Diritto, PD e dintorni, Politica

La giustizia ingiusta del Movimento 5 Stelle

Stamattina, a Omnibus, il senatore M5S Nicola Morra ha detto che la prescrizione è “l’abdicare dello Stato alla sua funzione principale, che è fare giustizia”. Temo proprio che su “fare giustizia” non ci intendiamo, e qui sta la natura giustizialista e giacobina del Movimento 5 Stelle.
 
La prescrizione non è un istituto a favore del criminale di turno. Ha la sua ragion d’essere per alcuni motivi: dopo un certo numero di anni è più complesso stabilire con certezza i fatti, i protagonisti e i testimoni possono ricordare in modo meno nitido; le prove materiali possono andare distrutte; l’imputato potrebbe aver cambiato completamente vita, natura, personalità; lo Stato non ha più interesse a mobilitare risorse per regolare dissidi che, si presume, non turbino più la pace sociale; infine è una sorta di sanzione per lo Stato, rimasto troppo a lungo inerte: non puoi risolvere il problema della lunghezza dei processi allungando all’infinito i tempi della prescrizione. È una scorciatoia e lede i diritti dell’imputato (che ha dei diritti, vi sorprenderà!).
 
Aggiungo una cosa: quest’idea che la “funzione principale” dello Stato sia “fare giustizia”, e con “fare giustizia” si intende buttare in galera la gente, è una visione distorta sia della funzione dello Stato che della giustizia. Se fare giustizia fosse la funzione principale dello Stato, esso travalicherebbe tutto il resto, calpestando di volta in volta gli ostacoli che gli si frappongono nel raggiungimento del suo obiettivo. Così lo Stato potrebbe essere “inflessibile”, ma noi saremmo meno liberi. Basta rileggere Benjamin Constant: “Ogni costituzione è un atto di sfiducia: se credessimo il potere in grado di non andare oltre le sue attribuzioni, non avremmo bisogno di costituzioni, Camere, leggi repressive”.
 
“Fare giustizia” non vuol dire sbattere in galera la gente. Lo è nella visione di chi, come Alfonso Bonafede, da ministro della Giustizia attendeva l’arresto di Cesare Battisti vestito con la divisa della polizia penitenziaria, producendo poi un video agghiacciante per vantarsene. La giustizia è un sistema delicato, dove la prigione è l’ultima ratio, e dove ci sono delle procedure che garantiscono, o cercano di garantire, il rispetto della libertà individuale e dei diritti dell’imputato. La forma è sostanza in un processo: possiamo tutti essere convinti della colpevolezza dell’imputato. Se l’accusa non riesce, nella sua attività, a produrre elementi che dimostrano che l’imputato è colpevole, esso verrà assolto. Giustizia non è fatta? Certo che sì! Perché se così non fosse, la volta successiva potremmo condannare un innocente forzando le procedure per arrivare a un risultato. Vi fidereste di un sistema dove vige l’arbitrarietà, anche per raggiungere un fine condivisibile, quale è la condanna di un colpevole?
 
Questa è la cultura di uno dei due partiti del prossimo governo. Il timore dei pochi liberali rimasti in Italia è che possa a breve diventare la cultura di tutto l’esecutivo, vista la debolezza della politica mostrata in queste settimane.
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Politica

Cosa ci insegna l’esperienza di Rory Stewart

Da un paio di settimane mi sono accorto dell’esistenza di un deputato britannico, conservatore, che si candida come leader del suo partito e quindi come prossimo primo ministro.

Secondo me la sua storia e i suoi modi insegnano qualcosa anche a noi.

Rory Stewart è pura élite britannica, nato da famiglia scozzese, padre diplomatico e alto ufficiale dell’intelligence, ha studiato tra Eton e Oxford. Si racconta parte della sua storia in un pezzo pazzesco del New Yorker del 2010, che ci aveva visto lungo, e con interviste allo stesso Rory Stewart, alla madre, al padre e ad amici e rivali ne ricostruisce il profilo. Élite, certo, ma consapevole del proprio ruolo e soprattutto al servizio del proprio paese nel mondo: Stewart ha rappresentato (in varie vesti) il Regno Unito in Indonesia, Ex Jugoslavia, Iraq, Afghanistan e altri posti. Per questo riesce a stemperare il lato snob della sua educazione/istruzione: ha visto il mondo, si è messo in gioco molto al di là delle situazioni confortevoli in cui la tanto vituperata upper class occidentale si trova quando intraprende esperienze all’estero.

