andate a vedere dei sondaggi di qualche mese fa potete notare per esempio che Christine Lagarde, ex ministro dell’economia con Sarkozy e attuale direttore del Fondo Monetario Internazionale, era molto alta nel gradimento dei francesi. Ciò vuol dire che automaticamente sarebbe molto votata? Con ogni probabilità no, perché prendere voti è cosa molto diversa da essere apprezzati. Macron è in un momento favorevole,  aiutato in particolare da due dinamiche che non vanno sottovalutate: la prima è che la sinistra di governo non ha ancora un candidato. Manca quindi un personaggio di peso soprattutto a sinistra, dove al momento l’ex ministro dell’economia gioca una partita abbastanza facile e solitaria.  L’altro vuoto che Macron ha riempito è quello del  centro: il candidato naturale dei centristi, François Bayrou (che chi è iscritto da tempo conosce ormai abbastanza bene) non ha ancora chiarito le sue intenzioni, e sta vedendo sgretolarsi una serie di possibili sostegni. A inizio mese 200 tra iscritti ed eletti al movimento UDI, il partito di centro che ufficialmente si alleerà con François Fillon, hanno dichiarato ufficialmente che voteranno per Macron.

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Bisogna quindi capire come continuerà la progressione di Macron quando sicuramente uno dei due spazi sarà colmato dal candidato dei socialisti. In questo senso Macron deve sperare che le primarie le vinca uno tra Benoit Hamon e Arnaud Montebourg: il ragionamento è che con un candidato molto di sinistra i moderati potrebbero andare verso di lui vista anche l’estrema debolezza di un profilo simile al primo turno delle presidenziali. Montebourg nei sondaggi è dato tra il 6 e l’8%, un disastro.

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A ciò si deve aggiungere che finora il fondatore di En Marche! ha convinto una parte della popolazione francese molto influente nell’opinione pubblica, ma non abbastanza larga dal punto di vista elettorale. Essere il candidato della globalizzazione felice, dell’Europa come orizzonte e della rivoluzione economica digitale va benissimo, però in Francia alle presidenziali votano mediamente 36 milioni di persone. Ciò vuol dire convincere gli agricoltori, affrontare la collera delle regioni de-industrializzate, offrire una visione ai giovani che vivono nelle periferie diventate ormai “zone di non-diritto”. Infine, dare l’impressione di essere un capo in grado di prendere delle decisioni difficili: partecipare o meno a missioni militari all’estero, reagire con fermezza ad un attentato, dare risposte credibili alla probabile crisi migratoria che l’Europa dovrà affrontare durante la prossima estate.

Su tutti questi temi Macron è molto vulnerabile, e lo è da tutti i fronti. Se Valls dovesse vincere le primarie è su questi argomenti che incalzerà l’ex ministro dell’economia, Fillon ha un profilo solidissimo da questo punto di vista, e Marine Le Pen batte da anni su questi argomenti. Insomma, da gennaio per Macron comincia la parte più difficile: misurarsi davvero con il consenso. Per non parlare poi della strategia per le successive elezioni legislative, di cui senz’altro parleremo nelle prossime settimane.

3-Cosa fa François Fillon?

A parte la polemica sull’assicurazione sanitaria che abbiamo raccontato settimana scorsa, Fillon è stato abbastanza ai margini del dibattito politico dopo la grande vittoria alle primarie. Oltre a un motivo di poco spazio mediatico, visto l’inizio della campagna elettorale per le primarie del Partito Socialista, le polemiche interne al Front National e i vari successi di Emmanuel Macron, Fillon ha dovuto curare affari molto importanti ma poco visibili.

Ha presentato il suo organigramma per la campagna elettorale, cercando di rappresentare il più possibile le diverse anime del suo partito, scegliendo persone vicine ai suoi avversari alle primarie. Ha poi cominciato a mettere mano alle alleanze che definiranno le varie candidature nei collegi alle legislative. Per chi arriva ora può essere utile ricordarlo: un mese dopo le presidenziali si vota per l’Assemblea Nazionale, la camera bassa del parlamento francese che dà la fiducia al Governo. I membri vengono eletti in un sistema di doppio turno di collegio uninominale: il territorio nazionale è diviso in piccoli collegi e ognuno assegna un solo seggio;  l’uninominale francese è “a doppio turno” nel senso che se nessuno dei candidati raggiunge il 50% dei voti al primo turno, i candidati con almeno il 12,5% dei voti si scontrano al secondo. A questo punto chi prende più voti è eletto. È chiaro che in questo contesto accordarsi con i partiti alleati per evitare di disperdere i voti su più candidati è fondamentale, da qui le trattative con i partiti di centro che si alleeranno ai repubblicani.

Dopo un piccolo viaggio in Mali dove la Francia è fortemente impegnata in un’operazione di contrasto al terrorismo attivo nella regione, Fillon ha passato le vacanze tra Parigi e la sua casa nella Sarthe. Dal tre gennaio la sua campagna prenderà un’accelerazione, sarà ospite per un’intervista su TF1, parteciperà al salone dell’innovazione tecnologica a Las Vegas per strutturare le sue proposte sull’economia digitale e aprirà il consiglio nazionale dei repubblicani previsto per il 14 gennaio. Intanto dai conti delle primarie arriva un’ottima notizia: grazie alla grandissima partecipazione fatta registrare dalla consultazione elettorale i repubblicani hanno praticamente già finanziato la loro campagna elettorale. A fronte di un costo di 6 milioni di euro (ora capite perché il Partito Socialista è molto preoccupato da una possibile bassa affluenza)  gli elettori hanno versato 17,4 milioni di euro, ciò vuol dire più di 11 milioni nelle tasche del candidato. Visto che per la legge francese sul finanziamento delle presidenziali il 47,5% delle spese per la campagna elettorale dei candidati che superano il 5% dei voti sono rimborsate dallo Stato (il limite totale delle spese è fissato in 22,5 milioni di euro), Fillon non ha più bisogno di raccogliere fondi.