Una delle caratteristiche di Stewart è che pare essere genuino e integro nel difendere le sue idee. Intervistato da LBC, spiega perché, secondo lui, l’essenza della politica è parlare e incontrare tutti. Il giornalista lo incalza e a un certo punto gli chiede: “Incontreresti l’Isis?” Stewart ci pensa un secondo, sa che la risposta potrebbe danneggiarlo o essere strumentalizzata, e poi risponde, ovviamente prestandosi alla provocazione: “Mi incontro con tutti, ero in Iraq e ho incontrato persone che stavano letteralmente sparando contro il mio accampamento. Questo è quello che faccio, incontro tutti”. Insomma, il primo messaggio è “apertura”, il secondo (interpreto) è: “Se sono consapevole delle mie idee non ho paura dei confronti”.

Parte della campagna di Stewart si basa proprio su questo, l’hashtag è #RoryWalks, e mostra il deputato mentre cammina e incontra i cittadini in tutto il paese. La campagna richiama anche uno dei suoi bestseller, scritto prima di candidarsi tra i Tories. “The places in between”, racconta il suo viaggio, a piedi, quasi sempre da solo, in Afghanistan (e poi fino in India), dopo i primi mesi della campagna militare di Stati Uniti e Regno Unito, nel gennaio 2002. Il libro ha venduto moltissimo, ha vinto premi, ne ha messo in luce la capacità narrativa. Ha votato per il remain al referendum su Brexit, ma ha accettato il risultato e adesso è partigiano di un accordo che provi a tenere tutto insieme, senza mentire ai britannici. Ha spiegato come la vede in un editoriale sul Guardian, molto apprezzato.

Quando dico che questa storia racconta qualcosa anche a noi, intendo che la via dei radicali di sinistra non è l’unica possibile per cercare di costruire un’alternativa al populismo e al sovranismo. Non c’è soltanto l’aggressività di Alexandria Ocasio-Cortez da un lato e il bacio del rosario di Salvini dall’altro. Così come non esiste soltanto la strategia di Emmanuel Macron, cioè la santa alleanza di tutte le forze ragionevoli per battere l’unica alternativa che in questo momento il sistema francese vede in campo: Marine Le Pen.

Si può essere di destra, conservatori, non entusiasti di andare verso un superstato europeo, senza per questo diventare dei democratici illiberali come Orbán. Si può essere molto lontani dai sovranisti e allo stesso tempo non essere impauriti da categorie come “identità” o “fermezza”. Si può essere orgogliosi di far parte della civiltà occidentale, fieri di vivere nel più bel continente al mondo, dove la libertà viene prima di ogni cosa, senza essere razzisti o provinciali.

Rory Stewart sarà minoritario e non vincerà la leadership? Può darsi. Ma qualche appunto su come fa politica lo possiamo prendere anche qui da noi, che male non fa.

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Diritto

Battisti, o il corpo del condannato riesumato da Salvini e Bonafede

Sottrarre “il corpo del condannato” alla vista della folla è uno dei motivi che ha spinto il sistema penale a inventare la prigione e a sospendere le esecuzioni pubbliche. Il potere nasconde il criminale alla vista, perché non ritiene più necessario esporne il supplizio al godimento (o alla rabbia) popolare.

Il carattere pubblico del supplizio, il ludibrio, permetteva al re di mostrarsi più forte del criminale, che con il suo gesto non aveva attaccato soltanto la vittima, ma anche il fondamento del potere reale di legiferare.

E’ interessante notare l’atteggiamento di Matteo Salvini e Alfonso Bonafede, che nel caso di Cesare Battisti decidono di riesumare la funzione taumaturgica del corpo del condannato. Segnala, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, la regressione della forma e della sostanza della nostra politica e del suo utilizzo delle immagini.

Può tuttavia anche essere un’occasione per rileggere Sorvegliare e punire di Foucault. Non tutto, basta il primo capitolo.

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Politica

Il governo dei padri di famiglia

Su “Chi” di questa settimana (settimanale che noi giornalisti guardiamo troppo poco e invece è utilissimo per capire il paese reale) ci sono quattro pagine dedicate alle scampagnate di Matteo Salvini e Giuseppe Conte con i rispettivi figli, al ristorante l’uno e nei negozi del centro di Roma l’altro.

La messa in scena mi ha ricordato un pezzo che ho scritto quest’estate per l’Opinion sul tratto comune dei populisti di casa nostra: mostrarsi come il buon padre di famiglia.

Matteo Salvini ricorda sempre che esercita il potere come un buon padre di famiglia, e che prende delle decisioni politiche come se dovesse tenere conto dell’interesse condiviso del suo nucleo familiare.