Per oggi è tutto, ci sentiamo lunedì e tanti auguri di nuovo!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017 tredicesima settimana: i candidati alle primarie del Partito Socialista

Dodicesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Prima di cominciare, una comunicazione di servizio. Domenica prossima è Natale, sono quindi convinto che tutti voi avrete di meglio da fare che leggere la mia newsletter, così come a Santo Stefano. Ci sentiamo, dunque, eccezionalmente martedì pomeriggio.

Ieri, alle 12, l’Alta Autorità che organizza le primarie del Partito Socialista ha ufficializzato le sette candidature che si contenderanno la leadership dei socialisti nell’elezione di gennaio. Vediamo quindi chi sono, alcuni più noti, come i quattro candidati socialisti, altri un po’ meno, come i tre candidati dei partiti satelliti. Si vota il 22 e il 29 gennaio; andranno in onda tre dibattiti prima del 22 gennaio e uno tra primo e secondo turno.

Purtroppo in questa newsletter non ci sarà spazio per ragionamenti più complessi sui vari scenari (già così è lunghissima) che recuperiamo nelle prossime settimane. La puntata può dunque servirvi come promemoria per quello che affronteremo a gennaio, quando i socialisti voteranno per il loro candidato.

Prima dei ritratti, va detto che due candidati dati per molto probabili sino alla vigilia, Fabien Verdier e Gérard Filoche, non hanno raggiunto i requisiti per veder accettata la loro candidatura.

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Manuel Valls: è di sicuro il candidato più famoso, chi è iscritto dall’inizio ormai lo conosce piuttosto bene (ne avevamo parlato approfonditamente settimana scorsa, ma anche qui e qui). È in politica dagli anni ’80, consigliere di Michel Rocard, poi direttore della comunicazione di Lionel Jospin, all’epoca primo ministro. A lungo sindaco di Evry, comune alla periferia di Parigi, ha partecipato alle primarie  del PS del 2011 arrivando al 5%, per poi essere nominato ministro dell’interno e, nel 2014, primo ministro da François Hollande.

Le sue idee: Valls rappresenta la destra del Partito Socialista, ha pubblicato più libri sull’identità francese ed il rapporto con le religioni, ha preso posizioni molto dure dal punto di vista della sicurezza e della lotta al terrorismo (favorevole alla déchéance de nationalité, cioè il ritiro della cittadinanza ai condannati per terrorismo). Era inoltre partito con proposte molto liberali per gli standard socialisti (nel 2001 un punto forte del suo programma era il superamento delle 35 ore lavorative) anche se nelle ultime settimane ha fatto più di un passo indietro: ha dichiarato di voler abolire l’articolo 49.3 della Costituzione (l’equivalente della nostra questione di fiducia) che egli stesso aveva utilizzato più volte (il caso più celebre è quello della riforma del lavoro); e sta cercando di addolcire le proprie posizioni per apparire come il candidato in grado di unire le varie anime del partito.

I suoi punti di forza: ha incassato sostegni importanti, praticamente tutto il governo ha deciso di votare per lui e questo è importante: dovrà difendere il bilancio di Hollande (d’altronde ne porta una grande responsabilità) e farlo senza nessun aiuto da parte di chi ha condiviso l’esperienza sarebbe stato molto complicato. È il candidato più “presidenziale”, e questo dovrebbe dargli una mano, soprattutto nelle apparizioni televisive.

Le sue debolezze: c’è il rischio che queste primarie appaiano come un pre-congresso più che come un momento in cui si elegge un probabile presidente della Repubblica. Se così stanno le cose, il profilo di Valls rischia di essere respingente.

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Arnaud Montebourg: è il più critico dei candidati rispetto al bilancio di François Hollande. Suo nonno, algerino, ha combattuto per il Fronte di Liberazione Nazionale per l’indipendenza dell’Algeria negli anni ’50. Iscritto al PS dal 1981, non ha sempre fatto politica ma negli anni ’90 è stato un avvocato abbastanza conosciuto del foro di Parigi. Eletto in Parlamento nel 1997, vi è rimasto sino al 2012, quando è stato nominato ministro dell’economia da François Hollande, ruolo che però è stato costretto ad abbandonare nel 2014 per contrasti con il primo ministro Manuel Valls.

Le sue idee: rappresentante dell’ala sinistra del Partito Socialista, fu eletto deputato nel 1997 sulla base di una campagna molto protezionista, e quando ha partecipato alle primarie del PS nel 2011 ha fortemente sostenuto che si dovesse cominciare un discutere di de-globalizzazione (è arrivato terzo, con il 17%). Dichiara spesso di essere il protettore del Made in France, e ha proposto un piano di spesa pubblica dal valore di quasi 100 miliardi di euro tra investimenti e riduzione di imposte. È tra le altre cose sostenitore di una profonda riforma delle istituzioni:, riduzione dei deputati da 577 a 350; riduzione dei senatori da 348 a 200, di cui 100 eletti con il metodo del sorteggio, e ritorno al settennato.

I suoi punti di forza: è il più famoso socialista di sinistra e il suo carattere e i suoi discorsi da tribuno piacciono molto a quella parte di elettorato. Se il contesto delle primarie sarà segnato dalla voglia di ritorno ai fondamentali, potrebbe essere il profilo giusto.

Le sue debolezze: la sua campagna è partita in sordina, non avendo molti soldi a disposizione ha evitato grandi manifestazioni, ma questo può costargli in termine di narrazione e dinamica. In più non ha molti appoggi nel partito, se non tra alcuni esponenti molto di sinistra; ci si attendeva una dichiarazione di sostegno di Christiane Taubira, ma per ora l’ex ministro della giustizia non ha ancora chiarito chi appoggerà. La concorrenza di Hamon, che presenta una piattaforma molto simile potrebbe infastidirlo, così come la presenza di Mélenchon al di fuori del campo socialista.

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Benoit Hamon: è probabilmente il candidato che incarna la più tradizionale sinistra socialista. In politica da giovanissimo, dal 1993 al 1995 è il primo presidente dei giovani socialisti. Segue tutta una carriera all’interno del partito, dal 2008 al 2012 ne è il portavoce; nel 2012 è eletto per la prima volta deputato, diventa ministro durante la presidenza Hollande, sia nel governo Ayrault che in quello di Manuel Valls. Lascia però il suo incarico all’istruzione dopo qualche mese, in disaccordo con la politica del governo.

Le sue idee: è forse il più ecologista dei candidati socialisti, visto che si definisce social-ecologista, e ha un programma molto sensibile alle questioni ambientali. È critico con la politica della crescita a tutti i costi (ha detto che il tema è come si cresce e non quanto), ha proposto un piano di reddito minimo di cittadinanza che costerebbe intorno ai 300 miliardi e contrariamente a Montebourg considera che il bilancio di Hollande non sia totalmente indifendibile, ma che il Governo avrebbe potuto fare di più dal punto di vista sociale e nell’affermazione di valori democratici. È infine molto aperto sulle questioni di società visto che ha ferocemente criticato il progetto di déchéance de nationalité ed è favorevole alla liberalizzazione della cannabis.

I suoi punti di forza: dei quattro davvero in gara è forse il meno conosciuto, quindi la dinamica con i tre dibattiti ravvicinati prima del primo turno potrebbe attirare l’attenzione sul suo profilo. Profilo che è chiaramente di sinistra: la scommessa è che così come gli elettori di destra hanno espresso il desiderio di destra, la stessa cosa possa accadere con i socialisti.

Le sue debolezze: se è vero che la poca notorietà può dargli una mano, è anche vero che in caso di alta affluenza le persone meno attente alle dinamiche interne al partito potrebbero essere portate a scegliere i candidati più noti. In più, gran parte dei suoi temi sono cavalli di battaglia di Jean-Luc Mélenchon, leader della sinistra radicale e già candidato da indipendente: perché un elettore dovrebbe impegnarsi per Hamon alle primarie, se ha già un candidato da votare al primo turno delle presidenziali?

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Vincent Peillon: è deputato al parlamento europeo ed è la vera novità di queste primarie. Sino a una settimana fa nessuno immaginava si sarebbe candidato, visto che dal 2014, anno in cui ha lasciato il governo Hollande, si era praticamente ritirato dalla politica, per dedicarsi all’università di Neuchâtel, in Svizzera, dove insegna filosofia.

Le sue idee: vista l’improvvisazione della sua candidatura (ha dovuto persino regolare un debito di 20.000 euro con il Partito Socialista, per mancati contributi), si sa poco delle sue idee. Quello che si è capito è la sua volontà di difendere il bilancio di Hollande e di rappresentare dunque il candidato dell’unità. Questo atteggiamento ha fatto pensare che in realtà la sua candidatura serva a restringere lo spazio di Valls, che sinora poteva contare sul fatto che la sinistra del partito fosse divisa tra Hamon e Montebourg, mentre l’area governativa potesse contare solo sul suo progetto. È in ogni modo grande sostenitore dell’Europa, per quanto sia uno dei parlamentari europei meno attivi.

Punti di forza: è di sicuro un candidato molto solido dal punto di vista intellettuale, potrebbe dunque ben figurare nei dibattiti. Inoltre potrebbe apparire davvero come l’uomo in grado di unire le diverse anime dei socialisti soprattutto se, come dicono alcuni retroscena, dietro alla sua candidatura c’è la mano di Martine Aubry. Ha in ogni caso un sostegno molto importante: il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, che voterà e farà campagna per lui, è uno dei politici socialisti più amati.

Punti di debolezza: si pone come difensore del bilancio di François Hollande che però non lo ama, avendolo definito “un serpente” per la sua attitudine al tradimento. In più potrebbe scontare l’improvvisazione della sua piattaforma e un’eventuale sua percezione come candidato di fastidio a Manuel Valls piuttosto che davvero interessato a vincere.

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Sylvia Pinel: è il presidente del Parti radical de gauche, eletta deputato per la prima volta nel 2007, è stata ministro durante la presidenza Hollande (prima ha guidato il ministero delle politiche abitative, poi quello dell’artigianato) ma ha poi lasciato il governo dopo le regionali del 2015 perché eletta vicepresidente della regione Languedoc-Roussillon-Midi-Pyrénées.

Le sue idee: il programma non circola ancora, avendo deciso di partecipare un giorno prima della chiusura delle candidature. Secondo Libération difenderà dunque le posizioni storiche del suo partito: sostegno all’eutanasia, liberalizzazione della cannabis e attribuzione del diritto di voto agli stranieri. Altra posizione storica del Partito Radicale è una riforma delle istituzioni, oltre alla creazione di un vero governo europeo.

I punti di forza: ha un partito strutturato e con una lunga tradizione di idee riconoscibili e di governo. Se ha deciso di partecipare alle primarie (si era candidata già da indipendente, ma ha cambiato idea) è perché crede che in questo modo le sue idee possano avere più risonanza.

I punti di debolezza: la fretta, anzitutto. Come visto la sua è una candidatura dell’ultimo minuto, e la campagna sarà molto breve. Potrebbe essere quindi complicato mettere in piedi delle proposte innovative.

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François de Rugy: è il candidato del partito ecologista, microformazione ambientalista da lui fondata dopo la scissione dei Verdi. È vicepresidente dell’Assemblea Nazionale e deputato dal 2007.

Le sue idee: per ora si conoscono solo le sue proposte in materia di ambiente, per esempio l’obiettivo di arrivare al 100% di energie rinnovabili nel 2050 in Francia. Sul resto, bisognerà attendere qualche settimana.