Lo slogan prima gli italiani? “Un padre di famiglia dà da mangiare prima ai suoi figli. Non è nazionalismo, è buon senso!”, argomenta. La durezza nei confronti delle navi delle Ong che aiutano i migranti nel Mediterraneo? “Lo dico come ministro e come papà: nessuna accoglienza per le navi Lifeline e Seefuchs, l’Italia non vuole essere complice di questo”. La sua posizione ambigua sui vaccini? “Sono padre, ho vaccinato i miei figli perché è utile. Ma dieci vaccini sono troppi, è pericoloso. Chi, più di un padre, tiene alla salute dei propri bambini?”.

Luigi di Maio, lo sappiamo, è celibe. Ma Alessandro Di Battista, al contrario, non cessa di mettere al centro del suo racconto personale il piccolo Andrea, nato nel novembre 2017, che durante tutta la campagna elettorale era ovunque: campeggiava nei ritratti postati su Instagram, era il protagonista delle riflessioni fiume del tribuno regalate su Facebook, compariva senza motivo apparente nei discorsi pubblici. “Essere padre cambia la vostra vita” ripeteva il Dibba, come fosse il primo padre impegnato in politica della storia d’Italia. Danilo Toninelli, ministro delle Infrastrutture al centro delle polemiche su Genova e sui respingimenti delle navi che arrivano nei porti di sua competenza, ha spiegato che il destino dei migranti “lo tocca come uomo e come padre”, ma che l’Aquarius poteva essere accolta meglio in Spagna.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, si è presentato alla stampa e agli italiani come l’avvocato del popolo, certo, ma ha subito aggiunto, sia mai ci sfuggisse, che avrebbe diretto l’azione di governo come…. “un buon padre di famiglia!”. Per rendere il tutto più giuridico, Conte è andato persino oltre, utilizzando l’espressione latina: “In ogni famiglia il pater familias ha la responsabilità del bilancio economico. Io mi sento il pater familias dello Stato, ho a cuore la stabilità dei conti pubblici”.

I figli non li fanno mica soltanto i populisti. Matteo Renzi nel suo primo discorso di opposizione al Senato, non ha perso tempo e si è subito rivolto a Matteo Salvini “guardandolo negli occhi, da padre a padre”.

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Renzi come Sarkozy, e non è finita bene

I sostenitori di Matteo Renzi dicono che nonostante tutto il migliore è ancora lui, nessuno ha la sua energia, la sua capacità di galvanizzare lo zoccolo duro del partito e di trascinare i militanti. E i fatti, in parte, gli danno ragione: da settimane, il rottamatore, quasi in versione stand up comedy, porta in giro il suo spettacolo alle feste dell’Unità con intermezzi video, battute sarcastiche sugli avversari, attacchi durissimi ai “cialtroni del governo”.

E le sale sono in effetti sempre piene, gli applausi scroscianti, le richieste di selfie interminabili. Qualcosa vorrà dire, Renzi ci sa ancora fare, resta il più bravo, ne abbiamo bisogno, ragionano i suoi, probabilmente sollevati dal non doversi rassegnare a vedere il loro leader trasformarsi in un presentatore tv, un ruolo che vorrebbe ricordare quello di Alberto Angela ma, visti gli estratti, appare più simile al venditore Giorgio Mastrota.

Ma quanto conta questa popolarità tanto sbandierata tra il popolo delle feste dell’Unità? Renzi resta forse amato dalla base, è vero, ma allo stesso tempo è il leader che raccoglie meno consensi nei sondaggi: soltanto il 23% degli italiani ha fiducia in lui. Un dato più basso, nota Giovanni Diamanti su Linkiesta, di quello del trasparente Maurizio Martina (al 29%), dello sfidante Zingaretti (al 33%) e dell’antipopulista per eccellenza Gentiloni (al 45%). Per non parlare dei “cialtroni del governo”, che saranno pure tali, ma toccano il 61% (Salvini) e il 57% (Di Maio).