I suoi punti di forza: non dovendo vincere, come spesso accade con i candidati minoritari, può avere la serenità di spostare il dibattito delle primarie verso ciò che gli sta più a cuore.

Le sue debolezze: non è molto famoso né molto carismatico (l’Obs lo ha definito ecolo-triste), vista la sua preparazione monotematica potrebbe andare fortemente in difficoltà nei dibattiti che saranno di certo incentrati su economia, terrorismo e politica estera.

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Jean-Luc Bennahmias: nato nel 1952, è il candidato più anziano. Nasce giornalista e opinionista politico, ma ha poi  intrapreso una lunga carriera nei partiti di sinistra ecologista e di centro (è stato a lungo nei Verdi, poi ha contribuito a fondare il movimento centrista Mo-dem insieme con François Bayrou) oggi è presidente del partito Front Démocrate, da lui fondato.

Le sue idee: il suo programma è abbastanza vago, si definisce socialista-ecologista-libertario, è anch’egli a favore della legalizzazione della cannabis, in materia criminale propone delle misure alternative al carcere, di alzare gli stipendi di alcune professioni statali (sanità e scuola principalmente) e di introdurre un reddito universale di 800 euro.

Il suo punto di forza: verrebbe da dire la simpatia, siccome ha dichiarato di “non essere sicuro di poter vincere”, in realtà queste primarie possono essere una vetrina per il suo piccolo partito.

I suoi punti di debolezza: il programma è vago, e potrebbe finire schiacciato dai candidati più forti in termini di visibilità se non trova il modo di crearsi un personaggio in grado di attirare l’attenzione.

Per scrivere questi brevi profili è stata essenziale la lettura dell’articolo di Libération e della guida abbastanza spiritosa dell’Obs.

2-Un accenno alla situazione François Fillon

François Fillon, che dopo la lunga campagna per le primarie ha leggermente rallentato (questa settimana ha organizzato solo una visita ad un centro ospedaliero) ha passato gli ultimi giorni a difendersi dalle accuse di voler privatizzare gran parte del sistema sanitario. Le critiche, per la verità, erano cominciate ad emergere già durante il dibattito tra i due turni delle primarie, quando Alain Juppé aveva messo in discussione il suo progetto. In breve, la proposta di Fillon prevedeva l’introduzione di una differenza tra malattie gravi e di lunga durata (che sarebbero state coperte dall’assicurazione sanitaria nazionale) e quelle meno gravi, che sarebbero rimaste scoperte (e dunque a carico di assicurazioni private).

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L’immagine è presa dal sito del Monde

La polemica è talmente montata che François Fillon ha dovuto eliminare qualunque riferimento al progetto dal suo sito, ed è dovuto intervenire personalmente sulle colonne del Figaro per precisare la sua proposta. Risultato, Fillon ha spiegato che il sistema delle assicurazioni rimarrà uguale “non è questione di toccare il sistema della assicurazioni sulle malattie e ancor meno di privatizzarlo”. Qui trovate un riassunto del Monde che parla di “contorsionismo”, mentre Maxime Tandonnet ha scritto sul Figaro che questa marcia indietro è un errore, e il candidato dei repubblicani farebbe meglio a restare fedele a se stesso anche se, secondo un sondaggio realizzato dal Journal du Dimanche, il 72% dei francesi ritiene che Fillon abbia fatto bene a cambiare idea sulla questione.

Di Fillon e delle sue prospettive parleremo meglio martedì, per oggi è tutto!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017 dodicesima settimana, Macron comincia a fare sul serio

Undicesima settimana della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

Di cosa parliamo oggi:

1-Una piccola guida dei personaggi della newsletter di oggi, così chi si è perso qualcosa può recuperare facilmente

2-La prima settimana di campagna elettorale di Manuel Valls

3-C’è stato un aspro scontro nel Front National tra Marine Le Pen e sua nipote, Marion Maréchal, esponente dell’area più dura e conservatrice del partito

4-Emmanuel Macron ha riempito un palazzetto con più di 13.000 persone. È stata una dimostrazione di forza, vediamo perché

1-Ricapitoliamo

Per chi arriva adesso, facciamo un piccolo punto sui personaggi di cui parliamo in questa newsletter, ché altrimenti con tutti questi nomi potreste perdervi.

Manuel Valls: è stato Primo Ministro di François Hollande negli ultimi due anni e mezzo, incarna una sinistra piuttosto liberale in economia e allo stesso tempo repubblicana e identitaria sulle questioni di società (ha appoggiato il divieto dei burkini quest’estate). Dopo mesi di voci, a seguito del ritiro di François Hollande è candidato alle primarie del Partito Socialista.

Emmanuel Macron: è stato prima segretario generale aggiunto dell’Eliseo (uno dei consiglieri più vicini al presidente della Repubblica) e poi ministro dell’economia durante la presidenza di Hollande. In marzo ha fondato il suo movimento politico, En Marche!, ad agosto si è dimesso dal suo ministero in dissenso col governo Valls e con il presidente Hollande e dal 15 novembre è ufficialmente candidato alle presidenziali da indipendente. Al momento è terzo nei sondaggi, dietro François Fillon e Marine Le Pen.

François Fillon: è il candidato del partito di centro-destra Les Républicains, ha vinto le primarie a sorpresa dopo essere stato terzo nei sondaggi sino ad una settimana prima del primo turno. Ha una piattaforma politica molto liberale in economia e allo stesso tempo conservatrice sulle questioni di società.

Marine Le Pen: è la candidata del Front National, il partito di estrema destra fondato dal padre negli anni ’70. Al momento è data per qualificata al secondo turno delle presidenziali  da tutti i sondaggi, e senza aver nemmeno cominciato davvero la sua campagna elettorale (del perché ne avevamo parlato qui).