I facili applausi e le piazze piene potrebbero essere illusorie, e ricordano molto la parabola di un altro leader famoso per essere rapido, energico, con la battuta pronta e con un entourage di fedelissimi pronti a tutto: Nicolas Sarkozy. Al suo ritorno dopo la sconfitta alle presidenziali per partecipare alle primarie del suo partito, nel 2016, Sarkozy era impressionante. Comizi pieni di gente, persone rimaste fuori, titoli dei giornali, applausi e grande entusiasmo. Certo che Sarkò ci sa ancora fare, si diceva. Eppure la sua campagna elettorale suscitò una reazione contraria: “tout sauf Sarkozy”, chiunque tranne Sarkozy pensarono i francesi. Alle primarie andarono a votare in moltissimi, anche per scongiurare il suo ritorno. Sarkozy fece quanto doveva, mobilitò i suoi simpatizzanti, fu combattivo nei dibattiti televisivi, martellò, tra le ovazioni, i suoi slogan in ogni comizio, ma non bastò: gli elettori erano troppi (4,5 milioni), e lui arrivò terzo, eliminato fin dal primo turno e politicamente finito.

Per Sarkozy era l’ultima possibilità, Renzi ha vent’anni di meno. Può aspettare ancora un po’ prima di buttarsi in un altro giro, a condizione che si ritiri per davvero: documentario su Michelangelo compreso.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017 termina qui, Macron vince la sua scommessa

Questa è l’ultima newsletter sulle elezioni presidenziali francesi che riceverete. La prima è stata inviata il 25 settembre alle 53 persone che si sono iscritte sulla fiducia leggendo un mio post su Facebook. Questa è stata appena inviata a 1492 persone, un numero per me altissimo e inaspettato. Da allora ho inviato 39 puntate settimanali e 7 numeri straordinari. Da marzo la newsletter è stata pubblicata integralmente da IL, il mensile del Sole24Ore, grazie alla geniale intuizione di Christian Rocca, che ringrazio; è stata citata da molti giornali come esempio di giornalismo innovativo; mi ha consentito di andare in radio, televisione e di fare dei piccoli tour in giro per l’Italia a spiegare cosa stesse succedendo Oltralpe, altra cosa per me inaspettata e molto divertente. E, soprattutto, mi ha dato l’occasione di girare la Francia in lungo e in largo (sono diventato un esperto di stazioni ferroviarie) e capire meglio un paese che conoscevo solo grazie ai miei anni universitari a Parigi. Che non è la Francia (luogo comune, ma vero). È quindi il momento dei ringraziamenti, perché questo piccolo esperimento di giornalismo non sarebbe stato possibile senza le centinaia di email che avete scritto in questi mesi per consigliarmi un articolo, pormi delle questioni a cui non avevo pensato, criticare un singolo punto della newsletter oppure una tutta intera. Grazie anche a Hookii, il sito dei commentatori che ha contribuito alla crescita di questo esperimento. Con alcuni di voi sono anche diventato amico nella vita reale ed è una cosa che mi ha reso molto felice, con altri lo sono in maniera virtuale ma prima o poi ci si incontrerà.
Se mia zia, che fa la musicista, non avesse riletto ogni newsletter cercando refusi e concetti spiegati male o poco, avrei commesso molti più errori e approssimazioni. Il più grande ringraziamento va quindi a lei (che legge questa parte con voi, non essendo presente nella bozza), e eventuali errori sono chiaramente da attribuire soltanto a me che spesso ho cambiato frasi all’ultimo secondo.

Veniamo a noi.

1-Macron ottiene la maggioranza all’Assemblea

La grande scommessa di Emmanuel Macron è vinta. Lo sapevamo già, visti i risultati del primo turno, ora è certo. I numeri ufficiali della XV legislatura della repubblica francese sono questi:

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Il grafico è del Figaro

Al netto dell’alta astensione (57,4 per cento) su cui devono evidentemente interrogarsi tutti i partiti, la Francia consegna una maggioranza meno ampia di quanto avevano registrato i sondaggi di domenica scorsa, ma è comunque talmente grande da non porre alcun problema: En Marche! conquista 308 seggi, maggioranza assoluta anche senza gli alleati MoDem, che eleggono 42 deputati. Dei problemi abbiamo ampiamente parlato nelle scorse settimane, e posso capire anche i dubbi sollevati sulla maggioranza schiacciante che ha ottenuto il presidente con un numero di voti relativamente basso. È interessante però confrontare la nuova critica “Macron ha troppi parlamentari” con quelle lette spesso in questi mesi. Prima si diceva “Macron non sarà mai candidato”, poi “non sarà mai qualificato al secondo turno”, poi “non vincerà mai”, infine “può anche vincere, ma non avrà nessuna maggioranza in parlamento”, e ancora “deve dimostrare di essere in grado gestire i summit internazionali” e dopo aver fugato i dubbi “va bene sul piano internazionale, molto bravo, ma governare è un’altra cosa”. Vi cito tutto questo semplicemente per farvi invertire il giudizio: vediamo che fa, come governa, e poi giudichiamo l’efficacia delle sue politiche. Non siamo francesi, quindi ci interessa relativamente, però un fenomeno come quello di Macron può dare degli spunti interessanti anche alla politica italiana.

Infine, il fatto che Macron non abbia un’opposizione fortissima in Parlamento non vuol dire che l’opposizione non esista. Il Senato è al momento controllato dai repubblicani (si vota, con un’elezione indiretta, a settembre), le regioni quasi tutte dai repubblicani, le grandi città sono governate da sindaci iscritti ai partiti tradizionali,. In più la stampa francese è abbastanza aggressiva e alcuni media sono molto famosi per le inchieste (in particolare il Canard Enchainé e Mediapart).

2-La Francia è in declino?
La campagna elettorale è stata lunga e a tratti aggressiva, ma sembra abbia risvegliato un sentimento di speranza nei francesi, che sono un popolo caratterizzato da un pessimismo abbastanza radicato (a questo proposito vi consiglio, se leggete il francese, Comprendre le malheur français di Marcel Gauchet). Come vedete, il bipolarismo ottimismo/pessimismo del quale avevo già scritto in questa puntata della newsletter è sempre presente nell’elettorato francese.

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Questo grafico e i seguenti sono elaborati dal sondaggio dell’istituto Ipsos

Il 53 per cento degli elettori di En Marche! pensa che la Francia non sia in declino e il 42 per cento crede che il Paese sia sì in declino ma che la situazione possa cambiare. Dati opposti si leggono nell’elettorato del Front National: solo il 9 per cento di chi ha votato per il partito di Marine Le Pen crede che la Francia non sia in declino. L’altro dato interessante è quello che considera l’evoluzione di queste opinioni negli anni. Come vedete dall’aprile del 2016 ad oggi è molto calato il numero di francesi che crede che la Francia sia in una situazione di declino irreversibile, e allo stesso tempo è aumentato chi crede che il paese possa rialzarsi.
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Questo vuol dire che i messaggi di speranza che hanno caratterizzato alcune proposte politiche – quello di Macron, ma anche la promessa di una “sesta repubblica” di Mélenchon o il reddito universale di esistenza di Hamon – hanno contribuito a modificare i pregiudizi degli elettori.

L’altra percezione interessante da sottolineare è quella delle speranze che suscita il nuovo presidente. Il 34 per cento dell’elettorato è convinto che Macron migliorerà la Francia, numero superiore al risultato del presidente al primo turno delle presidenziali (24 per cento) e al risultato del suo partito al primo turno delle legislative (28 per cento). Questo si spiega con il buon risultato che Macron ottiene tra gli elettori degli altri partiti, a dimostrazione che il presidente gode di un’approvazione abbastanza diffusa, per il momento. L’altro dato interessante è che il 44 per cento dei francesi non crede che Macron migliorerà la situazione, ma nemmeno che renderà peggiori le cose. Questo è importante perché probabilmente indica il sentimento di attesa che anima gran parte del paese, curioso di capire come governerà il nuovo presidente.

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Qualche notizia sui candidati di peso. Manuel Valls è stato eletto per 139 voti nel suo collegio, ma l’avversaria, Farida Amrani della France insoumise, non ha riconosciuto il risultato e ha annunciato un ricorso. Myriam El Khomri, ex ministro del Lavoro che aveva ricevuto il sostegno del presidente non è stata eletta; Najat Vallaud-Belkacem, ex ministro dell’Istruzione, e Marisol Touraine, ex ministro della sanità, entrambe socialiste, perdono i rispettivi ballottaggi. Stessa sorte per Nathalie Kosciusko-Morizet, sconfitta nella seconda circoscrizione di Parigi da Gilles Le Gendre, candidato di En Marche!. Florian Philippot è l’altro grande sconfitto, il vicepresidente del Front national subisce un duro colpo e con lui, probabilmente, la linea anti-euro egemonica nel partito negli ultimi anni. Infine, tutti i ministri candidati sono stati eletti, così come i due leader dell’opposizione Marine Le Pen (eletta per la prima volta) e Jean-Luc Mélenchon.