2-Valls è in campagna elettorale

Abbiamo assistito alla prima settimana di campagna elettorale di Manuel Valls, dopo l’annuncio della candidatura di lunedì. L’ex primo ministro ha fatto un discorso molto di sinistra per i suoi standard: dopo aver chiesto scusa per i suoi toni a volte troppo duri, ha spiegato la necessità di difendere il modello sociale francese dalla destra che vorrebbe “distruggerlo” aiutando le persone che non riescono a stare al passo della globalizzazione. E infatti il luogo scelto per presentare la sua candidatura non è casuale: la città dove ha tenuto il discorso, Evry, di cui è stato sindaco, è una delle più cosmopolite della periferia parigina, oltre che una delle più popolari. Come potete notare dal video del suo discorso, dietro Manuel Valls sono rappresentate moltissime etnie diverse, a dimostrazione di uno dei messaggi più forti che proverà a far passare Manuel Valls: la lotta al comunitarismo, ossia la tendenza delle varie comunità che compongono la società francese a non parlarsi tra loro e ad isolarsi.

La sfida di Valls è evitare che le primarie della sinistra diventino una lotta di egoismi più che di idee, oltre che prevenire l’esplosione del Partito Socialista in caso di sua vittoria o di sua sconfitta (di questo parleremo nelle prossime settimane). L’ex primo ministro ha cercato quindi di porsi come unico uomo politico in grado di unificare le due sinistre che egli stesso aveva definito “irreconciliabili”, concetto che ora sarebbe controproducente riproporre, per quanto sia esattamente quello che pensa una parte consistente del Partito Socialista. Tutto ciò all’interno di un quadro ancor più complicato: provate a dire a Mélenchon, candidato della sinistra radicale, che bisogna trovare un accordo con i socialisti, o di partecipare alla competizione ad Emmanuel Macron, che ha parlato delle primarie socialiste come di una “lotta tra clan”. La necessità di fare una sintesi all’interno del suo partito e quindi avere una possibilità di vincere, comporta una “normalizzazione” di Manuel Valls che dovrà diventare, secondo la felice definizione di Guillaume Tabard, editorialista del Figaro, Valls Manuel e dunque lasciar perdere tutti i discorsi di rottura come il superamento delle 35 ore, per andare verso un atteggiamento di difesa della “grande e bella” sinistra, richiamando il nome dato dai socialisti a questa competizione: “la bella alleanza popolare”.

A tutto questo bisogna aggiungere un’altra difficoltà strategica: dovrà per forza di cose difendere il bilancio della presidenza Hollande,  o quantomeno gli ultimi due anni in cui è stato addirittura il capo del governo. La missione è già impervia in sé, se non fosse ulteriormente complicata dal fatto che Manuel Valls non abbia ancora avuto il sostegno, che sia esplicito o implicito, di Hollande. Inoltre, nessuno tra gli uomini più vicini al presidente ha pubblicamente manifestato vicinanza alla campagna e alla proposta politica di Valls. Sulla stampa filtrano più malumori e prese di distanza rispetto alle posizioni più radicali di Valls, che sostegni o adesioni.

3-C’è stata una dura polemica tra le due anime del Front National

C’è stato un duro scontro all’interno del Front National tra l’ala più cattolica e tradizionalista rappresentata da Marion Maréchal Le Pen e l’ala della cosiddetta dédiabolisation incarnata da Marine Le Pen e soprattutto dal suo potentissimo braccio destro e ideologo Florian Philippot. La giovane nipote di Marine Le Pen aveva detto lunedì che il Front National avrebbe messo in discussione “il rimborso integrale e illimitato delle spese in caso di aborto, visto che le donne sono degli esseri umani responsabili che devono essere trattati come tali”.

La dichiarazione è stata subito stigmatizzata da Florian Philippot, secondo cui Marion Maréchal è “sola nel sostenere questo, questa persona è isolata sulla questione, perché quello che conta è il programma della nostra candidata alle presidenziali e ciò che dice il movimento: alcuna modifica dell’attuale normativa sull’aborto”. Marion non ha reagito bene e, intervistata dal Journal De Dimanche, ha preteso “un po’ più di rispetto” da parte di Florian Philippot. La stessa Marine Le Pen è intervenuta, spiegando che nel programma non trova posto alcuna proposta del genere, tra l’altro incompatibile con i profilo di difensore delle donne che la candidata del Front National sta cercando di costruirsi.

In realtà questa è solo l’ultima polemica che si è consumata tra le due anime del partito, tra cui non corre buon sangue, come dimostrano i toni. Solo poco tempo fa Marion Maréchal Le Pen era stata invitata ad uno dei talk show più seguiti, cioè L’Émission Politique (per chi arriva ora, il programma è un’intervista di più di due ore in cui il politico viene sottoposto a moltissime domande da più esperti. È molto seguita, mediamente da oltre due milioni di persone), ma non essendo candidata del Front National alle presidenziali la dirigenza del FN ha deciso di declinare l’invito, mandando su tutte le furie Marion Maréchal. Nel novembre 2015, in piena campagna per le elezioni regionali, un altro scontro su un tema simile: la nipote aveva proposto di  sopprimere le sovvenzioni regionali alle associazioni che si occupano di aborto, dicendo che sono “politicizzate” e veicolano una banalizzazione dell’aborto, causando una reazione ferma da parte della zia, ancora una volta costretta a precisare quanto non ci fosse nulla del genere nel suo programma.

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Marion Maréchal-Le Pen

Secondo il settimanale L’Obs tutto questo fa in realtà parte di un cinico gioco delle parti: la nipote si rende protagonista di fughe in avanti sui temi più sensibili, la zia interviene rapidamente per moderare i toni e porsi come pacificatrice. I giornali ci fanno un titolo, e passano contemporaneamente i due messaggi: il primo, di Marion Maréchal, destinato alla parte più conservatrice dell’elettorato che rischia di lasciare il Front National per François Fillon, il secondo, quello Marine Le Pen, ed in linea con la dédiabolisation del partito, che invece rassicura una parte di elettorato prima vicina alla sinistra e ora in cerca di risposte forti ad una crisi che sembra non terminare mai.

4-La dimostrazione di forza di Emmanuel Macron 

Emmanuel Macron, ormai in campagna da più di due settimane, sabato pomeriggio ha organizzato un grandissimo comizio a Parigi, a Porte de Versailles. Con più di 13000 persone è stato l’evento più partecipato di questa pre-campagna presidenziale, che sta per entrare nel vivo. Il fondatore di En Marche!, per essere competitivoha bisogno di una dinamica favorevole sia nei sondaggi che in termini di attenzione dell’opinione pubblica (ne avevamo parlato qui, nell’ultima parte) ed è vero che questa tendenza esiste: Macron rappresenta una grande novità per il sistema politico francese e effettivamente ai media piace molto, è continuamente in televisione e in radio, i talk show parlano di lui e questo fa innervosire un po’ tutti gli altri candidati. Ma tutto questo non basta. La decisione di organizzare un grande meeting  è stata una dimostrazione di forza anche per dare il segnale di essere alla testa di un movimento collettivo, di una parte di popolo che si mobilita per lui e con lui.

Con la manifestazione di sabato Macron ha tra l’altro lanciato un messaggio molto chiaro agli altri partiti. Riuscire a mettere insieme così tante persone non è scontato, soprattutto a cinque mesi dalle presidenziali: per capirci, quando abbiamo raccontato della dinamica di François Fillon, che “riempiva” i palazzetti con iniziative molto partecipate, o della “fan-zone” di Sarkozy, si trattava di riunioni con non più di 6000 persone, meno della metà. Per non parlare dell’evento organizzato per presentare le primarie del Partito Socialista, che a malapena ha registrato 2500 ingressi. La cosa che hanno fatto notare i giornalisti (a proposito di interesse mediatico) è che non c’erano pullman che arrivavano da tutta la Francia per riempire la sala, come in genere avviene in questo tipo di eventi (chi ha frequentato un po’ i partiti italiani sa bene che una parte degli organizzatori degli eventi si dedica ad affitto e logistica dei bus che devono accompagnare i militanti).

Agli appassionati di politica americana Macron ricorderà Howard Dean

Cosa ha detto Macron? Ha continuato a battere sul nuovo confronto che secondo lui è in atto nella società: il conflitto tra progressisti e conservatori, dove evidentemente En Marche! rappresenterebbe un contenitore in grado di attirare progressisti sia da destra che da sinistra. Ma la parte più interessante del suo discorso, piuttosto incentrato su questo tema, è stato l’atteggiamento rispetto al problema della disoccupazione. Ha iniziato il comizio rivendicando di essere “il candidato del lavoro” che sembra una cosa di sinistra, ma fino ad un certo punto. Questo perché in Francia in realtà la sinistra di governo ha spinto moltissimo su un’altra cosa: il tempo libero. E quindi ha inventato le famose 35 ore lavorative settimanali, create sì per ridurre la disoccupazione (si lavora di meno, si lavora tutti) ma anche per dare più tempo libero ai lavoratori. Questa posizione nasce, oltre che dalle sue convinzioni personali, che sono comunque molto rilevanti, anche per cercare di essere trasversale e al di sopra degli altri candidati, che appunto stanno facendo una battaglia abbastanza serrata sulle 35 ore (Fillon vuole superarle, a sinistra invece tendono a difenderle).

Per oggi è tutto, a domenica prossima!

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, undicesima settimana: Hollande non si ricandida

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Di cosa parliamo oggi?

1-Hollande non si candiderà. Vediamo perché il presidente, sorprendendo un po’ tutti, ha deciso di non difendere il suo bilancio e non chiedere un secondo mandato ai francesi.

2-Manuel Valls sarà finalmente candidato alle primarie del Partito Socialista? E se sì, quante sono le sue possibilità e i suoi problemi?

1-La decisione di Hollande 

A-I motivi immediati della decisione

Come sapete François Hollande ha scelto di non ricandidarsi alle presidenziali. La decisione è storica, mai era successo che un presidente in carica decidesse di non difendere il proprio operato e chiedere un secondo mandato ai francesi. Giovedì sera, dopo aver convocato una conferenza stampa con pochissimo preavviso, Hollande ha comunicato ai francesi la sua decisione di cui, secondo quanto ricostruito dai giornali nei giorni successivi, nessuno era al corrente, nemmeno i consiglieri dell’Eliseo. Il presidente ha scritto da solo il suo discorso, e ha tenuto tutti in sospeso sino alla fine della dichiarazione.

 

Prima di capire i motivi che hanno spinto François Hollande verso questa decisione va notata una cosa: dichiarare le proprie intenzioni così presto è insolito per il presidente della repubblica in carica. Storicamente le elezioni si tengono ad inizio primavera, e la maggior parte dei presidenti si è sempre dichiarata piuttosto tardi e in maniera poco studiata. Per fare un esempio, Jacques Chirac si ricandidò l’11 febbraio durante una conferenza ad Avignone rispondendo candidamente “sì” alla domanda posta dal sindaco che ospitava l’evento. François Mitterrand si ricandidò a marzo, Nicolas Sarkozy il 15 febbraio. C’è un motivo abbastanza semplice: fare campagna elettorale per chi è al governo può essere piuttosto logorante, visto che in genere le elezioni si giocano sul cambiamento. Entrare in campagna molto presto può tra l’altro essere mal visto dagli elettori: un presidente impegnato per lunghi mesi nelle attività di propaganda dà l’impressione di occuparsi più della sua rielezione che della guida del paese.