Il personaggio della settimana

Laurent Wauquiez è un repubblicano considerato molto vicino a Nicolas Sarkozy. La sua è una linea di opposizione molto dura a Emmanuel Macron e negli anni è diventato un personaggio gradito anche al Front national. Marion Maréchal Le Pen, nipote di Marine e esponente della linea più cattolica-conservatrice del partito, ha detto più volte di poter lavorare senza problemi con Wauquiez se si dovesse creare un nuovo movimento di destra patriota. Offerta rispedita al mittente ma che fa capire cosa potrebbe succedere nei prossimi mesi, quando s’imporrà una profonda ricostruzione sia per il Front national che per i repubblicani. Wauquiez è rimasto molto discreto dopo la sconfitta alle presidenziali, e ha deciso di non candidarsi all’Assemblea Nazionale per rimanere al suo posto di presidente della regione Auvergne-Rhône-Alpes. A fine novembre c’è il congresso del partito e Wauqiez è uno dei favoriti.

Consigli di lettura

-Parla per la prima volta François Fillon in un lungo articolo del JDD che ricostruisce i difficili mesi di campagna elettorale vissuti dai repubblicani dopo le rivelazioni sugli impieghi fittizi;

-A che servono i gruppi parlamentari? Perché è così importante costituirne uno? Un’analisi, sempre del JDD;

-Il Figaro si chiede quali siano le radici dell’ideologia di Emmanuel Macron, di destra sull’economia, di sinistra sui temi di società.

Présidentielle 2017 termina qui, per ovvie ragioni di cronologia. Non vi abbandono però: continuerò a raccontare la Francia in altri modi dal prossimo autunno e, anzi, se avete qualche idea o consiglio scrivetemi perché ne ho bisogno. Passerò l’estate a pensare ad un nuovo formato che possa rendere interessante il racconto anche senza una campagna elettorale, ma più idee mi sottoponete meglio è. Nel frattempo mi sono trasferito momentaneamente a Roma a lavorare per il Foglio, che mi ha incaricato di scrivere le brevi che trovate nella quinta colonna a destra in prima pagina. Ogni tanto troverete anche il mio nome in calce a qualche pezzo.

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Presidenziali 2017

Présidentielle 2017, trentottesima settimana: Macron stravince, il vecchio sistema è annichilito

Trentottesima edizione della newsletter sulle presidenziali francesi. Arriva ogni domenica anche sulla vostra email, ci si iscrive cliccando qui.

“Se i francesi eleggono Macron è perché vogliono che governi. Se ti eleggono poi ti danno il potere, è sempre successo così. Anche se candidassimo lei che è italiano in un collegio, e il collegio è competitivo, sarebbe eletto”. Così rispondeva un deputato molto vicino a Macron ai miei dubbi sulla capacità di En Marche! di riuscire ad ottenere la maggioranza assoluta all’Assemblea. Era inizio aprile e il deputato aveva ragione da vendere.

Emmanuel Macron ha utilizzato e compreso appieno il sistema istituzionale della V Repubblica immaginato da Charles de Gaulle nel 1958 e completato con l’introduzione dell’elezione diretta del Capo dello Stato nel 1962. Ha capitalizzato la riforma del 2002 che ha equiparato il mandato dell’Assemblea e del Presidente (prima il secondo durava 7 anni, due in più del Parlamento), e ha beneficiato del “fatto maggioritario”: chi vince le presidenziali vince anche le successive elezioni legislative. Come vedete la proiezione in seggi fa quasi impressione.

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Questi invece i risultati sul piano nazionale, che vedono En Marche! ampiamente in testa ma con il 28 per cento. Nelle cifre fornite dal ministero dell’interno, da cui è catturato lo screenshot, si vede bene anche il peso dell’astensione. Che è notevole e supera il 50 per cento degli aventi diritto.

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Nel prossimo grafico vedete invece i duelli che si terranno al secondo turno, con un solo triangolare tra un candidato En Marche!, un repubblicano e uno del Front National; 273 duelli tra un candidato En Marche! e un repubblicano; 134 tra un candidato En Marche! e un candidato della France Insoumise; 99 duelli tra En Marche! e Front national; 20 duelli tra un repubblicano e France Insoumise; 6 duelli tra un candidato socialista e Front National; 4 duelli tra un  candidato repubblicano e Front national; 2 duelli tra un candidato socialista e Front National, un solo duello tra France insoumise e Front national.

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L’infografica è del Monde

La grandissima vittoria è senza precedenti se consideriamo il contesto, un presidente giovanissimo, a capo di un partito nato un anno fa con candidati totalmente sconosciuti nei collegi, senza alcuna struttura territoriale e senza soldi. Non è senza precedenti però rispetto ai numeri, visto che nel 1993 la destra conquistò 472 deputati su 577 (sommando i due partiti dell’epoca, l’UDF di Giscard d’Estaing e il RPR di Chirac), nel 2002 la maggioranza di Jacques Chirac, rieletto presidente contro Jean-Marie Le Pen, ottenne 398 seggi su 577.