 

La decisione di tenere le primarie del Partito Socialista ha senz’altro accelerato i tempi. Così come in Italia, in Francia questo strumento non è disciplinato per legge, adottarle è dunque una scelta autonoma delle formazioni politiche. Ora, sappiamo bene che possono essere uno strumento virtuoso, lo sono state per Prodi, per Matteo Renzi, e abbiamo notato come sulle primarie sta costruendo il suo grande successo François Fillon, che senza questo passaggio con ogni probabilità non sarebbe il candidato dei repubblicani per il 2017. Per Hollande invece hanno rappresentato uno scenario da incubo visti i sondaggi. Il presidente si è trovato di fronte a tre ipotesi: perdere alle primarie, trovandosi da gennaio a maggio praticamente senza alcun potere, potendo addirittura essere costretto a dimettersi; vincere le primarie dopo una campagna molto dura e di pochissimo, dando in ogni caso un segnale di estrema debolezza, perché isolato nel suo partito e senza alcun sostegno di peso viste le divisioni nel governo; in ultimo, non partecipare alle primarie e presentarsi direttamente al primo turno, causando l’esplosione del Partito Socialista e con ogni probabilità una candidatura autonoma della sinistra socialista che mai avrebbe accettato uno scenario del genere.

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La copertina de L’Express di aprile, profetica

B-La lunga crisi del “Président Normal”

Detto ciò, i motivi del fallimento della sua presidenza sono più profondi e lontani nel tempo. Appena eletto François Hollande ha visto la sua popolarità decrescere costantemente, ed è stato subito messo in discussione dalla minoranza di sinistra del Partito Socialista. Questo nonostante le difficoltà dei repubblicani (che allora si chiamavano UMP), in piena crisi a seguito delle accuse di brogli nel congresso del 2012 tra François Fillon e Jean François Copé. Anche durante i momenti più difficili per la Francia come gli attentati, quando il presidente incarna naturalmente l’unità nazionale, la fiducia in Hollande non ha mai superato il 35%.

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La bassissima popolarità di Hollande, secondo un sondaggio TNS

La crisi della presidenza ha probabilmente trovato un punto di non ritorno nel progetto di déchéance de nationalité. Con questo progetto il Presidente aveva dato via ad una revisione costituzionale per inserire nel testo la possibilità di privare della cittadinanza francese i cittadini condannati per i reati di terrorismo. All’interno della maggioranza e del parlamento si è consumato uno scontro tra chi voleva che la disposizione si applicasse solo ai cittadini con doppia cittadinanza e chi, invece, aveva intenzione di estendere la pena indiscriminatamente a tutti. In questo modo la Costituzione francese avrebbe concesso la possibilità alle autorità della Repubblica di rendere apolidi i condannati per reati connessi al terrorismo. Dopo un lungo e durissimo dibattito che ha dilaniato la maggioranza stessa (Emmanuel Macron, all’epoca ministro dell’economia, mentre il Primo Ministro Manuel Valls era all’Assemblea Nazionale a difendere il progetto, è andato in televisione a esprimere pubblicamente il suo dissenso) Il progetto di revisione è stato affossato vista l’impossibilità di raggiungere un accordo.

La proposta e il fallimento della déchéance de nationalité ha avuto un costo politico molto alto. Il ministro della giustizia Christiane Taubira si è dimesso e i toni utilizzati tra gli esponenti della maggioranza hanno creato delle fratture insanabili. François Hollande è parso incapace non solo di unire i francesi, ma addirittura la sua famiglia politica che ha anzi contribuito a disperdere.

C-Il presidente è stato costretto dalla realtà a non ripresentarsi

Nonostante tutto Hollande ha deciso di non candidarsi nelle ultime ore, visto che, come abbiamo analizzato nelle ultime settimane, era sembrato piuttosto propenso a difendere il bilancio della sua presidenza.

Possiamo quindi affermare che Hollande non ha deciso di non ripresentarsi, piuttosto che gli è stato impedito dalla realtà. Il suo bilancio politico è tutt’altro che limpido e positivo. Persino una delle sue iniziative migliori, ovvero il Mariage Pour Tous (i matrimoni omosessuali), è stata foriera di grandissime divisioni ed ha risvegliato una parte dell’attivismo del mondo cattolico che in Francia era politicamente ai margini da tempo, e che ha pesato tantissimo sia nelle piazze che nella scelta di François Fillon come candidato dei repubblicani. La presidenza Hollande ha poi definitivamente allontanato le classi popolari dalla sinistra, da tempo la Francia in difficoltà non vota più per la gauche ed è passata in massa al Front National. Il presidente non è mai stato in grado di tenere unita la sua maggioranza, tanto da dover utilizzare spesso meccanismi di parlamentarismo razionalizzato per legiferare (in particolare l’articolo 49-3, l’equivalente della nostra fiducia), cosa che in Francia è un evento eccezionale.

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Un peso nella decisione l’ha senz’altro avuto il suo entourage: i figli e l’ex moglie Ségolène Royal lo hanno pregato di non sottoporsi ad un’umiliazione personale e politica mai affrontata da un presidente. Infine vanno ricordati i danni causati dall’incapacità di tener fede all’immagine di Président Normal eletto per portare sobrietà all’Eliseo, dopo la presidenza “bling bling” di Nicolas Sarkozy, e invece protagonista di fughe amorose in scooter per andare a trovare le sue varie amanti, e soprattutto di dichiarazioni avventate che hanno distrutto la sacralità della sua funzione. Il punto di non ritorno è stato infatti la pubblicazione del libro “Un président ne devrait pas dire ça” .

Riassunto, per chi arriva adesso (ne avevamo parlato qui): il libro è un’intervista molto lunga (quasi 700 pagine), scritta dai giornalisti del Monde Gérard Davet et Fabrice Lhomme e frutto di un lavoro congiunto tra il presidente e i due giornalisti durato più di quattro anni. Da inizio 2012 Hollande ha incontrato una volta al mese Davet e Lhomme in maniera informale: all’Eliseo, al ristorante, più volte a cena a casa dei giornalisti. Per contratto gli incontri sono avvenuti senza testimoni, interamente registrati (si parla di 60 incontri e più di 100 ore di registrazioni utilizzate) e il presidente non ha avuto diritto di leggere il libro prima della sua pubblicazione. Nel libro Hollande ha insultato e  preso in giro praticamente tutta la classe politica francese: ha detto che la magistratura è “lassista” , che il Partito Socialista deve essere “liquidato” che l’Islam “è un problema, nessuno ne dubita”, che i calciatori sono “dei bambini viziati”  e così via. Ha anche ammesso candidamente di aver autorizzato assassinii mirati, motivo per cui i partiti di opposizione hanno provato a promuovere l’impeachment e la procura di Parigi ha aperto un’inchiesta. Insomma, un disastro.

Cosa farà adesso? Con ogni probabilità vedremo la sua popolarità crescere nei prossimi mesi, e potrà guidare il paese al riparo da dibattiti televisivi e attacchi quotidiani che sarebbero stati difficili da gestire per un presidente già altamente impopolare. Dopo le elezioni Hollande avrà di sicuro un ruolo nella ricostruzione del Partito Socialista o di quello che ne resterà dopo il drammatico passaggio elettorale di aprile.

2-E adesso?

Non voglio rendere la newsletter troppo lunga che siamo già oltre le 1400 parole, e in ogni caso nelle prossime settimane ci occuperemo di sicuro di cosa sta succedendo a sinistra, archiviata la competizione interna dei repubblicani. Le candidature si chiudono il 15 dicembre c’è quindi ancora un po’ di tempo prima di avere i candidati ufficiali.

Ragioniamo però brevemente di Manuel Valls, che con ogni probabilità sarà candidato al posto di Hollande.

Valls, Primo Ministro dal 31 marzo 2014, nelle ultime settimane aveva aumentato di molto la pressione su François Hollande, dopo che per mesi aveva invece giocato la carta della lealtà, almeno sin quando sembrava scontato che il presidente sarebbe stato ricandidato. Domenica scorsa ha rilasciato una lunga intervista al Journal du Dimanche in cui aveva chiarito di “essere pronto” e a seguito della pubblicazione del libro di Davet e Lhomme aveva in più occasioni preso le distanze dalle dichiarazioni avventate del presidente.

È nella logica che sia candidato: sinora si sono dichiarati disposti a partecipare alle primarie solo candidati che avversano la linea del governo, è dunque normale che un rappresentate della linea governativa partecipi alla competizione interna. La candidatura di Valls ha però due grandi problemi, che avevamo in parte già analizzato nelle scorse settimane.

Il primo è intuitivo: è stato un primo ministro molto contestato e poco incline ai compromessi con la minoranza interna, che ha chiesto e ottenuto le primarie proprio per poter presentare una proposta alternativa a quella incarnata da Valls e Hollande. La campagna delle primarie sarà quindi incentrata sulla critica all’azione governativa, visto che Benoît Hamon e Arnaud Montebourg, i due candidati di peso della sinistra del PS di cui parleremo nelle prossime settimane, sono ex ministri di Hollande che hanno lasciato il governo in aperto dissenso con il presidente e Manuel Valls. Valls potrebbe trovarsi isolato nel difendere il bilancio del presidente:  difficilmente avrà dietro di sé la maggioranza del governo, che dovrebbe rimanere fuori dalla contesa, e non può (almeno al momento) contare su moltissimi appoggi all’interno del partito.

Il secondo problema è che su molti temi può soffrire la concorrenza di Emmanuel Macron: se parliamo di rinnovamento e cambiamento l’ex ministro dell’economia è molto più credibile, Valls ha 54 anni e Macron 39; Valls ha cominciato a fare politica con Michel Rocard sotto la presidenza di Mitterrand nel 1981, Macron sino a 2 anni fa era uno sconosciuto consigliere politico dell’Eliseo; Valls ha già partecipato e perso alle primarie della sinistra del 2011, Macron porta avanti delle idee che non sono state ancora giudicate minoritarie dagli elettori della sinistra francese. Lo spazio cui punterebbe naturalmente Valls in tema di economia è allo stesso tempo già monopolizzato dal giovane leader di En Marche!: la riforma dello Stato in senso più liberale è uno degli argomenti su cui Emmanuel Macron è più credibile, non solo per il suo passato di successo nel privato e per la sua competenza innegabile ma anche per la coerenza del percorso politico. Macron ha infatti lasciato il suo posto di Ministro dell’Economia dichiarando che non c’erano le condizioni per applicare le riforme che aveva in mente per la Francia, apparendo quindi come una persona interessata più alle idee che alla poltrona.

Il miglior discorso della carriera di Manuel Valls, il 13 gennaio 2015

Ciò spingerà il primo ministro a fare una campagna molto repubblicana, incentrata sulla sicurezza e su una visione radicale della laicità. In questi anni Manuel Valls ha costruito una solida piattaforma in tal senso: ha pubblicato più libri sull’identità francese ed il rapporto con le religioni, ha preso posizioni molto dure dal punto di vista della sicurezza e della lotta al terrorismo (Valls ha apertamente sostenuto i sindaci che quest’estate avevano vietato il Burkini sulle spiagge). Ha però più volte detto che in Francia ci sono “due sinistre irreconciliabili”, non in riferimento alla divisione tra il Partito Socialista e la formazione radicale di Jean Luc Mélenchon ma proprio in riferimento al suo partito. Insomma, Valls ha finora avuto un atteggiamento che renderà molto difficile presentare la sua candidatura come capace di tenere insieme una pluralità di posizioni all’interno dei socialisti.

Per oggi è tutto, ci sentiamo, tornando alla normalità, domenica prossima!

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