Per Emmanuel Macron non sarà facile gestire una maggioranza così ampia, per i motivi già descritti venerdì scorso, ma è un problema che qualunque politico vorrebbe dover risolvere. Diverso è il discorso sul dibattito democratico del paese, che rischia di spostarsi al di fuori dell’Assemblea Nazionale, ma per questo vi rinvio alla newsletter di venerdì. In più, nota di colore, esiste un problema logistico: la sala più grande dei vari palazzi di proprietà dell’Assemblea Nazionale è la Victor Hugo, che però ha 350 posti. Il gruppo di En Marche! dovrà quindi trovare un posto dove riunirsi.

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La Bérézina del Partito Socialista

Il 23 novembre 1812 Napoleone si sta lentamente ritirando dopo la disastrosa campagna di Russia quando, tallonato dagli eserciti dello Zar, si trova di fronte al fiume Beresina, impossibile da attraversare velocemente perché non completamente ghiacciato. L’imperatore è dunque costretto a dare battaglia, riuscendo a vincere ma perdendo quasi 50.000 uomini tra morti, feriti e prigionieri. Insomma un disastro militare, il vero simbolo della folle spedizione in Russia, diventato paradigmatico: “c’est une Bérézina” dicono i francesi quando devono indicare una sconfitta senza appello, come la nostra Caporetto.

È quanto titolano i giornali di oggi sul Partito socialista, che conosce la sua peggiore sconfitta dalla fondazione nel 1971. Nemmeno nel 1993, anno orribile nella memoria dei dirigenti socialisti, la sconfitta fu così cocente, con i socialisti che portarono a casa 57 deputati. Stavolta le proiezioni dicono che il PS otterrà tra i 15 e i 25 seggi, e il primo turno ha emesso una serie di sentenze molto dure. Sono già eliminati Jean Christophe Cambadélis, il segretario del partito; Benoit Hamon, il candidato all’elezione presidenziale, Aurelie Filippetti, ex ministro della cultura, Matthias Fekl, ex ministro degli interni, Gérard Bapt, eletto ininterrottamente dal 1978. Il partito ottiene 1.685.773 voti, cioè 10.000 in meno di Nicolas Dupont-Aignan alle presidenziali, il leader della destra indipendente alleatosi poi con Marine Le Pen.

Se è vero che il Partito socialista non esiste più, non si può dire lo stesso delle idee e dell’elettorato. Il reddito universale di esistenza ha monopolizzato il dibattito pubblico per due mesi durante la campagna presidenziale, segno che delle idee in attesa di trovare una rappresentanza politica adeguata esistono. Per la sinistra si pone quindi, come spesso accade, il problema di raccogliere le varie esperienze e federarle per proporre una reale alternativa di governo. La vittoria di Macron lascia molto tempo per riflettere sul da farsi.

La sconfitta netta del Front national

Il Front national continua il suo periodo di grande difficoltà. Dopo anni in cui sembrava “alle porte del potere” o comunque in grado di conquistare un numero di seggi sufficiente a contare parecchio nel dibattito in Assemblea, il partito di Marine Le Pen realizza un risultato assimilabile a quello del 2012, quando raggiunse il 13, 6 per cento. La differenza rispetto a cinque anni fa, a dimostrazione di come il partito sia molto cambiato, riuscendo a radicarsi in alcuni territori, specialmente nel nord-est, è la quantità di collegi in cui è presente al ballottaggio: da 61 circoscrizioni a 120, come potete vedere dalle mappe seguenti.

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L’infografica è del Figaro

Le proiezioni non stimano il Front national in grado di costituire un gruppo parlamentare, è quindi una grande sconfitta per Marine Le Pen, che ha visto i suoi elettori scomparire dopo la cocente delusione del 7 maggio. Se è vero che il marchio Le Pen è al momento impossibile da separare dal Front national (ma per le imprese impossibili bussare al temporaneo inquilino del 55 Rue du Faubourg Saint-Honoré), Marine deve almeno vincere nella sua circoscrizione per evitare di essere messa seriamente in discussione. È arrivata in testa con il 46 per cento dei voti, e affronterà la candidata di En Marche! che ha raccolto il 16,4 per cento: è favorita, ma ha raggiunto un risultato molto simile a quello del 2012 (42 per cento), quando mancò poi la vittoria per una manciata di voti al ballottaggio contro il socialista Philippe Kemel.

Chi farà l’opposizione?

I repubblicani, come previsto alla vigilia, subiscono un forte arretramento rispetto al 2012, ma non ci sono particolari notizie da segnalare, se non che moltissimi candidati di peso sono in grande difficoltà. Presente in più di 300 ballottaggi, il partito è in misura di vincerne poco più di 100, secondo tutte le proiezioni. Da lunedì prossimo le difficoltà rimarranno le stesse: come fare ad opporsi ad una maggioranza presidenziale guidata da un uomo di destra, che in materia di economia e lavoro conduce politiche da anni richieste a gran voce dalla destra e che ha due uomini di destra a Bercy?

Jean-Luc Mélenchon ha invece fallito la scommessa di diventare il primo gruppo di opposizione alle politiche di Emmanuel Macron, seppure supera definitivamente il Partito socialista, suo sogno da decenni. È favorito nel suo collegio, a Marsiglia, ma riuscirà a stento a costituire un gruppo parlamentare (servono 15 deputati), e difficilmente potrà apparire come un profilo in grado di federare una nuova forza di sinistra, visto che ha passato questo mese a insultare tutti i membri del partito socialista e ha rotto la sua alleanza con il partito comunista. Il suo partito, la France Insoumise, ha perso quasi 10 punti rispetto alle presidenziali.

Emmanuel Macron ha utilizzato a fondo gli strumenti del vecchio sistema per distruggere i partiti tradizionali, che appaiono annichiliti dalla sua proposta di centro radicale, e gli estremi, che pagano la disorganizzazione e le difficoltà di uno scrutinio a doppio turno. Il suo primo mese di presidenza è stato esemplare, e ciò ha sicuramente contribuito, se non alla vittoria in sé, all’ampiezza della stessa. Questo non vuol dire che la Francia è stata completamente sedotta. Lo sono i media, lo è Parigi, lo sono il mondo dell’arte e dello spettacolo, ma alle legislative c’è stato il record storico di astensione e la vittoria si è costruita anche e soprattutto sui difetti degli altri.

Ne abbiamo parlato a sufficienza durante le presidenziali, e alle legislative è accaduto più o meno lo stesso: in un ballottaggio con la sinistra, la destra vota per En Marche!, in un ballottaggio con la destra, la sinistra vota per En Marche!, in un ballottaggio con il Front national, tutti gli altri votano per En Marche!. È il premio al radical center, ad un messaggio radicale, coerente, che non è mai cambiato durante la campagna elettorale e che non si smentisce nemmeno in queste prime settimane di governo.

L’adesione però è un’altra cosa, e nelle nostre società così indecise e liquide non è assolutamente scontato che arriverà durante i cinque anni. Emmanuel Macron ha dimostrato di essere un talento puro nel conquistare il potere e per ora anche nel saper gestire degli incontri internazionali. Avrà talento anche nel governare? Questo non lo sappiamo ancora e mi asterrei da valutazioni precoci, vedremo cosa farà. E con questa maggioranza non ha scuse.

Il personaggio della settimana

Laetitia Avia è candidata con En Marche! nell’ottava circoscrizione di Parigi. È arrivata in testa con il 39,59 e affronterà Valérie Montandon, repubblicana, arrivata al 15,43 per cento. Intervistata stamattina da Franceinfo ha fatto capire che per alcuni deputati di En Marche! non è affatto scontato sostenere tutte le leggi che proporrrà il governo: “abbiamo una personalità, sfideremo il governo perché questo è il nostro ruolo, abbiamo il dovere di controllarlo. Potremmo opporci ad una legge, siamo eletti per fare l’interesse della Nazione, dopotutto”. Potrebbe essere una dichiarazione di circostanza, ma non è detto. Abbiamo di fronte il primo accenno di fronda?

Consigli di lettura

-Dopo le legislative il Partito socialista potrebbe perdere quasi 100 milioni di finanziamento pubblico ai partiti;

-Matthieu Croissandeau, direttore dell’Obs, spiega quali sono i problemi di una maggioranza troppo ampia per Macron, e quali le insidie dello stato di grazia di inizio impero;

-Come sarebbe l’Assemblea Nazionale con la proporzionale? E con un sistema come il Mattarellum? Ha provato a rispondere FranceInfo, con delle mappe interessanti;

I ballottaggi da tenere d’occhio domenica prossima, secondo il JDD.

Noi ci sentiamo direttamente lunedì prossimo, se non ci sono particolari novità durante questa settimana. Se dovesse succedere qualcosa di veramente interessante mi farò vivo!

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